venerdì 29 settembre 2017

Hijab? Siiiiiiiiiiii.

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PERCHÉ NON REINTRODURRE NELLE NOSTRE MESSE IL VELO, BELLISSIMO SEGNO MARIANO CHE ABBIAMO ABBANDONATO?


di don Alfredo Morselli

Il Codice di Diritto Canonico del 1917 prescriveva alle donne di tenere il capo coperto in Chiesa, soprattutto al momento della Santa Comunione. Nel nuovo Codice non c’è traccia di questa disposizione e ormai questa antica e venerabile usanza è caduta nel dimenticatoio; eppure essa era fondata su una disposizione dello stesso Apostolo San Paolo. Ma, tra l’esegesi razionalista moderna, che tende a storicizzare tutte le disposizioni particolari (“roba d’altri tempi...”), e il famigerato luogo comune per cui “l’uomo di oggi” non sarebbe più in grado ci capire certe cose, anche la consuetudine, per le donne, di coprire il capo in chiesa, è andata perduta.

Per non parlare poi di molte suore, che, un tempo ben vestite (chi non ricorda i cappelloni delle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli?), oggi espongono il ciuffo, per andar di pari passo con chi ha gettato tonaca e coletto bianco alle ortiche (e qui, visti i magrissimi risultati estetici, avendo tolto il velo, c’è assai spesso da stenderne subito un altro, questa volta pietoso, come si suol dire). Ma guai se ci limitassimo a rimpiangere i tesori che ci hanno scippato: dobbiamo cercare, con l’aiuto della Madonna, anche per questo caso, le ragioni della Tradizione: e allora leggiamo le parole dell’Apostolo, e vediamo come alcuni Padri della Chiesa le hanno interpretate. Dalla prima lettera di S. Paolo Apostolo ai Corinzi: (11,3) “Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l'uomo, e capo di Cristo è Dio. Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo. Ma ogni donna che prega o profetizza senza velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo, poiché è lo stesso che se fosse rasata. Se dunque una donna non vuol mettersi il velo, si tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra. L'uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell'uomo. E infatti non l'uomo deriva dalla donna, ma la donna dall'uomo; né l'uomo fu creato per la donna, ma la donna per l'uomo. Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza a motivo degli angeli. Tuttavia, nel Signore, né la donna è senza l'uomo, né l'uomo è senza la donna; come infatti la donna deriva dall'uomo, così l'uomo ha vita dalla donna; tutto poi proviene da Dio. Giudicate voi stessi: è conveniente che una donna faccia preghiera a Dio col capo scoperto? Non è forse la natura stessa a insegnarci che è indecoroso per l'uomo lasciarsi crescere i capelli, mentre è una gloria per la donna lasciarseli crescere? La chioma le è stata data a guisa di velo. Se poi qualcuno ha il gusto della contestazione, noi non abbiamo questa consuetudine e neanche le Chiese di Dio”.

Da questo brano, noi possiamo ben comprendere i motivi per cui S. Paolo consiglia alle donne di tenere il capo coperto durante le azioni liturgiche. I motivi sono, essenzialmente, quattro:
1) La simbologia delle nozze tra Cristo e la natura umana. In chiesa, durante la liturgia, l’uomo e la donna non rappresentano solo se stessi, ma l’uomo – ogni uomo – rappresenta Cristo, lo Sposo: la donna rappresenta il genere umano, la natura umana sposa del Verbo. Possiamo comprendere ciò considerando la natura sponsale della fede (Ti sposerò nella fede e tu conoscerai il Signore – Os 2,22), il contesto generale della liturgia (l’atmosfera in cui la fede è esercitata nel modo più perfetto) e l’esplicito richiamo alle nozze di S. Paolo: E infatti non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall'uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l'uomo - 1 Cor 11, 8-9. Cristo sta all’uomo (maschio e femmina) come l’uomo sta alla donna. Inoltre l’uomo, diversamente dalla donna, è “immagine e gloria di Dio”, non per se stesso, ma in quanto rappresenta Cristo: perciò egli non può stare con il capo coperto, perché in questo modo egli “disonora il suo capo” (11,4) il suo proprio rappresentare Cristo: un uomo con il capo coperto non rappresenta bene Cristo, così una donna con il capo scoperto, non rappresenta bene la natura umana e la Chiesa sposa di Cristo. In questo senso Tertulliano dice: “Poiché io sono l’immagine del creatore, non c’è posto in me per un altro capo (che non sia Cristo)” (Contro Marcione, V, 8, 1).

2) Un segno della sottomissione a Cristo. Una donna con il capo coperto dal velo, ricorda a tutti coloro che sono in chiesa che la natura umana è sposa di Cristo: perciò la donna, in quanto rappresenta la natura umana, deve avere un segno della sua dipendenza sul suo capo (1 Cor 11,10): questo segno della dipendenza è il segno dell’autorità di Cristo nei confronti della sua Sposa, la natura umana. Perciò il Concilio Gangrense chiama il velo memoriale, ricordo della sottomissione. S. Giovanni Crisostomo lo chiama insegna della sottomissione; Tertulliano giogo della sua umiltà (cf. Cornelius a Lapide, ad loc.).

3) Il rispetto del perfetto equilibrio del cosmo. L’edificio della chiesa rappresenta il cosmo, ricolmato della gloria di Dio, specialmente durante la celebrazione della S.Messa (I cieli e la terra sono pieni della tua gloria…). Il cosmo è perfettamente ordinato (Ma tu hai tutto disposto con misura, calcolo e peso - Sap 11,20). Nessuno può dimenticare la presenza, all’interno della chiesa-cosmo, della gerarchia celeste, perfettamente ordinata (Voi vi siete invece accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all'adunanza festosa… - Eb 12,22). Non è quindi conveniente che in un cosmo perfettamente ordinato qual è la celebrazione liturgica, la ordinata relazione tra Cristo-Sposo e Chiesa-Sposa - la particolare relazione che la celebrazione liturgica ricrea nel modo più perfetto -, non sia mostrata (Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza a motivo degli angeli - 1 Cor 11,10)

4) Un segno naturale di umiltà. Ultimo aspetto, ma non di minore importanza: “Non è forse la natura stessa a insegnarci che è indecoroso per l'uomo lasciarsi crescere i capelli, mentre è una gloria per la donna lasciarseli crescere? La chioma le è stata data a guisa di velo” (1 Cor 11, 14-15). È obbligatorio, per le donne, portare il velo in Chiesa? Oggi non più, ma S. Paolo ce ne spiega i sempre validi motivi di convenienza.

Approccio alla Realtà, ovvero...

L'immagine può contenere: 2 persone, persone che sorridono, primo piano

... la castità del cuore!

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Immagino come sarebbe bello percepire la realtà così. 
Pensare che questo è esattamente quello che Dio vuole da ciascuno di noi.

Come dice la Liturgia:

Donaci occhi limpidi,
che vincano le torbide
suggestioni del male.

Donaci un cuore puro,
fedele nel servizio,
ardente nella lode.


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Ancora, giusto questa mattina:

Tu che un giorno renderai i tuoi figli simili agli angeli,
- donaci la castità del corpo e del cuore.
Invocazioni di Lodi


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Come dice anche la canzone:

Senza dar retta a nessuno...
Senza pensare a qualcuno...


Senza pensare a niente...
Senza pensare sempre...





Fake news....


Il Ministro Fedeli introduce le riflessioni del Papa. Sulla scuola.

Imparare-ad-imparare

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Vasco Rossi commenta il Vangelo nel programma a "A sua immagine"

Aveva deciso di mollare la TV, ed invece Vasco Rossi apparirà con don Luigi Ciotti su Rai 1, sabato 14 ottobre alle ore 17.10 per commentare il Vangelo che parla degli invitati a nozze.


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Nuovo vescovo austriaco vuole il sacerdozio femminile


Il neo-eletto vescovo di Innsbruck, Austria, Mons. Hermann Glettler,di 52 anni , ha fatto appello per il diaconato femminile dichiarando che avere sacerdotesse femmine non sarebbe "così utopistico".

Parlando all'APA ha aggiunto inoltre di essere "moltissimo" a favore della Comunione per gli adulteri, affermando che ciò è in accordo col Vangelo, sebbene ciò non sia vero.

Gletter è stato nominato il 27 settembre e appartiene al movimento carismatico francese Emmanuel.

Finì sui principali titoli nella sua ex parrocchia si St. Andrea a Graz quando insozzò una cappella laterale di rosso chiamandola "arte".

https://www.gloria.tv/

Tutto secondo copione...



di Andrea Zambrano (La nuova bq)
 La III Conferenza Nazionale della famiglia si concluderà oggi nell’unico modo in cui doveva concludersi: nell’anonimato più completo di un governo che sembra aver vissuto l’evento come un compitino mediatico da svolgere per fare contenti le associazioni familiari che l’hanno promossa. Una passerella vuota e per certi versi fastidiosa ampiamente prevedibile. Ieri a Roma, in Campidoglio, è andato in scena il triste spettacolo di un Parlamento e di un Governo disinteressati alle politiche familiari. Non c’è da stupirsi, semmai da registrare acriticamente che a causa del vuoto pneumatico emerso ieri l’Italia dovrà ancora una volta aspettare anni per parlare finalmente di famiglia come motore di sviluppo per la società.
Gli interventi nell’ordine della presidente della Camera Laura Boldrini e del premier Paolo Gentiloni e un’intervista in ginocchio di Avvenire al Sottosegretario Maria Elena Boschi, che quest’oggi concluderà i lavori, hanno certificato che questo governo non farà un bel nulla per le famiglie numerose, per affrontare seriamente il problema della denatalità e per favorire una riforma fiscale che tenga conto degli effettivi carichi familiari degli italiani. Anzi, se potranno, Parlamento e Governo acuiranno ancora di più la distanza tra un popolo, quello delle famiglie italiane, e le elite democratiche impegnate adesso a includere nell’alveo anche le coppie omosessuali unite civilmente.
Infatti la Boldrini l’ha detto subito introducendo i lavori: “Ormai in Italia non esiste più un solo tipo di nucleo famigliare. Anche la legislazione ha iniziato ad accorgersene”. Fine della discussione. Con la legge Cirinnà cambierà il concetto di famiglia, che sarà così declinato al plurale e di conseguenza sarà impossibile una qualunque strategia di rilancio per la famiglia naturale matrimoniale come cellula della società.  
Anche il passaggio del primo inquilino di Montecitorio sulla denatalità, indicata come un problema serio, è stato letto in chiave troppo marxista per poter essere concreto. “Non è vero che le donne non fanno figli perché lavorano. È vero il contrario: non fanno figli perché non lavorano”, come se un impiego fisso e ben retribuito fosse garanzia di rinascita demografica. Il fatto è che oggi non si fa più figli perché non si ha più alcuna speranza nel futuro e questa viene meno per vari motivi, anche di visione dell’uomo, ma almeno per quanto riguarda le colpe dello Stato, perché l’imposizione fiscale rende impossibile qualunque progettualità.
Lo dimostra il fatto che la maggior parte delle donne che non hanno figli oggi è perfettamente inserita nel mondo del lavoro.  Ma le donne non fanno figli anche perché la cultura abortista che si è imposta in Italia e in Europa negli ultimi 40 anni ha letteralmente falcidiato, oltre che la popolazione, anche il concetto stesso di maternità, umiliandolo e riducendolo, lungo le varie fasi della vita fertile della donna prima a peso, poi a bisogno e infine a capriccio. Ovviamente, collegare gli aborti al crollo della natalità è un argomento troppo politicamente scorretto per i relatori come la Boldrini, che di fronte a questi fatti reagirebbero inorriditi.
Anche il premier Paolo Gentiloni ha mostrato di sopportare con fastidio la giornata e ha lanciato promesse al limite della tenerezza nei pochi minuti del suo intervento. Roba da Oscar del birignao: “L’impegno che mi assumo oggi è arricchire e registrare nella composizione il Reddito d’inclusione già nella prossima legge di stabilità, pur nella limitatezza delle risorse esistenti. È insufficiente, lo sappiamo. Ma almeno è un inizio”. Che cosa ci è venuto a fare se la conclusione è che quello che farà sarà insufficiente? Pochi spiccioli per una fetta, piccola, di cittadini al limite della povertà. Lodevole, certamente, ma è un intervento assistenziale, non è un piano di sviluppo serio, che comprende l’aspetto educativo e fiscale, soprattutto se accompagnato alla solita promessa della politica dei bonus con la quale, si è già visto, non si va lontano.
Ma in fondo, non è colpa di Gentiloni, il quale ha gettato un po' di fumo negli occhi parlando di un tonitruante "patto tra generazioni". Il premier condivide con molti altri leader europei il fatto di non avere figli. Assieme alla Merkel, May, Macron e molti altri. Non è certo colpa loro, ma non si può non concludere con le parole di Charles Gave il quale dice che “chi non ha figli non ha la stessa visione del futuro di chi ne ha”. Al limite della presa in giro poi, quasi a preannunciare il suo discorso di questa mattina, l’intervista di Avvenire al Sottosegretario Maria Elena Boschi.
A cominciare dal titolo: “La famiglia è una priorità, ma ora i margini sono stretti”. In pratica: di soldi non ce ne sono. O meglio: si decide che non ce sono. Ora, chissà se al Forumfamiglie qualcuno si sente preso in giro, ma un qualunque padre di famiglia sa che quando bisogna fare i conti con la fine del mese, si mettono in fila, rigorosamente in posizione gerarchica, le priorità, le quali vengono anteposte alle spese voluttuarie o accessorie. Tra le priorità ci sono i costi indispensabili per il mantenimento della casa, per farla vivere. Non serve un esegeta per affermare che le priorità vengono prima e non si possono differire. Invece la Boschi che cosa racconta al giornale dei vescovi, il quale se ne guarda bene dal farglielo notare? Che esistono priorità che possono essere rimandate. Ma allora non sono priorità! Ergo il governo ha altre priorità. E allora perché non dirlo, illudendo di fatto tutti gli italiani? Perché bisogna tenere a bada il popolo che chiede attenzione e equità fiscale. Parlandogli di tutt’altro e mostrando un’attenzione pelosa e per nulla sincera.
Ma che la Boschi volesse prendersi gioco delle famiglie italiane è lei stessa a dirlo: “C’è la possibilità di dare un segnale già nella legge di bilancio, altrimenti non avremmo neanche convocato la Conferenza. Ma nei limiti che ci siamo detti. Immaginare ora una riforma strutturale non è realistico perché il governo è alla fine del suo mandato. Il Pd comunque farà del tema del sostegno alle famiglie una bandiera della campagna elettorale e un argomento centrale per il primo anno di governo”. Della serie: vi stiamo dando dei segnali, ma in questi anni abbiamo fatto altro perché delle famiglie non ci è importato nulla. Mettetevi in fila e aspettate. E soprattutto votate Pd.

L'esito della liberazione sessuale



di Benedetta Frigerio (La nuovabq)

Dopo l'omosessualità viene ormai sdoganata dalle accademie americane, dal mondo della moda e dai tribunali, anche la pedofilia. A partire da alcuni fatti Don Fortunato Di Noto, dell’associazione Meter, che da vent’anni si batte contro la pedofilia incontrando anche le piccole e "crescenti vittime” dell’ipersessualizzazione della società, spiega le conseguenze di un sessualità privata del suo scopo. "A lungo andare non può che contemplare anche la pedofilia che viene definita "consenziente"".
Don Di Noto, la Corte di Cassazione nel 2013 ha confermato la pena “mite” di un 60enne perché la sua vittima, di 11 anni, sarebbe stata “consenziente” e lui “innamorato”. Allo stesso modo il tribunale di Vicenza aveva inflitto una condanna ridotta ad un macellaio di 34 anni che aveva avuto rapporti sessuali con una tredicenne. Com'è possibile?
Io non so se questi giudici si accorgono di servire il disegno della lobby pedofila. Se si comincia ad accettare che esistano i bambini cosiddetti “consenzienti”, che devono essere lasciati liberi di avere rapporti sessuali, la pedofilia sarà presto sdoganata. Non lo dico io, ma i pedofili: basta andare sui siti madre delle loro lobby per leggere di persone che si definiscono “pedofili virtuosi” per il fatto di avere rapporti con i minori solo se loro acconsentono. Ma in fondo che c’è di male se, come ormai dicono media e politici, i bambini devono essere liberi di esprimere la loro sessualità al pari degli adulti? 
Siamo davvero allo sdoganamento della pedofilia? Come si può sostenere che un bambino possa essere consenziente?
Sono 30 anni che si cerca di far passare la cosiddetta “pedofilia buona” e il “buon pedofilo”. Come si può sostenere che sia consenziente lo capii nel 1996 quando scoprii che esisteva un fronte nazionale di pedofili con sezione italiana. Uno di loro, con lo pseudonimo di The Slurp, aveva indirizzato una lettera ai bambini che recitava così: “Probabilmente qualcuno ti ha detto che puoi dire di no. Bene, ricorda soltanto una cosa: se puoi dire di no, puoi anche dire di si…Se ti senti di fare qualcosa hai il diritto di farlo. Sei tu che puoi scegliere". Ed ancora : “Talvolta gli amici con i quali ti diverti ti chiedono di non raccontare agli altri quello che avete fatto insieme. Questo capita spesso quando i tuoi amici sono degli adulti. Il motivo di ciò è semplice: se la gente scopre che hai fatto delle cose con un amico adulto, o con una amica adulta, può farlo andare in prigione e rovinargli la vita…Sai poi cosa capita a te quando la gente lo scopre? Vai in terapia. Terapia vuol dire che devi sottostare a qualcuno che cercherà di convincerti che tutto quello che hai fatto con il tuo amico è stata una cosa orribile e che il tuo stesso amico è una persona orribile. Possono persino darti delle medicine per calmarti. Diventi una persona malata”. 
Una violenza psicologica da far ribrezzo. Come non vedere, come non ribellarsi? 
Senza un consenso mondiale di tutte le legislazioni circa il fatto che i minorenni non possono esprimere alcun consenso, questa mentalità prenderà sempre più piede sempre e le sentenze (ecco l'ultima, ndr) non faranno che sostenere le lobby pedofile, facendoci abituare all’idea che in fondo “non c’è nulla di male”. Per questo dico che se gli Stati, tutti, non riconosceranno la pedofilia come crimine contro l’umanità perderemo anche questa guerra.
Sembrerebbe impossibile abituarsi ad un male simile, ma di fatto lo sdoganamento è già avvenuto: la rivista scientifica Archives of Sexual Behavior ha pubblicato due studi dello pisolo Bruce Rind, in cui i rapporti sessuali fra adulti e bambini vengono segnalati come privi di conseguenze negative di lunga durata. Come rispondere?
Dicano quello che vogliono, ma dopo 25 anni di lavoro per combattere la pedofilia e cercare di recuperare le vittime posso dire di non averne conosciuta nemmeno una senza problemi psichici e relazionali e senza ferite profonde e dolorosissime. Ho visto vite distrutte, gente psichicamente devastata. Questi intellettuali che hanno tempo di scrivere libri dovrebbero avere il coraggio di dire queste cose alle vittime. Ne parlino alla bambina di 11 che ho incontrato di recente, abituata ad essere abusata, che i pedofili definirebbero “consenziente” perché ormai non si ribellava più e che pare una bomba ad orologeria con reazioni incontrollabili. E poi vorrei vedere il campione usato da Rind. Infatti, oltre all’esperienza, la scienza finora ha provato, con dati e campioni validi, che i traumi anche sui bambini piccolissimi di due/tre anni viene immagazzinato dall’inconscio e si sviluppa con reazioni violente, negative e di disadattamento.
Stephen Kershnar, professore di filosofia della State University of New York ha tranquillamente pubblicato un libro acquistabile su Amazon, Adult-Child Sex: An Analysis, che parla della pedofilia come di uno stigma sociale paragonando il ribrezzo suscitato dalle immagini di rapporti sessuali fra adulti e bambini a quello che potrebbe suscitare il vedere immagini di rapporti sessuali fra persone obese. Come mai la vendita di questi libri non è bandita e questa gente, invece che essere accusata di istigazione al reato e di apologia della pedofilia, può continuare ad insegnare?
Ripeto, finché gli Stati non parleranno di crimine contro l’umanità tutto questo avanzerà. In Europa siamo a 18 milioni di minori abusati sessualmente, a dirlo è “telefono azzurro”. Sveglia, i pedofili non sono più la nicchia di qualche perverso. Aprite gli occhi! Tanta gente non crede alle mie denunce, anche politici e giornalisti che poi vengono qui in sede da noi e quando mostro loro il materiale che ho, c’è chi sviene, chi si indigna, anche perché l’anno scorso abbiamo denunciato l’abuso di 700 neonati.
Il noto sociologo americano, Mark Regneurs è pessimista perché dice che ormai la popolarità della “scienza libertina” è esplosa “negli ultimi dieci anni, con l'aiuto di fondazioni come Gill, Ford e Arcus e con complicità indiretta all’Istituto nazionale della salute americano”. Esattamente come avvenuto con l’omosessualità, sostiene Regneurs, si diffonderà anche nel modo scientifico, la menzogna per cui è tutto normale basta che sia “consenziente”. 
Anche questo è evidente. E sempre non perché lo diciamo noi, ma perché lo dicono i pedofili che ora hanno disponibilità economiche, strategie comunicative, legami con il potere. Sono loro a sperare e dire che la pedofilia sarà normalizzata come l’omosessualità. Ci sono potenti che dicono di voler difendere i bambini ma poi pensano: che c’è di male se possono esprimersi sessualmente come gli adulti?
Bisogna poi ricordare le immagini che plasmano il nostro pensiero, ormai sdoganate da tempo. Basti pensare alle copertine di Vogue che quasi dieci anni fa pubblicavano tranquillamente le foto di Thylane Blondeau bambina che già a 8 anni veniva immortalata in pose sexy o a petto nudo. Ci sono state proteste ma nessun arresto.
Dico ancora di più: ci sono multinazionali che producono reggiseni imbottiti per bambine basta vedere su internet immagini tremende di bimbe in pose volgari. Ma, mi chiedo, qual e la funzione del seno? Chi è un bambino? Chi un uomo?
A proposito il Family Educational Trust inglese ha pubblicato un report in cui spiega che il problema nasce da una cultura che accetta da anni l’attività sessuale dei minori come “una parte normarle della crescita” e “come relativamente dannosa finché resta consensuale…gli attuali approcci mirati a migliorare la salute sessuale degli adolescenti hanno facilitato permesso l'abuso sessuale di giovani vulnerabili”. C’è un legame fra questo e la pedofilia?
Mi danno del prete bacchettone perché parlo di morale. Ma se il sesso non ha uno scopo, se permane l’idea che va bene tutto, basta che sia libero, non esistono più argomentazioni razionali contro la pedofilia fatta passare come “consenziente”. Da quando lo scopo della sessualità, la generazione all’interno del matrimonio, è stato oscurato, da quando si può fare tutto se si vuole, non ci sono più argini e argomentazioni forti per dire “no”. E infatti si approvano leggi che parlano della sessualizzazione dei bambini nelle scuole come buona, favorendo così lo sdoganamento della pedofilia. Le immagini dei nudi e dei bambini-oggetto poi abituano le teste a pensare: “Che male c’è?”. In questo clima si capisce la follia delle campagne contro le spose bambine: la società è schizofrenica perché non esiste più una verità oggettiva sull’uomo che ponga i limiti al male e alla violenza.
Negata la legge naturale, tutto è possibile dunque.
Se elimini la natura, il suo sviluppo, la sua crescita, i suoi tempi puoi parlare del bambino come fosse un adulto con le stesse libertà e gli stessi diritti. Quello chi spera di fare dei bambini ciò che vuole.
Conosce le leggi canadesi sui “diritti alla sessualità” dei bambini per cui le famiglie che li indirizzerebbero diversamente dalla loro “scelta” sono denunciabili?
Si parla dei diritti dei bambini per servire un’ideologia che li vuole sessualizzati, deboli, senza identità forti. E qui ritorna la domanda: qual è il bene per i bambini? Ossia, qual è la natura e lo scopo dell’essere umano? A cosa serve la sessualità? Solo in questa prospettiva si può capire che ai bambini non si deve parlare del sesso. 
Ma orami si dice che tanto vale spiegarglielo dato che arrivano messaggi sessuali da ovunque.
Solo chi comprende lo scopo del vivere umano ha le ragioni chiare per vietare lo smartphone al figlio che non è in grado di difendersi dal porno dilagante online. Perché sapete cosa succede ad un bambino di 10-16 anni che vede il porno una volta cresciuto? Sapete quando cresce e vede una donna cosa pensa? A cose violente. E’ questa la società che vogliamo lasciare ai nostri figli senza interessarcene?

Cosa sappiamo davvero dell’evoluzione?





(Carlo Maria Polvani) Chi non rimane affascinato ammirando le opere d’arte rupestre dipinte da uomini preistorici sulle pareti delle grotte di Altamura o di Lascaux? Chi non rimane esterrefatto esaminando la ricostruzione in scala naturale di Ötzi, l’uomo vissuto nell’età del rame, la cui mummia è conservata in una cella frigorifera del Museo archeologico dell’Alto Adige?La sete di sapere di più sui nostri primi progenitori è periodicamente stuzzicata dalla pubblicazione di nuove scoperte scientifiche che rendono sempre più composito il già fin troppo articolato quadro dell’evoluzione umana, affermatasi, da circa dieci milioni di anni, per mezzo di alcune trasformazioni in un ramo della famiglia dei primati — l’insieme delle quasi quattrocento specie suddivise in lemuri (come quelli del Madagascar), proscimmie (come i macachi o i babbuini) e scimmie antropomorfe (come i gorilla o gli scimpanzé) — quali: il triplicarsi del volume della neocorteccia e del cervelletto; il passaggio all’andatura bipede; l’apparizione del pollice opponibile; la diminuzione della percezione olfattiva rispetto a quella visiva; la perdita di peli corporei e l’aumento di ghiandole sudorifere; e la riduzione del dimorfismo sessuale, con la diminuzione della differenza di alcuni tratti distintivi degli individui di sesso maschile rispetto a quelli di sesso femminile, nella massa corporea, nella sporgenza dell’arcate sopracciliari o nella prominenza dei denti canini.
Ottima, quindi, è stata l’idea della società editrice Il Mulino di affidare a Giorgio Manzi la redazione di un saggio sulle Ultime notizie sull’evoluzione umana (Bologna, 2017, pagine 248, euro 16). In esso, il noto divulgatore scientifico aggiorna il lettore sullo stato attuale delle conoscenze scientifiche riguardo al processo di ominazione e si cimenta con il difficilissimo compito di rintracciare il possibile filo conduttore che collegherebbe alcune delle specie di ominidi (fra le tante apparse e scomparse negli ultimi due milioni di anni) possibilmente annoverabili fra quelle dei nostri progenitori, come quella dell’homo erectus (apparso 1,9 milioni di anni fa e estintosi centocinquantamila anni fa) o quella dell’homo Neanderthalensis (apparso quattrocentomila anni fa e scomparso duecentomila anni dopo). 
Dalla lettura, sempre appassionante, del saggio del professore di antropologia alla Sapienza, si esce con l’idea che il fenomeno che ha portato all’apparizione, trecento milioni di anni fa, della specie homo sapiens, non può essere descritto come una sequenza lineare di specie che, succedendosi l’una all’altra, sarebbero collegate da presunti (anche se finora elusivi) anelli mancanti, ma come un «puzzle complesso e avvincente, le cui tessere sono come pagine strappate da un libro da restaurare: la nostra preistoria».
Per spiegare questa sua interpretazione, Manzi fa ricorso alle tesi del famoso paleontologo e biologo di Harvard, Stephen Jay Gould (1941-2002), che furono al centro delle cosiddette Darwin’s Wars — i feroci dibattiti fra darwinisti riformatori, chiamati appunto gouldists, e darwinisti militanti, conosciuti come dawkinists, poiché capeggiati da due dei cosiddetti «quattro cavalieri dell’ateismo» (Richard Dawkins di Cambridge e Daniel Dennett della Tufts University). Lo scontro fra queste due visioni della teoria dell’evoluzione delle specie verteva, e verte ancora, su tre aspetti che vale la pena esaminare. Il primo riguarda la disciplina denominata “evo-devo”, da evolutionary developmental biology. La evo-devo, partendo da osservazioni sullo sviluppo fetale — allo stadio embrionale, infatti, risulta più facile vedere come l’evoluzione abbia plasmato le divergenti morfologie di specie collegate (come per esempio, il riordinamento osseo-muscolare delle zampe terrestri dei caniformi nelle pinne acquatiche dei cetacei) — deduce le relazioni ancestrali fra specie diverse. Orbene, un principio della evo-devo è che i maggiori fattori di trasformazione del patrimonio genetico siano collegati non tanto ad agenti esterni (come per esempio, l’aggressione di ossidanti o l’esposizione a raggi ultravioletti), quanto agli stessi meccanismi naturali di regolazione dei nostri geni, la cui immensa complessità fu intuita nel 1961 da Jacques Monod (1910-1976) e da François Jacob (1920-2013), con la scoperta del primo “operone” (un insieme di geni, finemente regolati in modo sincronizzato da raffinatissimi equilibri biochimici).
Il secondo aspetto riguarda il fenomeno conosciuto come “preadattamento” o “esattamento”. Nella natura, molte mutazioni sono chiamate non-adattative perché, al momento in cui emergono, non forniscono né un vantaggio né uno svantaggio in termini di sopravvivenza. Tuttavia, queste mutazioni non-adattative, una volta tramandate alle generazioni successive, possono diventare utili, sia nella specie che le ha viste nascere sia in altre specie discendenti che le hanno ereditate. Un possibile esempio di esattamento è la mutazione del gene che portò alla comparsa nei pesci — prima della comparsa degli anfibi che uscirono dagli oceani per conquistare la terraferma — di un’estroflessione dell’esofago. I vertebrati terrestri, che ereditarono questo ripiegamento verso l’esterno dell’organo proposto al passaggio del cibo dalla bocca allo stomaco, lo modificarono per ottenerne dei polmoni. Ma i pesci rimasti nei mari, avendo già le branchie per sovvenire all’ossigenazione del sangue, trasformarono tale cavità in vescica natatoria, quella cassa di zavorra naturale che, sfruttando il principio di Archimede, permette, gonfiandosi e sgonfiandosi, di salire e di scendere agevolmente a diversi livelli di profondità.
Il terzo aspetto riguarda la cosiddetta «teoria degli equilibri punteggiati», che vede i suoi sostenitori credere che i processi evolutivi si verificano per lo più quando una specie, mutando, si scinde in due, creando due “specie figlie”, diverse e separate. Questo processo, chiamato “cladogenesi” (da kladòs, ramo) — che è stato brillantemente utilizzato dal biologo tedesco Willi Hennig (1913-1976) per classificare tassonomicamente gli esseri viventi sulla base del loro ultimo progenitore comune — si oppone alla “anagenesi”, che propone invece che una specie diventi nuova accumulando un numero di mutazioni tali da sostituire quella precedente, condannata all’estinzione.
Starà quindi al lettore decidere, sulla base dei dati esposti da Manzi, se concordare con lui che sostiene come le osservazioni attuali sull’antropogenesi risultino più facilmente spiegabili ammettendo i tre principi cari a Gould, sommariamente illustrati sopra. 
Resta tuttavia un elemento che difficilmente le discussioni fra gouldisti e dawkinisti sembrano, almeno per ora, in grado di spiegare. Un essere umano condivide il novantasette per cento circa del suo Dna con uno scimpanzé. Parallelamente, un cane condivide il novantotto per cento circa del suo Dna con un lupo. Ma a nessuno sfugge che le differenze fra un cane e un lupo non sono dello stesso ordine di grandezza di quelle fra un uomo e uno scimpanzé. Quanto quindi il processo di ominazione è dipendente da fattori biochimici e non da altri, siano essi: culturali, sociali... o persino, spirituali?
Da un punto di vista genetico sembrerebbe quindi giusto definire l’uomo una “scimmia nuda” — seguendo la brillante espressione coniata dall’eziologo britannico Desmond Morris (1928) — ma forse, da molti altri punti di osservazione, tale terminologia appare imprecisa. È interessante notare che lo stesso Gould, in opposizione ai succitati scienziati dall’ateismo militante, fu l’ideatore della cosiddetta Noma (o teoria dei non-overlapping magisteria), secondo la quale la religione e la scienza non possono entrare in contraddizione, visto che hanno aree di indagine e di interesse non sovrapponibili. Alcuni ritengono che la Noma sia troppo semplicista. Il suo inventore dichiarò di averla ideata leggendo, nella Humani generis di Pio XII, il passaggio in cui veniva considerato legittimo studiare l’evoluzionismo che «sostiene l’origine del corpo umano (...) da materia organica preesistente», purché non si neghi «che le anime sono state create immediatamente» da Dio. 
È d’uopo ricordare che nel 1996, san Giovanni Paolo II, davanti alla Pontificia Accademia delle scienze, proprio in riferimento al tema dell’evoluzione, affermò che non si dovevano avere timori quando non risultasse a prima vista facile scegliere fra una proposizione di fede e una teoria scientifica poiché, come lo aveva enunziato Leone XIII nella Providentissimus Deus, «la verità non può in alcun modo contraddire la verità».

L'Osservatore Romano

Udienza ai partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione. Discorso del Santo Padre

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Sala stampa della Santa Sede 

Alle ore 12.00 di questa mattina, nella Sala del Concistoro del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, in occasione della chiusura dei lavori, che si sono svolti in Vaticano dal 27 al 29 settembre 2017. 
Discorso del Santo Padre
Cari fratelli e sorelle,
sono molto lieto, a conclusione della sessione Plenaria del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, di riflettere insieme a voi sull’urgenza che la Chiesa sente, in questo particolare momento storico, di rinnovare gli sforzi e l’entusiasmo nella sua perenne missione di evangelizzazione. Vi saluto tutti e ringrazio Mons. Fisichella per le sue parole di saluto e per l’impegno che il Dicastero intende porre per continuare a far vivere nella Comunità ecclesiale i frutti del Giubileo della Misericordia. 

Questo Anno Santo è stato un momento di grazia che la Chiesa intera ha vissuto con grande fede e intensa spiritualità. Non possiamo permetterci, quindi, che tanto entusiasmo venga diluito o dimenticato. Il Popolo di Dio ha sentito fortemente il dono della misericordia e ha vissuto il Giubileo riscoprendo in particolare il Sacramento della Riconciliazione, come luogo privilegiato per fare esperienza della bontà, della tenerezza di Dio e del suo perdono che non conosce limiti. La Chiesa, pertanto, ha la grande responsabilità di continuare senza sosta ad essere strumento di misericordia. In questo modo si può più facilmente consentire che l’accoglienza del Vangelo sia percepita e vissuta come evento di salvezza e possa portare un senso pieno e definitivo alla vita personale e sociale. 
L’annuncio della misericordia, che si rende concreto e visibile nello stile di vita dei credenti, vissuto alla luce delle molteplici opere di misericordia, appartiene intrinsecamente all’impegno di ogni evangelizzatore, che ha scoperto in prima persona la chiamata all’apostolato proprio in forza della misericordia che gli è stata riservata. Le parole dell’apostolo Paolo non dovrebbero mai essere dimenticate da quanti hanno il compito di annunciare il Vangelo: «Rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù. Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna» (1 Tm 1,12-16). 
E veniamo ora più propriamente al tema dell’evangelizzazione. È necessario scoprire sempre più che essa per sua stessa natura appartiene al Popolo di Dio. A questo proposito, vorrei sottolineare due aspetti. 
Il primo è l’apporto che i singoli popoli e le rispettive culture offrono al cammino del Popolo di Dio. Da ogni popolo verso cui andiamo emerge una ricchezza che la Chiesa è chiamata a riconoscere e valorizzare per portare a compimento l’unità di «tutto il genere umano» di cui è «segno» e «sacramento» (cfr Cost. dogm. Lumen gentium, 1). Questa unità non è costituita «secondo la carne, ma nello Spirito» (ibid.), che guida i nostri passi. La ricchezza che proviene alla Chiesa dalla molteplicità di buone tradizioni che i singoli popoli possiedono è preziosa per vivificare l’azione della grazia che apre il cuore ad accogliere l’annuncio del Vangelo. Sono autentici doni che esprimono la varietà infinita dell’azione creatrice del Padre, e che confluiscono nell’unità della Chiesa per accrescere la necessaria comunione al fine di essere seme di salvezza, preludio di pace universale e luogo concreto di dialogo. 
Questo essere Popolo evangelizzatore (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 111) fa prendere consapevolezza – ed è il secondo aspetto – di una chiamata che trascende ogni singola disponibilità personale, per essere inserita in una «complessa trama di relazioni interpersonali» (ibid., 113), che permette di sperimentare la profonda unità e umanità della Comunità dei credenti. E questo vale in modo particolare in un periodo come il nostro in cui si affaccia con forza una cultura nuova, frutto della tecnologia, che, mentre affascina per le conquiste che offre, rende ugualmente evidenti la mancanza di vero rapporto interpersonale e interesse per l’altro. Poche realtà come la Chiesa possono vantare di avere una conoscenza del popolo in grado di valorizzare quel patrimonio culturale, morale e religioso che costituisce l’identità di intere generazioni. È importante, pertanto, che sappiamo penetrare nel cuore della nostra gente, per scoprire quel senso di Dio e del suo amore che offre la fiducia e la speranza di guardare avanti con serenità, nonostante le gravi difficoltà e povertà che si è costretti a vivere per l’ingordigia di pochi. Se siamo ancora capaci di guardare in profondità, potremmo ritrovare il genuino desiderio di Dio che rende inquieto il cuore di tante persone cadute, loro malgrado, nel baratro dell’indifferenza, che non consente più di gustare la vita e di costruire serenamente il proprio futuro. La gioia dell’evangelizzazione li può raggiungere e restituire loro la forza per la conversione. 
Cari fratelli e sorelle, la nuova tappa dell’evangelizzazione che siamo chiamati a percorrere è certamente opera di tutta la Chiesa, «popolo in cammino verso Dio» (ibid.). Riscoprire questo orizzonte di senso e di concreta prassi pastorale potrà favorire l’impulso per l’evangelizzazione stessa, senza dimenticare il valore sociale che le appartiene per una genuina promozione umana integrale (cfr ibid., 178). 
Vi auguro buon lavoro, in particolare per la preparazione della prima Giornata Mondiale dei Poveri, che sarà il prossimo 19 novembre. Vi assicuro la mia vicinanza e il mio sostegno. Il Signore vi benedica e la Madonna vi protegga.