mercoledì 15 novembre 2017

Udienza Generale del Papa. La Santa Messa - 2. La Messa è preghiera

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PAPA FRANCESCO
UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 15 novembre 2017


La Santa Messa - 2. La Messa è preghiera
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Continuiamo con le catechesi sulla Santa Messa. Per comprendere la bellezza della celebrazione eucaristica desidero iniziare con un aspetto molto semplice: la Messa è preghiera, anzi, è la preghiera per eccellenza, la più alta, la più sublime, e nello stesso tempo la più “concreta”. Infatti è l’incontro d’amore con Dio mediante la sua Parola e il Corpo e Sangue di Gesù. È un incontro con il Signore.
Ma prima dobbiamo rispondere a una domanda. Che cosa è veramente la preghiera? Essa è anzitutto dialogo, relazione personale con Dio. E l’uomo è stato creato come essere in relazione personale con Dio che trova la sua piena realizzazione solamente nell’incontro con il suo Creatore. La strada della vita è verso l’incontro definitivo con il Signore.
Il Libro della Genesi afferma che l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, il quale è Padre e Figlio e Spirito Santo, una relazione perfetta di amore che è unità. Da ciò possiamo comprendere che noi tutti siamo stati creati per entrare in una relazione perfetta di amore, in un continuo donarci e riceverci per poter trovare così la pienezza del nostro essere.
Quando Mosè, di fronte al roveto ardente, riceve la chiamata di Dio, gli chiede qual è il suo nome. E cosa risponde Dio? : «Io sono colui che sono» (Es 3,14). Questa espressione, nel suo senso originario, esprime presenza e favore, e infatti subito dopo Dio aggiunge: «Il Signore, il Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe» (v. 15). Così anche Cristo, quando chiama i suoi discepoli, li chiama affinché stiano con Lui. Questa dunque è la grazia più grande: poter sperimentare che la Messa, l’Eucaristia è il momento privilegiato per stare con Gesù, e, attraverso di Lui, con Dio e con i fratelli.
Pregare, come ogni vero dialogo, è anche saper rimanere in silenzio - nei dialoghi ci sono momenti di silenzio -, in silenzio insieme a Gesù. E quando noi andiamo a Messa, forse arriviamo cinque minuti prima e incominciamo a chiacchierare con questo che è accanto a noi. Ma non è il momento di chiacchierare: è il momento del silenzio per prepararci al dialogo. È il momento di raccogliersi nel cuore per prepararsi all’incontro con Gesù. Il silenzio è tanto importante! Ricordatevi quello che ho detto la settimana scorsa: non andiamo ad un uno spettacolo, andiamo all’incontro con il Signore e il silenzio ci prepara e ci accompagna. Rimanere in silenzio insieme a Gesù. E dal misterioso silenzio di Dio scaturisce la sua Parola che risuona nel nostro cuore. Gesù stesso ci insegna come realmente è possibile “stare” con il Padre e ce lo dimostra con la sua preghiera. I Vangeli ci mostrano Gesù che si ritira in luoghi appartati a pregare; i discepoli, vedendo questa sua intima relazione con il Padre, sentono il desiderio di potervi partecipare, e gli chiedono: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1). Abbiamo sentito nella Lettura prima, all’inizio dell’udienza. Gesù risponde che la prima cosa necessaria per pregare è saper dire “Padre”. Stiamo attenti: se io non sono capace di dire “Padre” a Dio, non sono capace di pregare. Dobbiamo imparare a dire “Padre”, cioè mettersi alla sua presenza con confidenza filiale. Ma per poter imparare, bisogna riconoscere umilmente che abbiamo bisogno di essere istruiti, e dire con semplicità: Signore, insegnami a pregare.
Questo è il primo punto: essere umili, riconoscersi figli, riposare nel Padre, fidarsi di Lui. Per entrare nel Regno dei cieli è necessario farsi piccoli come bambini. Nel senso che i bambini sanno fidarsi, sanno che qualcuno si preoccuperà di loro, di quello che mangeranno, di quello che indosseranno e così via (cfr Mt 6,25-32). Questo è il primo atteggiamento: fiducia e confidenza, come il bambino verso i genitori; sapere che Dio si ricorda di te, si prende cura di te, di te, di me, di tutti.
La seconda predisposizione, anch’essa propria dei bambini, è lasciarsi sorprendere. Il bambino fa sempre mille domande perché desidera scoprire il mondo; e si meraviglia persino di cose piccole perché tutto è nuovo per lui. Per entrare nel Regno dei cieli bisogna lasciarsi meravigliare. Nella nostra relazione con il Signore, nella preghiera –domando - ci lasciamo meravigliare o pensiamo che la preghiera è parlare a Dio come fanno i pappagalli? No, è fidarsi e aprire il cuore per lasciarsi meravigliare. Ci lasciamo sorprendere da Dio che è sempre il Dio delle sorprese? Perché l’incontro con il Signore è sempre un incontro vivo, non è un incontro di museo. È un incontro vivo e noi andiamo alla Messa non a un museo. Andiamo ad un incontro vivo con il Signore.
Nel Vangelo si parla di un certo Nicodemo (Gv 3,1-21), un uomo anziano, un’autorità in Israele, che va da Gesù per conoscerlo; e il Signore gli parla della necessità di “rinascere dall’alto” (cfr v. 3). Ma che cosa significa? Si può “rinascere”? Tornare ad avere il gusto, la gioia, la meraviglia della vita, è possibile, anche davanti a tante tragedie? Questa è una domanda fondamentale della nostra fede e questo è il desiderio di ogni vero credente: il desiderio di rinascere, la gioia di ricominciare. Noi abbiamo questo desiderio? Ognuno di noi ha voglia di rinascere sempre per incontrare il Signore? Avete questo desiderio voi? Infatti si può perderlo facilmente perché, a causa di tante attività, di tanti progetti da mettere in atto, alla fine ci rimane poco tempo e perdiamo di vista quello che è fondamentale: la nostra vita del cuore, la nostra vita spirituale, la nostra vita che è incontro con il Signore nella preghiera.
In verità, il Signore ci sorprende mostrandoci che Egli ci ama anche nelle nostre debolezze. «Gesù Cristo […] è la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo» (1 Gv 2,2). Questo dono, fonte di vera consolazione – ma il Signore ci perdona sempre – questo, consola, è una vera consolazione, è un dono che ci è dato attraverso l’Eucaristia, quel banchetto nuziale in cui lo Sposo incontra la nostra fragilità. Posso dire che quando faccio la comunione nella Messa, il Signore incontra la mia fragilità? Sì! Possiamo dirlo perché questo è vero! Il Signore incontra la nostra fragilità per riportarci alla nostra prima chiamata: quella di essere a immagine e somiglianza di Dio. Questo è l’ambiente dell’Eucaristia, questo è la preghiera.

Saluti:
Je suis heureux de saluer les pèlerins francophones, ceux venus de Belgique, de Suisse, de France, et en particulier les jeunes du Collège Notre Dame de Sion de Paris. Que le Seigneur nous aide, au moyen de la prière et de l’Eucharistie, à pouvoir trouver la plénitude de notre être dans la rencontre avec lui. Que Dieu vous bénisse !
[Sono lieto di salutare i pellegrini di lingua francese provenienti dal Belgio, dalla Svizzera, dalla Francia, e in particolare i giovani del Collegio Notre Dame de Sion di Parigi. Il Signore vi aiuti, attraverso la preghiera e l'Eucaristia, a trovare la pienezza del vostro essere nell'incontro con lui. Dio vi benedica!]
I greet the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly the groups from England, Denmark, the Netherlands, the Philippines, Hong Kong and the United States of America. Upon all of you, and your families, I invoke joy and peace in our Lord Jesus Christ.
[Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’odierna Udienza, specialmente quelli provenienti da Inghilterra, Danimarca, Paesi Bassi, Filippine, Hong Kong e Stati Uniti d’America. Su tutti voi e sulle vostre famiglie invoco la gioia e la pace del Signore nostro Gesù Cristo.]
Einen herzlichen Gruß richte ich an die Pilger deutscher Sprache. Die Begegnung mit vielen Nationen hier in Rom und die Erfahrung von Weltkirche bei dieser Audienz möge euch in der Gemeinschaft festigen und in euch den Geist der Liebe im Dienst für die Armen, die Kranken und die am meisten Bedürftigen stärken. Der Herr segne euch und eure Familien.
[Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua tedesca. L’incontro con tante nazioni qui a Roma e l’esperienza della Chiesa universale durante quest’Udienza Generale vi edifichino nella comunione e vi rafforzino nello spirito di amore e di servizio a favore dei poveri, dei malati e dei più bisognosi. Il Signore benedica voi e le vostre famiglie.]
Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular a la tripulación del Buque Cantabria que presta su servicio en el Mediterráneo en favor de los inmigrantes. Gracias, gracias por lo que hacen. Muchas gracias. Saludo también a los grupos provenientes de España y Latinoamérica. Los animo a acercarse a la Eucaristía para estar con el Señor, para sentarse a su lado y compartir con Él nuestra vida, escuchando su Palabra que hace arder nuestro corazón. Gracias.
Dirijo uma saudação cordial a todos os peregrinos de língua portuguesa, vindos de Portugal e do Brasil. Queridos amigos, sois chamados a ser testemunhas da alegria no mundo, transfigurados pela graça misericordiosa que Jesus nos dá na Santa Missa. Desça sobre vós e sobre vossas famílias a bênção de Deus.
[Rivolgo un cordiale saluto a tutti i pellegrini di lingua portoghese, pervenuti dal Portogallo e dal Brasile. Cari amici, siete chiamati ad essere testimoni della gioia nel mondo, trasfigurati dalla grazia misericordiosa che Gesù ci dona nella Santa Messa. Scenda su di voi e sulle vostre famiglie la benedizione di Dio.]
أُرحّبُ بالحجّاجِ الناطقينَ باللغةِ العربية، وخاصةً بالقادمينَ منالشرق الأوسط. أيها الإخوةُ والأخواتُ الأعزاء، القداس هو وليمة العرس حيث يلتقي العريس بهشاشتنا ليعيدنا إلى دعوتنا الأولى، لنسمح للرب بأن يفاجئنا ويُظهر لنا أنّه يحبّنا حتى في ضعفنا. ليُبارككُم الرب!
[Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua araba, in particolare a quelli provenienti dal Medio Oriente! Cari fratelli e sorelle, la Messa è il banchetto nuziale in cui lo Sposo incontra la nostra fragilità per riportarci alla nostra prima chiamata. Lasciamo che il Signore ci sorprenda mostrandoci che Egli ci ama anche nelle nostre debolezze. Il Signore vi benedica!]
Serdecznie pozdrawiam polskich pielgrzymów. Drodzy bracia i siostry, wasze pielgrzymowanie do Rzymu niech będzie czasem modlitwy, okazją do przeżycia na nowo świadectwa wiary apostołów i męczenników, i do wzrastania w miłości i w nadziei chrześcijańskiej, której Eucharystia jest źródłem i spełnieniem. Z serca błogosławię wam i waszym rodzinom. Niech będzie pochwalony Jezus Chrystus!
[Saluto cordialmente i pellegrini polacchi. Cari fratelli e sorelle, il vostro pellegrinaggio a Roma sia tempo di preghiera, occasione per rivivere la testimonianza di fede degli apostoli e dei martiri, e di crescere nell’amore e nella speranza cristiana, di cui l’Eucaristia è fonte e culmine. Benedico di cuore voi e le vostre famiglie. Sia lodato Gesù Cristo!]
* * *
Un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana!
Sono lieto di accogliere i Frati Minori Cappuccini, convenuti a Roma per il Consiglio Internazionale per la Formazione dell’Ordine. Benvenuti! Saluto i gruppi parrocchiali, specialmente i fedeli di Sant’Elpidio a Mare; i cresimandi di San Michele Salentino e di Fiumicino; il Coordinamento tra le Associazioni italiane giovani con diabete e la Banda Musicale di Reggio Calabria.

Rivolgo un pensiero ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Oggi celebriamo la Memoria di Sant’Alberto Magno, Vescovo e Dottore della Chiesa. Cari giovani, rafforzate il vostro dialogo con Dio, ricercandolo con impegno in ogni vostra azione; cari ammalati, trovate conforto nella riflessione del mistero della croce del Signore Gesù, che continua ad illuminare la vita di ogni uomo; e voi, cari sposi novelli, sforzatevi di mantenere un costante rapporto con Cristo, affinché il vostro amore sia sempre più un riflesso di quello di Dio.

Il mortifero umanismo...

Remi Brague

di Stefano Fontana
Venerdì prossimo 17 novembre, alle ore 20,30, nel teatro Remondini di Bassano del Grappa (Vicenza), verrà consegnato il Premio Internazionale alla Cultura Cattolica al filosofo francese Rémi Brague. Il riconoscimento, giunto alla 35ma edizione dopo aver premiato il fior fiore della cultura cattolica italiana e internazionale, è istituito dalla Scuola di Cultura Cattolica di Bassano del Grappa, a continuazione dell’opera del santo parroco don Didimo Mantiero. La Scuola, insieme alla società di preghiera “La Dieci”, al “Comune dei Giovani” e ad altre attività, tiene fede a quella ispirazione originaria.
Rémi Brague è molto noto, e non solo agli addetti ai lavori, essendosi interessato, come filosofo, anche di tanti temi di attualità, a cominciare dalle radici cristiane dell’Europa. Le sue riflessioni, a cavallo tra la cultura, la teologia, la filosofia e la politica, hanno prodotto anche concetti nuovi e ormai diffusi ed acquisiti, come quello di “umanismo” invece che umanesimo o quello di “cristianismo” invece che cristianesimo. Non si può però dire che sia noto alla grande massa.
La cosa migliore per presentarlo, alla vigilia del Premio di Bassano, può essere allora di riprendere in mano una sua “chicca”, più che tentare di spaziare, nel breve spazio di un articolo, sulla sua immensa produzione. In questo modo è possibile entrare nel cuore del suo pensiero in breve e direttamente.
Mi riferisco al breve saggio “L’ateismo al capolinea pubblicato originariamente su “Oasi”, nel dicembre 2013 e poi ristampato da Cantagalli. In esso troviamo tutti, o almeno molti, elementi, che come si vedrà sono originalmente ratzingeriani, del pensiero di Brague.
La sua idea di fondo è che l’umanesimo ateo sia l’ultima fase dell’umanesimo, una fase contraddittoria e destinata al fallimento.
In una prima fase l’uomo si è inteso come differente dalla natura, poi si è concepito some superiore agli altri esseri viventi, quindi, con l’età moderna, si è visto come conquistatore della natura, infine si è percepito come quanto di più elevato ci sia nella natura. Quest’ultimo è l’umanesimo ateo, l’umanesimo esclusivo, che ha espulso Dio nell’indifferenza perché ha ritenuto di poter fare a meno di Lui. La scienza moderna, infatti, ha pensato di potersi sviluppare etsi Deus non daretur, e da Pierre Bayle in poi anche la politica ha ritenuto di potersi organizzare efficientemente anche senza Dio. Scienza e politica hanno pensato di avere obiettivi bene inferiori rispetto alle vette teologiche, si sono fatte “modeste” ma proprio perciò – dice Brague – “mortifere”.
Questo umanesimo esclusivo, prima di essere mortifero, è però contraddittorio, ossia illogico. Ed è mortifero perché è illogico. “Proprio perché questo umanesimo non ammette alcuna istanza superiore all’uomo, esso è incapace di pronunciarsi sul valore dell’uomo. L’uomo non può parlare a proprio favore, non è un giudice disinteressato, ma una parte in causa”. Se l’uomo afferma che per lui l’uomo ha grande valore non dice nulla di significativo. Nessuno può giudicarsi in base all’immagine che ha di se stesso: “Se dunque escludiamo un’istanza superiore all’uomo, non sappiamo se è bene che esistano gli uomini".
Nella nostra epoca - sottolinea Brague - l’uomo ha tre grandi poteri con cui può sopprimersi; uno è quello delle bombe nucleari, il secondo è l’inquinamento e il terzo … è la contraccezione. Come potrà governare questi tre grandi poteri un uomo che non è in grado di dire se l’esistenza dell’uomo sia un bene o un male? Si dirà: ma cosa c’entra la contraccezione? Qui l’analisi di Brague si fa ancora più tagliente e acuta: “Rousseau conclude che l’ateismo non uccide, ma impedisce di nascere”. “Anche supponendo che l’ateismo sia capace di risparmiare la vita umana – ossia di governare i primi due poteri, ndr – è capace di produrla? E’ capace di dire: sì, è necessario che ci siano degli uomini”?     
Purtroppo l’umanesimo esclusivo e ateo sta producendo un ritorno indietro nelle tappe dell’umanesimo. La tappa dell’uomo conquistatore della natura è oggi messa in crisi dagli ecologisti. La tappa della superiorità dell’uomo rispetto agli altri esseri viventi è messa in questione dagli animalisti. Anche la tappa della differenza tra l’uomo e gli altri esseri viventi è oggi messa in discussione se egli ha per il 99 per cento il DNA in comune con la scimmia.
Oggi l’Europa è sempre più sterile. Non sarà anche per il fallimento dell’umanesimo ateo? A Brague, che è filosofo, interessano non le cause ma le ragioni. E la ragione principale consiste nel vedere se ci sia un punto di Archimede esterno all’uomo che ci spieghi che è legittimo che ci siano gli uomini. ”A questo punto esterno non vedo come dare altro nome che Dio”.
Ma di che tipo di Dio abbiamo bisogno? “A mio avviso dovrà essere un Dio capace di mettersi sul piano di ciò che rende l’uomo uomo, cioè un Dio razionale, un Dio lógos, un Dio che ha creato con la sua parola. Come cristiano direi: un Dio di cui il lógos si è fatto carne”. Il Dio cristiano è quindi “un candidato piuttosto buono”.
Dicevamo che si tratta di una “chicca” del pensiero di Brague, in cui troviamo l’architettura di molti dei suoi ragionamenti espressi altrove. Joseph Ratzinger–Benedetto XVI avrebbe sottoscritto tutto. Se l’ateismo è illogico e mortifero perché illogico, Dio sarà logico e salvifico perché logico.
Lanuovabq

Presentazione del libro di Carmen Hernandez " DIARI 1979-1981 "

https://youtu.be/lar4i1ZMKhk


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Presentazione del libro di Carmen Hernandez " DIARI 1979-1981 "



Auditorium della CEI, Via Aurelia 796.

Interventi:
Card. Christoph Shoenborn

Kiko Arguello

Costanza Miriano.



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15 novembre ore 18.00

Diretta streaming: 
https://youtu.be/lar4i1ZMKhk

***

di SALVATORE CERNUZIO per La Stampa
Ogni notte, in ogni luogo del mondo in cui si trovasse insieme a Kiko Argüello per portare il Vangelo, Carmen Hernández appuntava su un quaderno o su fogli di carta sparsi i suoi pensieri e i suoi ricordi, le sue inquietudini e le angosce, gli attimi di felicità. Non solo “annotazioni” ma un dialogo incessante e confidenziale con Gesù Cristo, il suo «amico», la sua «speranza», il suo «amore di gioventù» come lo definiva, durato per decenni.
 Confessioni, queste della co-iniziatrice del Cammino neocatecumenale, realtà ecclesiale tra le più diffuse nel mo
ndo a partire dal Concilio Vaticano II, che ora compongono il libro “Diarios 1979-1981”, edito dalla casa editrice spagnola Bac (Biblioteca de Autores Cristianos) pubblicato ad un anno dalla morte di Carmen avvenuta il 19 luglio scorso, a 86 anni, e presentato lo scorso 30 giugno a Madrid.
Trecentoquaranta pagine, quasi 800 note, che coprono solo il primo triennio in cui Carmen e Kiko davano forma a questo «itinerario di formazione cristiana» nato nelle baracche di Palomeras Altas, tra i poveri più poveri di Madrid, e, che a quasi cinquant’anni, si è concretizzato in 25mila comunità in seimila parrocchie di quasi 130 Paesi, centinaia di missio ad gentes, 113 seminari Redemptoris Mater che ogni anno sfornano sacerdoti pronti a servire le diocesi di tutto il globo.
Numeri grandi che non sono mai interessati a Carmen, sempre lontana da trionfalismi e glorie mondane, o da riconoscimenti pubblici come il dottorato in teologia honoris causa che la Catholic University of America di Washington le aveva concesso insieme ad Argüello il 16 maggio 2015. Per lei, che sin da giovanissima desiderava diventare suora o missionaria come i tanti che da bambina vedeva passare a Tudela, sulla riva dell’Ebro, dove era cresciuta insieme alla sua numerosa e facoltosa famiglia, ciò che veramente contava è che la gente aderente al Cammino fosse toccata dall’annuncio del kerygma, la morte e resurrezione di Cristo. Tutto il resto passava in secondo piano.
«L’assenza di Gesù rende impossibile l’allegria», scriveva infatti in uno degli appunti nel gennaio dell’81. E continuava: «Tutto il giorno triste, triste, triste, abbattuta, senza orizzonte e senza energia, senza forza, in niente. Che cosa
potrei desiderare? Solo la tua presenza, Signore». Seguono nel libro altre rivelazioni intime su quella «notte oscura» attraversata da santi come Teresa d’Avila, Madre Teresa di Calcutta, Giovanni della Croce citati nei suoi scritti. «Tu non ci sei Gesù mio. Cammino controcorrente. Questa psiche tenebrosa, lamentosa, che amarezza. Non so vivere. Abbi compassione di me. Mi affatico in una tragedia esistenziale», si legge. O ancora: «Gesù mio, ti amo, non mi abbandonare: vieni ad aiutarmi… Vieni, vieni, amore della mia gioventù e mia speranza. Infondimi energia, che sto crollando nel nulla». «Gesù mio, quando arrivi non ho bisogno di scrivere lamenti, vagiti». «Forza mia… grazie, mi conforti nel profondo. Sento la libertà».A volte queste annotazioni erano solo brevi racconti della giornata o stringati «buonanotte, Signore». Non mancano “critiche”, animate da quella schiettezza che l’ha sempre contraddistinta, verso il suo compagno di evangelizzazione per mezzo secolo, Kiko. Critiche che Carmen non risparmiava in pubblico durante gli affollati incontri vocazionali per i giovani in giro per l’Europa, l’Africa, il Sud America. «Io dico sempre che l’inferno è pieno di predicatori come Kiko Argüello» era l’esordio ormai standard dei suoi interventi sul palco, dove era attesa soprattutto dalle donne alle quali ricordava l’importanza del loro ruolo di «fabbriche della vita» nella famiglia, nella Chiesa, nella società.
Kiko sorrideva poggiandosi una mano sulla testa, e ringraziava questa donna conosciuta quasi casualmente a Madrid che lo voleva ingaggiare per una missione in Bolivia, perché «quando salgo su, su, mi prende dai piedi e mi fa tornare a terra». Due personalità diametralmente opposte ma unite da una missione comune: l’ex pittore impetuoso e carismatico, e la teologa per anni impegnata a Madrid, a Roma, in Israele, a «masticare» e approfondire le indicazioni del Vaticano II per incanalarle in questa realtà che non voleva che si definisse un «movimento», come puntualizzò in un incontro in Sistina con Giovanni Paolo II al quale era legata da una forte amicizia. Tanto che il Papa le concedeva pure di fumare nel suo Refettorio: «Neanche il presidente Pertini l’aveva fatto con la sua pipa…», diceva Wojtyla.
Nella prefazione del volume, Argüello scrive: «Dopo 50 anni insieme in ogni istante, penso di aver diritto a conoscere il cuore di Carmen… Eroico che sia stata con me cinquant’anni, sempre soffrendo in silenzio, senza mostrarlo a nessuno». E nella presentazione dei Diarios in Spagna, alla presenza dei cardinali Paul Josef Cordes e Ricardo Blàsquez Pérez, presidente della Conferenza episcopale, ha confessato: «Tante volte Carmen diceva che ero insopportabile, ma al tempo stesso era sempre accanto a me. Ora comprendo la libertà che aveva nei miei confronti, in quelli della Chiesa e del Cammino, nei confronti di tutti. Una libertà che veniva da una relazione profondissima con Gesù Cristo».
Ad un anno dalla morte Carmen non è stata sostituita nella équipe internazionale che guida il Cammino neocatecumenale nei cinque continenti. «È insostituibile», diceva Kiko in una recente intervista, «finché io e padre Mario Pezzi siamo in salute andiamo avanti come due apostoli».
Dei suoi quaderni, ritrovati nella sua casa natale e custoditi, dopo la scomparsa, nel seminario Redemptoris Mater di Madrid, verranno pubblicati altri volumi a formare una sorta di collana che attraversa gli ultimi decenni spesi per l’evangelizzazione, e terminati con una malattia che ha costretto Carmen a restare immobile e a riposo, come mai nella sua vita era stata. È possibile che saranno pubblicati anche cinque o sei libri. Questa prima edizione edita dalla Bac – la stessa casa che ha distribuito lo scorso anno “Annotazioni” di Kiko Arguello – nel primo mese ha venduto 10mila copie in tutta la Spagna.
In Italia dovrebbe uscire a metà settembre con Cantagalli; oltre al lavoro di traduzione si attende un prologo di Papa Francesco che stimava Carmen, «una donna – scriveva nel messaggio per i funerali del 21 luglio 2016 nella Cattedrale dell’Almudena – animata da sincero amore per la Chiesa che ha speso la sua vita nell’annuncio della Buona Novella in ogni ambiente, anche quelli più renitenti, non dimenticando le persone più emarginate»

Mercoledì della XXXII settimana del Tempo Ordinario





Sarebbe di grande utilità promuovere una sorta di pedagogia del desiderio, 
sia per il cammino di chi ancora non crede, 
sia per chi ha già ricevuto il dono della fede... 
per non accontentarsi mai di quanto si è raggiunto.
Tutti abbiamo bisogno di percorrere 
un cammino di purificazione e di guarigione del desiderio. 
Siamo pellegrini verso la patria celeste, 
verso quel bene pieno, eterno, che nulla ci potrà più strappare. 

Benedetto XVI

***

Dal Vangelo secondo Luca 17,11-19.

Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea. 
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, 
alzarono la voce, dicendo: «Gesù maestro, abbi pietà di noi!». 
Appena li vide, Gesù disse: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono sanati. 
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; 
e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano. 
Ma Gesù osservò: «Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? 
Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?». E gli disse: 
«Alzati e và; la tua fede ti ha salvato!».

***

La lebbra è un'infermità evidente che non si può nascondere, marca un'impurità che "fermava a distanza" segregando i lebbrosi dal resto del popolo; altrettanto evidente era la fama di Gesù, che si estendeva in tutto Israele. L'incontro tra il desiderio dei lebbrosi e l'amore e il potere di Gesù era dunque quasi naturale, l'evidenza rivelava che erano fatti gli uni per l'Altro. E' la nostra stessa esperienza. Quando sono apparse le pustole sulla pelle del matrimonio, dell'amicizia, del lavoro, abbiamo cominciato a frequentare con più assiduità la Chiesa, avendo visto in altri il potere del Signore. Come i lebbrosi, lo abbiamo implorato di "avere pietà di noi" e di guarirci. E Gesù, prontamente, ci ha accolti, senza distinzioni e preferenze. Ma a modo suo, mettendoci in cammino con un annuncio che è insieme profezia e compimento: "Andate a presentarvi ai sacerdoti". Conoscendo l'estrema vulnerabilità e incostanza del cuore dell'uomo, il Signore ha preparato per noi nella Chiesa un lungo e serio percorso di conversione, "un cammino di purificazione e di guarigione del desiderio" (Benedetto XVI). In esso possiamo incontrarlo al di là dell'evidenza superficiale, scoprendo nel profondo del cuore la radice delle nostre malattie e lì sperimentarvi il suo potere, per fondare la nostra vita in Lui. Non basta essere "guariti", occorre "vedere" con occhi nuovi i propri peccati per consegnarli a Cristo ed essere "salvati". La "fede" autentica e adulta accoglie la "salvezza" che si manifesta nella "gratitudine", l' "eucarestia" che fa del lebbroso e Gesù un'unica carne, capace di donarsi senza riserve. Ad essa  approda l'unico tra i dieci che, dopo aver "veduto" e sperimentato l'amore di Gesù che lo ha "guarito": "torna indietro", si converte, e passa dalla schiavitù alla libertà, dalla supplica alla "lode". E' l'incontro decisivo: solo chi ha scoperto di essere stato un "samaritano", eretico, malato e lontano, ma amato gratuitamente da Gesù che per salvarlo si è fatto "straniero" sulla Croce, non si vergogna di "prostrarsi" davanti a Lui mostrandosi nella sua povertà; riconosce in Lui non solo il Maestro ma anche l'unico Sacerdote che, dopo averlo "guarito", può certificare la "salvezza" del suo cuore: Lui, infatti, lo ha trasformato in un cuore capace di amare. E noi, "dove siamo" oggi? Il Signore ci cerca come ha cercato gli altri "nove" lebbrosi. Siamo presso di Lui e, quindi, consegnati gratuitamente a marito, moglie, figli, fratelli? Siamo "guariti" o "salvati"? Se ci sentiamo in diritto d'essere guariti, per aver vissuto i problemi e le difficoltà come un'ingiustizia a cui Dio deve porre rimedio, il Vangelo ci chiama oggi a conversione: ad accogliere la "fede" che bussa sulle ferite della nostra lebbra, per "vedere" i segni che Dio ha deposto nella nostra vita per tornare a Lui, e così ci salvi "alzandoci" dal peccato e ci faccia "andare" in una vita nuova.

martedì 14 novembre 2017

Martedì della XXXII settimana del Tempo Ordinario



Se mi accade di pensare o dire una cosa che piaccia alle mie sorelle, 
trovo del tutto naturale che se ne impadroniscano come di una loro proprietà. 
Questo pensiero appartiene allo Spirito Santo e non a me, 
poiché san Paolo dice che non possiamo, 
senza quello Spirito di amore, 
chiamare «Padre» il Padre nostro che è nei Cieli. 
È perciò ben libero di servirsi di me per dare un buon pensiero a un'anima; 
se stimassi che quel pensiero fosse mio, 
sarei come «l'asino che portava le reliquie», 
il quale credeva che gli omaggi resi ai santi fossero rivolti a lui. 

S. Teresa di Lisieux, Storia di un'anima

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Dal Vangelo secondo Luca 17, 7-10

In quel tempo, Gesù disse:
«Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: "Vieni subito e mettiti a tavola"? Non gli dirà piuttosto: "Prepara da mangiare, strìngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu"? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: "Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare"».

***

Gesù è l'unico servo realmente disinteressato. Dopo aver "arato e pascolato il gregge" dalla Galilea a Gerusalemme "facendo quanto doveva fare", sulla Croce ha compiuto l'opera che il Padre gli aveva "ordinato": con le vesti "rimboccate" sino ad essergli strappate di dosso, "serviva" al Padre il banchetto più buono, la vita perdonata e riscattata di ogni uomo, anche quella di ciascuno di noi. Strappati così a un'esistenza "inutile" e meschina per appartenere a Cristo, possiamo donarci gratuitamente come Lui, senza "utili", secondo il significato del termine greco tradotto con "inutili". E' pur certo che senza di Lui non possiamo fare nulla, "puro impedimento" come diceva S. Ignazio di Loyola. Ma proprio per questo ogni "servizio" autentico è naturalmente gratuito: è di Cristo, non ci appartiene! Scelti dal popolo come i leviti, non abbiamo dunque altro guadagno che Lui, rivelando profeticamente nella nostra vita offerta per amore il destino celeste che attende ogni uomo: "il Signore è mia parte di eredità e mio calice" (Sal. 16). Siamo chiamati ad "arare" la terra di tutti con l'annuncio del Vangelo e una vita donata sulla croce, perché il Signore vi deponga il seme della sua vita immortale; a "pascolare il gregge" che ci è affidato, a condurre la famiglia, gli amici, i colleghi a nutrirsi dell'amore di Cristo, senza cercare in loro il nostro profitto; ma, con semplicità, obbediamo alla volontà del Padre sino al sacrificio della vita. Così, i discepoli muoiono ogni giorno per cause di servizio, costellando la storia di morti bianche per le quali nessuno si indigna, il martirio che semina, silenziosamente e nascostamente, la salvezza nella storia. E', infatti, nella notte oscura della fede, di qualsiasi "utile" per la carne e per lo spirito, che il servo vive il culmine della sua chiamata. Santa Teresa d'Avila, San Giovanni della Croce, Santa Teresa di Lisieux, la Beata Teresa di Calcutta, hanno vissuto lunghi anni nell'aridità totale. Innescati da una fiamma d'amore che ne ha sconvolto l'esistenza, hanno poi trascorso il resto della vita nel "servizio" autentico, purificato da ogni passione, sensibilità, desiderio. 

Allo stesso modo, nella Chiesa, attraverso l'iniziazione cristiana, anche in noi lo scalpello di Dio dà compimento alla sua opera, intagliando l'autenticità proprio quando tutto ci sembra assurdo e fallimentare. Allora le cose fatte senza alcun gusto divengono i sacrifici perfetti e di soave odore, la quotidianità intrisa di aridità e dubbi e angosce è trasfigurata nel servizio puro e innocente che profuma di Paradiso. E' questa vita "inutile", che sembra non recare alcun guadagno né a noi né al prossimo, derisa e sottoposta alla tentazione di essere cambiata, il "servizio" al quale siamo chiamati, perché proprio in essa il Signore realizza il suo stesso mistero di salvezza. Mentre scendeva nella tomba, infatti, dopo essere stato deriso e aver perduto ogni guadagno umano, anche il minimo sguardo di compassione e tenerezza, Egli ci stava salvando distruggendo nella sua carne l'opera del demonio. Sulla Croce inchiodava la concupiscenza, nel sepolcro seppelliva l'avidità arrogante, con la resurrezione liberava la carne trasfigurata al dono oltre i limiti imposti dalla ricerca di consenso e affetto: così, riproducendo in noi il Mistero Pasquale di suo Figlio, il Padre ci fa figli liberi di amare gratuitamente, perché colmi dell'infinito suo amore, più forte del demonio, della carne e del mondo, capace di vincere la morte dell'indifferenza. E' ciò che aveva scoperto il Card. Van Thuan nel carcere dove nulla ormai poteva fare, spogliati di tutto possiamo servire Dio e non le sue opere: "Una notte, dal profondo del mio cuore ho sentito una voce che mi suggeriva: «Perché ti tormenti così? Tu devi distinguere tra Dio e le opere di Dio. Tutto ciò che tu hai compiuto e desideri continuare a fare... tutto questo è un' opera eccellente, sono opere di Dio, ma non sono Dio! Se Dio vuole che tu abbandoni tutte queste opere, mettendole nelle sue mani, fallo subito, e abbi fiducia in lui. Dio lo farà infinitamente meglio di te; lui affiderà le sue opere ad altri che sono molto più capaci di te. Tu hai scelto Dio solo, non le sue opere!». E Cristo, sconvolgendo ogni criterio, quando "torneremo dal campo" della vita, feriti ed esausti, ci farà sedere alla sua mensa e passerà a servirci. 

lunedì 13 novembre 2017

Lunedì della XXXII settimana del Tempo Ordinario


Pietre da mulino ritrovate vicino al Mare di Galilea

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Gran Dio non lasciare giammai che alcuni spiriti, 
di cui alcuni si annoverano tra i dotti, altri tra gli spirituali, 
possano essere accusati al tuo terribile tribunale 
di aver contribuito in qualche modo a chiuderti l’accesso 
in non so quanti cuori, perché tu volevi entrarvi 
in un modo la cui sola semplicità li urtava, 
e attraverso una porta la quale, 
benché aperta dai santi fin dai primi secoli della Chiesa,
 non era, forse, ancora abbastanza loro nota; 
piuttosto fa’ in modo che, 
diventando tutti piccoli come fanciulli,
 come Gesù Cristo comanda, 
noi possiamo entrare una buona volta per questa piccola porta,
per poterla poi mostrare agli altri con più sicurezza e con più efficacia. 
Così sia.
 

Bossuet, fine del suo opuscolo sulla Manière courte et facile pour faire oraison.



***


Dal Vangelo secondo Luca 17, 1-6. 

Disse ancora ai suoi discepoli: «E’ inevitabile che avvengano scandali, ma guai a colui per cui avvengono.
E’ meglio per lui che gli sia messa al collo una pietra da mulino e venga gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. 
State attenti a voi stessi! Se un tuo fratello pecca, rimproveralo; ma se si pente, perdonagli. 
E se pecca sette volte al giorno contro di te e sette volte ti dice: Mi pento, tu gli perdonerai». 
Gli apostoli dissero al Signore: 
«Aumenta la nostra fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe.
***
La Chiesa è nel mondo come “un gelso trapiantato e gettato nel mare”, rivela l’impossibile che va al di là delle leggi della natura. Come può un albero mettere radici nell’acqua? Non si è mai visto. Così il mondo, incontrando i discepoli di Cristo, si trova dinanzi allo spettacolo inedito di persone normalissime che vivono in un amore soprannaturale. Come può una moglie perdonare “sempre” – così suggerisce il numero “sette”, simbolo della pienezza – un marito che la tradisce continuamente e, “pentito”, torna immancabilmente da lei? Come possiamo noi ogni giorno, dimenticare, scusare, credere, coprire tutto? “Perché Tu, Dio, getterai nel mare più profondo le nostre colpe” (Mic 7, 19), il nostro uomo vecchio che scandalizza chi ci è accanto nelle acque del battesimo rinnovate nella Chiesa che ci amministra i sacramenti. Il Padre, infatti, ha compiuto in noi l’impossibile, liberandoci dal potere delle tenebre e rinnovando il miracolo della “fede” che ci “trapianta” nel regno del suo Figlio diletto, il “gelso” che ha steso le sue radici nel mare della morte, per elevarsi sino al cielo della vita. Come Lui, “sette volte al giorno”, dalle radici piantate nella nostra storia, assorbiamo dolore, tentazioni e morte, mentre dal Cielo riceviamo la sua vita. Ma il pericolo di cadere è sempre dietro l’angolo, e non si tratta di “aumentare” la fede”, ma di averla ricevuta in dono nella Chiesa, e di difenderla, "stando attenti a noi stessi" con la preghiera e l'aiuto dei pastori e dei fratelli. Ne basta un pizzico, come un “granello di senapa”, il più piccolo tra tutti i semi, ma che, divenuta adulta, accoglie i “piccoli” tra i suoi rami. Per questo abbiamo bisogno di ascoltare “sette volte”, sempre e di nuovo, l’annuncio del Vangelo, perché la fede viene dalla “stoltezza della predicazione”. Gli apostoli, quando predicavano, prima dell’annuncio della morte e resurrezione di Cristo, denunciavano sempre i peccati; “correggevano” chi ascoltava “sgridando” i loro demoni, come aveva fatto Gesù. Ogni “correzione”, infatti, è sempre un esorcismo pieno di amore, perché se non si smaschera la schiavitù scacciando l’aguzzino, il fratello non sarà coinvolto dalla Buona Notizia e non si potrà aprire al dono della fede. Per questo, lo “scandalo” che impedisce ai “piccoli” di entrare nel Regno, è la rinuncia alla “stoltezza” dell’annuncio in favore della sapienza mondana: “Quanta poca fede c’è in tante teorie, quante parole vuote! Quanta sporcizia c’è nella Chiesa. Quanta superbia, quanta autosufficienza!” (J. Ratzinger). “Guai” a chi spegne lo zelo per la salvezza delle anime! “Guai” a chi strozza il “grido” che illumina il peccato rendendo così vana la croce di Cristo e il suo perdono; saranno “gettati in mare” con al collo la stessa “pietra” che ha fatto “inciampare” i “piccoli”. Dove si è smarrito il perdono tutto diviene possibile, come negli scandali gravissimi che purtroppo coinvolgono anche i ministri della Chiesa. Ma “è inevitabile che avvengano”, perché siamo liberi e possiamo sempre cedere agli inganni del demonio. Tutti noi abbiamo scandalizzato, perché tutti ci siamo scandalizzati di Cristo. Con Pietro e i discepoli siamo scappati e abbiamo trascinato tante persone nel nostro tradimento. Ma non esiste peccato che non possa essere perdonato! Possiamo incontrare nella Chiesa il volto misericordioso del Signore che ci viene a cercare sulla riva dei nostri fallimenti, ci "rimprovera" per sperimentare il suo "perdono" che ci spinge ad amarlo, nonostante tutto.

venerdì 10 novembre 2017

Kiko Arguello: COMO CONDENADOS A MUERTE. (1Co 4, 9-13)



COMO CONDENADOS A MUERTE. (1Co 4, 9-13)

    La-
S.  Hasta el presente
            Sol
    pasamos hambre,
                       La-
    pasamos sed y desnudez.
    Sol
    Somos abofeteados   |
                La-     | (Bis A)
    y andamos errantes. |


         Sol         La-
S.  Insultados, bendecimos,
         Sol             La-
    perseguidos, lo soportamos.
    Sol
    Si somos difamados,   |
                     La-  | (Bis A)
    respondemos con amor. |


    La-            Sol
A.  HEMOS VENIDO A SER,
                   La-
    HEMOS VENIDO A SER,
                   Sol
    HEMOS VENIDO A SER,
                  La-
    LA BASURA DEL MUNDO,
    Sol               La-
    Y EL ESTROPAJO DE TODOS.


    La-
S.  Porque pienso
            Sol
    que a nosotros,
         La-
    los apóstoles,
                    Sol
    Dios nos ha asignado
                La-
    el último lugar.


    Sol
A.  COMO CONDENADOS A MUERTE,  |
    La-                        |  (Bis)
    COMO CONDENADOS A MUERTE.  |


    La-               Sol
S.  Puestos como espectáculo
            La-
    para el mundo,
             Sol
    para los ángeles,
             Fa
    para los hombres,
             Mi
    para los hombres.


    Sol
A.  COMO CONDENADOS ...


    La-            Sol
    HEMOS VENIDO A SER ...