giovedì 26 ottobre 2017

Collegamento del Santo Padre Francesco con la Stazione Spaziale Internazionale. Dialogo di Papa Francesco con gli astronauti




Collegamento del Santo Padre Francesco con la Stazione Spaziale Internazionale, 26.10.2017

Sala stampa della Santa Sede 

Alle ore 15.00 di questo pomeriggio, dall’Auletta dell’Aula Paolo VI, il Santo Padre Francesco si è collegato in diretta audio-video con l’equipaggio della Missione 53 a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, in volo a 400 km dalla Terra.
Il personale dell’equipaggio è composto da: Randolph Bresnik (U.S.A), Comandante della NASA; Paolo Nespoli (Italia), Ingegnere dell’ESA; Mark T. Vande Hei (U.S.A.), Ingegnere della NASA; Joseph Acaba, (U.S.A., di origine portoricana), Ingegnere della NASA; Sergey Ryazanskiy (Russia), Ingegnere; e Alexander Misurkin (Russia), Ingegnere.
Nell’Auletta, durante il collegamento, erano presenti il Presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), Roberto Battiston e il Direttore dei Programmi di Osservazione della Terra dell’Agenzia Spaziale Europea (ASE), Josef Aschbacher.
Il dialogo con l’equipaggio della Stazione Spaziale Internazionale è durato circa 25 minuti.
Il Papa ha rivolto agli astronauti 5 domande, concludendo il collegamento con un saluto finale.
Riportiamo di seguito il testo della conversazione tra il Santo Padre e gli astronauti:
Dialogo del Santo Padre con gli astronauti

Santo Padre:
Good morning you all!

Paolo Nespoli:
Sua Santità, buongiorno. Benvenuto sulla Stazione Spaziale Internazionale, tra di noi, tra l’equipaggio della spedizione 52 e 53.

Santo Padre:
Buongiorno!... o buonasera… perché, quando si è nello spazio, mai si sa! Caro Dottor. Nespoli, cari astronauti, penso che lì nella Stazione Spaziale le giornate scorrono in modo diverso, vero? Ringrazio voi e quanti hanno organizzato questo collegamento, che mi dà la possibilità di “incontrarvi” e di rivolgervi alcune domande. Comincio subito con la prima domanda.

(Domanda 1)
L’astronomia ci fa contemplare gli orizzonti sconfinati dell’universo, e suscita in noi le domande: da dove veniamo? dove andiamo? Chiedo a Lei, Dottor Nespoli: alla luce delle Sue esperienze nello spazio, qual è il Suo pensiero sul posto dell’uomo nell’universo?

Paolo Nespoli:
Santo Padre, questa è una domanda complessa. Io mi sento una persona tecnica, un ingegnere, mi trovo a mio agio tra le macchine, tra gli esperimenti; ma quando si parla di queste cose molto più interne – “da dove veniamo…” – rimango anch’io perplesso. E’ un discorso molto delicato. Penso che il nostro obiettivo qua sia quello di conoscere il nostro essere, per riempire la conoscenza, capire quello che ci sta intorno. E tra l’altro è una cosa interessante, perché più conosciamo più ci rendiamo conto di conoscere poco. Mi piacerebbe tanto che persone come Lei, non solo ingegneri, non solo fisici, ma persone come Lei – teologi, filosofi, poeti, scrittori… – possano venire qui nello spazio, e questo sarà sicuramente il futuro, mi piacerebbe che venissero qua per esplorare che cosa vuol dire avere un essere umano nello spazio.

Santo Padre:
E’ vero quello che Lei dice.

(Domanda 2. )
In questa sala da cui vi sto parlando, si trova – come vedete – un arazzo artistico ispirato al celebre verso con cui Dante conclude la Divina Commedia: «L’amor che move il sole e l’altre stelle» (Paradiso, XXXIII, 145). Vi chiedo: che senso ha per voi, che siete tutti ingegneri e astronauti, come Lei ha detto bene, che senso ha per voi chiamare “amore” la forza che muove l’universo?

Paolo Nespoli:
Santo Padre, vorrei lasciare la parola al mio collega russo Aleksandr Misurkin, che si rivolgerà a Lei in russo.

[Misurkin risponde in russo]
Paolo Nespoli:
Santo Padre, spero che non L’abbiamo sorpresa con il russo: Lei ha la capacità di avere una traduzione lì, o dobbiamo sintetizzarlo noi, velocemente?

Santo Padre:
E’ meglio sintetizzare velocemente.

Traduce Paolo Nespoli:
Il collega Aleksandr ha fatto una risposta molto bella in russo, che io adesso tradurrò un po’ così, velocemente. Fa riferimento a un libro che sta leggendo in questi giorni qua sopra, per riflettere, “Il piccolo principe” di Saint-Exupéry. Fa riferimento alla storia che dà volentieri – o darebbe volentieri – la propria vita per tornare e salvare piante e animali sulla terra. E, sostanzialmente, l’amore è quella forza che ti dà la capacità di dare la tua vita per qualcun altro.

Santo Padre:
Mi piace questa risposta. E’ vero, senza amore, non è possibile dare la propria vita per qualcun altro. Questo è vero. Si vede che Lei ha capito il messaggio che tanto poeticamente spiega Saint-Exupéry e che voi, russi, avete nel sangue, nella vostra tradizione tanto umanistica e tanto religiosa. E’ bello, questo. Grazie.

(Domanda 3.)
Questa è una curiosità. Dicono che le donne sono curiose, ma anche noi uomini siamo curiosi! Che cosa vi ha motivato a diventare astronauti? Che cosa maggiormente vi dà gioia nel tempo che passate nella stazione spaziale?

Paolo Nespoli:
Santo Padre, lascerei il microfono a due colleghi: il collega russo Sergey Ryazanskiy e il collega americano Randy Bresnik.

[Ryazansky risponde in inglese]
Traduce Paolo Nespoli:
Sergey ha detto che la sua ispirazione è stato suo nonno: suo nonno è stato uno dei primi pionieri dello spazio; ha lavorato al satellite Sputnik, il primo satellite volato sulla Terra; era uno dei responsabili della costruzione del satellite, e lui ha preso ispirazione da suo nonno, ha voluto seguire le sue tracce, perché secondo lui lo spazio è interessante e bello, ma anche molto importante per noi, come esseri umani.

[Bresnik risponde in inglese]
Traduce Paolo Nespoli:
Quella che io vedo da qui è una prospettiva incredibile: è la possibilità di vedere la Terra un po’ con gli occhi di Dio, e vedere la bellezza e l’incredibilità di questo pianeta.

[Bresnik continua in inglese]
Traduce Paolo Nespoli:
Nella nostra velocità orbitale di 10 km al secondo, noi vediamo la Terra con occhi diversi: vediamo una Terra senza confini, vediamo una Terra dove l’atmosfera è estremamente fine e labile, e guardare questa Terra in questo modo ci permette di pensare come esseri umani, di come tutti dovremmo lavorare assieme e collaborare per un futuro migliore.

Santo Padre:
In questa risposta mi è piaciuto tanto quello che voi due avete detto. Lei, il primo, è andato alle proprie radici per spiegare questo: è andato al nonno. E Lei, che viene dall’America, è riuscito a capire che la Terra è troppo fragile, è un momento che passa: 10 km al secondo, ha detto il Dottor. Nespoli… E’ una realtà molto fragile, sottile l’atmosfera, tanto da poter distruggersi. E Lei è andato proprio a guardare con gli occhi di Dio. Il nonno e Dio: le radici e la nostra speranza, la nostra forza. Mai dimenticare le radici: a me fa bene sentire questo, e sentirlo da voi! Grazie.

(Domanda 4.)
Io vorrei farvi un’altra domanda: viaggiare nello spazio modifica tante cose che si danno per scontate nella vita quotidiana, ad esempio l’idea di “su” e di “giù”. Vi domando: c’è qualcosa in particolare che vivendo nella Stazione spaziale vi ha sorpreso? E c’è al contrario qualcosa che vi ha colpito proprio perché ha trovato conferma anche lì, in un contesto così diverso?

Paolo Nespoli:
Grazie, Santo Padre, per questa domanda. Lascerei la parola al collega americano Mark Vande Hei.

[Vande Hei risponde in inglese]
Traduce Paolo Nespoli:
Mark dice che quello che l’ha sorpreso è che nello spazio trovi cose completamente diverse che sembrano le stesse ma non riconoscibili. Ogni tanto mi avvicino a qualcosa da un angolo completamente diverso e all’inizio rimango un po’ sconcertato, perché non riesco a capire dove sono, a capire che cos’è. Quello che non è cambiato, invece, è che anche qui dove non c’è più il “su” e il “giù”, per riuscire a capire dove sono e trovarmi in questa situazione devo decidere io dov’è il “su” e dove il “giù”. E quindi stabilire il mio micro-cosmo, il mio micro-universo con i miei sensi e i miei sistemi di riferimento.

Santo Padre:
E questa è una cosa propriamente umana: la capacità di decidere, di decisione. Mi sembra interessante la risposta, perché va anche alle radici umane.

(Domanda 5.)
E adesso, se voi avete la cortesia di ascoltare, farò un’altra domanda. La nostra società è molto individualista, e invece nella vita è essenziale la collaborazione. Penso a tutto il lavoro che c’è dietro un’impresa come la vostra. Potete darmi qualche esempio significativo di collaborazione vostra nella Stazione spaziale?

Paolo Nespoli:
Santo Padre, un’ottima domanda. Lascerei la domanda al collega americano Joseph Acaba che è di discendenza portoricana.

Joseph Acaba:
Santo Padre, es un gran onor hablar con Usted... [continua in inglese]

Traduce Paolo Nespoli
Joe ha ricordato che per questa Stazione c’è una cooperazione tra diverse Nazioni del mondo: ci sono gli Stati Uniti, c’è la Russia, il Giappone, il Canada, nove Nazioni europee... E ha ricordato come queste Nazioni lavorano insieme per ottenere qualcosa che è al di sopra di ognuno di loro. Ma una delle cose importanti e interessanti che ha detto è il fatto che ognuno di noi porta una diversità e queste diversità messe assieme fanno un insieme molto più grande di quello che sarebbe la persona singola; e lavorando così insieme, in questo spirito collaborativo per andare oltre, questo è il modo per noi, come esseri umani, di uscire fuori dal mondo e continuare questo viaggio nella conoscenza.

Santo Padre:
Voi siete un piccolo “Palazzo di Vetro”! La totalità è più grande della somma delle parti, e questo è l’esempio che voi ci date.

Grazie tante, cari amici, vorrei dire: cari fratelli, perché vi sentiamo come rappresentanti di tutta la famiglia umana nel grande progetto di ricerca che è la Stazione Spaziale. Vi ringrazio di cuore per questo colloquio, che mi ha molto arricchito. Il Signore benedica voi, il vostro lavoro e le vostre famiglie. Vi assicuro: pregherò per voi; e voi, per favore, pregate per me. Grazie!
Paolo Nespoli:
Santo Padre, a nome di tutti voglio ringraziarLa di essere stato con noi oggi, sulla Stazione Spaziale Internazionale. Questo è un posto dove facciamo tanta ricerca, dove andiamo a cercare le cose di tutti i giorni. La ringrazio per essere stato con noi e averci portati più in alto e averci tirato fuori da questa meccanicità quotidiana, di averci fatto pensare a cose più grandi di noi. Grazie ancora!

Santo Padre:
Grazie a voi!

Videomessaggio del Santo Padre Francesco ai partecipanti alla 48ª Settimana Sociale dei Cattolici Italiani

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Videomessaggio del Santo Padre Francesco ai partecipanti alla 48ª Settimana Sociale dei Cattolici Italiani 

Sala stampa della Santa  Sede


Pubblichiamo di seguito il testo del Videomessaggio che il Santo Padre Francesco ha inviato ai partecipanti alla 48ª Settimana Sociale dei Cattolici Italiani (Cagliari, 26-29 ottobre 2017) e che viene trasmesso in apertura dei lavori:
Videomessaggio del Santo Padre
Cari fratelli e sorelle,
saluto cordialmente tutti voi che partecipate alla 48ª Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, convocata a Cagliari. Rivolgo il mio saluto fraterno al Cardinale Gualtiero Bassetti, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ai Vescovi presenti, all'Arcivescovo Filippo Santoro, ai membri del Comitato Scientifico e Organizzatore, ai delegati delle diocesi italiane, ai rappresentanti dei movimenti e delle associazioni legate al lavoro e a tutti gli invitati.

Vi riunite sotto la protezione e con l'esempio del Beato Giuseppe Toniolo, che nel 1907 promosse le Settimane Sociali in Italia. La sua testimonianza di laico è stata vissuta in tutte le dimensioni della vita: spirituale, familiare, professionale, sociale e politica. Per ispirare i vostri lavori, vi propongo un suo insegnamento. «Noi credenti – scriveva – sentiamo, nel fondo dell'anima, [...] che chi definitivamente recherà a salvamento la società presente non sarà un diplomatico, un dotto, un eroe, bensì un santo, anzi una società di santi» (Dal saggio Indirizzi e concetti sociali). Fate vostra questa “memoria fondativa”: ci si santifica lavorando per gli altri, prolungando così nella storia l'atto creatore di Dio.
Nelle Scritture troviamo molti personaggi definiti dal loro lavoro: il seminatore, il mietitore, i vignaioli, gli amministratori, i pescatori, i pastori, i carpentieri, come San Giuseppe. Dalla Parola di Dio emerge un mondo in cui si lavora. Il Verbo stesso di Dio, Gesù, non si è incarnato in un imperatore o in un re ma «spogliò sé stesso assumendo la condizione di servo» (Fil 2,7) per condividere la nostra vicenda umana, inclusi i sacrifici che il lavoro richiede, al punto da essere noto come falegname o figlio del falegname (cfr Mc 6,3; Mt 13,55). Ma c'è di più. Il Signore chiama mentre si lavora, come è avvenuto per i pescatori che Egli invita per farli diventare pescatori di uomini (cfr Mc 1,16-18; Mt 4,18-20). Anche i talenti ricevuti, possiamo leggerli come doni e competenze da spendere nel mondo del lavoro per costruire comunità, comunità solidali e per aiutare chi non ce la
fa.
Il tema di questa Settimana Sociale è «Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo e solidale». Così nell'Esortazione apostolica Evangelii gaudium ho voluto definire il lavoro umano (n. 192). Grazie per avere scelto il tema del lavoro. «Senza lavoro non c'è dignità»: lo ripeto spesso, ricordo proprio a Cagliari nel 2013, e lo scorso maggio a Genova. Ma non tutti i lavori sono "lavori degni". Ci sono lavori che umiliano la dignità delle persone, quelli che nutrono le guerre con la costruzione di armi, che svendono il valore del corpo con il traffico della prostituzione e che sfruttano i minori. Offendono la dignità del lavoratore anche il lavoro in nero, quello gestito dal caporalato, i lavori che discriminano la donna e non includono chi porta una disabilità. Anche il lavoro precario è una ferita aperta per molti lavoratori, che vivono nel timore di perdere la propria occupazione. Io ho sentito tante volte questa angoscia: l’angoscia di poter perdere la propria occupazione; l’angoscia di quella persona che ha un lavoro da settembre a giugno e non sa se lo avrà nel prossimo settembre. Precarietà totale. Questo è immorale. Questo uccide: uccide la dignità, uccide la salute, uccide la famiglia, uccide la società. Il lavoro in nero e il lavoro precario uccidono. Rimane poi la preoccupazione per i lavori pericolosi e malsani, che ogni anno causano in Italia centinaia di morti e di invalidi.
La dignità del lavoro è la condizione per creare lavoro buono: bisogna perciò difenderla e promuoverla. Con l’Enciclica Rerum novarum (1891) di Papa Leone XIII, la Dottrina sociale della Chiesa nasce per difendere i lavoratori dipendenti dallo sfruttamento, per combattere il lavoro minorile, le giornate lavorative di 12 ore, le insufficienti condizioni igieniche delle fabbriche.
Il mio pensiero va anche ai disoccupati che cercano lavoro e non lo trovano, agli scoraggiati che non hanno più la forza di cercarlo, e ai sottoccupati, che lavorano solo qualche ora al mese senza riuscire a superare la soglia di povertà. A loro dico: non perdete la fiducia. Lo dico anche a chi vive nelle aree del Sud d'Italia più in difficoltà. La Chiesa opera per un’economia al servizio della persona, che riduce le disuguaglianze e ha come fine il lavoro per tutti.
La crisi economica mondiale è iniziata come crisi della finanza, poi si è trasformata in crisi economica e occupazionale. La crisi del lavoro è una crisi ambientale e sociale insieme (cfr Ene. Laudato si’, 13). Il sistema economico mira ai consumi, senza preoccuparsi della dignità del lavoro e della tutela dell'ambiente. Ma cosi è un po’ come andare su una bicicletta con la ruota sgonfia: è pericoloso! La dignità e le tutele sono mortificate quando il lavoratore è considerato una riga di costo del bilancio, quando il grido degli scartati resta ignorato. A questa logica non sfuggono le pubbliche amministrazioni, quando indicono appalti con il criterio del massimo ribasso senza tenere in conto la dignità del lavoro come pure la responsabilità ambientale e fiscale delle imprese. Credendo di ottenere risparmi ed efficienza, finiscono per tradire la loro stessa missione sociale al servizio della comunità.
Tra tante difficoltà non mancano tuttavia segni di speranza. Le tante buone pratiche che avete raccolto sono come la foresta che cresce senza fare rumore, e ci insegnano due virtù: servire le persone che hanno bisogno; e formare comunità in cui la comunione prevale sulla competizione. Competizione: qui c’è la malattia della meritocrazia… E’ bello vedere che l’innovazione sociale nasce anche dall’incontro e dalle relazioni e che non tutti i beni sono merci: ad esempio la fiducia, la stima, l’amicizia, l’amore.
Nulla si anteponga al bene della persona e alla cura della casa comune, spesso deturpata da un modello di sviluppo che ha prodotto un grave debito ecologico. L’innovazione tecnologica va guidata dalla coscienza e dai principi di sussidiarietà e di solidarietà. Il robot deve rimanere un mezzo e non diventare l’idolo di una economia nelle mani dei potenti; dovrà servire la persona e i suoi bisogni umani.
Il Vangelo ci insegna che il Signore è giusto anche con i lavoratori dell’ultima ora, senza essere lesivo di ciò che è «il giusto» per i lavoratori della prima ora (cfr Mt 20,1-16). La diversità tra i primi e gli ultimi lavoratori non intacca il compenso a tutti necessario per vivere. È, questo, il “principio di bontà” in grado anche oggi di non far mancare nulla a nessuno e di fecondare i processi lavorativi, la vita delle aziende, le comunità dei lavoratori. Compito dell'imprenditore è affidare i talenti ai suoi collaboratori, a loro volta chiamati non a sotterrare quanto ricevuto, ma a farlo fruttare al servizio degli altri. Nel mondo del lavoro, la comunione deve vincere sulla competizione!
Voglio augurarvi di essere un “lievito sociale” per la società italiana e di vivere una forte esperienza sinodale. Vedo con interesse che toccherete problemi molto rilevanti, come il superamento della distanza tra sistema scolastico e mondo del lavoro, la questione del lavoro femminile, il cosiddetto lavoro di cura, il lavoro dei portatori di disabilità e il lavoro dei migranti, che saranno veramente accolti quando potranno integrarsi in attività lavorative. Le vostre riflessioni e il confronto possano tradursi in fatti e in un rinnovato impegno al servizio della società italiana.
Alla grande assemblea della Settimana Sociale di Cagliari assicuro il mio ricordo nella preghiera e, mentre chiedo di pregare anche per me e per il mio servizio alla Chiesa, invio di cuore a tutti voi la Benedizione Apostolica.

Mio fratello, il Papa



di Michael Hesemann (Avvenire)


Si intitola 'L’altro Francesco' il volume (Edizioni Cantagalli) che propone un ritratto inedito del Papa attraverso interviste a personalità della Curia Romana e della Chiesa mondiale, parenti e amici del Pontefice. Il libro curato da Deborah Castellano Lubov si apre con la prefazione del cardinale segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin. Di seguito pubblichiamo ampi stralci dell’intervista di Michael Hesemann a Maria Elena Bergoglio, sorella minore di papa Francesco.
Come ha vissuto l’Habemus papam?
Ero qui a casa con mio figlio, naturalmente avevamo la televisione accesa quando abbiamo visto la fumata bianca. Eravamo alle prese con le faccende quotidiane e intanto ci scambiavamo alcuni commenti nel sentire le storie dei cronisti. Mi era venuto un po’ da sorridere quando hanno parlato della “Stanza delle lacrime”, ma subito dopo ho pensato che l’eletto avrebbe sicuramente pianto nell’immaginare la piazza stracolma di persone che lo attendeva. Come si può non piangere? (In quell’esatto istante gli occhi di Maria Elena si sono velati di lacrime, ndr).
La sola cosa che ho sentito dell’Habemus papam è stata « Georgium Marium », Jorge Mario. Mi sono completamente sfuggiti il cognome e il nome assunto dal nuovo Papa tanto ero sconvolta e scioccata. Subito dopo casa mia è stata presa d’assalto dalle persone, erano tutti felici e il telefono ha continuato a squillare tutto il giorno. Da allora non riesco ancora a capire bene cosa sia accaduto in quel momento. Il giorno dopo le telecamere erano piazzate di fronte a casa mia già dalle sei del mattino. Era tutto così folle e allo stesso tempo meraviglioso! I giornalisti sono stati tutti molto gentili con me, quando ho spalancato la porta e gli sono andata incontro. Sono veramente grata a questi giornalisti per il riguardo e la gentilezza che mi hanno riservato.
Nonostante questo, lei ha visto come si è presentato ai fedeli dalla loggia della Basilica di San Pietro? Che effetto le ha fatto? C’era qualcosa di diverso in lui?
Naturalmente ho visto quando ha messo piede sul balcone, ed era lo stesso di sempre, lo stesso Jorge. Però ho avuto poco tempo di riflettere su queste cose, perché non appena è stato pronunciato il suo nome, casa nostra è stata invasa come da uno sciame di api, il telefono squillava continuamente e tutti ci hanno suonato alla porta: regnava il caos più totale. Quando, finalmente, ho avuto l’occasione di fermarmi a pensare, di riguardare le immagini, ho avuto l’impressione che fosse molto felice in quel momento. Sembrava come se lo Spirito Santo fosse realmente con lui. Credo anche che fosse contento come non mai. Era già vicino alla gente qui in Argentina, ma ora sembra ancora più vicino a loro, ha più possibilità di esprimere i suoi sentimenti e penso che lo Spirito Santo lo stia aiutando. Mi rende molto felice vedere in che modo mio fratello si sia adattato a questo nuovo ruolo (...).
Quali sono i primi ricordi legati a suo fratello?
Jorge Mario era ed è mio fratello e il mio migliore amico. Ha dodici anni più di me, e quindi i miei primi ricordi legati a lui risalgono a un periodo in cui lui era ormai quasi adulto. Era sempre divertente e mi ha molto sostenuto, come si addice a un fratello maggiore. Quando avevo otto anni, se n’è andato via di casa per entrare in Seminario, ma siamo rimasti sempre in contatto. Ci scrivevamo delle lettere, ci telefonavamo. Avevamo una specie di rapporto a distanza, era sempre presente nella mia vita, anche se eravamo lontani e continuerà ad esserlo anche ora.
Com’era da ragazzo suo fratello, che hobby aveva?
Leggeva con piacere e amava il calcio, che era la sua più grande passione. Giocava sempre nella piccola piazza Herminia Brumana all’angolo di casa nostra, su via Membrillar. Amava la musica classica, come del resto tutti noi, ma era un ragazzo normalissimo e con tanti amici. Nella sua giovinezza ascoltava la musica tipica di quegli anni, andava alle feste con i suoi amici e aveva un debole per il ballo.(...)
Tuttavia, in seguito si è ammalato gravemente a causa di una polmonite…
In quel periodo era già in Seminario. Mi ricordo ancora però del grave pericolo che corse e di come stavamo tutti in ansia per lui, perché stava per morire. I medici scoprirono tre cisti nel polmone destro, e furono costretti ad operarlo per rimuovere la metà superiore del polmone. Si era ripreso in fretta ma non poté più partire missionario, perché i suoi superiori non glielo permisero per la salute cagionevole (...).
In che modo suo fratello intende cambiare la Chiesa di Roma?
Molto cose cambieranno. Siamo testimoni di continue novità, come ad esempio il fatto che non abbia scelto come residenza il Palazzo Apostolico. Jorge mi ha confessato che il suo sogno è una Chiesa per i poveri. Questo è l’obiettivo che intende perseguire: una Chiesa libera dalle ricchezze e dai privilegi, con dei pastori che hanno «l’odore delle pecore», che non si isolano, che non si sentono superiori ai fedeli o evitano qualsiasi contatto con loro, pastori che vivono tra la gente e a servizio delle persone. Jorge con i suoi gesti sta introducendo cambiamenti importanti nella Chiesa. Per questo motivo si è rifiutato di indossare le scarpe rosse che, per lui, rappresentano il simbolo della monarchia; il papa è il Servo dei servi di Dio! Occorrerà un po’ di tempo per dare un nuovo volto alla Chiesa, perché occorre un processo lento. Credo che ci saranno cambiamenti nella Curia romana, molti cardinali stanno reagendo ai suoi gesti con uno spirito di emulazione. Jorge comunica attraverso il suo esempio, non solo con le parole.
In Europa ha suscitato molto entusiasmo!
Sono molto contenta dell’accoglienza che ha avuto in Europa. Lui rappresenta una rivoluzione per l’Europa e per il mondo. Chi vuole essere l’artefice di un cambiamento deve prima di tutto cambiare se stesso. Questo accade nella vita di tutti i giorni. Occorre avere fiducia nella misericordia di Dio, perché dietro a quello che fa Jorge come papa c’è Gesù. Non possiamo mai perdere di vista Gesù.
Riuscirà a imporsi?
Non ho alcun dubbio. Ha un carattere forte, anzi, direi fortissimo, crede fermamente nelle cose di cui è convinto, nessuno sarà capace di dissuaderlo. Jorge non riesce a fare dei compromessi quando è convinto di qualcosa. Sarà un buon Papa, perché ne ha la stoffa!
Fino a che punto Jorge Mario Bergoglio potrà essere allora papa Francesco? Sarà capace di tenere duro?
Francesco continua a essere Jorge e porta il Vangelo nel cuore, questo l’aiuterà ad essere un buon Papa. Dobbiamo pregare per lui (...).

Il volume. Il Pontefice nel racconto di chi lo conosce bene

Il libro L’altro Francesco. Tutto quello che non vi hanno mai detto sul Papa (Edizioni Cantagalli, pagine 208, 16 euro), racconta la figura del Pontefice attraverso autorevoli voci di personalità della Curia Romana e della Chiesa cattolica, parenti e amici di Jorge Mario Bergoglio. È curato da Deborah Castellano Lubov corrispondente dal Vaticano per l’edizione inglese di Zenit international news agency. Dalle quattordici interviste di cui si compone il volume, emerge un vivido ritratto del Papa e un variegato ventaglio di punti di vista attorno alle questioni salite con lui alla ribalta dell’attualità, con speciale attenzione al grande tema della dignità dell’uomo. Oltre alla sorella del Pontefice, Maria Elena Bergoglio, parlano i cardinali Kurt Koch, Peter Kodwo Appiah Turkson, Gerhard Ludwig Müller, Wilfrid Fox Napier, George Pell, Timothy Dolan, Charles Maung Bo. E, ancora, gli arcivescovi Georg Gänswein, Joseph Edward Kurtz e Fouad Twal, padre Federico Lombardi, l’orafo Adrian Pallarols e il rabbino Abraham Skorka. La prefazione è del cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin.
Avvenire
*
Esce il 30 ottobre in Argentina un libro di conversazioni con il Pontefice



Sei capitoli. Esce il 30 ottobre in Argentina Latinoamérica, un libro di quasi duecento pagine che raccoglie le lunghe conversazioni di Papa Francesco con il giovane giornalista uruguyano Hernán Reyes Alcaide, corrispondente da Roma e dal Vaticano dell’agenzia di stampa argentina Télam, che lo presenta in questo articolo scritto per «L’Osservatore Romano». Edito da Planeta, il libro è aperto da uno scritto dell’autore e da una breve introduzione del Pontefice sul ruolo della Chiesa in America latina, dove vivono quasi la metà dei cattolici di tutto il mondo. Le conversazioni con il Pontefice sono suddivise in sei capitoli e completate da sette discorsi che il Papa ha tenuto in Brasile, Ecuador, Bolivia, Paraguay, Cuba, Messico e Colombia. 
(Hernán Reyes Alcaide) La visione di Francesco sull’America latina ma anche uno sguardo sul pontificato visto in prima persona dal primo Papa che viene da quella parte del mondo. È questo in sintesi il filo che lega i quattro incontri con il Pontefice svoltisi l’estate scorsa, tra luglio e agosto, a Santa Marta.
Ma l’idea del libro aveva cominciato a delinearsi più di un anno fa, a bordo dell’aereo papale in volo verso l’Armenia il 24 giugno 2016, quando ho consegnato a Francesco un video sui progressi dei lavori sull’Archivo Alberto Methol Ferré, portati avanti dall’università di Montevideo, in Uruguay, che raccoglie scritti, documenti e la biblioteca personale dello storico rioplatense, uno dei più importanti intellettuali cattolici latinoamericani del Novecento.
Quel breve incontro mi ha fatto ripensare ad alcune dichiarazioni preveggenti di Methol prima del conclave del 2005: «Non è il momento di un papa latinoamericano» aveva detto allora l’intellettuale uruguayano al quotidiano di Buenos Aires «La Nación», per poi aggiungere: «Sono un grande sostenitore di Joseph Ratzinger. Penso che sia l’uomo più indicato per essere Papa in questo momento».
Da quel breve dialogo con il Papa a diecimila metri di quota è nata una prima domanda, che è però rimasta in attesa di risposta: condivideva il cardinale Jorge Mario Bergoglio quell’affermazione del suo amico Methol?
Un secondo detonatore ha accelerato l’iter del libro. Di fatto, l’avvicinarsi del decimo anniversario della quinta Conferenza dell’episcopato latinoamericano che si era tenuta ad Aparecida, in Brasile, nel maggio 2007, è apparso come un’occasione unica per cercare di tracciare un primo bilancio di quell’incontro, dove l’arcivescovo porteño aveva presieduto la commissione incaricata di preparare il documento finale.
Quella conferenza ha avuto una continuità concreta già nei primi mesi del pontificato di Francesco: il documento di Aparecida è stato il libro che hanno ricevuto dalle mani del Papa i primi governanti latinoamericani che gli hanno reso visita in Vaticano nel 2013.
Così, questo decimo anniversario è stata un’occasione per proporre al primo Papa venuto dall’America latina nella storia quasi bimillenaria della Chiesa cattolica di fare una riflessione che includesse la rivisitazione di alcuni aspetti centrali del documento di Aparecida: la missione continentale; la religiosità o pietà popolare; la definizione di continente della speranza, con cui Benedetto XVI si era presentato davanti ai vescovi latinoamericani; le sfide pastorali e la definizione di “esclusi” e “scartati” che si è poi sviluppata fino a diventare parte costitutiva del suo magistero.
Il contesto mondiale della conferenza di Aparecida aveva poco a che vedere con quello attuale in molte parti del pianeta. L’America latina è forse la parte del mondo che da allora ha sperimentato più cambiamenti. La regione si trovava in un ciclo positivo di crescita economica che era la cornice della convivenza di diverse esperienze, ognuna con le sue sfumature, con orientamenti popolari soprattutto in Brasile, Argentina, Uruguay, Cile, Bolivia. Secondo la Commissione economica per l’America latina e i Caraibi (Cepal), tra il 2003 e il 2007 si è registrata la crescita maggiore del prodotto interno lordo per abitante dagli anni settanta, con quattro anni consecutivi di crescita superiore al 3 per cento annuale. Per il 2017, dopo due anni di recessione nelle economie latinoamericane, lo stesso organismo ha previsto un tasso tre volte inferiore e ha prospettato una crescita economica limitata all’1,1 per cento.
In questo stesso decennio il conclave ha scelto un gesuita latinoamericano come massima autorità dei 1285 milioni di cattolici che vivono nei cinque continenti. Il 49 per cento di questi vive nei paesi latinoamericani, negli Stati Uniti e in Canada dove vivono moltissimi latinos. Le conversazioni con il Pontefice raccolte in questo libro cercano di essere un ponte tra la loro storia e il vescovo di Roma.
All’inizio Latinoamérica ricorda appunto la quinta Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida, che nel 2007 ha segnato in qualche modo, secondo non pochi osservatori, l’inizio concettuale del pontificato. Nei fatti è indubbio e molto rilevante il ruolo svolto in quella conferenza dall’arcivescovo di Buenos Aires.
«Fin dall’inizio Bergoglio ha incoraggiato un’ampia e libera partecipazione. Il linguaggio e gli accenti di Bergoglio sono infatti ovunque, benché il documento sia un’autentica opera collettiva con uno stile eterogeneo e a più mani» ha affermato anni dopo il rettore dell’Università cattolica argentina, Víctor Manuel Fernández.
Nella prima parte del libro Francesco ribadisce le sue critiche al clericalismo. Il Papa parla poi dei preti che ogni giorno lavorano nelle villas argentine, nelle favelas brasiliane e in altri luoghi di esclusione delle grandi città latinoamericane. Il Pontefice riconosce concretamente come gli abitanti dei quartieri poveri del continente sentano quei sacerdoti appartenenti alle loro comunità, poiché vivono come loro condividendo timori, sogni e insicurezze.
Con fermezza, ma con la semplicità del pastore che sa bene quanto sia diffuso il bisogno della parola del Papa, Francesco chiede rispetto e affetto di fronte alle realtà diverse che compongono la Chiesa in America latina.
Nel secondo capitolo entrano in scena vari assi sociali. Così, Francesco esamina con grande attenzione il ruolo delle donne nella Chiesa in quella parte del mondo e indica con precisione la differenza tra la definizione di popolare e populismo nel contesto dell’abuso, molte volte con tono spregiativo, di termini che hanno diversi significati da un lato all’altro dell’Atlantico.
Il Pontefice, senza trascurare la sua preoccupazione per il popolo fedele di Dio, risponde, per esempio, alla domanda sulle sfide pastorali di un fenomeno che Aparecida aveva intravisto e che è aumentato in modo esponenziale: le altissime concentrazioni nelle periferie delle metropoli sudamericane.
Le complesse realtà su cui il Papa risponde non sono poche: per esempio su come parlare ai giovani di oggi che sono, in molte parti del pianeta, persino del cosiddetto primo mondo, emarginati nella droga e nella delinquenza per la mancanza di opportunità.
Nel mondo carcerario, riconosce il coraggio delle donne di fronte agli organismi penitenziari ed evidenzia l’esempio di quei detenuti che attraverso il lavoro riescono a reinserirsi nella società. Visione sociale e visione pastorale s’intrecciano nelle sue parole per sottolineare il bisogno di un orizzonte di speranza per la popolazione carceraria non solo in America latina.
Il diritto al lavoro quale asse centrale del discorso di Francesco, come ha già sostenuto nel corso dell’anno in diverse visite in città italiane, in questa parte del libro diventa un tema centrale. Rivisitando in parte l’esortazione apostolica Evangelii gaudium e aggiungendo nuovi punti di vista, il Pontefice afferma che cercare di offrire una vita dignitosa attraverso l’accesso al lavoro può essere etichettato negativamente solo quando lo si fa a partire da un’ideologia di accentuato, e forse estremo, neoliberalismo.
La conversazione si è poi incentrata su due esperienze nate in America latina e poi diventate assi centrali del suo pontificato: il dialogo tra le religioni e l’ecumenismo. In queste pagine Bergoglio rivela l’origine familiare, nella Buenos Aires dove è nato, cresciuto e maturato, della sua presa di coscienza di questi temi.
Nel quarto capitolo si delinea l’identikit del politico cattolico latinoamericano. In questa parte del libro Francesco si pronuncia su temi come la corruzione, la vicinanza al prossimo, il modo in cui la Chiesa parla ai politici, e fa un appello a favore della democrazia. Il Papa chiede una vita cristiana che finisca col contagiare tutte le attività del politico che si riconosce cattolico e che non si riduca all’andare a messa.
Perché il Pontefice distingue il corrotto dal peccatore? Nella spiegazione il Papa procede in modo dettagliato, con un’ottica teologica che mette il perdono al centro. Le sue considerazioni, che integrano l’appello ai laici, finiscono con un forte invito a custodire appunto la democrazia.
Dopo l’annuncio del sinodo sull’Amazzonia convocato per l’ottobre del 2019, il quinto capitolo si diffonde sulla difesa della biodiversità e, accanto a essa, su un altro asse definito ad Aparecida: la sociodiversità. A che punto sta il continente? La xenofobia sottile, che era stata al centro di una sua omelia nel quartiere della Boca quando era arcivescovo, può portare a ulteriori forme di violenza?
Il Pontefice definisce poi l’enciclica Laudato si’, pubblicata nel 2015 e adottata come tabella di marcia in vari paesi, uno scritto sociale e ricorda la sua origine. Rifiutando, in modo deciso, che la si cataloghi solo come enciclica “verde”.
Le conversazioni si concludono su una serie di temi raggruppati come sfide della regione e a partire dalla regione, dove Bergoglio riflette con uno sguardo pastorale sulle nuove realtà latinoamericane. Francesco coglie anche l’occasione per ricordare alcune figure dimenticate, che hanno invece avuto un ruolo centrale nel cattolicesimo, da san Pietro Claver a Bartolomé de las Casas.
Così, gli accordi di pace in Colombia, dove il Pontefice è stato nello scorso settembre, fanno parte della sua riflessione sulla riconciliazione e sull’amicizia. E dinanzi alle nuove realtà che le migrazioni presuppongono come nuovo fenomeno demografico, Bergoglio spiega che cosa significa dal punto di vista delle sfide pastorali l’aumento della popolazione di origine latina negli Stati Uniti.
Nella parte finale si sofferma sulla figura di Paolo VI, forse il grande ignorato della storia recente. Sottolinea la sua importanza pastorale per l’America latina e l’influenza dell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi pubblicata nel 1975 per il documento di Aparecida e per la stessa Evangelii gaudium.
Conoscitore di un continente che ha visitato cinque volte dalla sua elezione nel conclave del 2013, incontrando in questi anni una ventina di suoi governanti, il Papa è chiaro nell’ammonire contro la mancanza di progetti in quella patria grande di cui ricorda alcuni precursori, come José de San Martín e José Gervasio Artigas.
L'Osservatore Romano

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Bergoglio e i libri di Esther


di Andrea Tornielli (Vatican Insider)

Nello Scavo – nomen omen – è un cronista di razza in servizio al quotidiano cattolico Avvenire, e ha un’innata vocazione a “scavare” nelle vicende umane: non si accontenta della superficie, del detto e ridetto o dei lanci di agenzia. Cerca testimonianze di prima mano, riscontri documentali, fonti certe. Ha faticato non poco negli anni scorsi per la sua poderosa inchiesta sulla cosiddetta “lista Bergoglio”, andando a scovare e convincendo a parlare alcuni (riluttanti) testimoni del periodo della dittatura argentina salvati dall’arresto e con ogni probabilità da torture e morte certa, grazie all’intervento discreto e sotterraneo del gesuita che sarebbe diventato Pontefice. 
  
Non poteva esimersi dall’indagare anche sull’amicizia tra Jorge Mario e Esther Balestrino, sua insegnante al laboratorio di chimica la quale, da madre di famiglia invisa al regime dei militari per le sue idee marxiste, affidò a Bergoglio la sua biblioteca. Lui la nascose e la custodì senza distruggerla, come avrebbe potuto fare anche a motivo del rischio che correva nel conservarla, per restituirla poi ai familiari della donna, nel frattempo desaparecida, uccisa dal regime. È nato così “Bergoglio e i libri di Esther” (Città Nuova, pp.104, € 12,00), un agile volume frutto di un’inchiesta condotta come sempre sul campo da Nello Scavo, che oltre a raccontare la storia della biblioteca nascosta, trova il modo di aggiungere pagine significative su nuovi testimoni “salvati” da Bergoglio. 
  
«L’amicizia tra il futuro papa e la dottoressa che parlava di Marx – scrive l’autore - scoppiò per caso. Erano gli anni Cinquanta. L’Europa puzzava ancora di macerie e di polvere da sparo. La terra promessa era a cinque fusi orari da attraversare a ritroso. 
Jorge Mario Bergoglio incontrò Esther Ballestrino appena dopo il diploma. Il promettente figlio di immigrati italiani stava provando la strada che lo avrebbe potuto portare a una laurea. Esther era medico biochimico farmaceutico. Nel Paraguay degli anni ’40 era stata un’attivista marxista, fondatrice del primo movimento per la difesa dei diritti delle donne e dei lavoratori nelle campagne. Si attirò l’inimicizia di autorità e latifondisti, che poi erano la stessa cosa. Scelse l’esilio in Argentina. Non sarebbe stato il primo. Tra alambicchi, reagenti, microscopi e camici bianchi, Bergoglio non apprendeva solo la cultura del lavoro. Esther era meticolosa, gli faceva ripetere gli esami chimici, ragionava da scienziata: la ragione sostenuta dall’esperienza empirica». 
  
Di Esther, incontrata nel 1953 quando aveva 17 anni, il futuro Papa aveva già parlato nel libro-intervista con Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti, “El Jesuita”: «Esther Ballestrino de Careaga, una paraguayana simpatizzante comunista. Le volevo molto bene. Ricordo che quando le portavo i risultati di un’analisi mi diceva: Però, come hai fatto in fretta! E subito dopo mi chiedeva: Ma questo test l’hai fatto? E io le rispondevo che non ce n’era bisogno perché, dopo tutti i test fatti prima, il risultato doveva essere più o meno quello. No, le cose vanno fatte per bene, mi rimproverava lei. Insomma, quello che mi stava dicendo era che il lavoro va sempre preso con molta serietà. Davvero, una grande donna a cui devo molto». 
  
Dopo il golpe del 24 marzo 1976 in Argentina, Esther chiese e ottenne il riconoscimento della condizione di rifugiata dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i profughi, ma ciò non impedì che la sua abitazione venisse più volte perquisita e che i suoi familiari venissero arrestati. Il 13 settembre 1976 fu sequestrato il genero Manuel Carlos Cuevas, marito della figlia Mabel; il 13 giugno 1977 venne arrestata la figlia Ana María, di soli 16 anni e incinta di tre mesi, che fu torturata nel centro clandestino di detenzione Club Atlético e liberata solo in ottobre. Del fidanzato, invece, si sono perse le tracce. È uno dei 30mila desaparecidos argentini. 
  
Esther partecipò alle prime riunioni delle Madres de Plaza de Mayo – le donne che, indossando un fazzoletto bianco sul capo, sfilavano per le vie della capitale invocando la liberazione dei propri figli detenuti e scomparsi –, collaborò con i Familiares de Desaparecidos y Detenidos por Razones Políticas e con la Liga Argentina por los Derechos del Hombre. E aderì anche alle riunioni organizzate da un gruppo di giovani militanti della Vanguardia Comunista nella chiesa di Santa Cruz, nel quartiere di San Cristobal a Buenos Aires. Quando la figlia Ana María venne liberata, Esther decise di rifugiarsi con le tre figlie in Brasile e poi in Svezia. Mise al sicuro le figlie ma lei decide di rientrare in Argentina allo scopo di proseguire la propria attività con le Madres de Plaza de Mayo. Venne arrestata e fatta sparire. Invano padre Jorge Mario, come già aveva fatto con tante altre persone, tentò di avere informazioni. 
  
È lo stesso Bergoglio a raccontare che cosa era accaduto prima dell’arresto e della scomparsa della sua insegnante, nel 1978: «Esther una volta mi chiamò e mi chiese: ehi, puoi venire a casa mia, che mia suocera sta male e voglio che tu le dia l’estrema unzione? Mi sembrò strano perché non erano credenti, nonostante la suocera lo fosse; era abbastanza devota, però mi sembrò strano. Quando entrai nell’appartamento, Esther mi rivelò il vero motivo di quell’urgenza. Mi chiese dove potevamo nascondere la biblioteca, perché la tenevano sotto sorveglianza. Le avevano già sequestrato una figlia e poi l’avevano rilasciata. Esther aveva tre figlie». I resti di Esther Ballestrino, vittima della repressione della dittatura militare, sono stati identificati nel luglio 2005. 
  
Il mistero della biblioteca marxista della donna è durato quattro decenni. E quasi per caso è stato risolto durante la visita di Papa Francesco in Paraguay, nel 2015. Alcuni testimoni avevano ipotizzato che Bergoglio, ricorda Nello Scavo, «avesse ragionevolmente distrutto i libri, probabilmente bruciati per far sparire ogni traccia. Un gesto finito addirittura in un frettoloso film italiano sul pontefice. Ma nessuno aveva assistito al rogo: e dunque, mi dicevo, non si può escludere che i libri siano invece stati custoditi in qualche nascondiglio. Se la distruzione di quelle opere sarebbe stata una scelta normale agli occhi di chi ricostruisce quei giorni con lo sguardo dell’oggi, non è detto che sarebbe stato altrettanto logico per chi quell’epoca l’ha vissuta in prima linea. Distruggere i libri, inoltre, rientrava nella simbologia della dittatura». 
  
«Diversi gesuiti del Collegio di San Miguel, mentre svolgevo le ricerche per i miei due libri (La Lista di Bergoglio, pubblicato anche in Argentina dalla Editorial Claretiana; e successivamente I salvati e i sommersi di Bergoglio, uscito in Italia), mi avevano detto – racconta Scavo - che nella biblioteca del collegio erano stati nascosti dei “libri comunisti”. Che si trattassero dei volumi affidati da Esther a padre Jorge era solo un’ipotesi». 
  
Le figlie di Esther sull’argomento hanno sempre glissato. Perché? Perché anche loro, è l’ipotesi dell’autore del libro, avrebbero dovuto rispettare quel tacito patto del silenzio a cui molti tra i salvati da Bergoglio avevano tenuto fede per quasi quattro decenni? Nel 2015, durante la visita in Paraguay, Francesco compie uno dei suoi fuori programma. Se ne accorge il portale web “Terre d’America”, diretto da Alver Metalli, che per primo riferisce dell’incontro ad Asunción tra le figlie di Esther e il Pontefice.

Esame di coscienza




C’è chi pensa che l’abitudine di «fare un esame di coscienza» ogni giorno sia una pratica superata, non per «cristiani aggiornati». Ma «la lotta che ha portato Gesù contro il male non è cosa antica, è cosa molto moderna» perché si trova ogni giorno nel «nostro cuore». E l’esame di coscienza accompagna il cristiano in questa lotta aiutandolo «a fare spazio allo Spirito Santo». È questo il consiglio dato dal Papa nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta giovedì 26 ottobre. Commentando le letture del giorno, il Pontefice ha affrontato il tema della conversione: un «cammino» che richiede lotta e impegno continui.
Francesco ha preso anzitutto in esame il Vangelo di Luca (12, 49-53), nel quale «Gesù ci dice che lui è venuto a gettare fuoco sulla terra». Ma, ha precisato, si tratta di un fuoco — quello che lui «getta con la sua parola, con la sua morte e risurrezione, con lo Spirito Santo che ci ha inviato» — che provoca «non le guerre che noi vediamo nei campi di lotta, di battaglia, ma le guerre culturali, le guerre familiari, le guerre sociali, anche la guerra nel cuore, la lotta interiore». Gesù, infatti, «ci chiama a cambiare vita, a cambiare strada, ci chiama alla conversione». È questo il fuoco di cui parla: «un fuoco che non ti lascia tranquillo, non può, ti spinge a cambiare».
Anche Paolo, scrivendo ai Romani (6, 19-23) e scusandosi «perché usa un linguaggio umano», spiega «che devono cambiare in tutto, cambiare il modo di pensare: “Tu prima pensavi come un pagano, come un mondano, adesso devi pensare come un cristiano”». Il cuore, «che era mondano, pagano — ha detto il Pontefice — diventa adesso cristiano con la forza di Cristo: cambiare, questa è la conversione». Un cambiamento che coinvolge «il modo di agire: le tue opere devono cambiare». Per spiegarsi meglio, l’apostolo scrive: «Come avete messo le vostre membra al servizio del peccato, adesso mettete le vostre membra al servizio del Signore».
Quindi «la conversione coinvolge tutto, corpo e anima». Ed è un cambiamento che non si fa «col trucco»: lo fa «lo Spirito Santo». Certo, «io devo fare del mio perché lo Spirito Santo possa agire», ed è proprio questa la lotta di cui parla Gesù. Perciò il Papa ha sottolineato che «non esistono cristiani tranquilli, che non lottano: quelli non sono cristiani sono dei “tiepidi”, e Gesù ha detto cosa farà con i tiepidi, nel libro dell’Apocalisse. La vita cristiana è una lotta». È un concetto che si ritrova anche nell’Antico testamento, dove «i sapienziali dicevano: “la vita è una milizia sulla terra”, la vita cristiana è una lotta, una lotta che non ti dà tranquillità ma ti dà pace». A tale riguardo Francesco ha spiegato che «dobbiamo imparare a distinguere»: la tranquillità, infatti, «tu puoi trovarla anche con una pastiglia», come quella che si prende per vincere l’insonnia. Invece «non ci sono pastiglie per la pace. Soltanto lo Spirito Santo può darla e questa lotta, questo fuoco ti porta quella pace interiore, quella pace dell’anima che dà la fortezza ai cristiani».
Di questa lotta interiore hanno dato testimonianza «tanti martiri nella storia della Chiesa», tanti uomini e donne arrivati perfino «a dare la vita», tanti «cristiani silenziosi, tanti uomini, padri di famiglia, tante donne, madri di famiglia, che portano avanti la loro vita con silenzio, educando i figli, e vanno avanti col lavoro, e cercano di fare la volontà di Dio»
Ma, si è chiesto il Pontefice, «come aiutiamo lo Spirito Santo»? Facendo «spazio nel nostro cuore». Ecco allora il consiglio pratico suggerito da Francesco: l’utilità dell’«esame di coscienza». Alla fine di ogni giorno bisogna chiedersi: «Cosa è successo nel mio cuore oggi? Cosa ho sentito? Cosa ho fatto? Cosa ho pensato? I miei sentimenti riguardo ai prossimi, alla famiglia, agli amici, ai nemici: cosa ho sentito, questo sentimento è cristiano o non è cristiano? E così andare avanti». E ancora: «Di quale cosa ho parlato, come è andata la mia lingua oggi? Ha parlato bene o ha sparlato degli altri?». Si tratta di una pratica che «ci aiuta a fare spazio, ci aiuta a lottare contro le malattie dello Spirito, quelle che semina il nemico e che sono malattie di mondanità».
Qualcuno, però, potrebbe obiettare: «Ma, padre, queste cose sono vecchie, noi adesso siamo moderni, siamo cristiani aggiornati». La risposta è immediata: «Ma, pensa: la lotta che ha portato Gesù contro il diavolo, contro il male non è cosa antica, è cosa molto moderna, è cosa di oggi, di tutti i giorni». Ed è una guerra che si trova «nel cuore nostro, quel fuoco che Gesù è venuto a portarci è nel cuore nostro». Quindi «lascio entrare, lascio che lui mi tocchi e mi cambi».
Da ciò si capisce, ha spiegato il Papa, che la conversione non è una decisione presa una tantum — «prima io ero pagano, adesso sono cristiano» —ma è «domandarsi ogni giorno: come sono passato dalla mondanità, dal peccato alla grazia, ho fatto spazio allo Spirito Santo perché lui potesse agire?». Consapevoli che «le difficoltà nella nostra vita non si risolvono annacquando la verità». Da qui la domanda: di fronte alla verità di Gesù che «ha portato fuoco e lotta, cosa faccio io»?.
A questo punto Francesco ha dato un altro consiglio pratico attingendolo dall’orazione colletta nella quale ai chiede «la grazia di un cuore generoso e fedele». E ha spiegato: «Per la conversione ci vogliono ambedue le cose: generosità, che viene sempre dall’amore, e fedeltà, fedeltà alla parola di Dio». La preghiera, poi, continua dicendo: «Così possiamo servirti con lealtà». Bisogna, cioè, «essere leali davanti a Dio, trasparenti, dire la verità, E il cuore del Signore — ha concluso il Pontefice — è tanto buono, tanto grande che davanti a una persona leale, io direi si “indebolisce”, cioè ci ama di più, si avvicina di più e fa il miracolo della conversione».

L'Osservatore Romano

Giovedì della XXIX settimana del Tempo Ordinario




L'astuto avversario, quando si vede scacciato dal cuore dei buoni,
cerca quanti sono molto amati da loro,
e parla per mezzo di essi con parole carezzevoli:
affinché, penetrato il cuore con la forza dell'amore,
la spada della sua persuasione irrompa facilmente
nelle fortificazioni della rettitudine interiore
S. Gregorio Magno

***

Dal Vangelo secondo Luca 12,49-53. 
Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! C'è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. D'ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».
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Nel cuore della Chiesa brucia il fuoco dell’amore che Gesù ha «gettato» sulla terra perché anche su di essa si possa compiere la volontà del Cielo. In ogni apostolo «c’è una passione che deve crescere nella fede e che deve trasformarsi in carità che accenda come fuoco anche l’altro» (Benedetto XVI). La stessa “angoscia” sofferta da Gesù fino al “compimento del battesimo” che lo avrebbe inabissato negli inferi a liberare Adamo e ogni uomo, spinge da duemila anni gli apostoli sul «carro di fuoco» ad annunciare il Vangelo sino ai confini della terra. Quando però una sua interpretazione sentimentale e orgogliosa induce ad adattarlo alle culture e alle mode, si spegne la profezia, si «discredita il cristianesimo» e si inganna il mondo, offrendogli solo una triste edizione rivisitata di ciò che è già suo e non ha potuto salvarlo: “I vostri volti non sono volti di salvati, per questo io non crederò mai al vostro Signore” (J. P. Sartre). Sono i volti di un genitore, un educatore, un prete, una fidanzata, un amico quando accettano un compromesso, e lo scambiano per amore. Invece tradiscono l’amore consegnando l’altro alla menzogna e al peccato, perché dubitano del Vangelo, hanno smesso di credere che Cristo è risorto, se mai ci hanno creduto. Al contrario, il “fuoco” acceso da Gesù sulla Croce, riduce in cenere i legami morbosi che si nascondono nei desideri della carne e ci fa liberi di osare, per amore, la fedeltà alla Verità sino a vederci rifiutati anche da chi ci ha dato la vita. Come Edith Stein, che, pur soffrendo la “divisione” nella sua carne, non ha esitato ad abbandonare religione e madre per seguire il Signore. Ma sarà proprio nella camera a gas del suo martirio di ebrea e cristiana, che tutto si illuminerà e compirà: unita a Cristo nell’amore che la consumava, ha offerto se stessa per salvare anche ciò che aveva “dovuto” abbandonare. Anche per noi ci sono momenti in cui più esigente si fa sentire la chiamata del Signore, e non ci sembra vero che proprio Lui ci separi dagli affetti più cari. Crediamo che la “divisione” inevitabile che sperimenta un discepolo per seguire il Signore sia discomunione, che cerchiamo di ricucire chiudendo un occhio sulla verità per non soffrire. Ma l’amore autentico che circoncide il cuore e desidera il bene dell’altro non è mai senza dolore. Il Signore lo sa, e per questo ci attira anche oggi nel suo “fuoco” che ci purifica, per discendere liberi con Lui nel “battesimo” che ci immerge nel dolore del prossimo perché incontri in noi il suo amore.

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IL DIALOGO DI EDITH STEIN CON SUA MADRE EBREA 
CUI COMUNICA DI ESSERSI CONVERTITA AL CATTOLICESIMO

Auguste: Sei ancora giovane. Hai il mondo davanti a te.
Edith: Sei tu che mi hai insegnato ad essere buona e giusta. Come cristiana la mia anima appartiene a Dio, a Gesù. Ma come ebrea il mio sangue appartiene al mio popolo.
Auguste: Ho il cuore oppresso dal dolore. Mi domando se sei mia figlia.
Edith: Sono tua figlia. Sono esattamente come te.
Auguste: Edith, la mano forte di un uomo ti è sempre mancata. Tuo padre...
Edith: Si, mi è mancato. Ma ora è diverso, ora la mia anima è promessa.
Auguste: Non ritornare più a casa, Edith. Lasciami morire.
Edith: Non mi vuoi più vedere?
Auguste: No.

mercoledì 25 ottobre 2017

A cinque secoli dalla Riforma



Lutero e l’ordine agostiniano. 
A cinque secoli dalla Riforma 

Luci e ombre. L’ordine agostiniano, al quale apparteneva Lutero, non ha motivo di celebrare il cinquecentenario della Riforma, ma certamente di commemorarlo, riflettendo su luci e ombre della vicenda storica e spirituale del monaco tedesco. È quanto afferma il priore generale in una lettera indirizzata alle figlie e ai figli spirituali di sant’Agostino, che pubblichiamo integralmente.
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di ALEJANDRO MORAL ANTÓN
In un modo che può sembrare un po’ riduttivo, si è voluto fissare l’inizio della Riforma nell’esposizione pubblica che Martin Lutero fece a Wittenberg delle sue 95 tesi sulle indulgenze, il 31 ottobre 1517. A ogni modo, non c’è dubbio che Lutero originò una vera crisi religiosa che ha provocato una frattura nella cristianità occidentale e ha posto le basi non del secolarismo, bensì del processo di secolarizzazione e della nascita di una nuova Europa. Le tesi implicarono anche un cambio nel modo di comprendere sé stesso. Fu allora che cambiò il suo cognome, da Luder, passò col firmarsi Eleutherios (il libero) per un periodo e, infine, Luther (Lutero).
La sua forte personalità, ricca e suggestiva nei suoi contrasti, la nuova teologia che sviluppò, le conseguenze della rivoluzione che scatenò, fanno di lui una figura decisiva nella storia universale e del cristianesimo. Possiamo affermare che esiste un prima e un dopo Lutero.
Non possiamo dimenticare che Martin Lutero (1483-1546) era un agostiniano. Entrò nel nostro ordine nel 1505 ed era membro della congregazione di osservanza di Sassonia. Appartenne alla comunità del convento di Erfurt prima e di Wittenberg dopo. Ricevette diversi incarichi di governo: vicepriore e reggente degli studi (1512-1515), poi vicario provinciale di Turingia e Meissen (1515-1518). Esercitò questi compiti con responsabilità e saggezza, prendendo decisioni quando erano necessarie, senza ignorare le difficoltà e cercando il bene comune. Fu un rinomato professore (il titolo a lui più caro era quello di dottore in teologia) e accreditato predicatore, si mostrò disponibile per prestare i suoi servizi quando gli furono richiesti, come avvenne per quel che riguarda la questione interna (il conflitto tra gli osservanti e i conventuali) che portò al suo viaggio a Roma nel 1511-1512. Tutte le fonti evidenziano che fu un frate pio, compito e fervente. Fino al 1521 soleva firmare sempre «Martin Lutero, agostiniano» e usò l’abito fino al 1524, conservando fino alla sua morte molto del suo essere frate per quel che riguarda la pietà e lo stile.
È anche vero che Lutero non solo abbandonò l’ordine, ma esecrò la vita religiosa con tutte le sue forze, respingendo le pratiche ascetiche e di pietà, la recita del breviario e altri obblighi, modificò radicalmente la teologia sacramentaria, condannò i voti e promosse l’abbandono e la fuga di massa dei consacrati. Il danno causato all’ordine e alla vita religiosa in Germania fu enorme. Lutero fu un nostro confratello per un periodo e condivise il nostro carisma, ma lui stesso si pose fuori dall’ordine con le sue opzioni, le sue iniziative e le sue decisioni.
L’ordine di sant’Agostino, al quale apparteneva Lutero, non ha motivo di celebrare i 500 anni dell’inizio della Riforma, ma certamente di commemorarli. E lo facciamo con serenità, mettendo in evidenza gli aspetti positivi che ne hanno avuto origine: la rivalutazione del singolo, una maggiore fiducia in Dio, la centralità della Scrittura, l’avvicinamento della liturgia al popolo, lo sviluppo del senso comunitario, la sana laicità, la necessità di una riforma intesa come ritorno all’essenziale. Cosa potrebbe imparare la Chiesa cattolica dalla tradizione luterana? Papa Francesco risponde così: «Due parole mi vengono in mente: la Riforma e la Scrittura». Il gesto di rinnovamento per una Chiesa che è semper reformanda e la scelta fatta di mettere la Parola di Dio nelle mani del popolo.
Dobbiamo anche imparare a evitare che ciò che dovrebbe essere un processo di riforma e rivitalizzazione di tutta la Chiesa degeneri in uno “stato” di separazione e rottura, e che l’avvicinamento alla sacra Scrittura si risolva in soggettivismo. Per questo, secondo le parole del teologo luterano Wolfhart Pannenberg, «la divisione della Chiesa nel XVI secolo non può essere intesa come il successo della Riforma, ma solo come l’espressione del suo temporaneo fallimento; la Riforma mirava infatti al rinnovamento di tutta la Chiesa, in riferimento alla sua origine biblica». Inoltre, possiamo dire che lo scisma della Chiesa è un’espressione di fallimento per tutti i cristiani.
Oggi, nel ricordare la figura di Martin Lutero ci soffermiamo sull’uomo di profonde intuizioni religiose, sull’araldo e predicatore della parola divina, sulla sua ingegnosità e creatività, sulla sua straordinaria capacità di lavoro, sul modo in cui ha utilizzato la stampa e i progressi del tempo al servizio della comunicazione, sulla sua profonda pietà. «Siamo tutti mendicanti, hoc est verum», scrisse il 16 febbraio 1546, due giorni prima di morire. Fu un cristiano sincero e un uomo di preghiera, un buon marito e padre di famiglia, un amico semplice e ospitale, una guida diligente delle persone che cercavano il suo consiglio. Di temperamento affettuoso ed espansivo, nonostante le preoccupazioni e le malattie che lo colpirono, fu un modello di virtù domestiche. Bisogna ricordare, inoltre, le sue lotte interiori contro le angosce e le tentazioni, la sua forma diretta di espressione, l’apertura dell’anima e il modo fiducioso di condividere la sua intimità con coloro che gli erano vicini, la sua sensibilità spirituale.
Ciò nonostante, non possiamo evitare di parlare di un altro aspetto poco lusinghiero: quello che fa riferimento alla sua intolleranza. Ostinato e inflessibile, passionale e veemente, Lutero utilizzava espressioni mordaci contro chi gli si opponeva, arrivando a essere ingiurioso e grossolano. Spesso risultava vessatorio e offensivo, arrivando alla calunnia. L’eletto da Dio, il “profeta della fine dei tempi”, si considerava nella verità e, pertanto, rispondeva in termini aggressivi a qualsiasi disaccordo. Per lui non era possibile la ritrattazione perché non assumeva la possibilità di sbaglio o di errore. È significativa la sua fissazione verso la figura del papa, che si evolve dall’obbedienza reverenziale all’avversione e all’aborrimento, fino a sfociare in odio nei suoi ultimi anni. Sono veramente tristi ed esagerati i suoi insulti e le aggressioni alla Chiesa di Roma (“papista”, secondo la sua particolare terminologia). La lettura di quei testi ci riempie di dolore. Oggi, grazie a Dio, i tempi sono cambiati: non solo sono cordiali le relazioni tra luterani e cattolici, ma anche, sulla via dell’ecumenismo, si è arrivati a punti di incontro come la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, firmata nel 1999, alla quale recentemente ha aderito la Comunione mondiale delle chiese riformate.
Quanto al suo pensiero, risulta impossibile esporlo qui, neppure volendolo riassumere. Dirò solamente che Lutero manifestò la sua sfiducia nella ragione e il rifiuto della filosofia nella repulsione viscerale alla scolastica, all’aristotelismo, ai sistemi teologici eccessivamente strutturati, ai giochi dell’intelletto, alle classificazioni, ai sofismi alle sottigliezza delle scuole. Lutero sosteneva che tutto questo ci allontana dall’incontro con Cristo e ostacola la vera fede che si fonda sulla Scrittura, sulla parola. Dio non è un’ipotesi filosofica, ma ci si rivela e ci parla in Cristo. Per questo è necessaria una maggiore semplicità, abbandonare gli artifici per andare alla fonte e rendere possibile l’incontro. E richiede anche di avvicinare la Parola di Dio al popolo, facilitandone il contatto e l’assimilazione personale. Da queste basi possiamo comprendere che Lutero dedicò molto tempo e attenzione alla traduzione e all’esegesi della sacra Scrittura e della predicazione. Egli mostrò un eccellente conoscenza della sua lingua nativa. La sua traduzione della Bibbia è di una importanza fondamentale, sia in senso pastorale che in senso filologico. Lutero ebbe un ruolo decisivo nella scelta lessicale e nello stile, nel quale si riflette la vivacità e la spontaneità della lingua parlata. È un innovatore della lingua, che dota di grande precisione e realismo, al punto di essere considerato determinante nell’unificazione della lingua tedesca e nel fissaggio del tedesco moderno. Riconosciuto predicatore, i suoi sermoni riscontrarono sempre un’enorme risonanza. Di stile semplice, concreto e didattico; molto pratico. Parlava con profonda convinzione, concentrato su quello che diceva, senza perdersi in gestualità o teatralità, ma utilizzando locuzioni popolari e modismi. Fu “l’ecclesiaste di Wittenberg”, il predicatore e il trasmettitore per eccellenza della Parola di Dio.
Un altro punto essenziale del suo pensiero, nella linea agostiniana, è la realtà della grazia riferita principalmente alla giustificazione. In questo mondo dove trionfa l’indifferenza, nel quale tante volte si vive come se Dio non esistesse, nel quale si riduce Dio a un concetto o a una regola, Lutero ci riporta al Dio rivelato in Cristo, che è Amore che si concretizza nell’Amore. Il centro della sua vita e la sua riflessione fu senza dubbio la questione di Dio. Tormentato fin dalla giovinezza dalla questione della salvezza, trovò tranquillità e gioia nel principio della giustificazione per la fede (cfr. Romani, 1, 17). Pertanto, la giustizia di Dio non deve essere intesa in senso attivo o vendicativo (un Dio giusto che punisce i peccatori), ma in senso passivo o giustificativo (Dio che rende giusti e che ci dona la santificazione). Non sono le opere, per buone che siano, quelle che ottengono la salvezza, ma la fiducia in Cristo, l’unico Redentore, che ci si comunica per la fede. Solus Christus, soli Deo gloria. Il Dio terribile si trasforma così nel Padre della misericordia e il Cristo giustiziere nell’unico Salvatore tramite la croce. Lutero sente l’incapacità dello sforzo umano senza la grazia ma radicalizza questa dottrina portandola all’estremo. Per lui è impossibile che l’essere umano possa collaborare attivamente alla propria salvezza, perché permane il peccato; solo che, per i meriti di Cristo, non ci viene imputato.
Sola Scriptura, sola gratia, sola fide. Le conseguenze della percezione luterana portarono alla negazione del libero arbitrio, all’innovazione dogmatica dei sacramenti, al rifiuto della messa come sacrificio, alla negazione del sacerdozio ministeriale, alla demolizione del magistero e della gerarchia ecclesiastica, alla demonizzazione del papato. Ciò nonostante, Lutero si mostra sorprendentemente servile nei confronti dei principi protestanti e si manifesta come un appassionato difensore del legittimo ordine sociale e politico, anche a caro prezzo. La sua posizione nella Guerra dei contadini (1524-1525) ci offre un buon esempio di questo e costituisce una delle caratteristiche più discusse del riformatore. Così come lo sono anche altri due aspetti, presenti in Lutero, che hanno gettato un’ombra nera sulla storia degli ultimi secoli: il nazionalismo e l’antisemitismo.
La figura di Lutero non è di facile interpretazione, ma è senza dubbio affascinante. È piena di contrasti che rendono difficile l’obiettività e l’equanimità, ma offre tratti enormemente innovativi ed è, senza dubbio, molto attuale. Nonostante i cinque secoli passati, continua a suscitare reazioni estreme: l’adesione o il rifiuto viscerale. E nel nostro ambito agostiniano, purtroppo, continua a rimanere ancora sconosciuto. Nell’ordine abbiamo bisogno di specialisti in Lutero, tanto nel campo storico come in quello teologico. Spero che questa commemorazione della Riforma luterana sia un richiamo e un impulso agli studi in questa direzione. Sono grato per l’interesse manifestato e le iniziative intraprese nelle diverse circoscrizioni dell’ordine, soprattutto in campo accademico, con l’organizzazione di ottimi congressi, giornate di studio e pubblicazioni. Il consiglio generale ha voluto coinvolgersi in questo senso incoraggiando l’organizzazione del Convegno intitolato: «Lutero e la Riforma: sant’Agostino e l’ordine agostiniano», che si terrà a Roma, dal 9 all’11 di novembre. Spero che sia un buon punto di partenza.
Desidero concludere con l’acuta riflessione di Papa Benedetto XVI, fatta all’Augustinerkloster di Erfurt, durante il viaggio in Germania: «Per Lutero la teologia non era una questione accademica, ma la lotta interiore con se stesso, e questo, poi, era una lotta riguardo a Dio e con Dio. “Come posso avere un Dio misericordioso?” Che questa domanda sia stata la forza motrice di tutto il suo cammino mi colpisce sempre nuovamente nel cuore. Chi, infatti, oggi si preoccupa ancora di questo, anche tra i cristiani? Che cosa significa la questione su Dio nella nostra vita? Nel nostro annuncio? La maggior parte della gente, anche dei cristiani, oggi dà per scontato che Dio, in ultima analisi, non si interessa dei nostri peccati e delle nostre virtù. Egli sa, appunto, che tutti siamo soltanto carne. Se si crede ancora in un al di là e in un giudizio di Dio, allora quasi tutti presupponiamo in pratica che Dio debba essere generoso e, alla fine, nella sua misericordia, ignorerà le nostre piccole mancanze. La questione non ci preoccupa più. Ma sono veramente così piccole le nostre mancanze? Non viene forse devastato il mondo a causa della corruzione dei grandi, ma anche dei piccoli, che pensano soltanto al proprio tornaconto? Non viene forse devastato a causa del potere della droga, che vive, da una parte, della brama di vita e di denaro e, dall’altra, dell’avidità di piacere delle persone dedite ad essa? Non è forse minacciato dalla crescente disposizione alla violenza che, non di rado, si maschera con l’apparenza della religiosità? La fame e la povertà potrebbero devastare a tal punto intere parti del mondo se in noi l’amore di Dio e, a partire da Lui, l’amore per il prossimo, per le creature di Dio, gli uomini, fosse più vivo? E le domande in questo senso potrebbero continuare. No, il male non è un’inezia. Esso non potrebbe essere così potente se noi mettessimo Dio veramente al centro della nostra vita. La domanda: Qual è la posizione di Dio nei miei confronti, come mi trovo io davanti a Dio? — questa scottante domanda di Lutero deve diventare di nuovo, e certamente in forma nuova, anche la nostra domanda, non accademica, ma concreta. Penso che questo sia il primo appello che dovremmo sentire nell’incontro con Martin Lutero».
L'Osservatore Romano

L'altro Francesco


Arriva in libreria la raccolta di interviste curata da Deborah Castellano Lubov (Cantagalli): collaboratori e conoscenti raccontano Papa Bergoglio. Pubblichiamo la prefazione firmata dal cardinale Segretario di Stato.


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di Pietro Parolin *
(Pubblicato su Vatican Insider)

La familiarità con cui Papa Francesco si è presentato al mondo intero all’inizio del suo pontificato non è soltanto un fatto nuovo, almeno in parte, ma è anche qualcosa che da dentro sta plasmando la Chiesa. Quest’amicizia che il pontefice ha per il popolo cristiano – che in definitiva è desiderio di camminare insieme – è la stessa che manifesta per chi ha scelto di seguire Cristo nella missione del sacerdozio e che ha bisogno, quotidianamente, di essere ricondotto all’origine del suo servizio. Non sorprenderà, pertanto, di sentire nelle interviste che seguono la voce di chi, persino in cariche di alta responsabilità nell’organizzazione ecclesiale, racconta il grande stupore col quale ha vissuto e vive il suo personale incontro col papa, sentendosi accolto da uno sguardo – quello di Francesco – carico di affetto e di misericordia, sentimenti che fondano e costituiscono l’esperienza che l’uomo fa della sua dignità.  
  
Francesco sta compiendo questo grande servizio: nell’era del massimo trionfo della tecnica e del denaro, sta indicando all’uomo di oggi ferito dalla crisi – ancor prima spirituale che economica – la sola via per riacquistare il proprio valore di essere umano: la via è Gesù, come Lui stesso ci dice nel Vangelo di Giovanni: «Io sono la via, la verità e la vita» (14,6). Tutti i giorni il papa – con la sua umiltà ma anche con la sua instancabile perseveranza – riporta al Vangelo anche noi che abbiamo scelto di servire Dio nel ministero sacerdotale, sia con le sue parole e con i suoi gesti, sia con l’attenzione che mostra verso i poveri, verso gli ultimi. 8 Perché è vero che non di solo pane vive l’uomo, ma è vero anche il contrario: l’uomo vive anche di pane. E, oggi, dentro questa grande crisi, sono in molti a esserne privi. Del resto, la sua sensibilità per la povertà ha caratterizzato tutto il suo cammino di pastore della Chiesa e di testimone di Cristo.  
  
Credo che una delle immagini più rappresentative di questo pontificato sia quando a Firenze – alla mensa di San Francesco Poverino – il papa versa dell’acqua nel bicchiere di plastica ad un’anziana signora sollevando una brocca anch’essa di plastica. Tuttavia, l’attenzione di Francesco per i poveri non va confusa col pauperismo o con un buonismo fine a se stesso: nell’attenzione per gli ultimi, l’uomo fa esperienza della caritas. E quindi, di Cristo. Così è infatti nel Vangelo di Matteo: «Ogni volta che l’avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, lo avete fatto a me» (25,40). E in Giovanni è ancora più chiaro, quando Gesù ammonisce: «I poveri li avete sempre con voi, ma non sempre avete me» (12,8).  
  
Per questo, papa Francesco ci invita costantemente a capire il povero e ad essere attenti a lui in quanto uomo: non alla sua condizione di mendicante, piuttosto al suo cuore mendicante. E il suo cuore mendicante è il nostro cuore bisognoso di Cristo. Il grande e palpabile attaccamento di Francesco al Figlio di Dio ha ferito persino chi non crede. Sono moltissimi, infatti, i non credenti che hanno espresso la loro sorpresa e la loro curiosità verso il papa e, in qualche modo, verso la Parola di Dio. Questo è il segno che lo Spirito Santo è più che mai vivo nella sua Chiesa.

* Cardinale Segretario di Stato vaticano