mercoledì 8 novembre 2017

Mercoledì della XXXI settimana del Tempo Ordinario



Se l'appello del re terreno ai suoi sudditi merita attenzione,
quanto più degno di considerazione è vedere nostro Signore, re eterno,
che ha davanti a sé tutti gli uomini del mondo,
e chiama ciascuno in particolare dicendo:
"È mia volontà sottomettere al mio potere
tutto il mondo e tutti gli avversari,
e così entrare nella gloria del Padre mio;
perciò chi vuole venire con me deve faticare con me,
perché, seguendomi nella sofferenza,
mi segua anche nella gloria"
S. Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali

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Dal Vangelo secondo Luca 14,25-33

In quel tempo, siccome molta gente andava con lui, Gesù si voltò e disse: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento? Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda un’ambasceria per la pace.
Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”.

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Avranno «calcolato» ponderatamente i rischi prima di bussare alla porta della Chiesa i pagani che abitavano l’Impero Romano. Convertirsi significava infatti andare incontro ad una morte probabile. Eppure continuavano a ripetere ai cristiani che desideravano vivere come loro. Accadde anche a quel samurai che, vedendo San Francesco Saverio rispondere con pazienza e amore a dei bambini che lo insultavano e deridevano, ne rimase così affascinato da chiedergli di diventare cristiano come lui; quello straniero, infatti, doveva avere un tesoro molto più grande dell’onore che sino ad allora era stato la ragione della sua vita. «Quello che il cristianesimo offriva ultimamente ai convertiti non era nulla di meno della loro umanità» (G. Bardy), che Dio rivelava autentica e compiuta in Cristo. Incontrandola nei cristiani diveniva naturale «odiare» tutto quello che, nella loro vita, li stava ghermendo nella menzogna. Anche a noi è giunto lo stesso annuncio. Abbiamo visto e sperimentato il suo amore che ha salvato e rinnovato la nostra vita. Ma oggi, «andando a Gesù», che cosa speriamo? Siamo come la «molta gente» che lo seguiva o desideriamo davvero essere suoi «discepoli»? Seguire il Signore significa «costruire» con Lui una «torre» come quelle che si ergevano nei campi per raccogliere e difendere il raccolto. Occorre «calcolare la spesa», che comprende ogni istante della nostra vita, e discernere i «mezzi» con cui «portare la missione a compimento», ovvero «la propria croce». Significa «portare» con Lui ciò che ci umilia e che il mondo non può accettare, per annunciare a tutti che c’é una «torre» dove Cristo ci accoglie e ci difende; essa è proprio la croce di ciascuno, dove si può vivere sereni anche nella sofferenza, perché Lui ha seminato la vita nella morte. Scendere dalla Croce è consegnare se stessi e Cristo alla «derisione» del mondo, nello scandalo che impedisce a chi ci è accanto la salvezza. Seguendo il Signore siamo chiamati anche ad «affrontare» con Lui la «guerra» per strappare al «re» nemico i prigionieri della sua menzogna. Ma, è ovvio, non possiamo combattere senza «odiarlo». Non lottiamo però con le creature, ma contro il demonio e i suoi lacci: gli affetti per «padre, madre, fratelli e sorelle» vissuti nella carne e schiacciati nei compromessi, l’idolatria del denaro, feticcio che rappresenta potere e successo. Soprattutto la nostra «propria vita», con i suoi criteri, le ragioni, i progetti. «Chi non odia» tutto questo ogni giorno, finirà con l’odiare Dio per «accordarsi» con il nemico, anche se «lontano»; le sue tentazioni, infatti, sono subdole e difficili da smascherare... Il Signore ci ha «amati sino alla fine», «odiando» perfino il suo essere Dio pur di raggiungerci laddove giacevamo lontani dal Padre. Per questo «non può essere discepolo» di Gesù chi «non rinuncia a tutti i suoi averi» per far posto al suo amore incorruttibile, libero e autentico, che attira ogni uomo nel desiderio di esserne colmato.

martedì 7 novembre 2017

Martedì della XXXI settimana del Tempo Ordinario



Perdettero la loro primogenitura, perché,
rivolto il cuore verso l'Egitto, mangiarono la lenticchia.
Anche nel popolo cristiano ottengono la primogenitura
coloro che si riconoscono in Giacobbe.
Coloro invece che vivono secondo la carne,
che credono secondo la carne,
che sperano secondo la carne,
che amano secondo la carne,
appartengono all'Antico Testamento, non ancora al Nuovo.
Ancora sono nella condizione di Esaù, non nella benedizione di Giacobbe.
S. Agostino

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Dal Vangelo secondo Luca 14,15-24

In quel tempo, uno dei commensali, avendo udito questo, disse a Gesù: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!».
Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”.
Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”.
Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”».

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Con il battesimo la Chiesa ci ha recapitato l’«invito» del Signore alla «grande cena» preparata da sempre per noi. Ha rinnovato la «chiamata» a seguirlo svelandoci le ricchezze di quel «menù» nutrendoci alla mensa della Parola e dei sacramenti. Ma, allontanandoci stoltamente dalla «tenda» della comunità come Esaù, in caccia di affetti e denari, abbiamo dimenticato i tanti segni dell’amore di Dio disseminati nella nostra vita, perdendone il senso. «Ecco, sto morendo: a che mi serve allora la primogenitura?» (Gen 25,32): «esausti» e in preda alla fame, ci siamo così gettati avidamente sulle «lenticchie» del momento, rifiutando la «grande cena». Giorno dopo giorno, sguardo dopo sguardo, parola dopo parola, senza rendercene conto, la concupiscenza, il «moto dell'appetito sensibile che si oppone ai dettami della ragione umana e ingenera disordine nelle facoltà morali dell'uomo» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2515), ci ha strappato la gioia della primogenitura. Ormai schiavi della carne, dettiamo irragionevolmente i tempi della conversione, e organizziamo l’agenda delle priorità stabilendo disordinatamente cosa sia «bene» e «male» per noi, scambiando però l’«unica cosa buona e necessaria» per un impedimento alla felicità. Viviamo affannati per «comprare», ci consoliamo nel «vedere» e «provare» quello che crediamo di possedere, mentre ne diveniamo schiavi perché “la lenticchia è il cibo degli egiziani” (S. Agostino). Ma giunge «l’ora della cena», e allora si svelano i segreti del nostro cuore. Quando la moglie o il marito si avvicinano «invitandoci» ad amarli, ci «scusiamo» opponendo le ragioni della concupiscenza che, paradossalmente, proprio per «esserci sposati», ci impediscono di «gustare» la Grazia del matrimonio, come di qualunque altra relazione. Siamo ancora «uomini vecchi» corrotti nella ricerca del piacere. Per questo, non riconoscendo nel «servo» il volto di Cristo, «non possiamo» intuire la «beatitudine» promessa nella «chiamata» a donarsi, anticipo e profezia del banchetto celeste del quale «nessuno» schiavo «gusterà» le delizie. Ma, nonostante tutto, nella casa del Signore «c'è ancora posto», e nella sua infinita misericordia, ci «forza ad entrare». La versione greca della Bibbia traduce con questo verbo («anànkē - forzare») le tribolazioni e le sofferenze dovute a malattie, fallimenti e persecuzioni. Con esse, dunque, il Signore ci ammaestra cercandoci «per le piazze e per le vie della città», piantando la Croce «lungo le siepi» che ci imprigionano. Con essa distrugge orgoglio e stoltezza, per farci scoprire di essere «poveri, storpi, ciechi e zoppi», pagani nel cuore nonostante il battesimo. Come loro potremo allora desiderare la «grande cena» più delle lenticchie che non ci hanno sfamato. Solo chi non ha più nulla, chi «non vede» il senso della sua vita, chi vive «rattrappito» nella solitudine, chi «zoppica» incapace di tutto, si lascia «spingere» ad entrare al banchetto della misericordia. Costui è «Beato», come Giacobbe immagine dei pagani, un grumo di debolezza che ascolta e accoglie umilmente in ogni evento la «chiamata» gratuita del Signore a «prendere cibo nel Regno di Dio».

lunedì 6 novembre 2017

Lunedì della XXXI settimana del Tempo Ordinario



Quando l’uomo si colloca davanti a Dio in umiltà, 
allora, come per uno straordinario paradosso, Dio lo esalta. 
Dio si china verso la sua bassezza per elevarlo fino a sé; 
gli dona se stesso in eredità; 
lo chiama al possesso dei beni più grandi, 
lo rende partecipe della sua vita, dei suoi doni, 
delle realtà eterne che sono le sole che rendono grande l’uomo.

Giovanni Paolo II

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Dal Vangelo secondo Luca 14,12-14.

In quel tempo, Gesù disse al capo dei farisei che l’aveva invitato: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti”. 

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Ogni relazione, precaria nella friabilità degli affetti e instabile sotto la dittatura degli umori, nasce ferita da una mancanza. Nessuno può dare l'amore che il cuore dell'altro desidera. Invece ci ostiniamo a chiedere al prossimo di saziare i nostri vuoti. «Quando invitiamo amici, fratelli e parenti» ad entrare in comunione con noi ai nostri «banchetti», e sembriamo aprirci alle loro necessità, in realtà «offriamo» sofisticati menù a base di compromessi e ipocrisia; pensieri, parole e gesti come lacci che tendiamo perché ci «invitino a loro volta» nell’intimità. Facciamo dipendere la nostra identità dall’esile filo che ci lega al «contraccambio» degli sforzi profusi per contare qualcosa nel cuore degli altri. Non possiamo vivere senza la loro attenzione, l'indifferenza ci polverizza. Ci impegniamo per aiutare gli altri, e sono buone intenzioni, ma contaminate dal nostro io, che non riesce a dimenticarsi nel tu, soprattutto quando è ostinato. E cadiamo nello sconforto figlio delle frustrazioni. Tutto questo ci accade perché abbiamo dimenticato, o forse non abbiamo ancora scoperto, di essere tutti «poveri, storpi, zoppi e ciechi». Abbiamo bisogno di gustare le primizie della «ricompensa» celeste, la vita e l’amore più forti della morte capaci di liberarci dalla paura e dall’esigenza. E ciò è possibile solo nella Chiesa, che ci "invita" con Cristo al banchetto dove ricevere la vita che non muore. In essa sperimentiamo concretamente che il compimento di ogni vita è in Cielo; e che, quindi, è inutile e dannoso sperare di cambiare i rapporti per perfezionarli qui sulla terra, mentre proprio la precarietà ci impedisce di appropriarcene aprendoci alla beatitudine. Lavorare, studiare, cucinare, lavare e stendere, fare qualunque cosa aspettando o esigendo una ricompensa è stolto e frustrante, perché ci schiaccia sulla carne e ci impedisce di sperare il Cielo. «Beato», invece, è colui che «invita» il prossimo accogliendolo proprio quando non ha nulla per «contraccambiare» perché è allora che il Signore si fa presente provvedendo con più generosità. Siamo chiamati ad “invitare” la moglie quando è più povera e più debole; a perdonarla e a donarci a lei quando la carne la rifiuterebbe perché non vi trova nessuna soddisfazione; come ha fatto Gesù con noi, che ci ha "invitato" quando non avevamo che peccati e ribellioni, non certo qualcosa per contraccambiare. Ma in questo misterioso scambio vi è il Regno di Dio: quando si "invita", cioè quando ci si apre e si accoglie e ci si dona a chi non ci considera, ci giudica e forse ci disprezza, incapace di camminare e vedere, sperimentiamo il Cielo sulla terra! Questo amore è il segno che esiste la vita eterna, infinitamente più grande, libera e felice di quella della carne. Ogni rapporto è un cantiere aperto al dono di Dio; l’unico modo per vivere in pienezza il matrimonio, la famiglia, l’amicizia e il fidanzamento è accogliere insieme al fratello l’«invito» del Signore alla sua mensa della Parola e dei Sacramenti; e qui lasciarsi sfamare ogni istante dai frutti fecondi della sua «risurrezione» per vivere liberi, e amare senza condizioni, l'unica strada alla gioia piena e inesauribile; sino a giungere alla nostra resurrezione, quando saremo "giusti" in virtù della "Giustizia" di Dio, sempre e infinitamente misericordiosa.

venerdì 3 novembre 2017

Venerdì della XXX settimana del Tempo Ordinario



Ci sono sempre motivi per non fare qualcosa: 
la questione è solo se bisogna farla nonostante ciò.

D. Bonhoeffer, 8 giugno 1944

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Dal Vangelo secondo Luca 14,1-6

Un sabato Gesù era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo. Davanti a lui stava un idropico.
Rivolgendosi ai dottori della legge e ai farisei, Gesù disse: “È lecito o no curare di sabato?”. Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò.
Poi disse: “Chi di voi, se un asino o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà subito fuori in giorno di sabato?”. E non potevano rispondere nulla a queste parole.

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"E' lecito amare?". Ovvero, quale trappola abbiamo escogitato per non amare, per non fare del bene? In quale casella delle nostre alchimie legalistiche abbiamo relegato la suocera, il marito, il collega, con l'unico scopo di silenziare la coscienza e auto-giustificarci, per non umiliarci, chiedere perdono e avere misericordia? Nel parallelo di Matteo la domanda di Gesù è più articolata: "E' lecito di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?". E' evidente il paradosso: fare il male e togliere una vita non è mai lecito. Invece, è sempre lecito e doveroso amare. Eppure compiamo l'illecito senza curaci della Legge e del Sabato, anzi; ingannati dal demonio ci convinciamo che il male sia bene, e non amare sia "lecito". E' la stessa ipocrisia dei farisei che li condurrà a volere la morte di Gesù, a deciderla nel loro cuore, e proprio in giorno di sabato! Gesù parla oggi proprio al nostro cuore, laddove il suo amore vuol scendere per sanarci. Se lì dentro - e in giorno di sabato - siamo capaci e riteniamo lecito decidere di peccare, di uccidere con i giudizi, con le concupiscenze, con le passioni, come non potrebbe essere lecito amare, perdonare, sanare, salvare? Per questo le parole di Gesù possono oggi farci finalmente tacere, perché il silenzio apre le porte alla conversione. Solo quando ci renderemo conto di "non avere risposta" perché presi in flagrante, Gesù potrà prenderci per mano, guarirci e inviarci in missione nella vita. Proprio la domanda: "E' lecito?" ci smaschera. Vediamo che cosa significhi per noi, seguendo il parallelo di Matteo che vi aggiunge l'esempio di Davide che si cibò dei pani dell'offerta riservati ai sacerdoti. "Era lecito?". Secondo la Legge no, erano riservati al culto e a loro, che di essi vivevano. Come, ad esempio, non era lecito perdonare un'adultera, bisognava lapidarla e così "estirpare il male dal Popolo". La domanda quindi è sottile e rivela se nel cuore alberga l'ipocrisia. Quel "è lecito" di Gesù è stato immerso nella sua misericordia, la madre della libertà. Per questo oggi per noi suona così: "è lecito" prendere su di sé il peccato di una moglie adultera? Magari non ci ha tradito con un amante, anche se la domanda varrebbe lo stesso, ma non ha avuto le attenzioni che ci aspettavamo, le camice sono tutte da stirare, non ha pagato le bollette e ora siamo andati in mora, mentre ha fatto l'ennesima spesa pazza, il sesto paio di scarpe: "é lecito" perdonarla, avere pazienza e accoglierla così com'è, con le sue ansie e nevrosi? "E' lecito" comprenderla e giustificarla, pensando bene di lei, che è in un momento difficile, la malattia della madre, i bambini che non le danno tregua, e una stanchezza che sfiancherebbe un toro... "E' lecito" essere liberi al punto di non difendersi e offrirsi completamente al prossimo? "E' lecito" amare il peccatore, e dargli da mangiare ciò che non gli spetterebbe, il "pane" riservato al culto, ovvero il corpo di Cristo fatto carne in noi? Eh sì, perché ben prima della comunione sacramentale ai divorziati risposati il Signore ci chiama a "dare noi stessi da mangiare"... Stai offrendoti a chi non avrebbe diritto a nulla di te? I pastori, i catechisti, stanno annunciando che solo l'amore al nemico - che per la Legge era un assurdo - salva davvero i peccatori? E' questo il cammino che stiamo presentando a chi ha divorziato e vorrebbe accostarsi ai sacramenti? Forse no, perché pensiamo che è impossibile perdonare un marito violento, che ha tradito andandosene con una ventenne e lasciando soli moglie e tre bambini. Impossibile all'uomo vecchio, ai "farisei" di ogni generazione. 

Ma proprio l'annuncio sorprendente di Gesù mette a "tacere" il moralismo arido e senza amore di chi si difende con la Legge. Al centro della questione non è la comunione sacramentale; vi è piuttosto la fede, che sa rispondere alla domanda se "sia lecito" perdonare settanta volte sette e morire per amore di un nemico. Perché è questo il vero compimento della Legge! Ma perché si dia nei cristiani è necessario che siano iniziati alla fede: se non sono "presi per mano" dal Signore e accompagnati in un cammino dove possano sperimentare la "guarigione", non saranno mai "congedati" per vivere da cristiani. Solo nell'iniziazione cristiana si diventa figli di Dio liberi dall'acqua stagnante che appesantisce il cuore di un "idropico spirituale" come tutti siamo, e che per questo è incapace di amare. E' questo l'autentico percorso di penitenza auspicato da molti padri sinodali per i divorziati risposati. Ben prima della comunione sacramentale i peccatori hanno bisogno urgente dell'amore fatto carne nei cristiani. Esso è molto più che "lecito", è un diritto! Solo così incontreranno Cristo vivo nella propria vita, e potranno aprirsi alla penitenza e alla conversione, e perdonare come si è stati perdonati. Perché il problema è nel cuore, dei farisei come dell'idropico. E' lì che tutti abbiamo bisogno di essere "guariti". Poi il Signore ispirerà soluzioni che non siano toppe su un vestito grezzo, ma vino nuovo in otri nuovi, perché Dio, nella sua Chiesa, fa nuove tutte le cose, e non esiste caso disperato che in Cristo non trovi "guarigione" e vita nuova. Si può cercare un coniuge che ci ha lasciati vent'anni prima e riconciliarcisi, eccome, perché Cristo è risuscitato, e nessun peccato ha più potere su di Lui! Ci si può umiliare per amore nell'amore di Cristo, perdonare e chiedere perdono a chi ci ha fatto del male, facendo "lecito" quello che la "durezza dei cuori" ha reso illecito perché divenuto ormai impossibile. Ma se Cristo la rende possibile, allora ogni follia secondo il mondo è "lecita", anche vivere come fratello e sorella nonostante anni di rapporti sessuali, se si tratta di "tirare fuori", ovvero risuscitare, "un asino o un bue caduti nel pozzo" della morte. Nel Signore crocifisso è stato "lecita" la più grande ingiustizia, perché potessimo essere liberati, sciolti dalle catene dell'orgoglio per amare oltre la morte. Amando così, infatti, Gesù si è giocato la vita, perché ciascuno di noi, e ogni nostro matrimonio, fuori legge a causa dei peccati, fosse riaccolto dall'Autore della Legge che la fa possibile e la compie nel più debole degli uomini.


giovedì 2 novembre 2017

Papa Francesco: Santa Messa In Suffragio Dei Cardinali E Vescovi Defunti

Una preghiera particolare per tutte «le vittime della guerra e della violenza»: è quella che Papa Francesco sta elevando nel giorno in cui la Chiesa commemora i fedeli defunti. Partito nel primo pomeriggio del 2 novembre dal Vaticano, il Pontefice ha raggiunto il cimitero americano di Nettuno, dove celebra la messa per i caduti di tutte le guerre. Successivamente si reca alle Fosse ardeatine per visitare il sacrario e pregare per le vittime dell’eccidio compiuto il 24 marzo 1944.


Romana, cattolica e corrispondente a Dio




di Angela Pellicciari (La nuovabq)

La chiesa cattolica è romana. Ed è romana perché è cattolica. Non è un giro di parole.
C’è un unico posto al mondo, una sola città, la cui storia è tanto unica da potersi identificare col mondo: Roma. Così, nel corso dei secoli, hanno creduto e ripetuto poeti, retori, storici, e, in successione, padri della chiesa, santi e papi. Così, per strano che possa sembrare, ogni primo gennaio di ogni nuovo anno, il vescovo di Roma fa una benedizione solenne alla città e al mondo: urbi et orbi. Perché fra il mondo e la città c’è un’identità perfetta.
A metà del primo secolo avanti Cristo, lo storico greco Diodoro Siculo così sintetizza la natura di Roma: “Tutto il mondo come se fosse una sola città”. Le stesse parole sono usate tre secoli dopo da un altro greco, il retore Elio Aristide, nel suo Encomio a Roma: “Tutto qui è a disposizione di tutti. Nessuno è straniero in nessun posto”; all’inizio del quinto secolo il poeta latino Rutilio Namaziano canta: “hai costruito una sola patria per popoli diversi, hai reso il mondo una città”. 
Nella “pienezza del tempo” (Gal 4,4), quando Dio si immette nella storia e la trasforma dal di dentro perché vince la morte, Pietro e Paolo, le colonne, vanno a Roma. E a Roma trasformano in realtà fattuale l’aspirazione all’universalità, anzi, la pretesa di averla raggiunta, che caratterizzava la città. E così: “Non c’è giudeo né greco, non c’è schiavo né libero, non c’è maschio né femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28), e ancora: “Qui non c’è più greco o giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti” (Col 3,11).
Unica è Roma, come unica è la chiesa che è per tutti, ma proprio per tutti, per incredibile e miracolosa che questa realtà possa sembrare: la cattolica, cioè universale, chiesa di Gesù Cristo. Ed è proprio questo il motivo della venuta di Pietro a Roma. Il Vangelo, la buona notizia, è diretto al mondo intero e non è relegabile nei confini di una sola nazione: “Perché tu, gente santa e popolo eletto, città sacerdotale e regale, presiedessi per la religione divina più estesamente che per il dominio terreno”, predica Leone Magno nella festa dei santi Pietro e Paolo, patroni di Roma [Sermo 82 (80), PL 54, 423]. Ancora una volta in occasione della festa dei santi Pietro e Paolo, il 29 giugno 2008, a distanza di più di mille e cinquecento anni dal grande papa Leone, Benedetto XVI ripete: “La missione permanente di Pietro: far sì che la Chiesa non si identifichi mai con una sola nazione, con una sola cultura o con un solo Stato. Che sia sempre la Chiesa di tutti. Che riunisca l’umanità al di là di ogni frontiera e, in mezzo alle divisioni di questo mondo, renda presente la pace di Dio, la forza riconciliatrice del suo amore”. 
Tutti quelli, e sono tanti, che nel corso dei duemila anni della sua storia, hanno tentato di distruggere la Chiesa, hanno sempre provato a farlo scindendo il binomio “cattolico-romano”. E l’hanno fatto o occupando materialmente Roma (come i Savoia e i liberal-massoni al servizio delle potenze straniere che hanno voluto strappare Roma alla sua identità sottraendola al mondo e rendendola capitale di una nazione) o, come ha fatto Lutero, diffondendo odio e disprezzo verso la chiesa romana definita regno dell’anticristo e rossa puttana di Babilonia. Lutero ha provato a far diventare universale la chiesa tedesca da lui fondata ma, non riuscendo a trasformare Wittenberg in una nuova Roma, si è accontentato di fondare una chiesa nazionale. E così hanno fatto in molti.
La chiesa cattolica è romana e questa è la garanzia per tutti della sua verità. Della sua corrispondenza alla volontà di Dio.

Le riflessioni su Fatima, la scristianizzazione dell’Europa, la speranza della nuova evangelizzazione



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«In uno dei miei pellegrinaggi a Fatima mi fu data la possibilità di celebrare nella cappella delle Apparizioni. E nell’omelia citai parte del discorso che Giovanni Paolo II fece durante il suo pellegrinaggio del 13 maggio 1982 (un anno dopo l’attentato in piazza San Pietro).
Giovanni Paolo II era certissimo che fu la Madonna di Fatima a salvarlo (era il 13 maggio 1981!). E andò a Fatima a ringraziare la Madonna. E in quell’occasione disse: «La Madonna è venuta ad avvertirci. Ma molti uomini, molte nazioni e molti cristiani sono andati nella direzione opposta».
Mons Molinari si riferiva a uno degli avvertimenti che era incluso in quei messaggi e cioè il conflitto 1939-1945: «Uno dei risultati tragici di questa non accoglienza del messaggio di Maria, che è lo stesso di Gesù, è stata la seconda guerra mondiale, con cinquanta milioni di morti».
Poi l’arcivescovo è passato a toccare un argomento scottante: quello della scristianizzazione dell’Europa e della desacralizzazione di tutte le nazioni del Vecchio Continente.
«Alla santa messa a Fatima era presente un gesuita olandese, il quale, alla fine della celebrazione, venne a salutarmi e mi disse: “Grazie perché ci ha ricordate queste cose. In Olanda non ce le dice più nessuno!”. Come era mai possibile che in quella cattolicissima nazione non ci fosse più nessuno che proclamasse e spezzasse il Vangelo al popolo?».
Da ciò ricavo che Monsignore deve soffrire una grossa pena nel cuore per quel che sta accadendo ed è quanto è visibile perfino a occhio nudo nei Paesi ove la Chiesa indietreggia, tra l’altro per la necessaria e forse non sufficiente spinta missionaria.
«Un Vescovo olandese, qualche anno fa, mi diceva che in quella nazione, un tempo molto cattolica, ora, purtroppo, crescono sempre di più l’indifferentismo, il materialismo, l’ateismo e la corruzione. “Su 7.000 chiese, 4.000 sono state affittate o vendute! Non sono un pessimista. Ma il messaggio di Maria è più attuale che mai”. Quindi è come avesse voluto dire: attenzione! Siamo chiamati a cogliere e rispondere alla sollecitazione mariana e a vivere una fede più profonda e più testimoniata».
Nel settembre scorso, riguardo alla fuga degli europei dalla Chiesa, il Corriere della Sera aveva pubblicato nella rubrica Più o meno di Danilo Taino, statistics editor, tre quarti di colonna dal titolo Cattolici e protestanti sempre più vicini. Ma quelle truppe di cristiani che si erano combattute per cinquecento anni da quando Lutero aveva dato avvio alla sua Riforma si erano dimagrite e di molto. Non avevano più la consistenza degli agguerriti eserciti che si avversarono nel lontano Seicento.
Mezzo secolo fa le chiese erano ancora ricolme di fedeli. Oggi si assiste invece a una diserzione pressoché massiva e consistente. Dalle statistiche aggiornate di Taino circa la frequenza delle chiese da parte dei due gruppi, lo statistics editor ha tratto i numeri in perfetta rispondenza con quelli del vescovo olandese riportati da mons Molinari. Dei cattolici, a frequentare le funzioni religiose ai giorni nostri sono solo il 14% e dei luterani soltanto l’8. Per lo più tutta gente con le canizie. In età avanzata.
Taino chiude il suo testo considerando che «cinque secoli dopo, possiamo dire che in Occidente le guerre di religione sono finite». Le guerre certamente, ma le religioni? Ecco che torna il problema urgentissimo e impellente della nuova evangelizzazione dell’Europa riproposto dalle parole dell’arcivescovo emerito de L’Aquila. E della necessità di sensibilizzare il popolo richiamandolo ad affrontare la questione missionaria, come ha iniziato a fare il vescovo Domenico con l’ampio programma messo su per la Giornata Mondiale Missionaria, con il suo diretto intervento nei momenti di preghiera e nelle liturgie, a iniziare da quella serotina di venerdì scorso svoltasi nella basilica di Sant’Agostino assieme a un nutrito gruppo di giovanissimi neocatecumenali frequentanti il post cresima quadriennale delle parrocchie di don Marco e di don Giovanni di San Francesco Nuovo.
Riguardo alla nuova evangelizzazione, ci informa Kiko Arguello al n. 343 del suo libro Annotazioni 1988-2014 (Cantagalli editore), incoraggiando e anche per non disperare e contare sui disegni di Dio a noi imperscrutabili, che l’immensa Cina si va convertendo. Si è agli inizi e come in nessun altro luogo la messe in Cina è davvero molta e i mietitori sono pochi, ha ricordato ai giovani il vescovo Pompili riferendosi a Rieti e all’Italia. Ma la speranza è più viva che mai, mi ha confermato mons Molinari.
Nelle sue Annotazioni Kiko ci mette a parte delle sue gioie e delle sue sofferenze riguardo al procedere della nuova rvangelizzazione: «Ritorno a questo quaderno, oggi, 24 settembre 2001. Dopo le sofferenze indicibili, Tu hai avuto misericordia e mi hai aiutato. Sono nati tre nuovi seminari Redemptoris Mater: Sidney, in Australia, Washington negli Stati Uniti, e Goma, nel Congo Belga (Africa) …
«Sono nate le prime due comunità neocatecumenali in Cina», è ancora Kiko a scrivere, dando coraggio a tutti. «Ci hanno raccontato che nella convivenza, al termine della catechesi, uno dei responsabili ha riferito il motivo per cui era andato ad ascoltarle, non essendo né di quella parrocchia, né di quel paese. Ha raccontato che suo figlio, di 30 anni, gli ha detto che la Vergine Maria, insieme con la sua sposa, morta da due anni, accompagnata da due angeli, gli era apparsa in sogno dicendogli: “Va e dì a tuo padre che vada nel tal paese distante 40 km., perché sono arrivati due missionari stranieri, e che assista alle loro catechesi”. Lui si è messo in cammino ed è arrivato il lunedì quando cominciavano le catechesi. Alla fine è nata una comunità di 72 fratelli».