domenica 1 ottobre 2017

Visita Pastorale del Santo Padre Francesco a Bologna. Santa Messa nello Stadio “Renato Dall’Ara”. Testo dell'omelia del Papa.



Visita Pastorale del Santo Padre Francesco a Bologna. Santa Messa nello Stadio “Renato Dall’Ara”. Testo dell'omelia del Papa. Le tre "P":Parola, Pane e Poveri

"Non esiste una vita cristiana fatta a tavolino, scientificamente costruita, dove basta adempiere qualche dettame per acquietarsi la coscienza: la vita cristiana è un cammino umile di una coscienza mai rigida e sempre in rapporto con Dio, che sa pentirsi e affidarsi a Lui nelle sue povertà, senza mai presumere di bastare a sé stessa."
** Celebro con voi la prima Domenica della Parola: la Parola di Dio fa ardere il cuore (cfr Lc  24,32), perché ci fa sentire amati e consolati dal Signore. Anche la Madonna di San Luca, evangelista, può aiutarci a comprendere la tenerezza materna della Parola «viva», che tuttavia è al tempo stesso «tagliente», come nel Vangelo di oggi: infatti penetra nell’anima (cfr Eb 4,12) e porta alla luce i segreti e le contraddizioni del cuore. Oggi ci provoca mediante la parabola dei due figli, che alla richiesta del padre di andare nella sua vigna rispondono: il primo no, ma poi va; il secondo sì, ma poi non va.
** C’è però una grande differenza tra il primo figlio, che è pigro, e il secondo, che è ipocrita. Proviamo a immaginare cosa sia successo dentro di loro. Nel cuore del primo, dopo il no, risuonava ancora l’invito del padre; nel secondo, invece, nonostante il sì, la voce del padre era sepolta. Il ricordo del padre ha ridestato il primo figlio dalla pigrizia, mentre il secondo, che pur conosceva il bene, ha smentito il dire col fare. Era infatti diventato impermeabile alla voce di Dio e della coscienza e così aveva abbracciato senza problemi la doppiezza di vita.
** Gesù con questa parabola pone due strade davanti a noi, che – lo sperimentiamo – non siamo sempre pronti a di dire sì con le parole e le opere, perché siamo peccatori. Ma possiamo scegliere se essere peccatori in cammino, che restano in ascolto del Signore e quando cadono si pentono e si rialzano, come il primo figlio; oppure peccatori seduti, pronti a giustificarsi sempre e solo a parole secondo quello che conviene. Questa parabola Gesù la rivolse ad alcuni capi religiosi del tempo, che assomigliavano al figlio dalla vita doppia, mentre la gente comune si comportava spesso come l’altro figlio. Questi capi sapevano e spiegavano tutto, in modo formalmente ineccepibile, da veri intellettuali della religione. Ma non avevano l’umiltà di ascoltare, il coraggio di interrogarsi, la forza di pentirsi. E Gesù è severissimo: dice che persino i pubblicani li precedono nel Regno di Dio. È un rimprovero forte, perché i pubblicani erano dei corrotti traditori della patria.
** Qual era allora il problema di questi capi? Non sbagliavano in qualcosa, ma nel modo di vivere e pensare davanti a Dio: erano, a parole e con gli altri, inflessibili custodi delle tradizioni umane, incapaci di comprendere che la vita secondo Dio è in cammino e chiede l’umiltà di aprirsi, pentirsi e ricominciare. Cosa dice questo a noi? Che non esiste una vita cristiana fatta a tavolino, scientificamente costruita, dove basta adempiere qualche dettame per acquietarsi la coscienza: la vita cristiana è un cammino umile di una coscienza mai rigida e sempre in rapporto con Dio, che sa pentirsi e affidarsi a Lui nelle sue povertà, senza mai presumere di bastare a sé stessa. Così si superano le edizioni rivedute e aggiornate di quel male antico, denunciato da Gesù nella parabola: l’ipocrisia, la doppiezza di vita, il clericalismo che si accompagna al legalismo, il distacco dalla gente.
** La parola chiave è pentirsi: è il pentimento che permette di non irrigidirsi, di trasformare i no a Dio in sì, e i sì al peccato in no per amore del Signore. La volontà del Padre, che ogni giorno delicatamente parla alla nostra coscienza, si compie solo nella forma del pentimento e della conversione continua. In definitiva, nel cammino di ciascuno ci sono due strade: essere peccatori pentiti o peccatori ipocriti. Ma quel che conta non sono i ragionamenti che giustificano e tentano di salvare le apparenze, ma un cuore che avanza col Signore, lotta ogni giorno, si pente e ritorna a Lui. Perché il Signore cerca puri di cuore, non puri “di fuori”. 
** Vediamo allora, cari fratelli e sorelle, che la Parola di Dio scava in profondità, «discerne i sentimenti e i pensieri del cuore» (Eb 4,12). Ma è pure attuale: la parabola ci richiama anche ai rapporti, non sempre facili, tra padri e figli. Oggi, alla velocità con cui si cambia tra una generazione e l’altra, si avverte più forte il bisogno di autonomia dal passato, talvolta fino alla ribellione. Ma, dopo le chiusure e i lunghi silenzi da una parte o dall’altra, è bene recuperare l’incontro, anche se abitato ancora da conflitti, che possono diventare stimolo di un nuovo equilibrio. Come in famiglia, così nella Chiesa e nella società: non rinunciare mai all’incontro, al dialogo, a cercare vie nuove per camminare insieme.
** Nel cammino della Chiesa giunge spesso la domanda: dove andare, come andare avanti? Vorrei lasciarvi, a conclusione di questa giornata, tre punti di riferimento, tre “P”.
- La prima è la Parola, che è la bussola per camminare umili, per non perdere la strada di Dio e cadere nella mondanità.
- La seconda è il Pane, il Pane eucaristico, perché dall’Eucaristia tutto comincia. È nell’Eucaristia che si incontra la Chiesa: non nelle chiacchiere e nelle cronache, ma qui, nel Corpo di Cristo condiviso da gente peccatrice e bisognosa, che però si sente amata e allora desidera amare. Da qui si parte e ci si ritrova ogni volta, questo è l’inizio irrinunciabile del nostro essere Chiesa. Lo proclama “ad alta voce” il Congresso Eucaristico: la Chiesa si raduna così, nasce e vive attorno all’Eucaristia, con Gesù presente e vivo da adorare, ricevere e donare ogni giorno.
Infine, la terza P: i poveri. Ancora oggi purtroppo tante persone mancano del necessario. Ma ci sono anche tanti poveri di affetto, persone sole, e poveri di Dio.In tutti loro troviamo Gesù, perché Gesù nel mondo ha seguito la via della povertà, dell’annientamento, come dice san Paolo nella seconda Lettura: «Gesù svuotò se stesso assumendo una condizione di servo» (Fil 2,7) Dall’Eucaristia ai poveri, andiamo a incontrare Gesù. Avete riprodotto la scritta che il Card. Lercaro amava vedere incisa sull’altare: «Se condividiamo il pane del cielo, come non condivideremo quello terrestre?». Ci farà bene ricordarlo sempre. La Parola, il Pane, i poveri: chiediamo la grazia di non dimenticare mai questi alimenti-base, che sostengono il nostro cammino.

Visita Pastorale del Santo Padre Francesco a Bologna. Pranzo di solidarietà nella Basilica di San Petronio


Visita Pastorale del Santo Padre Francesco a Bologna. Pranzo di solidarietà nella Basilica di San Petronio
Sala stampa della Santa Sede


Alle ore 12.30, dopo la recita dell’Angelus, il Santo Padre entra nella Basilica di San Petronio, dove sono riuniti ad attenderlo poveri, rifugiati e detenuti per condividere insieme il pranzo di solidarietà. Terminato il pranzo, il Santo Padre lascia la Basilica di San Petronio e si reca in Arcivescovado.
Pubblichiamo di seguito le parole che il Papa rivolge ai presenti prima del pranzo:

Parole del Santo Padre
Cari fratelli e sorelle,
che gioia vederci in tanti in questa casa! È proprio come la casa di nostra Madre, la casa della misericordia, la Chiesa che tutti accoglie, specialmente quanti hanno bisogno di un posto.
Siete al centro di questa casa. La Chiesa vi vuole al centro. Non prepara un posto qualsiasi o diverso: al centro e assieme. La Chiesa è di tutti, particolarmente dei poveri. Siamo tutti degli invitati, solo per grazia. È un mistero di amore gratuito di Dio che ci vuole suoi, qui, non per merito, ma per suo amore.
In questa casa normalmente si celebra il mistero dell’Eucaristia, la mensa sulla quale è deposto il pane e il vino che diventano il Corpo e il Sangue di Gesù, spezzato e versato per la moltitudine di uomini che Egli ama. Che strana la matematica di Dio: si moltiplica solo se si divide! Apparecchiamo sempre una mensa di amore per chi ne ha bisogno.
La carità non è mai a senso unico, è sempre circolare e tutti donano e ricevono qualcosa. Tutti riceviamo e tutti sappiamo e possiamo donare tanto. Gesù non scarta nessuno, non disprezza. Lui ha sete e ci chiede di dargli da bere perché cammina con noi e soffre con noi. E proprio noi
abbiamo quella brocca, magari un po’ usata, che può dargli acqua, che è il nostro cuore! La nostra vita è sempre preziosa e tutti abbiamo qualcosa da dare agli altri.
Al termine vi verrà consegnato il cibo più prezioso, il Vangelo, la Parola di quel Dio che tutti portiamo nel cuore, che per noi cristiani ha il volto buono di Gesù. È per voi! È rivolto proprio a chi ha bisogno! Prendetelo tutti e portatelo come segno, sigillo personale di amicizia di Dio che si fa pellegrino e senza posto per prepararlo a tutti.
Siamo tutti dei viandanti, dei mendicanti di amore e di speranza, e abbiamo bisogno di questo Dio che si fa vicino e si rivela nello spezzare del pane.
Questo pane di amore che oggi condividiamo portatelo anche voi ad altri. Regalate a tutti simpatia e amicizia. È l’impegno che possiamo avere tutti. Ce n’è un grande bisogno. Voi avete una sensibilità particolare nel cogliere la dimensione umana perché sapete che cosa è la fragilità, il bisogno di tendere le mani, di farsi aiutare mettendo da parte l’orgoglio.
Il “Padre nostro” che reciteremo alla fine è davvero la preghiera dei poveri. La richiesta del pane, infatti, esprime l’affidamento a Dio per i bisogni primari della nostra vita. Quanto Gesù ci ha insegnato con questa preghiera esprime e raccoglie la voce di chi soffre per la precarietà dell’esistenza e per la mancanza del necessario. Ai discepoli che chiedevano a Gesù di insegnare loro a pregare, Egli ha risposto con le parole dei poveri che si rivolgono all’unico Padre in cui tutti si riconoscono come fratelli. Il “Padre nostro” è una preghiera che si esprime al plurale: il pane che si chiede è “nostro”, e ciò comporta condivisione, partecipazione e responsabilità comune. In questa preghiera tutti riconosciamo l’esigenza di superare ogni forma di egoismo per accedere alla gioia dell’accoglienza reciproca.
Oggi possiamo condividere il nostro pane quotidiano. E tutti ne vogliamo ringraziare Dio.

Francesco a Bologna. Incontro con gli studenti e il Mondo Accademico a Bologna



Sala stampa della Santa Sede
Testo completo del discorso di Papa Francesco.
Cari amici,
sono contento di condividere questo momento con voi e ringrazio cordialmente il Rettore e lo studente per i loro interventi. Non potevo venire a Bologna senza incontrare il mondo universitario. L’Università di Bologna è da quasi mille anni laboratorio di umanesimo: qui il dialogo con le scienze ha inaugurato un’epoca e ha plasmato la città. Per questo, Bologna è chiamata “la dotta”: dotta ma non saccente, proprio grazie all’Università, che l’ha sempre resa aperta, educando cittadini del mondo e ricordando che l’identità a cui si appartiene è quella della casa comune, dell’universitas.
La parola universitas contiene l’idea del tutto e quella della comunità. Ci aiuta a fare memoria delle origini – è tanto prezioso coltivare la memoria! –, di quei gruppi di studenti che cominciarono a radunarsi attorno ai maestri. Due ideali li spinsero, uno “verticale”: non si può vivere davvero senza elevare l’animo alla conoscenza, senza il desiderio di puntare verso l’alto; e l’altro “orizzontale”: la ricerca va fatta insieme, stimolando e condividendo buoni interessi comuni. (...)

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Papa Francesco a Bologna.  Incontro con gli studenti e il Mondo Accademico a Bologna. Stralci dell'allocuzione del Santo Padre: "Ecco il vostro grande compito: rispondere ai ritornelli paralizzanti del consumismo culturale con scelte dinamiche e forti, con la ricerca, la conoscenza e la condivisione"


Diritto alla cultura.
 Diritto alla speranza.
 Diritto alla pace.
 Al termine dell’Incontro in Cattedrale, il Papa si è trasferito in auto a Piazza San Domenico per l’Incontro con gli studenti e il Mondo Accademico.  Dopo l’indirizzo di omaggio del Prof. Francesco Ubertini, Rettore dell’Alma Mater Studiorum - Università di Bologna e il saluto di uno studente, il Santo Padre ha indirizzato ai presenti un discorso. Ecco alcuni stralci dell'allocuzione:
** Cari amici, sono contento di condividere questo momento con voi e ringrazio cordialmente il Rettore e lo studente per i loro interventi. Non potevo venire a Bologna senza incontrare il mondo universitario. L’Università di Bologna è da quasi mille anni laboratorio di umanesimo: qui il dialogo con le scienze ha inaugurato un’epoca e ha plasmato la città. 

** La parola universitas contiene l’idea del tutto e quella della comunità. Ci aiuta a fare memoria delle origini – è tanto prezioso coltivare la memoria! –, di quei gruppi di studenti che cominciarono a radunarsi attorno ai maestri. Due ideali li spinsero, uno “verticale”: non si può vivere davvero senza elevare l’animo alla conoscenza, senza il desiderio di puntare verso l’alto; e l’altro “orizzontale”: la ricerca va fatta insieme, stimolando e condividendo buoni interessi comuni. 
** La vostra Alma Mater, e ogni università, è chiamata a ricercare ciò che unisce. L’accoglienza che riservate a studenti provenienti da contesti lontani e difficili è un bel segno: che Bologna, crocevia secolare di incontri, di confronto e relazione, e in tempi recenti culla del progetto Erasmus, possa coltivare sempre questa vocazione!
** Tutto qui è iniziato attorno allo studio del diritto, a testimonianza che l’università in Europa ha le radici più profonde nell’umanesimo, cui le istituzioni civili e la Chiesa, nei loro ruoli ben distinti, hanno contribuito. Lo stesso San Domenico rimase ammirato dalla vitalità di Bologna e dal grande numero di studenti che vi accorrevano per studiare il diritto civile e canonico. 
** Bologna col suo Studium aveva saputo rispondere ai bisogni della nuova società, attirando studenti desiderosi di sapere. San Domenico li incontrò spesso. Secondo una narrazione, fu proprio uno scolaro, colpito dalla sua conoscenza della Sacra Scrittura, a domandargli su quali libri avesse studiato. È nota la risposta di Domenico: «Ho studiato nel libro della carità più che in altri; questo libro infatti insegna ogni cosa».
** La ricerca del bene, infatti, è la chiave per riuscire veramente negli studi; l’amore è l’ingrediente che dà sapore ai tesori della conoscenza e, in particolare, ai diritti dell’uomo e dei popoli. Con questo spirito vorrei proporvi tre diritti, che mi sembrano attuali. 
*** Diritto alla cultura. Non mi riferisco solo al sacrosanto diritto per tutti di accedere allo studio – in troppe zone del mondo tanti giovani ne sono privi –, ma anche al fatto che, oggi specialmente, diritto alla cultura significa tutelare la sapienza, cioè un sapere umano e umanizzante. 
** Troppo spesso si è condizionati da modelli di vita banali ed effimeri, che spingono a perseguire il successo a basso costo, screditando il sacrificio, inculcando l’idea che lo studio non serve se non dà subito qualcosa di concreto. No, lo studio serve a porsi domande, a non farsi anestetizzare dalla banalità, a cercare senso nella vita. È da reclamare il diritto a non far prevalere le tante sirene che oggi distolgono da questa ricerca. Ulisse, per non cedere al canto delle sirene, che ammaliavano i marinai e li facevano sfracellare contro gli scogli, si legò all’albero della nave e turò gli orecchi dei compagni di viaggio. Invece Orfeo, per contrastare il canto delle sirene, fece qualcos’altro: intonò una melodia più bella, che incantò le sirene. 
**  Ecco il vostro grande compito: rispondere ai ritornelli paralizzanti del consumismo culturale con scelte dinamiche e forti, con la ricerca, la conoscenza e la condivisione"
** Armonizzando nella vita questa bellezza custodirete la cultura, quella vera. Perché il sapere che si mette al servizio del miglior offerente, che giunge ad alimentare divisioni e a giustificare sopraffazioni, non è cultura. Cultura – lo dice la parola – è ciò che coltiva, che fa crescere l’umano. E davanti a tanto lamento e clamore che ci circonda, oggi non abbiamo bisogno di chi si sfoga strillando, ma di chi promuove buona cultura. Ci servono parole che raggiungano le menti e dispongano i cuori, non urla dirette allo stomaco. Non accontentiamoci di assecondare l’audience; non seguiamo i teatrini dell’indignazione che spesso nascondono grandi egoismi; dedichiamoci con passione all’educazione, cioè a “trarre fuori” il meglio da ciascuno per il bene di tutti. 
** Contro una pseudocultura che riduce l’uomo a scarto, la ricerca a interesse e la scienza a tecnica, affermiamo insieme una cultura a misura d’uomo, una ricerca che riconosce i meriti e premia i sacrifici, una tecnica che non si piega a scopi mercantili, uno sviluppo dove non tutto quello che è comodo è lecito. 
** Diritto alla speranza. Tanti oggi sperimentano solitudine e irrequietezza, avvertono l’aria pesante dell’abbandono. Allora occorre dare spazio a questo diritto alla speranza: è il diritto a non essere invasi quotidianamente dalla retorica della paura e dell’odio. È il diritto a non essere sommersi dalle frasi fatte dei populismi o dal dilagare inquietante e redditizio di false notizie. È il diritto a vedere posto un limite ragionevole alla cronaca nera, perché anche la “cronaca bianca”, spesso taciuta, abbia voce. È il diritto per voi giovani a crescere liberi dalla paura del futuro, a sapere che nella vita esistono realtà belle e durature, per cui vale la pena di mettersi in gioco. 
** È il diritto a credere che l’amore vero non è quello “usa e getta” e che il lavoro non è un miraggio da raggiungere, ma una promessa per ciascuno, che va mantenuta. Quanto sarebbe bello che le aule delle università fossero cantieri di speranza, officine dove si lavora a un futuro migliore, dove si impara a essere responsabili di sé e del mondo! Sentire la responsabilità per l’avvenire della nostra casa, che è casa comune. A volte prevale il timore. Ma oggi viviamo una crisi che è anche una grande opportunità, una sfida all’intelligenza e alla libertà di ciascuno, una sfida da accogliere per essere artigiani di speranza. E ognuno di voi lo può diventare, per gli altri.  
** Diritto alla pace. Anche questo è un diritto, e un dovere, iscritto nel cuore dell’umanità. Perché «l’unità prevale sul conflitto» (Evangelii gaudium, 226). Qui, alle radici dell’università europea, mi piace ricordare che quest’anno si è celebrato il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma, degli inizi dell’Europa unita. Dopo due guerre mondiali e violenze atroci di popoli contro popoli, l’Unione è nata per tutelare il diritto alla pace. Ma oggi molti interessi e non pochi conflitti sembrano far svanire le grandi visioni di pace. Sperimentiamo una fragilità incerta e la fatica di sognare in grande. Per favore non abbiate paura dell’unità! Le logiche particolari e nazionali non vanifichino i sogni coraggiosi dei fondatori dell’Europa unita. 
** E mi riferisco non solo a quei grandi uomini di cultura e di fede che diedero la vita per il progetto europeo, ma anche ai milioni di persone che persero la vita perché non c’erano unità e pace. Non perdere la memoria di questo. Cent’anni fa si levò il grido di Benedetto XV, che era stato Vescovo di Bologna, il quale definì la guerra «inutile strage» (Lettera ai Capi dei Popoli belligeranti, 1° agosto 1917). Dissociarsi in tutto dalle cosiddette “ragioni della guerra” parve a molti quasi un affronto. Ma la storia insegna che la guerra è sempre e solo un’inutile strage. Aiutiamoci, come afferma la Costituzione Italiana, a “ripudiare la guerra” (cfr Art. 11), a intraprendere vie di nonviolenza e percorsi di giustizia, che favoriscono la pace. Perché di fronte alla pace non possiamo essere indifferenti o neutrali. Il Cardinale Lercaro qui disse: «La Chiesa non può essere neutrale di fronte al male, da qualunque parte esso venga: la sua vita non è la neutralità, ma la profezia» (Omelia, 1° gennaio 1968). Non neutrali, ma schierati per la pace! 
** Perciò invochiamo lo ius pacis, come diritto di tutti a comporre i conflitti senza violenza. Per questo ripetiamo: mai più la guerra, mai più contro gli altri, mai più senza gli altri! Vengano alla luce gli interessi e le trame, spesso oscuri, di chi fabbrica violenza, alimentando la corsa alle armi e calpestando la pace con gli affari. L’Università è sorta qui per lo studio del diritto, per la ricerca di ciò che difende le persone, regola la vita comune e tutela dalle logiche del più forte, della violenza e dell’arbitrio. È una sfida attuale: affermare i diritti delle persone e dei popoli, dei più deboli, di chi è scartato, e del creato, nostra casa comune. Non credete a chi vi dice che lottare per questo è inutile e che niente cambierà! Non accontentatevi di piccoli sogni, ma sognate in grande, voi giovani, sognate in grande. 
** Sogno anch’io, ma non solo mentre dormo, perché i sogni veri si fanno ad occhi aperti e si portano avanti alla luce del sole. Rinnovo con voi il sogno di «un nuovo umanesimo europeo, cui servono memoria, coraggio, sana e umana utopia»; di un’Europa madre, che «rispetta la vita e offre speranze di vita»; di un’Europa «dove i giovani respirano l’aria pulita dell’onestà, amano la bellezza della cultura e di una vita semplice, non inquinata dagli infiniti bisogni del consumismo; dove sposarsi e avere figli sono una responsabilità e una gioia grande, non un problema dato dalla mancanza di un lavoro sufficientemente stabile» (Discorso per il conferimento del Premio Carlo Magno, 6 maggio 2016). Sogno un’Europa “universitaria e madre” che, memore della sua cultura, infonda speranza ai figli e sia strumento di pace per il mondo.

Visita Pastorale del Santo Padre Francesco a Bologna. Angelus a Piazza Maggiore









Visita Pastorale del Santo Padre Francesco a Bologna.  Incontro con il mondo del lavoro, i disoccupati, i Rappresentanti di Unindustria, Sindacati, Confcooperative e Legacoop a Piazza Maggiore
Sala stampa della Santa Sede
Testo dell'allocuzione del Papa - Il segno (...) indica frasi aggiunte dal Santo Padre e pronunciate a braccio.
Lasciato il Centro Hub Regionale, il Papa si trasferisce a Piazza Maggiore, dove alle ore 12.00 ha luogo l’Incontro con il mondo del lavoro, i disoccupati, i Rappresentanti di Unindustria, Sindacati, Confcooperative e Legacoop. Tra le delegazioni che il Santo Padre saluta, sono presenti familiari delle vittime della strage alla Stazione ferroviaria di Bologna (2 agosto 1980). Dopo l’indirizzo di omaggio di S.E. Mons. Matteo Maria Zuppi, Arcivescovo di Bologna, il Santo Padre rivolge ai presenti un Discorso e conclude con la recita dell’Angelus.
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Discorso del Santo Padre
Cari fratelli e sorelle, buona domenica!
Saluto tutti voi che appartenete al mondo del lavoro, nella varietà delle sue espressioni. Tra queste c’è purtroppo anche quella negativa, cioè la situazione difficile, a volte angosciante, della mancanza di lavoro. Grazie per la vostra accoglienza!
Voi rappresentate parti sociali diverse, spesso in discussione anche aspra tra loro, ma avete imparato che solo insieme si può uscire dalla crisi e costruire il futuro. Solo il dialogo, nelle reciproche competenze, può permettere di trovare risposte efficaci e innovative per tutti, anche sulla qualità del lavoro, in particolare l’indispensabile welfare. È quello che alcuni chiamano il “sistema Emilia”.
Cercate di portarlo avanti. C’è bisogno di soluzioni stabili e capaci di aiutare a guardare al futuro per rispondere alle necessità delle persone e delle famiglie.
Nel vostro territorio da lungo tempo si è sviluppata l’esperienza cooperativa, che nasce dal valore fondamentale della solidarietà. Oggi essa ha ancora molto da offrire, anche per aiutare tanti che sono in difficoltà e hanno bisogno di quell’“ascensore sociale” che secondo alcuni sarebbe del tutto fuori uso. Non pieghiamo mai la solidarietà alla logica del profitto finanziario, anche perché così la togliamo – potrei dire la rubiamo – ai più deboli che ne hanno tanto bisogno. Cercare una società più giusta non è un sogno del passato ma un impegno, un lavoro, che ha bisogno oggi di tutti.
La situazione della disoccupazione giovanile e quella di tanti che hanno perduto il lavoro e non riescono a reinserirsi sono realtà alle quali non possiamo abituarci, trattandole come se fossero solamente delle statistiche. E' questa è la tentazione.
L’accoglienza e la lotta alla povertà passano in gran parte attraverso il lavoro. Non si offre vero aiuto ai poveri senza che possano trovare lavoro e dignità. Questa è la sfida appassionante, come negli anni della ricostruzione dopo la guerra, che tanta povertà aveva lasciato. Il recente “Patto per il lavoro”, che ha visto tutte le parti sociali, e anche la Chiesa, firmare un comune impegno per aiutarsi nella ricerca di risposte stabili, non di elemosine, è un metodo importante che auspico possa dare i frutti sperati.
La crisi economica ha una dimensione europea e globale; e, come sappiamo, essa è anche crisi etica, spirituale e umana. Alla radice c’è un tradimento del bene comune, da parte sia di singoli sia di gruppi di potere. È necessario quindi togliere centralità alla legge del profitto e assegnarla alla persona e al bene comune. Ma perché tale centralità sia reale, effettiva e non solo proclamata a parole, bisogna aumentare le opportunità di lavoro dignitoso. Questo è un compito che appartiene alla società intera: in questa fase in modo particolare, tutto il corpo sociale, nelle sue varie componenti, è chiamato a fare ogni sforzo perché il lavoro, che è fattore primario di dignità, sia una preoccupazione centrale.
Qui ci troviamo davanti a San Petronio, ricordato come Pater et Protector e raffigurato sempre con la città sulle sue mani. Da qui fisicamente vediamo tre aspetti costitutivi della vostra città: la Chiesa, il Comune e l’Università. Quando essi dialogano e collaborano tra loro, si rafforza il prezioso umanesimo che essi esprimono e la città – per così dire – “respira”, ha un orizzonte, e non ha paura di affrontare le sfide che si presentano. Vi incoraggio a valorizzare questo umanesimo di cui siete depositari per cercare soluzioni sapienti e lungimiranti ai complessi problemi del nostro tempo, vedendoli sì come difficoltà, ma anche come opportunità di crescita e di miglioramento. E questo che dico vale per l’Italia nel suo insieme e per l’intera l’Europa.
Cari amici, vi sono particolarmente vicino, mettendo nelle mani del Signore e della Madonna di San Luca tutte le vostre ansie e preoccupazioni. A Lei, così venerata da tutti i bolognesi, ci rivolgiamo ora con la preghiera dell’Angelus.


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L'Angelus Domini di Papa Francesco a Bologna
Sala stampa della Santa Sede
Cari fratelli e sorelle,
ieri, a Bratislava (Slovacchia), è stato beatificato Titus Zeman, sacerdote salesiano. Egli si unisce alla lunga schiera dei martiri del XX secolo, perché morì nel 1969 dopo essere stato per lungo tempo in carcere a causa della sua fede e del suo servizio pastorale. La sua testimonianza ci sostenga nei momenti più difficili della vita e ci aiuti a riconoscere, anche nella prova, la presenza del Signore.
In questa domenica culmina la settimana dedicata in modo particolare alla Parola di Dio, in occasione della ricorrenza, ieri, della memoria di San Girolamo, grande maestro della Sacra Scrittura. Ringraziamo Dio per il dono della sua Parola e impegniamoci a leggere e meditare la Bibbia, specialmente il Vangelo.
Infine, ci uniamo spiritualmente ai fedeli convenuti presso il Santuario di Pompei per la tradizionale Supplica alla Madonna del Rosario, presieduta oggi dal Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Cardinale Bassetti.
A tutti voi, bolognesi nativi e “adottivi”, auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

Visita Pastorale del Santo Padre Francesco a Cesena. Incontro con la cittadinanza



Visita Pastorale del Santo Padre Francesco a Cesena nel terzo centenario della nascita del Papa Pio VI e Bologna per la conclusione del Congresso Eucaristico diocesano – Incontro con la cittadinanza a Cesena


"La politica è sembrata in questi anni a volte ritrarsi di fronte all’aggressività e alla pervasività di altre forme di potere, come quella finanziaria e quella mediatica. Occorre rilanciare i diritti della buona politica, la sua idoneità specifica a servire il bene pubblico".
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Alle ore 7.00 di questa mattina, il Santo Padre Francesco è partito dall’eliporto Vaticano per la Visita Pastorale a Cesena nel terzo centenario della nascita del Papa Pio VI e Bologna per la conclusione del Congresso Eucaristico diocesano. Al Suo arrivo all’eliporto, vicino l’Ippodromo di Cesena, il Papa è stato da S.E. Mons. Douglas Regattieri, Vescovo di Cesena-Sarsina, il Dott. Fulvio Rocco de Marinis, Prefetto di Forlì-Cesena, Dott. Davide Drei, Presidente della Provincia di Forlì-Cesena, e il Dott. Paolo Lucchi, Sindaco di Cesena. Subito dopo il Santo Padre si è recato in auto a Piazza del Popolo, e alle 8.15 ha avuto luogo l’Incontro con la cittadinanza. 
Discorso del Santo Padre
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Mi piace iniziare la mia visita a Cesena incontrando la cittadinanza, in questo luogo così significativo per la vita civile e sociale della vostra città. Una città ricca di civiltà e carica di storia, che tra i suoi figli illustri ha dato i natali anche a due Papi: Pio VI, di cui ricordiamo il terzo centenario della nascita, e Pio VII.
Da secoli questa Piazza costituisce il punto d’incontro dei cittadini e l’ambito dove si svolge il mercato. Essa merita dunque il suo nome: Piazza del Popolo, o semplicemente “la Piazza”, perché è del popolo, spazio pubblico in cui si prendono decisioni rilevanti per la città nel suo Palazzo Comunale e si avviano iniziative economiche e sociali. La piazza è un luogo emblematico, dove le aspirazioni dei singoli si confrontano con le esigenze, le aspettative e i sogni dell’intera cittadinanza; dove i gruppi particolari prendono coscienza che i loro desideri vanno armonizzati con quelli della collettività. Io direi – permettetemi l’immagine –: in questa piazza si “impasta” il bene comune di tutti, qui si lavora per il bene comune di tutti. Questa armonizzazione dei desideri propri con quelli della comunità fa il bene comune. In questa piazza si apprende che, senza perseguire con costanza, impegno e intelligenza il bene comune, nemmeno i singoli potranno usufruire dei loro diritti e realizzare le loro più nobili aspirazioni, perché verrebbe meno lo spazio ordinato e civile in cui vivere e operare.
La centralità della piazza manda dunque il messaggio che è essenziale lavorare tutti insieme per il bene comune. E’ questa la base del buon governo della città, che la rende bella, sana e accogliente, crocevia di iniziative e motore di uno sviluppo sostenibile e integrale.
Questa piazza, come tutte le altre piazze d’Italia, richiama la necessità, per la vita della comunità, della buona politica; non di quella asservita alle ambizioni individuali o alla prepotenza di fazioni o centri di interessi. Una politica che non sia né serva né padrona, ma amica e collaboratrice; non paurosa o avventata, ma responsabile e quindi coraggiosa e prudente nello stesso tempo; che faccia crescere il coinvolgimento delle persone, la loro progressiva inclusione e partecipazione; che non lasci ai margini alcune categorie, che non saccheggi e inquini le risorse naturali – esse infatti non sono un pozzo senza fondo ma un tesoro donatoci da Dio perché lo usiamo con rispetto e intelligenza. Una politica che sappia armonizzare le legittime aspirazioni dei singoli e dei gruppi tenendo il timone ben saldo sull’interesse dell’intera cittadinanza.
Questo è il volto autentico della politica e la sua ragion d’essere: un servizio inestimabile al bene all’intera collettività. E questo è il motivo per cui la dottrina sociale della Chiesa la considera una nobile forma di carità. Invito perciò giovani e meno giovani a prepararsi adeguatamente e impegnarsi personalmente in questo campo, assumendo fin dall’inizio la prospettiva del bene comune e respingendo ogni anche minima forma di corruzione. La corruzione è il tarlo della vocazione politica. La corruzione non lascia crescere la civiltà. E il buon politico ha anche la propria croce quando vuole essere buono perché deve lasciare tante volte le sue idee personali per prendere le iniziative degli altri e armonizzarle, accomunarle, perché sia proprio il bene comune ad essere portato avanti. In questo senso il buon politico finisce sempre per essere un “martire” al servizio, perché lascia le proprie idee ma non le abbandona, le mette in discussione con tutti per andare verso il bene comune, e questo è molto bello.
Da questa piazza vi invito a considerare la nobiltà dell’agire politico in nome e a favore del popolo, che si riconosce in una storia e in valori condivisi e chiede tranquillità di vita e sviluppo ordinato. Vi invito ad esigere dai protagonisti della vita pubblica coerenza d’impegno, preparazione, rettitudine morale, capacità d’iniziativa, longanimità, pazienza e forza d’animo nell’affrontare le sfide di oggi, senza tuttavia pretendere un’impossibile perfezione. E quando il politico sbaglia, abbia la grandezza d’animo di dire: “Ho sbagliato, scusatemi, andiamo avanti”. E questo è nobile! Le vicende umane e storiche e la complessità dei problemi non permettono di risolvere tutto e subito. La bacchetta magica non funziona in politica. Un sano realismo sa che anche la migliore classe dirigente non può risolvere in un baleno tutte le questioni. Per rendersene conto basta provare ad agire di persona invece di limitarsi a osservare e criticare dal balcone l’operato degli altri. E questo è un difetto, quando le critiche non sono costruttive. Se il politico sbaglia, vai a dirglielo, ci sono tanti modi di dirlo: “Ma, credo che questo sarebbe meglio così, così…”. Attraverso la stampa, la radio… Ma dirlo costruttivamente. E non guardare dal balcone, osservarla dal balcone aspettando che lui fallisca. No, questo non costruisce la civiltà. Si troverà in tal modo la forza di assumersi le responsabilità che ci competono, comprendendo al tempo stesso che, pur con l’aiuto di Dio e la collaborazione degli uomini, accadrà comunque di commettere degli sbagli. Tutti sbagliamo. “Scusatemi, ho sbagliato. Riprendo la strada giusta e vado avanti”.
Cari fratelli e sorelle, questa città, come tutta la Romagna, è stata tradizionalmente terra di accese passioni politiche. Vorrei dire a voi e a tutti: riscoprite anche per l’oggi il valore di questa dimensione essenziale della convivenza civile e date il vostro contributo, pronti a far prevalere il bene del tutto su quello di una parte; pronti a riconoscere che ogni idea va verificata e rimodellata nel confronto con la realtà; pronti a riconoscere che è fondamentale avviare iniziative suscitando ampie collaborazioni più che puntare all’occupazione dei posti. Siate esigenti con voi stessi e con gli altri, sapendo che l’impegno coscienzioso preceduto da un’idonea preparazione darà il suo frutto e farà crescere il bene e persino la felicità delle persone. Ascoltate tutti, tutti hanno diritto di far sentire la loro voce, ma specialmente ascoltate i giovani e gli anziani. I giovani, perché hanno la forza di portare avanti le cose; e gli anziani, perché hanno la saggezza della vita, e hanno l’autorità di dire ai giovani – anche ai giovani politici –: “Guarda ragazzo, ragazza, su questo sbagli, prendi quell’altra strada, pensaci”. Questo rapporto fra anziani e giovani è un tesoro che noi dobbiamo ripristinare. Oggi è l’ora dei giovani? Sì, a metà: è anche l’ora degli anziani. Oggi è l’ora in politica del dialogo fra i giovani e gli anziani. Per favore, andate su questa strada!
La politica è sembrata in questi anni a volte ritrarsi di fronte all’aggressività e alla pervasività di altre forme di potere, come quella finanziaria e quella mediatica. Occorre rilanciare i diritti della buona politica, la sua indipendenza, la sua idoneità specifica a servire il bene pubblico, ad agire in modo da diminuire le disuguaglianze, a promuovere con misure concrete il bene delle famiglie, a fornire una solida cornice di diritti–doveri – bilanciare tutti e due – e a renderli effettivi per tutti. Il popolo, che si riconosce in un ethos e in una cultura propria, si attende dalla buona politica la difesa e lo sviluppo armonico di questo patrimonio e delle sue migliori potenzialità. Preghiamo il Signore perché susciti buoni politici, che abbiano davvero a cuore la società, il popolo e il bene dei poveri. A Lui, Dio di giustizia e di pace, affido la vita sociale e civile della vostra città. Grazie.

Visita Pastorale del Santo Padre Francesco a Cesena. Incontro con il Clero, i Consacrati, i Laici dei Consigli pastorali, i Membri della Curia e i rappresentanti delle Parrocchie a Cesena




Visita Pastorale del Santo Padre Francesco a Cesena.  Incontro con il Clero, i Consacrati, i Laici dei Consigli pastorali, i Membri della Curia e i rappresentanti delle Parrocchie a Cesena

Sala stampa della Santa Sede

Terminato l’Incontro con la cittadinanza, il Papa si è trasferito in auto alla Cattedrale, dove alle ore 9.00 ha presieduto l’Incontro con il Clero, i Consacrati, i Laici dei Consigli pastorali, i Membri della Curia e i rappresentanti delle Parrocchie. Lungo il percorso, prima di arrivare in Cattedrale, il Santo Padre ha fatto una breve sosta, senza scendere dall’auto, davanti al Palazzo del Ridotto, dove il Sindaco di Cesena, il Dott. Paolo Lucchi, scopre una targa che inaugura il “Largo Pio VI”. Al suo arrivo in Piazza San Giovanni, davanti alla Cattedrale, sono presenti ad attenderlo bambini e giovani.
***
Al termine dell’incontro il Papa si è recato nella Cappella della Madonna del Popolo per adorare il Santissimo Sacramento e venerare l’immagine della Madonna. Erano presenti alcuni malati che il Santo Padre saluta. S.E. Mons. Douglas Regattieri, Vescovo di Cesena-Sarsina rivolge al Papa un indirizzo di omaggio.
Prima di lasciare la Cattedrale, il Santo Padre si reca in Sagrestia per incontrare brevemente gli Ospiti della Casa Accoglienza e gli organizzatori della visita. Infine raggiunge in auto l’eliporto e, dopo il congedo dalle autorità che lo avevano accolto al suo arrivo, alle ore 10.00 parte alla volta di Bologna.
 
Discorso del Santo Padre
Cari fratelli e sorelle!
Vi ringrazio per la vostra accoglienza e vi saluto cordialmente, ad iniziare dal vostro Vescovo Mons. Douglas Regattieri. La mia presenza oggi in mezzo a voi esprime anzitutto vicinanza al vostro impegno di evangelizzazione. Questa è la principale missione dei discepoli di Cristo: annunciare e testimoniare con gioia il Vangelo.
L’evangelizzazione è più efficace quando è attuata con unità di intenti e con una collaborazione sincera tra le diverse realtà ecclesiali e tra i diversi soggetti pastorali, che trovano nel Vescovo il sicuro punto di riferimento e di coesione. Corresponsabilità è una parola-chiave, sia per portare avanti il lavoro comune nei campi della catechesi, dell’educazione cattolica, della promozione umana e della carità; sia nella ricerca coraggiosa, davanti alle sfide pastorali e sociali, di forme nuove di cooperazione e presenza ecclesiale sul territorio. E’ già una efficace testimonianza di fede il fatto stesso di vedere una Chiesa che si sforza di camminare nella fraternità e nell’unità. Se non c’è questo, le altre cose non servono. Quando l’amore in Cristo è posto al di sopra di tutto, anche di legittime esigenze particolari, allora si diventa capaci di uscire da sé stessi, di decentrarsi a livello sia personale che di gruppo e, sempre in Cristo, andare incontro ai fratelli.
Le piaghe di Gesù rimangono visibili in tanti uomini e donne che vivono ai margini della società, anche bambini: segnati dalla sofferenza, dal disagio, dall’abbandono e dalla povertà. Persone feritedalle dure prove della vita, che sono umiliate, che si trovano in carcere o in ospedale. Accostando e curando con tenerezza queste piaghe, spesso non solo corporali ma anche spirituali, veniamo noi purificati e trasformati dalla misericordia di Dio. E insieme, pastori e fedeli laici, sperimentiamo la grazia di essere umili e generosi portatori della luce e della forza del Vangelo. Mi piace ricordare, a proposito di questo primo dovere della diaconia con i poveri, l’esempio di san Vincenzo de Paoli, che 400 anni fa iniziava in Francia una vera “rivoluzione” della carità. Anche a noi oggi è chiesto di inoltrarci con ardore apostolico nel mare aperto delle povertà del nostro tempo, consapevoli però che da soli non possiamo fare nulla. «Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori» (Sal 127,1). 
Pertanto, è necessario riservare adeguato spazio alla preghiera e alla meditazione della Parola di Dio: la preghiera è la forza della nostra missione – come più recentemente ci ha dimostrato anche santa Teresa di Calcutta. L’incontro costante con il Signore nella preghiera diventa indispensabile sia per i sacerdoti e per le persone consacrate, sia per gli operatori pastorali, chiamati ad uscire dal proprio “orticello” e andare verso le periferie esistenziali. Mentre la spinta apostolica ci conduce ad uscire – ma sempre uscire con Gesù –, sentiamo il bisogno profondo di rimanere saldamente uniti al centro della fede e della missione: il cuore di Cristo, pieno di misericordia e di amore. Nell’incontro con Lui, veniamo contagiati dal suo sguardo, quello che posava con compassione sulle persone che incontrava nelle strade di Galilea. Si tratta di recuperare la capacità di “guardare”, la capacità di guardare! Oggi si possono vedere tanti volti attraverso i mezzi di comunicazione, ma c’è il rischio di guardare sempre meno negli occhi degli altri. È guardando con rispetto e amore le persone che possiamo fare anche noi la rivoluzione della tenerezza. E io invito voi a farla, a fare questa rivoluzione della tenerezza.
Tra quanti hanno più bisogno di sperimentare questo amore di Gesù, ci sono i giovani. Grazie a Dio, i giovani sono parte viva della Chiesa – la prossima Assemblea del Sinodo dei Vescovi li coinvolge direttamente – e possono comunicare ai coetanei la loro testimonianza: giovani apostoli dei giovani, come scrisse il beato Paolo VI nell’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi (cfr n. 72). La Chiesa conta molto su di loro ed è consapevole delle loro grandi risorse, della loro attitudine al bene, al bello, alla libertà autentica e alla giustizia. Hanno bisogno di essere aiutati a scoprire i doni di cui il Signore li ha dotati, incoraggiati a non temere dinanzi alle grandi sfide del momento presente. Per questo incoraggio a incontrarli, ad ascoltarli, a camminare con loro, perché possano incontrare Cristo e il suo liberante messaggio di amore. Nel Vangelo e nella coerente testimonianza della Chiesa i giovani possono trovare quella prospettiva di vita che li aiuti a superare i condizionamenti di una cultura soggettivistica che esalta l’io fino a idolatrarlo – quelle persone si dovrebbero chiamare “io, me, con me, per me e sempre con me” – e li apra invece a propositi e progetti di solidarietà. E per spingere i giovani, c’è bisogno oggi di ripristinare il dialogo tra i giovani e gli anziani, i giovani e i nonni. Si capisce che gli anziani vanno in pensione, ma la loro vocazione non va in pensione, e loro devono dare a tutti noi, specialmente ai giovani, la saggezza della vita. Dobbiamo imparare a far sì che i giovani colloquino con gli anziani, che vadano da loro. Il profeta Gioele ha una bella frase nel capitolo III, versetto 1: “I vecchi sogneranno e i giovani profetizzeranno”. E questa è la ricetta rivoluzionaria di oggi. Che i vecchi non entrino in quell’atteggiamento che dice: “Ma, sono cose passate, tutto è arrugginito…”, no, sogna! Sogna! E il sogno del vecchio farà che il giovane vada avanti, che si entusiasmi, che sia profeta. Ma sarà proprio il giovane a far sognare il vecchio e poi a prendere questi sogni. Mi raccomando, voi, nelle vostre comunità, nelle vostre parrocchie, nei vostri gruppi, fate in modo che ci sia questo dialogo. Questo dialogo farà miracoli.
Una Chiesa attenta ai giovani è una Chiesa famiglia di famiglie. Vi incoraggio nel vostro lavoro con le famiglie e per la famiglia, che vi sta impegnando in questo anno pastorale nella riflessione sull’educazione all’affettività e all’amore. E torno sull’argomento dei vecchi, perché l’ho a cuore. Un giovane che non ha imparato, che non sa accarezzare un anziano, gli manca qualcosa. E un anziano che non ha la pazienza di ascoltare i giovani, gli manca qualcosa. Tutti e due devono aiutarsi ad andare avanti insieme. L’educazione all’affettività e all’amore. E’ un lavoro che il Signore ci chiede di fare in modo particolare in questo tempo, che è un tempo difficile sia per la famiglia come istituzione e cellula-base della società, sia per le famiglie concrete, che sopportano buona parte del peso della crisi socio-economica senza ricevere in cambio un adeguato sostegno. Ma proprio quando la situazione è difficile, Dio fa sentire la sua vicinanza, la sua grazia, la forza profetica della sua Parola. E noi siamo chiamati ad essere testimoni, mediatori di questa vicinanza alle famiglie e di questa forza profetica per la famiglia. E anche qui mi fermo su un’altra cosa. Quando io confesso e viene una donna o un uomo giovane e mi dice che è stanco, che perde anche la pazienza con i figli perché ha tanto da fare, io, la prima domanda che faccio è: “Quanti figli ha?”, e dicono due, tre… E poi faccio un’altra domanda: “Lei gioca con i suoi figli?”. E tante volte ho sentito dai genitori, soprattutto dai papà: “Padre, quando io esco di casa loro ancora dormono, e quando torno sono a letto”. Questa situazione socio-economica chiude il bel rapporto dei genitori con i figli. Dobbiamo lavorare perché questo non avvenga, perché i genitori possano perdere il tempo giocando con i loro figli. Questo è importante!
Cari sacerdoti… Voi non avete figli… sì, c’è uno là, greco-cattolico, che ne ha; ma voi non ne avete, e si dice che quando Dio non dà figli, il diavolo dà nipoti! Cari sacerdoti, a voi in modo speciale è affidato ilministero dell’incontro con Cristo; e questo presuppone il vostroincontro quotidiano con Lui, il vostro essere in Lui. Vi auguro di riscoprire continuamente, nelle diverse tappe del cammino personale e ministeriale, la gioia di essere preti. Non perdete questa gioia! Non perdetela. Forse vi aiuterà leggere i quattro numeri finali dellaEvangelii nuntiandi del Beato Paolo VI: parla di questo. La gioia. Non perdere la gioia. Tante volte la gente trova sacerdoti tristi, tutti ammusoniti, con la faccia da peperoncino all’aceto, e a me alcune volte viene da pensare: ma tu con cosa hai fatto colazione? Caffelatte o aceto? No. La gioia, la gioia! E se tu trovi il Signore, sarai gioioso. La gioia di essere preti, di essere chiamati dal Signore a seguirlo per portare la sua parola, il suo perdono, il suo amore, la sua grazia. La gioia di finire la giornata stanchi: questo è bello! E non avere bisogno delle pastiglie per dormire. Sei stanco, vai a letto e dormi da solo. È una chiamata che non finisce mai di stupirci, la chiamata del Signore. Ogni giorno essa ci viene rinnovata nella celebrazione eucaristica e nell’incontro con il popolo di Dio a cui siamo inviati. Il Signore vi aiuti a lavorare con gioia nella sua vigna come operai accoglienti, pazienti e soprattutto misericordiosi. Come era Gesù. E che possiate contagiare nelle persone e nelle comunità lo spirito missionario.
Cari fratelli e sorelle della diocesi di Cesena-Sarsina, non scoraggiatevi di fronte alle difficoltà. Siate tenaci nel rendere testimonianza al Vangelo, camminando insieme: sacerdoti, consacrati, diaconi e fedeli laici. A volte ci saranno incomprensioni, ma quando ci sono incomprensioni, parlatene, o parlate con il parroco, perché vi aiuti. Ma mai le chiacchiere! Le chiacchiere distruggono una comunità: una comunità religiosa, una comunità parrocchiale, una comunità diocesana, una comunità presbiterale. Le chiacchiere sono un atto “terroristico”. Sì, chiacchierare è un terrorismo, perché tu vai, butti la chiacchiera – che è una bomba –, distruggi l’altro e te ne vai contento. Chiacchierare è questo. Pensateci. Cosa dice Gesù? “Se tu hai qualcosa contro tuo fratello, vai, diglielo in faccia” (cfr Mt 18,15). Sii coraggioso, sii coraggiosa. E se non hai il coraggio di dirlo, morditi la lingua. E così andrà bene. Nel vostro cammino sentitevi sempre accompagnati e sostenuti dalla promessa del Signore, cioè la forza dello Spirito Santo. Vi ringrazio di cuore di questo incontro e affido ciascuno di voi e le vostre comunità, i progetti e le speranze alla Vergine Santa, che voi invocate con un titolo molto bello: “Madonna del popolo” – non populista!, è madre del popolo, è brava. Vi benedico di cuore e vi chiedo per favore di pregare per me. Adesso vi do la benedizione.
[Benedizione]


Saluto davanti alla Cattedrale
Vi auguro buona domenica! Saluto il coro: canta tanto bene; come anche la corale dentro la cattedrale. Tutti e due saluto. Grazie tante. 
E qui ci sono i giovani: alzino la mano, bambini e giovani! Cosa devono fare i giovani? Avete sentito cosa ho detto [nel discorso in cattedrale]? Cosa devono fare?... Parlare con?... [rispondono: “Parlare con gli anziani”] Parlare con gli anziani. Ascoltare, parlare con gli anziani. Così diventerete rivoluzionari
Ciao! Grazie, e il Signore vi benedica!

Visita Pastorale del Santo Padre Francesco a Bologna. Incontro con i Migranti ospiti e con il Personale all’Hub Regionale a Bologna



Parole di Papa Francesco nell' Incontro con i Migranti ospiti e con il Personale all’Hub Regionale a Bologna, "lottatore di speranza"

"Non guardare l'altro con misericordia può farci 
correre il rischio che Dio
non ci guardi con misericordia"

1) Sono con voi e vi conosco ...
Cari fratelli e sorelle, vi saluto tutti cordialmente e voglio assicurarvi la mia vicinanza. Ho voluto che fosse proprio qui il mio primo incontro con Bologna. È il “porto” di approdo di coloro che vengono da più lontano e con sacrifici che a volte non riuscite nemmeno a raccontare.
2) Molti non vi conoscono e hanno paura. 
Questa li fa sentire in diritto di giudicare e di poterlo fare con durezza e freddezza credendo anche di vedere bene. Ma non è così. Si vede bene solo con la vicinanza che dà la misericordia. Senza questa, l’altro resta un estraneo, addirittura un nemico, e non può diventare il mio prossimo. Da lontano possiamo dire e pensare qualsiasi cosa, come facilmente accade quando si scrivono frasi terribili e insulti via internet. 
3) Guardare il prossimo senza misericordia
Se guardiamo il prossimo senza misericordia, non ci rendiamo conto della sua sofferenza, dei suoi problemi. Oggi vedo solo tanta voglia di amicizia e di aiuto. Vorrei ringraziare le istituzioni e tutti i volontari per l’attenzione e l’impegno nel prendersi cura di quanti siete qui ospitati. In voi vedo, come in ogni forestiero che bussa alla nostra porta, Gesù Cristo, che si identifica con lo straniero, di ogni epoca e condizione, accolto o rifiutato (cfr Mt 25,35.43).
4) Le emergenze migratorie, sfida epocale
Il fenomeno richiede visione e grande determinazione nella gestione, intelligenza e strutture, meccanismi chiari che non permettano distorsioni o sfruttamenti, ancora più inaccettabili perché fatti sui poveri. Credo davvero necessario che un numero maggiore di Paesi adottino programmi di sostegno privato e comunitario all’accoglienza e aprano corridoi umanitari per i rifugiati in situazioni più difficili, per evitare attese insopportabili e tempi persi che possono illudere. 
5) Conoscenza, integrazione, più deboli ...
L’integrazione inizia con la conoscenza. Il contatto con l’altro porta a scoprire il “segreto” che ognuno porta con sé e anche il dono che rappresenta, ad aprirsi a lui per accoglierne gli aspetti validi, imparando così a volergli bene e vincendo la paura, aiutandolo ad inserirsi nella nuova comunità che lo accoglie. Alcuni di voi sono minorenni: questi ragazzi e ragazze hanno un particolare bisogno di tenerezza e hanno diritto alla protezione, che preveda programmi di custodia temporanea o di affidamento.
6) Voglio nei miei occhi i vostri occhi
Vengo in mezzo a voi perché voglio portare nei miei i vostri occhi, nel mio il vostro cuore. Voglio portare con me i vostri volti che chiedono di essere ricordati, aiutati, direi “adottati”, perché in fondo cercate qualcuno che scommetta su di voi, che vi dia fiducia, che vi aiuti a trovare quel futuro la cui speranza vi ha fatto arrivare fino a qui.
7) Lottatori di speranza
Siete dei “lottatori di speranza”. Qualcuno non è arrivato perché è stato inghiottito dal deserto o dal mare. Gli uomini non li ricordano, ma Dio conosce i loro nomi e li accoglie accanto a sé. La speranza non diventi delusione o, peggio, disperazione, grazie a tanti che vi aiutano a non perderla. Nel mio cuore voglio portare la vostra paura, le difficoltà, i rischi, l’incertezza…; le persone che amate, che vi sono care e per le quali vi siete messi a cercare un futuro. Portarvi negli occhi e nel cuore ci aiuterà a lavorare di più per una città accogliente e capace di generare opportunità per tutti. Per questo vi esorto ad essere aperti alla cultura di questa città, pronti a camminare sulla strada indicata dalle leggi di questo Paese.
8) La Provvidenza non abbandona mai ...
La Chiesa è una madre che non fa distinzione e che ama ogni uomo come figlio di Dio, sua immagine. Bologna è una città da sempre nota per l’accoglienza. Questa si è rinnovata con tante esperienze di solidarietà, di ospitalità in parrocchie e realtà religiose, ma anche in molte famiglie e nelle varie compagini sociali. Qualcuno ha trovato un nuovo fratello da aiutare o un figlio da far crescere. E qualcuno ha trovato dei nuovi genitori che desiderano assieme a lui un futuro migliore. Come vorrei che queste esperienze, possibili per tutti, si moltiplicassero! La città non abbia paura di donare i cinque pani e i due pesci: la Provvidenza interverrà e tutti saranno saziati.
9) Oggi come ieri Bologna non deve avere paura
Bologna è stata la prima città in Europa, 760 anni or sono, a liberare i servi dalla schiavitù. Erano esattamente 5855. Tantissimi. Eppure Bologna non ebbe paura. Vennero riscattati dal Comune, cioè dalla città. Forse lo fecero anche per ragioni economiche, perché la libertà aiuta tutti e a tutti conviene. Non ebbero timore di accogliere quelle che allora erano considerate “non persone” e riconoscerle come esseri umani. Scrissero in un libro i nomi di ognuno di loro! Come vorrei che anche i vostri nomi fossero scritti e ricordati per trovare assieme, come avvenne allora, un futuro comune.
Vi ringrazio e di cuore vi benedico.

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Visita Pastorale del Santo Padre Francesco a Bologna.  Incontro con i Migranti ospiti e con il Personale all’Hub Regionale a Bologna
Sala stampa della Santa Sede


"Vengo in mezzo a voi perché voglio portare nei miei i vostri occhi, nel mio il vostro cuore. Voglio portare con me i vostri volti che chiedono di essere ricordati, aiutati, direi “adottati”, perché in fondo cercate qualcuno che scommetta su di voi, che vi dia fiducia, che vi aiuti a trovare quel futuro la cui speranza vi ha fatto arrivare fino a qui. Siete dei “lottatori di speranza”. Qualcuno non è arrivato perché è stato inghiottito dal deserto o dal mare. Gli uomini non li ricordano, ma Dio conosce i loro nomi e li accoglie accanto a sé." 
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Testo dell'allocuzione del Papa - Il segno (...) indica frasi aggiunte dal Santo Padre e pronunciate a braccio.
Alle ore 10.20, l’elicottero con a bordo il Papa atterra a Bologna nel parcheggio della Cassa di Risparmio di Chieti. Al suo arrivo, il Santo Padre è accolto da S.E. Mons. Matteo Maria Zuppi, Arcivescovo di Bologna, dall’On. Stefano Bonaccini, Presidente della Regione Emilia-Romagna, dal Dott. Matteo Piantedosi, Prefetto di Bologna, e dal Dott. Virginio Merola, Sindaco di Bologna. Alle ore 10.30, il Papa arriva all’Hub Regionale per l’Incontro con i Migranti ospiti e con il Personale che svolge servizio di assistenza. Ad accogliere il Santo Padre i circa 1.000 migranti ospiti del Centro, che il Papa saluta percorrendo a piedi il piazzale fino a raggiungere la pedana predisposta per l’Incontro.
Saluto del Santo Padre
Cari fratelli e sorelle,
vi saluto tutti cordialmente e voglio assicurarvi la mia vicinanza. Ho voluto che fosse proprio qui il mio primo incontro con Bologna. È il “porto” di approdo di coloro che vengono da più lontano e con sacrifici che a volte non riuscite nemmeno a raccontare.
Molti non vi conoscono e hanno paura. Questa li fa sentire in diritto di giudicare e di poterlo fare con durezza e freddezza credendo anche di vedere bene. Ma non è così. Si vede bene solo con la vicinanza che dà la misericordia. Senza questa, l’altro resta un estraneo, addirittura un nemico, e non può diventare il mio prossimo. Da lontano possiamo dire e pensare qualsiasi cosa, come facilmente accade quando si scrivono frasi terribili e insulti via internet. Se guardiamo il prossimo senza misericordia, non ci rendiamo conto della sua sofferenza, dei suoi problemi. (...) Oggi vedo solo tanta voglia di amicizia e di aiuto. Vorrei ringraziare le istituzioni e tutti i volontari per l’attenzione e l’impegno nel prendersi cura di quanti siete qui ospitati. In voi vedo, come in ogni forestiero che bussa alla nostra porta, Gesù Cristo, che si identifica con lo straniero, di ogni epoca e condizione, accolto o rifiutato (cfr Mt 25,35.43).
Il fenomeno richiede visione e grande determinazione nella gestione, intelligenza e strutture, meccanismi chiari che non permettano distorsioni o sfruttamenti, ancora più inaccettabili perché fatti sui poveri. Credo davvero necessario che un numero maggiore di Paesi adottino programmi di sostegno privato e comunitario all’accoglienza e aprano corridoi umanitari per i rifugiati in situazioni più difficili, per evitare attese insopportabili e tempi persi che possono illudere. L’integrazione inizia con la conoscenza. Il contatto con l’altro porta a scoprire il “segreto” che ognuno porta con sé e anche il dono che rappresenta, ad aprirsi a lui per accoglierne gli aspetti validi, imparando così a volergli bene e vincendo la paura, aiutandolo ad inserirsi nella nuova comunità che lo accoglie. (...) Alcuni di voi sono minorenni: questi ragazzi e ragazze hanno un particolare bisogno di tenerezza e hanno diritto alla protezione, che preveda programmi di custodia temporanea o di affidamento.
Vengo in mezzo a voi perché voglio portare nei miei i vostri occhi, nel mio il vostro cuore. Voglio portare con me i vostri volti che chiedono di essere ricordati, aiutati, direi “adottati”, perché in fondo cercate qualcuno che scommetta su di voi, che vi dia fiducia, che vi aiuti a trovare quel futuro la cui speranza vi ha fatto arrivare fino a qui.
(...) Siete dei “lottatori di speranza”. Qualcuno non è arrivato perché è stato inghiottito dal deserto o dal mare. Gli uomini non li ricordano, ma Dio conosce i loro nomi e li accoglie accanto a sé.
(Il Papa chiede un istante di silenzio per ricordare e pregare per coloro che non sono arrivati mai ...) 
La speranza non diventi delusione o, peggio, disperazione, grazie a tanti che vi aiutano a non perderla. Nel mio cuore voglio portare la vostra paura, le difficoltà, i rischi, l’incertezza…; (...) le persone che amate, che vi sono care e per le quali vi siete messi a cercare un futuro. Portarvi negli occhi e nel cuore ci aiuterà a lavorare di più per una città accogliente e capace di generare opportunità per tutti. Per questo vi esorto ad essere aperti alla cultura di questa città, pronti a camminare sulla strada indicata dalle leggi di questo Paese.
La Chiesa è una madre che non fa distinzione e che ama ogni uomo come figlio di Dio, sua immagine. Bologna è una città da sempre nota per l’accoglienza. Questa si è rinnovata con tante esperienze di solidarietà, di ospitalità in parrocchie e realtà religiose, ma anche in molte famiglie e nelle varie compagini sociali. Qualcuno ha trovato un nuovo fratello da aiutare o un figlio da far crescere. E qualcuno ha trovato dei nuovi genitori che desiderano assieme a lui un futuro migliore. Come vorrei che queste esperienze, possibili per tutti, si moltiplicassero! La città non abbia paura di donare i cinque pani e i due pesci: la Provvidenza interverrà e tutti saranno saziati.
Bologna è stata la prima città in Europa, 760 anni or sono, a liberare i servi dalla schiavitù. Erano esattamente 5855. Tantissimi. Eppure Bologna non ebbe paura. Vennero riscattati dal Comune, cioè dalla città. Forse lo fecero anche per ragioni economiche, perché la libertà aiuta tutti e a tutti conviene. Non ebbero timore di accogliere quelle che allora erano considerate “non persone” e riconoscerle come esseri umani. Scrissero in un libro i nomi di ognuno di loro! Come vorrei che anche i vostri nomi fossero scritti e ricordati per trovare assieme, come avvenne allora, un futuro comune.
Vi ringrazio e di cuore vi benedico. E per favore pregate per me.