venerdì 17 novembre 2017

Una monaca wi-fi


Esce oggi in libreria Si salvi chi vuole. Manuale di imperfezione spirituale, il nuovo libro di Costanza Miriano. Per gentile concessione dell’autrice pubblichiamo una parte del primo capitolo.
Ho deciso, voglio farmi monaca. Ecco, mi rendo conto che, per esempio, a prima vista, la mia postura adesso potrebbe sembrare non proprio simile a quella di san Pacomio, uno dei Padri del deserto che furono gli apripista di questa forma di vita: sono le tre di notte e non sono ancora a metà della lista delle cose da fare oggi, che poi è ieri già da qualche ora, indosso dei pantaloncini fucsia da corsa – tipico capo del monachesimo occidentale –, ho alla mia destra una crema levigante (gli spiriti degli acquisti inutili tendono a materializzarsi nelle notti d’estate, e voci di farmacisti assennati vissuti secoli or sono ti bisbigliano: «Quanti trattamenti antipidocchi avresti potuto comprare invece di questa crema che non frenerà il tuo decadimento?»), alla sinistra i libri di Groucho Marx e vari cibi raccomandati dalla federazione mondiale colesterolo. Per espiare, di fronte a me, una bottiglietta con una bevanda drenante (noi aspiranti monaci teniamo in somma considerazione la lotta alla ritenzione idrica, si sa). Intorno, in ordine sparso, delle pinzette, un correttore (non del senso di un amanuense che ti controlli i testi, ma una crema rosa chiarissimo per coprire le occhiaie), tre rosari, il modulo di iscrizione a un secondo anno di classico, due multe, dei fiori agonizzanti, il breviario, una decina di libri cominciati e abbandonati, sempre per quel fastidioso problema che ogni giornata ha ventiquattr’ore e, quando meno te lo aspetti, finisce, e poi ricomincia, sempre cortissima, e bisogna ripetere tutta una serie di cose che, testarde, si ripropongono ogni giorno, tipo preparare da mangiare a pranzo e cena, perché coi figli, a differenza di quanto succede coi gatti, non puoi cavartela con una ciotola di crocchette ai gamberi.
Eppure, in questo caos di giornate zippate e liste sempre troppo lunghe e cronicamente inevase, voglio farmi monaca, perché la preghiera è la forza più potente della storia, quella che cambia prima noi e poi il mondo – un giorno ci risulterà chiarissimo, quando tutto ci sarà svelato, dopo la morte, e che ridere quando vedremo che la bisnonna Irma o Francesco e Giacinta, pastori analfabeti di nove anni, hanno spostato eserciti più di Churchill e Eisenhower. Solo che è necessario un cuore monacale, allenato come un ranger, per trovare il modo di pregare nelle nostre vite iperconnesse – zero tempi morti (per me il massimo simbolo del lusso non è certo un paio di ballerine Roger Vivier, ma mia mamma che fa La Settimana Enigmistica davanti al fuoco) – quando tutto sembra congiurare contro la preghiera e il silenzio. A isolare uno spazio blindato dalle parole e dalle relazioni inutili, serve davvero una decisione chirurgica, scavare nella mia carne e togliere quello che non serve alla vita vera. Recintare uno spazio di silenzio e di incontro, perché noi non possiamo far sorgere il sole, ma possiamo trovarci lì quando sorge. Se non isoliamo uno spazio dal rumore di fondo e dai pensieri, dalle urgenze e dalle richieste esterne, dalle voci degli altri e anche dalla nostra, non lo sentiamo Dio che ci parla, perché lui non urla. Voglio farmi monaca, perché conviene davvero che siamo noi a scegliere la nostra vita, prenderla in mano, senza lasciar fare alle circostanze. La maggior parte di noi si adatta alle situazioni senza porsi troppe domande, senza averle davvero scelte, procedendo nella vita senza un progetto, più come uno che vaga dentro un centro commerciale in un giorno di saldi, che non come uno che costruisce qualcosa secondo un progetto. Chi procede a tentoni, oltre a fare delle solenni cretinate, può finire per accorgersi di avere mancato il bersaglio principale della propria vita, e quello è ben più doloroso di un acquisto sbagliato.
Chi ha un progetto invece può districarsi nelle giornate più piene, e se è fedele al suo progetto, una pietra dopo l’altra, un colpo di scalpello dopo l’altro, può tirar su una cattedrale della sua vita, a volte anche senza essere neppure del tutto consapevole dell’opera d’arte compiuta. Ecco, questo è il progetto decisivo della nostra vita, e vale la pena investirci il meglio di noi: quale spazio dare a Dio? Quando? Come? Foglietto alla mano, agenda, penna, per impedire alle cose più urgenti di oscurare la più importante di tutte. Un monaco come noi, laici che vivono nel mondo, ricama la sua vita con una selva di fili intrecciati, magari rotti e riannodati, però ci sta per scelta, e in modo consapevole. E da quel mucchio di fili sa tirar fuori un ricamo. Un monaco come noi vorrebbe pregare nel silenzio ma, appena prova a tirare fuori dalla tasca un rosario, viene convocato per un’importantissima questione di pattini contesi, o di frasi di latino, o di Nutella finita. Un monaco come noi ha sempre una riunione urgentissima di lavoro all’ora in cui voleva fare adorazione e, quando apre la Bibbia, al marito, solitamente loquace come un portaombrelli, viene improvvisamente voglia di parlare (e, siccome la cosa avviene una volta all’anno come la fioritura dei ciliegi in Giappone, bisogna cogliere l’attimo). Un monaco come noi sogna l’eroismo, il martirio e, ogni tanto, se ha dormito poco e bevuto troppi caffè, immagina persino di fondare cose nuove, di insegnare qualcosa a qualcuno.
Ma la realtà di questo monachesimo è stare nella mediocrità, questa croce passiva che, se la abbracci, ti cambia. È stare accanto ai figli che ti deludono, agli anziani che tornano bambini, è stare dentro la vita imperfetta, la casa con le macchie di muffa e le porte scrostate, perché la realtà è così, la muffa si forma e la vernice si scrosta… Voglio farmi monaca perché la vita è difficile. È scomoda. È fatta di borse che cadono dal sedile della macchina quando freni e di ciotole col pranzo che si aprono sugli XDCAM del preziosissimo materiale che hai girato (ma la glassa di aceto balsamico sta benissimo anche sulle pagelle da riconsegnare a scuola, è un must di ogni mamma lavoratrice). La vita è difficile, non perché lo zio Gualtiero una volta ha detto che mia cugina era più bella di me e da allora ho sofferto moltissimo; è difficile e basta, finché non metti il cuore nel posto giusto, perché nessuno di noi è stato amato nel modo giusto, e non è colpa degli altri. È che, come disse mia figlia Lavinia, sconsolata dopo una misteriosa faccenda di amichette di scuola: «Solo Gesù mi vuol bene perfetto, come io voglio esser voluta bene.» (Prendo nota della sua attitudine mistica, la rispetto molto, ma lo dico ufficialmente: non sono pronta alla quarta adolescenza. Io mi metto in coma farmacologico e aspetto che passi.) Sarebbe bello se la metà, o anche solo un quarto, delle persone adulte arrivasse alla consapevolezza di una bambina delle elementari, e la smettesse di mendicare affetto nei posti sbagliati. Affetto o i suoi surrogati, tipo Aston Martin o presidenze di consigli di amministrazione, o sederi da sedicenni piazzati su corpi ultracinquantenni, garanzia di sguardi, o curricula da secchione, come se l’affetto potesse mai essere garantito da qualcosa. Il problema non è il mendicare, che è la nostra condizione esistenziale, cioè il bisogno di relazione per essere felici. Il problema è mendicare nel posto sbagliato, cioè riempire il nulla col nulla.
Penso che anche oggi possa essere un nuovo tempo per il monachesimo: non c’è nessuno che ami il mondo più del monaco. E proprio per questo, perché vede il bene e la bellezza possibili sulla terra, vuole curarla come un contadino fa col suo campo. C’è dunque bisogno di schiere di monaci in questo tempo di grande crisi, con la fede costretta in un angolo, e uomini e donne depressi e nauseati e stanchi e annoiati di tutto (guardate le facce della gente in fila alla cassa del supermercato), che Dio nemmeno lo rifiutano, semplicemente non alzano neppure la testa per cercarlo.
Quanto a noi, siccome nessuno di noi, grazie al cielo, è Papa (alcuni di noi sono capi del mondo, ma vabbè, quella è roba per gli psichiatri), ci è richiesto solo questo paziente, nascosto lavoro di scalpello su noi stessi. Come gli artigiani che, sotto le volte delle cattedrali, rifinivano la pietra e creavano intarsi e sculture, a volte piccole e nascoste, che probabilmente nessuno avrebbe notato, così a noi è chiesto di lavorare di cesello sul nostro cuore (erano anni che volevo dirlo, che poi è il motivo per cui scrivo libri; quando mai nella vita ti capita di dire “cesello”?). Voglio farmi monaca, infine, perché voglio stare in un monastero con tutti gli amici, che sono tantissimi. Incontrati una sola volta o diventati una compagnia stabile, amici di carne o solo immagini su un social network, amici che si intrecciano alla mia vita con una parola o con un fiume di parole, amici sfiorati o depositari di sedute quotidiane di autoanalisi, amici che sanno farsi presenti con gesti concreti, e condivisione di pesi. Voglio stare legata in cordata con loro, perché c’è un regno da conquistare, e il nostro piccolo esercito lo può espugnare solo se è unito, faccia a faccia con Dio, gomito a gomito con i fratelli. Questo monastero è unito via telefono, via internet, via carne, o anche solo via preghiera – dico “solo” per dire che magari non si riesce a vedersi spesso, a volte non ci si vede più, ma quando si sono denudate insieme le anime si è uniti per sempre, e la preghiera è l’unione più potente. Come con l’amica che ho ascoltato dopo un incontro al Nord, fino alle tre di notte. Ci siamo parlate come sorelle senza esserci mai viste prima. Ci siamo sentite qualche volta. Per ringraziarmi della poca cosa che le avevo dato – ascolto, e niente più – mi ha mandato un’icona meravigliosa, scritta (così si dice) per me da una suora, davanti alla quale prego tutti i giorni. Una settimana dopo è morta in un incidente.
Ecco, lei è una consorella che sento più viva che mai, in questo monastero wi-fi. E anche se i dizionari dicono che wireless fidelity non è la traduzione esatta di questo nome commerciale, per me è perfetta: una fedeltà senza fili. Siamo fedeli al nostro monastero senza essere legati da nessun filo, da null’altro che il desiderio di amare e far amare Dio, e di essere insieme in questa avventura, che è un combattimento prima di tutto con noi stessi, e non si è mai visto un esercito composto da un solo soldato. E poi, certo, una consorella monaca wi-fi può essere utilissima anche per consigliarti i semi di chia per la pancia piatta o una crema che funziona come quella di La Mer ma costa un decimo. Tra consorelle e confratelli ci si presta case e vestiti (se volete anche figli, per dire: al momento io sarei disponibile a prestare un quindicenne in cambio di due seienni e un treenne). Una consorella sa quando è il momento di sgridarti e quando invece il momento di farti un complimento, anche finto o eventualmente usato – non andiamo troppo per il sottile. Su questo i confratelli sono leggermente meno intuitivi, però magari possono darti una mano con la dichiarazione dei redditi (nel mentre, non è uno stereotipo, io parlo di saldi con la moglie del commercialista) o pareri medici, o anche a trovare una strada in base a tue vaghissime indicazioni («Dove sei?» «Non so, vedo un lampione»). L’importante è saperlo, e non farsi spiegare la strada da una consorella, né esporsi a rischi inutili con dei confratelli (perché mai dovresti chiedere a un maschio se per caso quel colore di capelli ti invecchia? Quello magari ti dice la verità). Sapere di essere in un monastero wi-fi è una grande consolazione, perché chi decide di passare un po’ del suo tempo solo con Cristo, per arrivare a passare tutto il tempo con Cristo e i fratelli, trasforma il suo cuore. Impara a tifare per gli altri.


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 UN ESTRATTO DEL LIBRO

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Terza colonna del monastero


La terza colonna su cui costruire la cattedrale, la terza arma che ci viene consegnata per combattere, è davvero un ordigno potentissimo, molto più del calzino sintetico a fenicotteri rosa che mia figlia Livia non vuole abbandonare (chi può dire quali reazioni chimiche si inneschino a trentaquattro gradi all’ombra, dentro una Stan Smith contenente un indumento in poliuretano indossato per due giorni consecutivi?). La confessione è una roba incredibile. È qualcosa che, se la capissimo davvero, se ci credessimo seriamente, potrebbe cambiare in modo potentissimo e, gradualmente, definitivo la nostra vita. A volte, a dire il vero, anche non troppo gradualmente. Ho visto persone togliere tappi enormi e opprimenti che da anni, decenni in alcuni casi, soffocavano le loro vite. Certo, la confessione è segreta, segretissima – e il sacerdote che tradisce il segreto è scomunicato, questa cosa me la ripetono spesso, per stare più tranquille, le nostre bambine quando consegnano i loro segreti a qualche prete mio amico – ma non c’è bisogno di sapere niente quando vedi uscire dal confessionale una persona con una faccia diversa, una donna che per anni hai visto sempre con le sopracciglia aggrottate, il viso contratto, e adesso piange e ride insieme, e stenti a credere che sia lei, e devi fare il riconoscimento tipo parente di un morto, dal golfino che ha addosso, perché la sua faccia è davvero un’altra. Una volta una mia amica era addirittura scalza, quando è uscita, trasformata, dal confessionale. Il senso di liberazione deve essere stato talmente forte da sentirsi in dovere, per giustizia, di liberare anche i piedi dal sandalo tacco dieci. Ovviamente io non sapevo niente di quel nodo, e continuo a ignorare cosa la opprimesse tanto. Invece il sacerdote da cui l’avevo accompagnata, prima ancora che entrasse, le ha detto la parola giusta, quella magica, che l’ha convinta ad aprirsi. Questa per me è una delle prove dell’esistenza di Dio: non si spiega altrimenti il fatto che a essere così capace di profondissima, intuitiva comprensione sia un maschio, uno appartenente alla stessa specie di quei soggetti a cui di solito devi spiegare le cose con dei cartelli scritti molto grossi. Quei signori che dormono con te da vent’anni e, nonostante questo, mancano ancora dei fondamentali, e non sanno ancora che, se dici «non mi sono affatto offesa, perché di quella non potrei mai essere gelosa, figurati», e loro non arrivano entro venti minuti con delle rose, sono uomini morti. Meglio ancora se dicono che quella lì è cicciona (ci basta così poco per essere felici). Un sacerdote, quando sta confessando, invece, ha un carisma particolare, ha il dono del discernimento. E poi rimane quel fatto inaudito che, mentre tu gli squaderni il tuo mondo interiore, sta lì e ti ascolta: non se ne va nell’altra stanza a leggere un articolo su qualche fosco scenario geopolitico mondiale, oppure a dividere le viti per grandezza, che non è proprio come salvare il mondo, ma è sempre meglio che ascoltare una donna. Un confessore, invece, salva il mondo una persona alla volta. Dice un mio amico, appartenente alla schiera dei preti supereroi, che ci vuole più testosterone a stare una giornata in confessionale che a giocare una partita di rugby. E siamo ancora solo sul piano umano: una confessione fatta bene ti fa la diagnosi, cioè ti dice come stai, a che punto sei del cammino. Su quali fronti devi lavorare. Ti aiuta a mettere intelligenza e metodo nella vita spirituale, a non essere emotivo, a non procedere in modo ondivago. Soprattutto, se fatta con un sacerdote che ti conosce (lo so, sarebbe più comodo con degli estranei), ti aiuta a resettare i parametri, e giudica la tua vita, ma con uno sguardo più buono e più lucido del tuo. Ti accompagna nel dare importanza a ciò che ne ha davvero, a volte persino a essere più indulgente su alcune cose, e magari più serio su altre. A volte per esempio è utile, molto più di tante chiacchiere, fare un diagramma serio dell’uso delle nostre risorse: il tempo e i soldi, tanto per cominciare. Quanto diamo ai poveri e quanto al parrucchiere. Quanto tempo stiamo sui social e quanto in cucina a preparare la cena ai figli. Numeri, oggettivi, e non chiacchiere che ci rendano presentabili a noi stessi: sono le statistiche che fanno la foto della nostra vita. Solo a partire da quello si può fare un lavoro serio su di noi, e non importa se si fa brutta figura col confessore. Anzi, più crediamo di fare brutta figura, più significa che la confessione è stata usata bene (e, secondo me, per questo il confessore ci vuole bene di più, perché il desiderio di essere nella verità con umiltà scioglie tutti i cuori, che poi peraltro siamo tutti bruttini allo stesso modo, solo c’è chi fa finta meglio). Come promemoria, soprattutto per me stessa, mi vorrei ricordare che la confessione non è una psicoterapia (infatti non si paga), e quindi è inutile che cerchiamo di dare la colpa alla nonna Adelina che preferiva nostra sorella, o ai compagni di classe che non ci apprezzavano abbastanza (probabilmente perché le secchione che non passano i compiti «per il vero bene dei compagni» non ispirano proprio tantissima simpatia a prima vista, e già è tanto se non vengono prese a randellate). D’altra parte, problemi da piccoli ne abbiamo avuti tutti: anche il figlio che ho allattato fino a tre anni sostiene di essere stato trascurato e maltrattato a causa di una carenza di PlayStation, e dice che farà lo psichiatra per aiutare le persone che hanno avuto un’infanzia difficile come la sua (forse avrei dovuto picchiarlo forte). Un’altra cosa che la confessione non è: elencare i peccati degli altri, ché quello lo sappiamo fare tutti. No, perché a ben vedere io avrò pure sbagliato, ma alla fine, in fondo in fondo, secondo me mi avevano provocato. Sui peccati altrui io di solito sono preparatissima, non me ne sfugge uno. E comunque, nel dubbio, qualcuno ne aggiungo anche, fa rifulgere di più la mia aureola. Invece una confessione fatta bene, dicevamo, è come una Tac. Ti dice dov’è il problema, ti fa la diagnosi. Ma la nostra parte è solo l’inizio: la tua vita, se la consegni con una confessione seria, diventa un affare di Dio. Lui ti difende se tu ti autoaccusi, diventa il tuo avvocato. E non uno d’ufficio, ma il migliore sulla piazza, parecchio meglio di Robert Redford in Legal Eagles, ti arrivo a dire. Qualunque cosa tu abbia fatto, se seriamente sei pentito, e seriamente vuoi mettercela tutta a non farla più, la puoi consegnare a Cristo, che è morto in croce proprio per quello, per prendersi i tuoi peccati. Da quel momento in poi, non ci devi pensare più. Non devi ascoltare le parole dell’accusatore che continua a dirti che, siccome sei una schifezza, sicuramente ci cadrai di nuovo. Non consegnare il tuo pentimento al nemico, che continua ad accusarti (gli piace riempire di rimorsi il passato, di ansie il futuro), ma a Dio, che è il Dio del presente. Da quel momento in poi, puoi andare a testa alta, perché Dio in persona si è fatto carico delle tue malefatte. È lui che ti protegge e tu puoi provare seriamente a convertirti, da quel momento in poi, mentre al passato pensa qualcun altro di molto potente. Il mio amico che ha consegnato un tradimento, e ora può guardare sua moglie negli occhi e imparare di nuovo ad amarla; la mia amica che ha chiesto perdono per avere ucciso suo figlio nel grembo; il padre che ha lasciato la madre di sua figlia all’altare e per quarant’anni non si è occupato di quella bambina che nel frattempo è diventata una donna ferita: tutte queste persone riescono a vivere senza essere schiacciate dal dolore, solo perché qualcuno lo porta per loro. Non va così nel mondo, che, come si sa, permette tutto ma non perdona nulla. Io so che prima o poi uno struzzo mi caverà un occhio, per vendicarsi di quella borsa di piume che mi sono dovuta inderogabilmente procurare facendo perdere un pomeriggio, svariati euro e molta dopamina a mio marito, perché ero certa che da quel giorno, grazie a quella borsa, la mia vita sarebbe definitivamente cambiata, e poi sono riuscita a usarla una volta sola (ma adesso vado di là, la prendo ed esco a comprare le sigarette, inizio a fumare apposta, guarda). Vabbè, dato che siamo in vena di confessioni pubbliche, ho buttato io quel pezzetto di legno che mio marito doveva riattaccare alla chitarra, pensavo fosse un rifiuto ed ero posseduta – mi capita un’ora all’anno – dallo spirito di Donna Letizia, ho aspirato per qualche minuto a una casa impeccabile. Tanto lo so che lui non ce la fa a leggere i miei libri tutti interi, troppo verbosi, dopo un po’ gli vanno gli occhi in modalità salvaschermo (se invece sei arrivato fin qui, marito, perdonami). La Chiesa, al contrario, cerca di non permettere nulla che faccia male all’uomo, ma perdona tutto, tutto, tutto. Dio si è fatto uomo ed è morto in croce per quello. Non per un incidente di percorso, ma per salvarci dai nostri peccati. L’unico modo per nascondere i peccati è dirli tutti, perché l’unico che può intervenire sul passato è Dio, e finché qualcuno non se li prende su di sé, quelli stanno lì.
Non bisognerebbe lasciar passare più di un mese tra una confessione e l’altra. E siccome la ricrescita la vedi allo specchio, non c’è bisogno di segnare quando sei stata dal parrucchiere l’ultima volta, mentre sugli effetti del peccato siamo più bravi a mascherare, forse noi monaci è meglio che ci segniamo la data sul diario spirituale – la cui esistenza, consigliatissima, è una delle poche buone ragioni per cui le mie borse superano le dimensioni di un bagaglio a mano consentito sui voli low cost anche quando vado dal dentista (se si apre una voragine sul marciapiede e vengo inghiottita e devo ricominciare una nuova vita vicino a Sydney ho tutto l’occorrente con me, tranne il piegaciglia, ma tanto praticamente non ho le ciglia). Quella data ce la dobbiamo segnare perché dobbiamo trovare spazio fra la ricerca della prenotazione della nuova carta di identità («La tengo io che tu perdi tutto, caro»), la riunione col capo e la recita di fine anno (ho tre giorni e una manciata di ore per cercare di scoprire come vestire le mie figlie senza chiederlo apertamente a nessuna mamma, la qual cosa mi farebbe precipitare nella scala sociale, visto che loro hanno i vestiti pronti da un mese mentre io ho saputo della recita solo ieri, e so che la sera prima, alle 19.29, supplicherò la signora della merceria di non chiudere, per poi trascorrere la notte successiva a rispolverare le nozioni di cucito apprese dalla nonna a nove anni, ma d’altra parte chi si accorgerà di qualche colpo di pinzatrice?). Ecco, io so che le vere donne mistiche si confessano quando la contrizione (che è la prima parte del Sacramento, ed è diversa dal senso di colpa; è invece fiduciosa apertura al perdono) sovrabbonda dal loro cuore tutto immerso in Cristo. Io invece mi confesso quando me lo ricorda l’agenda, ma pazienza. La seconda parte del Sacramento è la confessione del proprio peccato e non di quelli altrui, senza scuse; di tutti i peccati, non solo di quelli lievi, con umiltà e semplicità, senza scrupoli. Poi serve la soddisfazione, qualcosa che curi con un antidoto, che noi possiamo suggerire e che il sacerdote sceglie. Infine viene il proposito di correggersi con l’aiuto di Dio, e l’assoluzione. A questo punto l’alleanza è ristabilita! Per una cifra modica posso vendere una mappa dei sacerdoti con l’udito peggiore di tutta Roma, quei vecchietti gentili che se dici il peccato velocissimo e a bassa voce non lo sentono; ho anche ottime segnalazioni di sacerdoti troppo buoni, ma, fidatevi, veramente troppo. E se si arriva a due minuti dalla chiusura della chiesa ci si può procurare anche un sacerdote molto frettoloso. Ecco, non è questo il senso del Sacramento. Anzi, se uno fosse un monaco serio, non dovrebbe confessarsi con un sacerdote che non lo conosce solo perché si vergogna, perché non si tratta di un rito magico, ma di un serio desiderio di conversione: non ricordo quale mistica medioevale scrisse che al Giubileo del 1300 solo due persone guadagnarono l’indulgenza davvero, perché avevano il cuore sincero (io, infatti, se incontro una mistica medioevale cambio marciapiede).

giovedì 16 novembre 2017

PRESENTAZIONE LIBRO di Carmen Hernandez " DIARI 1979-1981 ". Video integrale

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO SULLE QUESTIONI DEL "FINE-VITA"

Risultati immagini per "WORLD MEDICAL ASSOCIATION"


MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI AL MEETING REGIONALE EUROPEO
DELLA "WORLD MEDICAL ASSOCIATION"
SULLE QUESTIONI DEL "FINE-VITA"
[Vaticano, Aula Vecchia del Sinodo, 16-17 novembre 2017]

Al Venerato Fratello
Mons. Vincenzo Paglia
Presidente della Pontificia Accademia per la Vita
Invio il mio cordiale saluto a Lei e a tutti i partecipanti al Meeting Regionale Europeo della World Medical Association sulle questioni del cosiddetto “fine-vita”, organizzato in Vaticano unitamente alla Pontificia Accademia per la Vita.
Il vostro incontro si concentrerà sulle domande che riguardano la fine della vita terrena. Sono domande che hanno sempre interpellato l’umanità, ma oggi assumono forme nuove per l’evoluzione delle conoscenze e degli strumenti tecnici resi disponibili dall’ingegno umano. La medicina ha infatti sviluppato una sempre maggiore capacità terapeutica, che ha permesso di sconfiggere molte malattie, di migliorare la salute e prolungare il tempo della vita. Essa ha dunque svolto un ruolo molto positivo. D’altra parte, oggi è anche possibile protrarre la vita in condizioni che in passato non si potevano neanche immaginare. Gli interventi sul corpo umano diventano sempre più efficaci, ma non sempre sono risolutivi: possono sostenere funzioni biologiche divenute insufficienti, o addirittura sostituirle, ma questo non equivale a promuovere la salute. Occorre quindi un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona.
Il Papa Pio XII, in un memorabile discorso rivolto 60 anni fa ad anestesisti e rianimatori, affermò che non c’è obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene (cfr Acta Apostolicae Sedis XLIX [1957],1027-1033). È dunque moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito “proporzionalità delle cure” (cfr Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione sull’eutanasia, 5 maggio 1980, IV: Acta Apostolicae Sedis LXXII [1980], 542-552). L’aspetto peculiare di tale criterio è che prende in considerazione «il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali» (ibid.). Consente quindi di giungere a una decisione che si qualifica moralmente come rinuncia all’“accanimento terapeutico”.
È una scelta che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo più contrastare. «Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire», come specifica il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2278). Questa differenza di prospettiva restituisce umanità all’accompagnamento del morire, senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere. Vediamo bene, infatti, che non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso, equivale a evitare l’accanimento terapeutico, cioè compiere un’azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte.
Certo, quando ci immergiamo nella concretezza delle congiunture drammatiche e nella pratica clinica, i fattori che entrano in gioco sono spesso difficili da valutare. Per stabilire se un intervento medico clinicamente appropriato sia effettivamente proporzionato non è sufficiente applicare in modo meccanico una regola generale. Occorre un attento discernimento, che consideri l’oggetto morale, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. La dimensione personale e relazionale della vita – e del morire stesso, che è pur sempre un momento estremo del vivere – deve avere, nella cura e nell’accompagnamento del malato, uno spazio adeguato alla dignità dell’essere umano. In questo percorso la persona malata riveste il ruolo principale. Lo dice con chiarezza il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità» (ibid.). È anzitutto lui che ha titolo, ovviamente in dialogo con i medici, di valutare i trattamenti che gli vengono proposti e giudicare sulla loro effettiva proporzionalità nella situazione concreta, rendendone doverosa la rinuncia qualora tale proporzionalità fosse riconosciuta mancante. È una valutazione non facile nell’odierna attività medica, in cui la relazione terapeutica si fa sempre più frammentata e l’atto medico deve assumere molteplici mediazioni, richieste dal contesto tecnologico e organizzativo.
Va poi notato il fatto che questi processi valutativi sono sottoposti al condizionamento del crescente divario di opportunità, favorito dall’azione combinata della potenza tecnoscientifica e degli interessi economici. Trattamenti progressivamente più sofisticati e costosi sono accessibili a fasce sempre più ristrette e privilegiate di persone e di popolazioni, ponendo serie domande sulla sostenibilità dei servizi sanitari. Una tendenza per così dire sistemica all’incremento dell’ineguaglianza terapeutica. Essa è ben visibile a livello globale, soprattutto comparando i diversi continenti. Ma è presente anche all’interno dei Paesi più ricchi, dove l’accesso alle cure rischia di dipendere più dalla disponibilità economica delle persone che dalle effettive esigenze di cura.
Nella complessità determinata dall’incidenza di questi diversi fattori sulla pratica clinica, ma anche sulla cultura della medicina in generale, occorre dunque tenere in assoluta evidenza il comandamento supremo della prossimità responsabile, come chiaramente appare nella pagina evangelica del Samaritano (cfr Luca 10, 25-37). Si potrebbe dire che l’imperativo categorico è quello di non abbandonare mai il malato. L’angoscia della condizione che ci porta sulla soglia del limite umano supremo, e le scelte difficili che occorre assumere, ci espongono alla tentazione di sottrarci alla relazione. Ma questo è il luogo in cui ci vengono chiesti amore e vicinanza, più di ogni altra cosa, riconoscendo il limite che tutti ci accumuna e proprio lì rendendoci solidali. Ciascuno dia amore nel modo che gli è proprio: come padre o madre, figlio o figlia, fratello o sorella, medico o infermiere. Ma lo dia! E se sappiamo che della malattia non possiamo sempre garantire la guarigione, della persona vivente possiamo e dobbiamo sempre prenderci cura: senza abbreviare noi stessi la sua vita, ma anche senza accanirci inutilmente contro la sua morte. In questa linea si muove la medicina palliativa. Essa riveste una grande importanza anche sul piano culturale, impegnandosi a combattere tutto ciò che rende il morire più angoscioso e sofferto, ossia il dolore e la solitudine.
In seno alle società democratiche, argomenti delicati come questi vanno affrontati con pacatezza: in modo serio e riflessivo, e ben disposti a trovare soluzioni – anche normative – il più possibile condivise. Da una parte, infatti, occorre tenere conto della diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza. D’altra parte lo Stato non può rinunciare a tutelare tutti i soggetti coinvolti, difendendo la fondamentale uguaglianza per cui ciascuno è riconosciuto dal diritto come essere umano che vive insieme agli altri in società. Una particolare attenzione va riservata ai più deboli, che non possono far valere da soli i propri interessi. Se questo nucleo di valori essenziali alla convivenza viene meno, cade anche la possibilità di intendersi su quel riconoscimento dell’altro che è presupposto di ogni dialogo e della stessa vita associata. Anche la legislazione in campo medico e sanitario richiede questa ampia visione e uno sguardo complessivo su cosa maggiormente promuova il bene comune nelle situazioni concrete.
Nella speranza che queste riflessioni possano esservi di aiuto, vi auguro di cuore che il vostro incontro si svolga in un clima sereno e costruttivo; che possiate individuare le vie più adeguate per affrontare queste delicate questioni, in vista del bene di tutti coloro che incontrate e con cui collaborate nella vostra esigente professione.
Il Signore vi benedica e la Madonna vi protegga.
Dal Vaticano, 7 novembre 2017

Francesco

Giovedì della XXXII settimana del Tempo Ordinario



È lungo i sentieri dell'esistenza quotidiana
che potete incontrare il Signore! 
Questa è la fondamentale dimensione dell'incontro:
non si ha a che fare con qualcosa, 
ma con Qualcuno, con il Vivente.

 Giovanni Paolo II, Messaggio per la XII giornata mondiale della Gioventù, 1997

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Dal Vangelo secondo Luca 17,20-25 

In quel tempo, interrogato dai farisei: “Quando verrà il regno di Dio?”, Gesù rispose: “Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!”. 
Disse ancora ai discepoli: “Verrà un tempo in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, ma non lo vedrete. 
Vi diranno: Eccolo là, o eccolo qua; non andateci, non seguiteli. Perché come il lampo, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno. Ma prima è necessario che egli soffra molto e venga ripudiato da questa generazione”.

***

Viviamo chiedendoci "quando verrà il Regno" in cui Dio, con eventi straordinari, darà finalmente una sterzata al grigiore dei nostri giorni: un figlio, un lavoro, un fidanzato, la guarigione, un sogno realizzato, una vacanza, la fortuna al "gratta e vinci". Ma il Regno di Dio non è magia, esoterismo o fantasia, "non attira l'attenzione" morbosa degli astrologi, si cela, invece, nella "brezza leggera" che ogni mattino ci annuncia la vita concreta che ci attende. La Buona Notizia che i cristiani recano al mondo è la possibilità, in loro realizzata, di vivere ogni giorno nel grigio di quel giorno, sino in fondo, come un "re" nel suo regnoStare dove il Signore ci ha posti, senza sperare un altro luogo, senza voli mentali in paradisi illusori annunciati da falsi profeti che ci vogliono spingere "qua e là", oggi a destra e domani a sinistra, padri d'ogni ideologia e utopia. Per chi guarda gli eventi con gli occhi della fede, il grigio rivela i colori meravigliosi dell'amore di Cristo che vi si nascondono: "come il lampo, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo". Il Regno di Dio è carne ed ossa, uno sguardo e parole mai udite, è mia moglie, mio marito, i miei figli, questa casa e questo ufficio, il banco della frutta e l'ambulatorio, l'ufficio postale e la riunione di condominio. E' misteriosamente Cristo vivo "in mezzo a noi" come una presenza assoluta, il senso primo e ultimo di tutto, perché nel suo amore tutto è trasfigurato, rimanendo però agli occhi della carne quello che è sempre stato. Ma perché giunga il compimento del Regno, è "necessario" un "prima" intinto nelle "sofferenze" e nel "ripudio", quello dove noi per primi come gli apostoli abbiamo condotto il Signore. Ma era proprio sulla Croce che Lui "doveva" salire, altrimenti non ci avrebbe strappato al potere del peccato. Così, è altrettanto "necessario" che anche noi, apostoli e testimoni del suo amore, "soffriamo molto e siamo rifiutati", per preparare ogni "generazione" - proprio chi ci è accanto ora - ad accogliere il trionfo di Cristo. Il male si assume, un giorno senza sofferenza e senza Croce è un giorno perso. I momenti più fecondi, infatti, sono proprio quelli che assomigliano allo spirare di Gesù in Croce, quando anche Dio pare averci abbandonato, e ci consumiamo nel "desiderio di vedere il giorno" della vittoria di Cristo, e ci sembra di non essere esauditi. Ma già in questo "prima", come un seme gettato in terra, è presente ed operante il "dopo" del Regno eterno di Dio, verso cui siamo chiamati ad orientare la nostra vita, "afferrando", come scriveva il Card. Van Thuan, "le occasioni che si presentano ogni giorno, per compiere azioni ordinarie in un modo straordinario, e vivere ogni giorno, ogni minuto come l'ultimo della vitaLasciare tutto ciò che è accessorio, concentrandoci soltanto sull'essenziale".

mercoledì 15 novembre 2017

Udienza Generale del Papa. La Santa Messa - 2. La Messa è preghiera

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PAPA FRANCESCO
UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 15 novembre 2017


La Santa Messa - 2. La Messa è preghiera
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Continuiamo con le catechesi sulla Santa Messa. Per comprendere la bellezza della celebrazione eucaristica desidero iniziare con un aspetto molto semplice: la Messa è preghiera, anzi, è la preghiera per eccellenza, la più alta, la più sublime, e nello stesso tempo la più “concreta”. Infatti è l’incontro d’amore con Dio mediante la sua Parola e il Corpo e Sangue di Gesù. È un incontro con il Signore.
Ma prima dobbiamo rispondere a una domanda. Che cosa è veramente la preghiera? Essa è anzitutto dialogo, relazione personale con Dio. E l’uomo è stato creato come essere in relazione personale con Dio che trova la sua piena realizzazione solamente nell’incontro con il suo Creatore. La strada della vita è verso l’incontro definitivo con il Signore.
Il Libro della Genesi afferma che l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, il quale è Padre e Figlio e Spirito Santo, una relazione perfetta di amore che è unità. Da ciò possiamo comprendere che noi tutti siamo stati creati per entrare in una relazione perfetta di amore, in un continuo donarci e riceverci per poter trovare così la pienezza del nostro essere.
Quando Mosè, di fronte al roveto ardente, riceve la chiamata di Dio, gli chiede qual è il suo nome. E cosa risponde Dio? : «Io sono colui che sono» (Es 3,14). Questa espressione, nel suo senso originario, esprime presenza e favore, e infatti subito dopo Dio aggiunge: «Il Signore, il Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe» (v. 15). Così anche Cristo, quando chiama i suoi discepoli, li chiama affinché stiano con Lui. Questa dunque è la grazia più grande: poter sperimentare che la Messa, l’Eucaristia è il momento privilegiato per stare con Gesù, e, attraverso di Lui, con Dio e con i fratelli.
Pregare, come ogni vero dialogo, è anche saper rimanere in silenzio - nei dialoghi ci sono momenti di silenzio -, in silenzio insieme a Gesù. E quando noi andiamo a Messa, forse arriviamo cinque minuti prima e incominciamo a chiacchierare con questo che è accanto a noi. Ma non è il momento di chiacchierare: è il momento del silenzio per prepararci al dialogo. È il momento di raccogliersi nel cuore per prepararsi all’incontro con Gesù. Il silenzio è tanto importante! Ricordatevi quello che ho detto la settimana scorsa: non andiamo ad un uno spettacolo, andiamo all’incontro con il Signore e il silenzio ci prepara e ci accompagna. Rimanere in silenzio insieme a Gesù. E dal misterioso silenzio di Dio scaturisce la sua Parola che risuona nel nostro cuore. Gesù stesso ci insegna come realmente è possibile “stare” con il Padre e ce lo dimostra con la sua preghiera. I Vangeli ci mostrano Gesù che si ritira in luoghi appartati a pregare; i discepoli, vedendo questa sua intima relazione con il Padre, sentono il desiderio di potervi partecipare, e gli chiedono: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1). Abbiamo sentito nella Lettura prima, all’inizio dell’udienza. Gesù risponde che la prima cosa necessaria per pregare è saper dire “Padre”. Stiamo attenti: se io non sono capace di dire “Padre” a Dio, non sono capace di pregare. Dobbiamo imparare a dire “Padre”, cioè mettersi alla sua presenza con confidenza filiale. Ma per poter imparare, bisogna riconoscere umilmente che abbiamo bisogno di essere istruiti, e dire con semplicità: Signore, insegnami a pregare.
Questo è il primo punto: essere umili, riconoscersi figli, riposare nel Padre, fidarsi di Lui. Per entrare nel Regno dei cieli è necessario farsi piccoli come bambini. Nel senso che i bambini sanno fidarsi, sanno che qualcuno si preoccuperà di loro, di quello che mangeranno, di quello che indosseranno e così via (cfr Mt 6,25-32). Questo è il primo atteggiamento: fiducia e confidenza, come il bambino verso i genitori; sapere che Dio si ricorda di te, si prende cura di te, di te, di me, di tutti.
La seconda predisposizione, anch’essa propria dei bambini, è lasciarsi sorprendere. Il bambino fa sempre mille domande perché desidera scoprire il mondo; e si meraviglia persino di cose piccole perché tutto è nuovo per lui. Per entrare nel Regno dei cieli bisogna lasciarsi meravigliare. Nella nostra relazione con il Signore, nella preghiera –domando - ci lasciamo meravigliare o pensiamo che la preghiera è parlare a Dio come fanno i pappagalli? No, è fidarsi e aprire il cuore per lasciarsi meravigliare. Ci lasciamo sorprendere da Dio che è sempre il Dio delle sorprese? Perché l’incontro con il Signore è sempre un incontro vivo, non è un incontro di museo. È un incontro vivo e noi andiamo alla Messa non a un museo. Andiamo ad un incontro vivo con il Signore.
Nel Vangelo si parla di un certo Nicodemo (Gv 3,1-21), un uomo anziano, un’autorità in Israele, che va da Gesù per conoscerlo; e il Signore gli parla della necessità di “rinascere dall’alto” (cfr v. 3). Ma che cosa significa? Si può “rinascere”? Tornare ad avere il gusto, la gioia, la meraviglia della vita, è possibile, anche davanti a tante tragedie? Questa è una domanda fondamentale della nostra fede e questo è il desiderio di ogni vero credente: il desiderio di rinascere, la gioia di ricominciare. Noi abbiamo questo desiderio? Ognuno di noi ha voglia di rinascere sempre per incontrare il Signore? Avete questo desiderio voi? Infatti si può perderlo facilmente perché, a causa di tante attività, di tanti progetti da mettere in atto, alla fine ci rimane poco tempo e perdiamo di vista quello che è fondamentale: la nostra vita del cuore, la nostra vita spirituale, la nostra vita che è incontro con il Signore nella preghiera.
In verità, il Signore ci sorprende mostrandoci che Egli ci ama anche nelle nostre debolezze. «Gesù Cristo […] è la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo» (1 Gv 2,2). Questo dono, fonte di vera consolazione – ma il Signore ci perdona sempre – questo, consola, è una vera consolazione, è un dono che ci è dato attraverso l’Eucaristia, quel banchetto nuziale in cui lo Sposo incontra la nostra fragilità. Posso dire che quando faccio la comunione nella Messa, il Signore incontra la mia fragilità? Sì! Possiamo dirlo perché questo è vero! Il Signore incontra la nostra fragilità per riportarci alla nostra prima chiamata: quella di essere a immagine e somiglianza di Dio. Questo è l’ambiente dell’Eucaristia, questo è la preghiera.

Saluti:
Je suis heureux de saluer les pèlerins francophones, ceux venus de Belgique, de Suisse, de France, et en particulier les jeunes du Collège Notre Dame de Sion de Paris. Que le Seigneur nous aide, au moyen de la prière et de l’Eucharistie, à pouvoir trouver la plénitude de notre être dans la rencontre avec lui. Que Dieu vous bénisse !
[Sono lieto di salutare i pellegrini di lingua francese provenienti dal Belgio, dalla Svizzera, dalla Francia, e in particolare i giovani del Collegio Notre Dame de Sion di Parigi. Il Signore vi aiuti, attraverso la preghiera e l'Eucaristia, a trovare la pienezza del vostro essere nell'incontro con lui. Dio vi benedica!]
I greet the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly the groups from England, Denmark, the Netherlands, the Philippines, Hong Kong and the United States of America. Upon all of you, and your families, I invoke joy and peace in our Lord Jesus Christ.
[Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’odierna Udienza, specialmente quelli provenienti da Inghilterra, Danimarca, Paesi Bassi, Filippine, Hong Kong e Stati Uniti d’America. Su tutti voi e sulle vostre famiglie invoco la gioia e la pace del Signore nostro Gesù Cristo.]
Einen herzlichen Gruß richte ich an die Pilger deutscher Sprache. Die Begegnung mit vielen Nationen hier in Rom und die Erfahrung von Weltkirche bei dieser Audienz möge euch in der Gemeinschaft festigen und in euch den Geist der Liebe im Dienst für die Armen, die Kranken und die am meisten Bedürftigen stärken. Der Herr segne euch und eure Familien.
[Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua tedesca. L’incontro con tante nazioni qui a Roma e l’esperienza della Chiesa universale durante quest’Udienza Generale vi edifichino nella comunione e vi rafforzino nello spirito di amore e di servizio a favore dei poveri, dei malati e dei più bisognosi. Il Signore benedica voi e le vostre famiglie.]
Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular a la tripulación del Buque Cantabria que presta su servicio en el Mediterráneo en favor de los inmigrantes. Gracias, gracias por lo que hacen. Muchas gracias. Saludo también a los grupos provenientes de España y Latinoamérica. Los animo a acercarse a la Eucaristía para estar con el Señor, para sentarse a su lado y compartir con Él nuestra vida, escuchando su Palabra que hace arder nuestro corazón. Gracias.
Dirijo uma saudação cordial a todos os peregrinos de língua portuguesa, vindos de Portugal e do Brasil. Queridos amigos, sois chamados a ser testemunhas da alegria no mundo, transfigurados pela graça misericordiosa que Jesus nos dá na Santa Missa. Desça sobre vós e sobre vossas famílias a bênção de Deus.
[Rivolgo un cordiale saluto a tutti i pellegrini di lingua portoghese, pervenuti dal Portogallo e dal Brasile. Cari amici, siete chiamati ad essere testimoni della gioia nel mondo, trasfigurati dalla grazia misericordiosa che Gesù ci dona nella Santa Messa. Scenda su di voi e sulle vostre famiglie la benedizione di Dio.]
أُرحّبُ بالحجّاجِ الناطقينَ باللغةِ العربية، وخاصةً بالقادمينَ منالشرق الأوسط. أيها الإخوةُ والأخواتُ الأعزاء، القداس هو وليمة العرس حيث يلتقي العريس بهشاشتنا ليعيدنا إلى دعوتنا الأولى، لنسمح للرب بأن يفاجئنا ويُظهر لنا أنّه يحبّنا حتى في ضعفنا. ليُبارككُم الرب!
[Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua araba, in particolare a quelli provenienti dal Medio Oriente! Cari fratelli e sorelle, la Messa è il banchetto nuziale in cui lo Sposo incontra la nostra fragilità per riportarci alla nostra prima chiamata. Lasciamo che il Signore ci sorprenda mostrandoci che Egli ci ama anche nelle nostre debolezze. Il Signore vi benedica!]
Serdecznie pozdrawiam polskich pielgrzymów. Drodzy bracia i siostry, wasze pielgrzymowanie do Rzymu niech będzie czasem modlitwy, okazją do przeżycia na nowo świadectwa wiary apostołów i męczenników, i do wzrastania w miłości i w nadziei chrześcijańskiej, której Eucharystia jest źródłem i spełnieniem. Z serca błogosławię wam i waszym rodzinom. Niech będzie pochwalony Jezus Chrystus!
[Saluto cordialmente i pellegrini polacchi. Cari fratelli e sorelle, il vostro pellegrinaggio a Roma sia tempo di preghiera, occasione per rivivere la testimonianza di fede degli apostoli e dei martiri, e di crescere nell’amore e nella speranza cristiana, di cui l’Eucaristia è fonte e culmine. Benedico di cuore voi e le vostre famiglie. Sia lodato Gesù Cristo!]
* * *
Un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana!
Sono lieto di accogliere i Frati Minori Cappuccini, convenuti a Roma per il Consiglio Internazionale per la Formazione dell’Ordine. Benvenuti! Saluto i gruppi parrocchiali, specialmente i fedeli di Sant’Elpidio a Mare; i cresimandi di San Michele Salentino e di Fiumicino; il Coordinamento tra le Associazioni italiane giovani con diabete e la Banda Musicale di Reggio Calabria.

Rivolgo un pensiero ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Oggi celebriamo la Memoria di Sant’Alberto Magno, Vescovo e Dottore della Chiesa. Cari giovani, rafforzate il vostro dialogo con Dio, ricercandolo con impegno in ogni vostra azione; cari ammalati, trovate conforto nella riflessione del mistero della croce del Signore Gesù, che continua ad illuminare la vita di ogni uomo; e voi, cari sposi novelli, sforzatevi di mantenere un costante rapporto con Cristo, affinché il vostro amore sia sempre più un riflesso di quello di Dio.

Il mortifero umanismo...

Remi Brague

di Stefano Fontana
Venerdì prossimo 17 novembre, alle ore 20,30, nel teatro Remondini di Bassano del Grappa (Vicenza), verrà consegnato il Premio Internazionale alla Cultura Cattolica al filosofo francese Rémi Brague. Il riconoscimento, giunto alla 35ma edizione dopo aver premiato il fior fiore della cultura cattolica italiana e internazionale, è istituito dalla Scuola di Cultura Cattolica di Bassano del Grappa, a continuazione dell’opera del santo parroco don Didimo Mantiero. La Scuola, insieme alla società di preghiera “La Dieci”, al “Comune dei Giovani” e ad altre attività, tiene fede a quella ispirazione originaria.
Rémi Brague è molto noto, e non solo agli addetti ai lavori, essendosi interessato, come filosofo, anche di tanti temi di attualità, a cominciare dalle radici cristiane dell’Europa. Le sue riflessioni, a cavallo tra la cultura, la teologia, la filosofia e la politica, hanno prodotto anche concetti nuovi e ormai diffusi ed acquisiti, come quello di “umanismo” invece che umanesimo o quello di “cristianismo” invece che cristianesimo. Non si può però dire che sia noto alla grande massa.
La cosa migliore per presentarlo, alla vigilia del Premio di Bassano, può essere allora di riprendere in mano una sua “chicca”, più che tentare di spaziare, nel breve spazio di un articolo, sulla sua immensa produzione. In questo modo è possibile entrare nel cuore del suo pensiero in breve e direttamente.
Mi riferisco al breve saggio “L’ateismo al capolinea pubblicato originariamente su “Oasi”, nel dicembre 2013 e poi ristampato da Cantagalli. In esso troviamo tutti, o almeno molti, elementi, che come si vedrà sono originalmente ratzingeriani, del pensiero di Brague.
La sua idea di fondo è che l’umanesimo ateo sia l’ultima fase dell’umanesimo, una fase contraddittoria e destinata al fallimento.
In una prima fase l’uomo si è inteso come differente dalla natura, poi si è concepito some superiore agli altri esseri viventi, quindi, con l’età moderna, si è visto come conquistatore della natura, infine si è percepito come quanto di più elevato ci sia nella natura. Quest’ultimo è l’umanesimo ateo, l’umanesimo esclusivo, che ha espulso Dio nell’indifferenza perché ha ritenuto di poter fare a meno di Lui. La scienza moderna, infatti, ha pensato di potersi sviluppare etsi Deus non daretur, e da Pierre Bayle in poi anche la politica ha ritenuto di potersi organizzare efficientemente anche senza Dio. Scienza e politica hanno pensato di avere obiettivi bene inferiori rispetto alle vette teologiche, si sono fatte “modeste” ma proprio perciò – dice Brague – “mortifere”.
Questo umanesimo esclusivo, prima di essere mortifero, è però contraddittorio, ossia illogico. Ed è mortifero perché è illogico. “Proprio perché questo umanesimo non ammette alcuna istanza superiore all’uomo, esso è incapace di pronunciarsi sul valore dell’uomo. L’uomo non può parlare a proprio favore, non è un giudice disinteressato, ma una parte in causa”. Se l’uomo afferma che per lui l’uomo ha grande valore non dice nulla di significativo. Nessuno può giudicarsi in base all’immagine che ha di se stesso: “Se dunque escludiamo un’istanza superiore all’uomo, non sappiamo se è bene che esistano gli uomini".
Nella nostra epoca - sottolinea Brague - l’uomo ha tre grandi poteri con cui può sopprimersi; uno è quello delle bombe nucleari, il secondo è l’inquinamento e il terzo … è la contraccezione. Come potrà governare questi tre grandi poteri un uomo che non è in grado di dire se l’esistenza dell’uomo sia un bene o un male? Si dirà: ma cosa c’entra la contraccezione? Qui l’analisi di Brague si fa ancora più tagliente e acuta: “Rousseau conclude che l’ateismo non uccide, ma impedisce di nascere”. “Anche supponendo che l’ateismo sia capace di risparmiare la vita umana – ossia di governare i primi due poteri, ndr – è capace di produrla? E’ capace di dire: sì, è necessario che ci siano degli uomini”?     
Purtroppo l’umanesimo esclusivo e ateo sta producendo un ritorno indietro nelle tappe dell’umanesimo. La tappa dell’uomo conquistatore della natura è oggi messa in crisi dagli ecologisti. La tappa della superiorità dell’uomo rispetto agli altri esseri viventi è messa in questione dagli animalisti. Anche la tappa della differenza tra l’uomo e gli altri esseri viventi è oggi messa in discussione se egli ha per il 99 per cento il DNA in comune con la scimmia.
Oggi l’Europa è sempre più sterile. Non sarà anche per il fallimento dell’umanesimo ateo? A Brague, che è filosofo, interessano non le cause ma le ragioni. E la ragione principale consiste nel vedere se ci sia un punto di Archimede esterno all’uomo che ci spieghi che è legittimo che ci siano gli uomini. ”A questo punto esterno non vedo come dare altro nome che Dio”.
Ma di che tipo di Dio abbiamo bisogno? “A mio avviso dovrà essere un Dio capace di mettersi sul piano di ciò che rende l’uomo uomo, cioè un Dio razionale, un Dio lógos, un Dio che ha creato con la sua parola. Come cristiano direi: un Dio di cui il lógos si è fatto carne”. Il Dio cristiano è quindi “un candidato piuttosto buono”.
Dicevamo che si tratta di una “chicca” del pensiero di Brague, in cui troviamo l’architettura di molti dei suoi ragionamenti espressi altrove. Joseph Ratzinger–Benedetto XVI avrebbe sottoscritto tutto. Se l’ateismo è illogico e mortifero perché illogico, Dio sarà logico e salvifico perché logico.
Lanuovabq

Presentazione del libro di Carmen Hernandez " DIARI 1979-1981 "

https://youtu.be/lar4i1ZMKhk


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Presentazione del libro di Carmen Hernandez " DIARI 1979-1981 "



Auditorium della CEI, Via Aurelia 796.

Interventi:
Card. Christoph Shoenborn

Kiko Arguello

Costanza Miriano.



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15 novembre ore 18.00

Diretta streaming: 
https://youtu.be/lar4i1ZMKhk

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di SALVATORE CERNUZIO per La Stampa
Ogni notte, in ogni luogo del mondo in cui si trovasse insieme a Kiko Argüello per portare il Vangelo, Carmen Hernández appuntava su un quaderno o su fogli di carta sparsi i suoi pensieri e i suoi ricordi, le sue inquietudini e le angosce, gli attimi di felicità. Non solo “annotazioni” ma un dialogo incessante e confidenziale con Gesù Cristo, il suo «amico», la sua «speranza», il suo «amore di gioventù» come lo definiva, durato per decenni.
 Confessioni, queste della co-iniziatrice del Cammino neocatecumenale, realtà ecclesiale tra le più diffuse nel mo
ndo a partire dal Concilio Vaticano II, che ora compongono il libro “Diarios 1979-1981”, edito dalla casa editrice spagnola Bac (Biblioteca de Autores Cristianos) pubblicato ad un anno dalla morte di Carmen avvenuta il 19 luglio scorso, a 86 anni, e presentato lo scorso 30 giugno a Madrid.
Trecentoquaranta pagine, quasi 800 note, che coprono solo il primo triennio in cui Carmen e Kiko davano forma a questo «itinerario di formazione cristiana» nato nelle baracche di Palomeras Altas, tra i poveri più poveri di Madrid, e, che a quasi cinquant’anni, si è concretizzato in 25mila comunità in seimila parrocchie di quasi 130 Paesi, centinaia di missio ad gentes, 113 seminari Redemptoris Mater che ogni anno sfornano sacerdoti pronti a servire le diocesi di tutto il globo.
Numeri grandi che non sono mai interessati a Carmen, sempre lontana da trionfalismi e glorie mondane, o da riconoscimenti pubblici come il dottorato in teologia honoris causa che la Catholic University of America di Washington le aveva concesso insieme ad Argüello il 16 maggio 2015. Per lei, che sin da giovanissima desiderava diventare suora o missionaria come i tanti che da bambina vedeva passare a Tudela, sulla riva dell’Ebro, dove era cresciuta insieme alla sua numerosa e facoltosa famiglia, ciò che veramente contava è che la gente aderente al Cammino fosse toccata dall’annuncio del kerygma, la morte e resurrezione di Cristo. Tutto il resto passava in secondo piano.
«L’assenza di Gesù rende impossibile l’allegria», scriveva infatti in uno degli appunti nel gennaio dell’81. E continuava: «Tutto il giorno triste, triste, triste, abbattuta, senza orizzonte e senza energia, senza forza, in niente. Che cosa
potrei desiderare? Solo la tua presenza, Signore». Seguono nel libro altre rivelazioni intime su quella «notte oscura» attraversata da santi come Teresa d’Avila, Madre Teresa di Calcutta, Giovanni della Croce citati nei suoi scritti. «Tu non ci sei Gesù mio. Cammino controcorrente. Questa psiche tenebrosa, lamentosa, che amarezza. Non so vivere. Abbi compassione di me. Mi affatico in una tragedia esistenziale», si legge. O ancora: «Gesù mio, ti amo, non mi abbandonare: vieni ad aiutarmi… Vieni, vieni, amore della mia gioventù e mia speranza. Infondimi energia, che sto crollando nel nulla». «Gesù mio, quando arrivi non ho bisogno di scrivere lamenti, vagiti». «Forza mia… grazie, mi conforti nel profondo. Sento la libertà».A volte queste annotazioni erano solo brevi racconti della giornata o stringati «buonanotte, Signore». Non mancano “critiche”, animate da quella schiettezza che l’ha sempre contraddistinta, verso il suo compagno di evangelizzazione per mezzo secolo, Kiko. Critiche che Carmen non risparmiava in pubblico durante gli affollati incontri vocazionali per i giovani in giro per l’Europa, l’Africa, il Sud America. «Io dico sempre che l’inferno è pieno di predicatori come Kiko Argüello» era l’esordio ormai standard dei suoi interventi sul palco, dove era attesa soprattutto dalle donne alle quali ricordava l’importanza del loro ruolo di «fabbriche della vita» nella famiglia, nella Chiesa, nella società.
Kiko sorrideva poggiandosi una mano sulla testa, e ringraziava questa donna conosciuta quasi casualmente a Madrid che lo voleva ingaggiare per una missione in Bolivia, perché «quando salgo su, su, mi prende dai piedi e mi fa tornare a terra». Due personalità diametralmente opposte ma unite da una missione comune: l’ex pittore impetuoso e carismatico, e la teologa per anni impegnata a Madrid, a Roma, in Israele, a «masticare» e approfondire le indicazioni del Vaticano II per incanalarle in questa realtà che non voleva che si definisse un «movimento», come puntualizzò in un incontro in Sistina con Giovanni Paolo II al quale era legata da una forte amicizia. Tanto che il Papa le concedeva pure di fumare nel suo Refettorio: «Neanche il presidente Pertini l’aveva fatto con la sua pipa…», diceva Wojtyla.
Nella prefazione del volume, Argüello scrive: «Dopo 50 anni insieme in ogni istante, penso di aver diritto a conoscere il cuore di Carmen… Eroico che sia stata con me cinquant’anni, sempre soffrendo in silenzio, senza mostrarlo a nessuno». E nella presentazione dei Diarios in Spagna, alla presenza dei cardinali Paul Josef Cordes e Ricardo Blàsquez Pérez, presidente della Conferenza episcopale, ha confessato: «Tante volte Carmen diceva che ero insopportabile, ma al tempo stesso era sempre accanto a me. Ora comprendo la libertà che aveva nei miei confronti, in quelli della Chiesa e del Cammino, nei confronti di tutti. Una libertà che veniva da una relazione profondissima con Gesù Cristo».
Ad un anno dalla morte Carmen non è stata sostituita nella équipe internazionale che guida il Cammino neocatecumenale nei cinque continenti. «È insostituibile», diceva Kiko in una recente intervista, «finché io e padre Mario Pezzi siamo in salute andiamo avanti come due apostoli».
Dei suoi quaderni, ritrovati nella sua casa natale e custoditi, dopo la scomparsa, nel seminario Redemptoris Mater di Madrid, verranno pubblicati altri volumi a formare una sorta di collana che attraversa gli ultimi decenni spesi per l’evangelizzazione, e terminati con una malattia che ha costretto Carmen a restare immobile e a riposo, come mai nella sua vita era stata. È possibile che saranno pubblicati anche cinque o sei libri. Questa prima edizione edita dalla Bac – la stessa casa che ha distribuito lo scorso anno “Annotazioni” di Kiko Arguello – nel primo mese ha venduto 10mila copie in tutta la Spagna.
In Italia dovrebbe uscire a metà settembre con Cantagalli; oltre al lavoro di traduzione si attende un prologo di Papa Francesco che stimava Carmen, «una donna – scriveva nel messaggio per i funerali del 21 luglio 2016 nella Cattedrale dell’Almudena – animata da sincero amore per la Chiesa che ha speso la sua vita nell’annuncio della Buona Novella in ogni ambiente, anche quelli più renitenti, non dimenticando le persone più emarginate»