martedì 6 febbraio 2018

Alle sorgenti della fede...



Miguel Cuartero Samperi/Aleteia Italia | Feb 05, 2018

"Siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si potrebbe dire i nostri fratelli maggiori". Così san Giovanni Paolo II si rivolse agli ebrei durante la sua storica visita alla Sinagoga di Roma avvenuta nel 1986. Il Pontefice non faceva altro che riprendere le parole del Concilio Vaticano II che con grande audacia incoraggiava al rispetto reciproco e a un rinnovato spirito di amicizia verso il popolo ebraico depositario delle antiche promesse. È con la stessa “audacia” che don Francesco Voltaggio – presbitero della diocesi di Roma che da circa quindici anni svolge il suo ministero in Terra Santa – affronta il delicato argomento dei legami esistenti tra ebraismo e cristianesimo, in particolare nell’aspetto liturgico che lega le festività ebraiche con feste cristiane e l’avvento di colui che noi riconosciamo come Messia.

L’autore

Voltaggio affronta con coraggio e competenza questo arduo compito, forte della sua pluridecennale esperienza pastorale in Israele, a stretto contatto con le comunità locali di cristiani arabi e con quella ebraica. Gli studi effettuati presso L’Istituto Biblico di Roma e lo Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, le numerose pubblicazioni scientifiche e l’esperienza come docente presso lo Studium Teologicum Galilaeae centro di studi da lui fondato (affiliato alla Pontificia Università Lateranense di Roma) fanno di lui, all’interno del mondo cattolico, uno dei maggiori esperti di ebraismo e dei suoi legami col cristianesimo. Nato nel 1974 e ordinato presbitero nell’anno 2000 per mano di san Giovanni Paolo II, Voltaggio ha svolto per due anni il suo ministero come vicario presso la parrocchia di Sant’Anna (Morena, RM) per poi partire in missione in Terra Santa. È catechista del Cammino Neocatecumenale e membro dell’Associazione Biblica Italiana (Curriculum completo).

La Domus Galileae e il dialogo con l’ebraismo

Dopo diversi anni come responsabile della casa di studio “Casa di Mamre” a Gerusalemme, Voltaggio è ora rettore del seminario Redemptoris Materdella Galilea (sul Monte delle Beatitudini di fronte al Lago di Tiberiade). Il seminario si trova all’interno della monumentale struttura Domus Galilaeae centro di studi e di pellegrinaggio per molti cristiani. Da molti anni la Domus Galilaeae è un luogo di incontro e di condivisione tra cristiani ed ebrei. Un progetto fortemente voluto da Kiko Argüello e Carmen Hernández, iniziatori del Cammino Neocatecumenale che, spinti da un grande amore per la Terra Santa e per il popolo di Israele, hanno contribuito a dare un nuovo e fecondo impulso al dialogo con l’ebraismo e alla riscoperta delle radici giudaiche del cristianesimo, prima con delle specifiche catechesi e poi con la costruzione della Domus come luogo di incontro tra “fratelli” troppo spesso lontani e incapaci di incontrarsi. È qui che in questi anni si sono svolti degli storici incontri che hanno visto rabbini e presbiteri cattolici, studiosi della Torah e catechisti itineranti, sedere allo stesso tavolo, affrontare assieme tematiche religiose e sociali esponendo le proprie esperienze e preoccupazioni, ma anche mangiare e cantare assieme in un clima di comunione “sinfonica” (così l’ha definita Kiko Argüello) che va al di là dei documenti scritti e dei pubblici proclami di reciproco rispetto.

Alle sorgenti della fede

Il libro Alle sorgenti della fede. Le feste ebraiche e il Messia(Cantagalli-Chirico 2017) è frutto di numerose conferenze trasmesse da Francesco Voltaggio su Radio Maria tra il 2013 e il 2017. Un progetto “audace” – afferma il cardinale Paul Joseph Cordes nella prefazione – suscettibile di critiche «sia da un certo numero di ebrei religiosi, sia da parte di una frangia di cristiani». Ma allo stesso tempo si tratta di un lavoro necessario per approfondire la nostra fede attraverso la riscoperta del significato più profondo delle nostre feste liturgiche che mettono le radici nell’ebraismo ma trovano compimento in Gesù Cristo. Necessario perché – afferma mons. Cordes – “Se si tagliano le radici, l’albero inaridisce”. «E’ impossibile comprendere i vangeli e il Nuovo Testamento, e quindi la nostra fede, senza approfondire le feste ebraiche, la tradizione e i grandi temi teologici a esse legate» (p. 26)

Camminando sul crinale

Fin dall’inizio l’autore chiarisce che «l’ebraismo, in tutta la sua ricchezza, va conosciuto e amato di per sé e non solo come fonte e radice del cristianesimo» mentre, allo stesso tempo, per ogni cristiano è fondamentale conoscere «le istituzioni, la tradizione e la liturgia ebraiche» al fine di comprende meglio la fede della Chiesa le cui sorgenti provengono dal popolo ebraico, come recita il salmo riferendosi a Gerusalemme: «Sono in te tutte le mie sorgenti» (Sal 87,7). Il chiarimento è più che necessario perché si ha subito la sensazione di camminare su un pericolosissimo crinale, o meglio, utilizzando le parole del rabbino Naham de Breslav, di camminare su «un ponte molto angusto» col rischio di cadere da una parte o dall’altra. Due sospetti infatti minacciano il percorso. Da una parte (da parte ebraica) quello di vedere in questo approccio un tentativo di strumentalizzare l’ebraismo per “cristianizzarlo” celando un atteggiamento proselitista o – peggio ancora – antisemita. Da parte cristiana vige invece il sospetto di un movimento di regressione “giudaizzante” che sminuisca la straordinaria novità del cristianesimo per sposare – anche politicamente! – la causa d’Israele. Così risponde l’autore (ammettendo che «una replica seria richiederebbe un libro a parte»): «Non è colpa nostra se Gesù di Nàzaret, la Santa Vergine Maria, San Giuseppe, i primi apostoli e gli autori del Nuovo Testamento siano stati tutti degli ebrei. Dio ha voluto così: ha eletto questo popolo e, solo mediante esso, le genti. La sua elezione è irrevocabile». Voltaggio prosegue: «Non intendiamo appropriarci in modo indebito di ciò che è ebraico. Gesù Cristo non è venuto a compiere non solo la Scrittura, ma anche le istituzioni e le tradizioni del popolo ebraico; ciò, tuttavia, senza annullare lo stesso popolo e la sua identità. Non si tratta quindi di sostituzione, ma di compimento» (p. 77)

Nel solco della tradizione

Voltaggio si inserisce a pieno titolo nel solco segnato dal Concilio Vaticano II e dal magistero degli ultimi pontefici che hanno incoraggiato un cammino di reciproca conoscenza e di riconciliazione, riconoscendo l’esistenza di una «eredità comune» o meglio di «patrimonio spirituale comune» (Nostra Aetate) pur nel rispetto della propria identità e della rispettive tradizioni «al di là di ogni sincretismo e di ogni equivoca appropriazione» (Giovanni Paolo II). Benedetto XVI afferma che i legami col popolo ebraico «costituiscono un patrimonio unico di cui tutti i cristiani sono fieri e debitori al Popolo eletto». Allo stesso modo Papa Francesco ha parlato della fede di Israele come «una radice sacra» dell’identità cristiana (EG 247). La strada da percorrere è ancora molto lunga, afferma Voltaggio: «Dobbiamo sinceramente riconoscere di essere ancora molto indietro in questo cammino, giacché vari fedeli cristiani non solo ignorano la vita religiosa ebraica attuale, ma la guardano persino con una certa difficoltà». Eppure è necessario andare oltre uno studio “archeologico” dell’antico Israele (quello dell’AT o dei tempi di Gesù) e scoprire un popolo che ancora oggi vive e si nutre della fede tramandata fedelmente dai loro padri. «Non ci interessa esclusivamente lo studio storico dell’antico Israele – continua l’autore – ma anche la conoscenza della liturgia ebraica attuale. Gesù è ebreo e lo è per sempre!». È per questo allora che: «E’ impossibile comprendere i vangeli e il Nuovo Testamento, e quindi la nostra fede, senza approfondire le feste ebraiche, la tradizione e i grandi temi teologici a esse legate» (p. 26).

Le feste: memoriale di una storia di salvezza

Le feste sono per Israele dei tempi favorevoli, momenti propizi in Dio e il popolo si incontrano in un movimento di mutuo avvicinamento. Rappresentano un kairòs per la conversione e per il ritorno a Dio sono giorni solenni per fare memoria delle opere da Lui compiute nel popolo, nella comunità ma anche nella propria storia personale. Nel 2008, l’intellettuale israeliano Yeshayahou Leibowitz pubblicava il libro Les fêtes juives (Cerf 2008) anch’esso frutto di un ciclo di trasmissioni radiofoniche (in onda settimanalmente tra il 1975 e il 1982) e tradotto in italiano nel 2010 col titolo Le feste ebraiche e il loro significato. Nella prefazione al testo francese Gérard Haddad parla delle feste e solennità del popolo ebraico come «momenti di incontro privilegiato dell’ebreo col suo Dio». «[Le feste] formano l’armatura del giudaismo, il suo pulsare, il suo ritmo. In ebraico il termine moed che designa la “festa”, significa letteralmente “appuntamento”. Esse incarnano splendidamente i grandi valori di questa fede che per prima portò il messaggio monoteista di fronte a un mondo pagano. Le feste riassumono le gesta leggendarie, tragiche e gioiose del popolo ebraico».
Oltre che alla Sacra Scrittura e alle fonti storiche, Voltaggio attinge agli insegnamenti e alle interpretazioni trasmessi all’interno del popolo ebraico lungo i secoli: tradizioni orali come la Mishnà, i commenti rabbinici, i Midrashim, il Targum, il Talmud… Il libro mantiene volutamente un carattere divulgativo, destinato ad un ampio pubblico e non ad una ristretta cerchia di studiosi. L’autore pertanto adotta uno stile catechetico e non accademico nella speranza che riscoprendo – anche se non in maniera esauriente – il significato delle festività ebraiche, si contribuisca a conoscere ed amare ancora di più le nostre feste liturgiche e a ravvivare così la nostra fede. Lungo in vari capitoli l’autore propone una “lettura cristologica” per ogni festa ebraica, una scelta – ammette – «che non sarà esente da critiche» ma che risponde alla convinzione che «tutto l’ebraismo tende al Messia» (p. 51). Le feste passate in rassegna sono: Rosh ha-Shanà, Yom Kippur (feste della Teshuvà, ossia, della conversione), Sukkot (Festa delle Capanne), Pesah (Pasqua), Shavuot (Pentecoste) – feste di pellegrinaggio – Hannukkà e Purim. In appendice viene offerto un breve glossario di termini ebraici e una bibliografia essenziale.

Messaggio del Santo Padre Francesco per la Quaresima 2018.


Messaggio del Santo Padre Francesco per la Quaresima 2018. «Per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà l’amore di molti» (Mt 24,12)
Sala stampa della Santa Sede
[Text: Italiano, Français, English, Español, Português]

Pubblichiamo di seguito il testo del Messaggio del Santo Padre Francesco per la Quaresima 2018 sul tema: “Per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà l’amore di molti” (Mt 24,12):
Messaggio del Santo Padre
«Per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà l’amore di molti» (Mt 24,12)
Cari fratelli e sorelle,
ancora una volta ci viene incontro la Pasqua del Signore! Per prepararci ad essa la Provvidenza di Dio ci offre ogni anno la Quaresima, «segno sacramentale della nostra conversione»,[1] che annuncia e realizza la possibilità di tornare al Signore con tutto il cuore e con tutta la vita.
Anche quest’anno, con il presente messaggio, desidero aiutare tutta la Chiesa a vivere con gioia e verità in questo tempo di grazia; e lo faccio lasciandomi ispirare da un’espressione di Gesù nel Vangelo di Matteo: «Per il dilagare dell’iniquità l’amore di molti si raffredderà» (24,12).
Questa frase si trova nel discorso che riguarda la fine dei tempi e che è ambientato a Gerusalemme, sul Monte degli Ulivi, proprio dove avrà inizio la passione del Signore. Rispondendo a una domanda dei discepoli, Gesù annuncia una grande tribolazione e descrive la situazione in cui potrebbe trovarsi la comunità dei credenti: di fronte ad eventi dolorosi, alcuni falsi profeti inganneranno molti, tanto da minacciare di spegnere nei cuori la carità che è il centro di tutto il Vangelo.

I falsi profeti
Ascoltiamo questo brano e chiediamoci: quali forme assumono i falsi profeti?
Essi sono come “incantatori di serpenti”, ossia approfittano delle emozioni umane per rendere schiave le persone e portarle dove vogliono loro. Quanti figli di Dio sono suggestionati dalle lusinghe del piacere di pochi istanti, che viene scambiato per felicità! Quanti uomini e donne vivono come incantati dall’illusione del denaro, che li rende in realtà schiavi del profitto o di interessi meschini! Quanti vivono pensando di bastare a sé stessi e cadono preda della solitudine!
Altri falsi profeti sono quei “ciarlatani” che offrono soluzioni semplici e immediate alle sofferenze, rimedi che si rivelano però completamente inefficaci: a quanti giovani è offerto il falso rimedio della droga, di relazioni “usa e getta”, di guadagni facili ma disonesti! Quanti ancora sono irretiti in una vita completamente virtuale, in cui i rapporti sembrano più semplici e veloci per rivelarsi poi drammaticamente privi di senso! Questi truffatori, che offrono cose senza valore, tolgono invece ciò che è più prezioso come la dignità, la libertà e la capacità di amare. E’ l’inganno della vanità, che ci porta a fare la figura dei pavoni… per cadere poi nel ridicolo; e dal ridicolo non si torna indietro. Non fa meraviglia: da sempre il demonio, che è «menzognero e padre della menzogna» (Gv 8,44), presenta il male come bene e il falso come vero, per confondere il cuore dell’uomo. Ognuno di noi, perciò, è chiamato a discernere nel suo cuore ed esaminare se è minacciato dalle menzogne di questi falsi profeti. Occorre imparare a non fermarsi a livello immediato, superficiale, ma riconoscere ciò che lascia dentro di noi un’impronta buona e più duratura, perché viene da Dio e vale veramente per il nostro bene.
Un cuore freddo
Dante Alighieri, nella sua descrizione dell’inferno, immagina il diavolo seduto su un trono di ghiaccio;[2] egli abita nel gelo dell’amore soffocato. Chiediamoci allora: come si raffredda in noi la carità? Quali sono i segnali che ci indicano che in noi l’amore rischia di spegnersi?
Ciò che spegne la carità è anzitutto l’avidità per il denaro, «radice di tutti i mali» (1 Tm 6,10); ad essa segue il rifiuto di Dio e dunque di trovare consolazione in Lui, preferendo la nostra desolazione al conforto della sua Parola e dei Sacramenti.[3] Tutto ciò si tramuta in violenza che si volge contro coloro che sono ritenuti una minaccia alle nostre “certezze”: il bambino non ancora nato, l’anziano malato, l’ospite di passaggio, lo straniero, ma anche il prossimo che non corrisponde alle nostre attese.
Anche il creato è testimone silenzioso di questo raffreddamento della carità: la terra è avvelenata da rifiuti gettati per incuria e interesse; i mari, anch’essi inquinati, devono purtroppo ricoprire i resti di tanti naufraghi delle migrazioni forzate; i cieli – che nel disegno di Dio cantano la sua gloria – sono solcati da macchine che fanno piovere strumenti di morte.
L’amore si raffredda anche nelle nostre comunità: nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium ho cercato di descrivere i segni più evidenti di questa mancanza di amore. Essi sono: l’accidia egoista, il pessimismo sterile, la tentazione di isolarsi e di impegnarsi in continue guerre fratricide, la mentalità mondana che induce ad occuparsi solo di ciò che è apparente, riducendo in tal modo l’ardore missionario.[4]
Cosa fare?
Se vediamo nel nostro intimo e attorno a noi i segnali appena descritti, ecco che la Chiesa, nostra madre e maestra, assieme alla medicina, a volte amara, della verità, ci offre in questo tempo di Quaresima il dolce rimedio della preghiera, dell’elemosina e del digiuno.
Dedicando più tempo alla preghiera, permettiamo al nostro cuore di scoprire le menzogne segrete con le quali inganniamo noi stessi,[5] per cercare finalmente la consolazione in Dio. Egli è nostro Padre e vuole per noi la vita.
L’esercizio dell’elemosina ci libera dall’avidità e ci aiuta a scoprire che l’altro è mio fratello: ciò che ho non è mai solo mio. Come vorrei che l’elemosina si tramutasse per tutti in un vero e proprio stile di vita! Come vorrei che, in quanto cristiani, seguissimo l’esempio degli Apostoli e vedessimo nella possibilità di condividere con gli altri i nostri beni una testimonianza concreta della comunione che viviamo nella Chiesa. A questo proposito faccio mia l’esortazione di san Paolo, quando invitava i Corinti alla colletta per la comunità di Gerusalemme: «Si tratta di cosa vantaggiosa per voi» (2 Cor 8,10). Questo vale in modo speciale nella Quaresima, durante la quale molti organismi raccolgono collette a favore di Chiese e popolazioni in difficoltà. Ma come vorrei che anche nei nostri rapporti quotidiani, davanti a ogni fratello che ci chiede un aiuto, noi pensassimo che lì c’è un appello della divina Provvidenza: ogni elemosina è un’occasione per prendere parte alla Provvidenza di Dio verso i suoi figli; e se Egli oggi si serve di me per aiutare un fratello, come domani non provvederà anche alle mie necessità, Lui che non si lascia vincere in generosità?[6]
Il digiuno, infine, toglie forza alla nostra violenza, ci disarma, e costituisce un’importante occasione di crescita. Da una parte, ci permette di sperimentare ciò che provano quanti mancano anche dello stretto necessario e conoscono i morsi quotidiani dalla fame; dall’altra, esprime la condizione del nostro spirito, affamato di bontà e assetato della vita di Dio. Il digiuno ci sveglia, ci fa più attenti a Dio e al prossimo, ridesta la volontà di obbedire a Dio che, solo, sazia la nostra fame.
Vorrei che la mia voce giungesse al di là dei confini della Chiesa Cattolica, per raggiungere tutti voi, uomini e donne di buona volontà, aperti all’ascolto di Dio. Se come noi siete afflitti dal dilagare dell’iniquità nel mondo, se vi preoccupa il gelo che paralizza i cuori e le azioni, se vedete venire meno il senso di comune umanità, unitevi a noi per invocare insieme Dio, per digiunare insieme e insieme a noi donare quanto potete per aiutare i fratelli!
Il fuoco della Pasqua
Invito soprattutto i membri della Chiesa a intraprendere con zelo il cammino della Quaresima, sorretti dall’elemosina, dal digiuno e dalla preghiera. Se a volte la carità sembra spegnersi in tanti cuori, essa non lo è nel cuore di Dio! Egli ci dona sempre nuove occasioni affinché possiamo ricominciare ad amare.
Una occasione propizia sarà anche quest’anno l’iniziativa “24 ore per il Signore”, che invita a celebrare il Sacramento della Riconciliazione in un contesto di adorazione eucaristica. Nel 2018 essa si svolgerà venerdì 9 e sabato 10 marzo, ispirandosi alle parole del Salmo 130,4: «Presso di te è il perdono». In ogni diocesi, almeno una chiesa rimarrà aperta per 24 ore consecutive, offrendo la possibilità della preghiera di adorazione e della Confessione sacramentale.
Nella notte di Pasqua rivivremo il suggestivo rito dell’accensione del cero pasquale: attinta dal “fuoco nuovo”, la luce a poco a poco scaccerà il buio e rischiarerà l’assemblea liturgica. «La luce del Cristo che risorge glorioso disperda le tenebre del cuore e dello spirito»,[7] affinché tutti possiamo rivivere l’esperienza dei discepoli di Emmaus: ascoltare la parola del Signore e nutrirci del Pane eucaristico consentirà al nostro cuore di tornare ad ardere di fede, speranza e carità.
Vi benedico di cuore e prego per voi. Non dimenticatevi di pregare per me.
Dal Vaticano, 1° novembre 2017 Solennità di Tutti i Santi
FRANCESCO
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[1] Messale Romano, I Dom. di Quaresima, Orazione Colletta. 

[2] «Lo ’mperador del doloroso regno / da mezzo ’l petto uscia fuor de la ghiaccia» (Inferno XXXIV, 28-29). 
[3] «E’ curioso, ma tante volte abbiamo paura della consolazione, di essere consolati. Anzi, ci sentiamo più sicuri nella tristezza e nella desolazione. Sapete perché? Perché nella tristezza ci sentiamo quasi protagonisti. Invece nella consolazione è lo Spirito Santo il protagonista» (Angelus, 7 dicembre 2014).
[4] Nn. 76-109. 

[5] Cfr Benedetto XVI, Lett. Enc. Spe salvi, 33. 
[6] Cfr Pio XII, Lett. Enc. Fidei donum, III. 
[7] Messale Romano, Veglia Pasquale, Lucernario.
Testo in lingua francese
«À cause de l’ampleur du mal, la charité de la plupart des hommes se refroidira» (Mt 24, 12)
Chers Frères et Soeurs,
La Pâque du Seigneur vient une fois encore jusqu’à nous ! Chaque année, pour nous y préparer, la Providence de Dieu nous offre le temps du Carême. Il est le « signe sacramentel de notre conversion »[1], qui annonce et nous offre la possibilité de revenir au Seigneur de tout notre coeur et par toute notre vie.
Cette année encore, à travers ce message, je souhaite inviter l’Eglise entière à vivre ce temps de grâce dans la joie et en vérité ; et je le fais en me laissant inspirer par une expression de Jésus dans l’Évangile de Matthieu : « À cause de l’ampleur du mal, la charité de la plupart des hommes se refroidira » (24, 12). Cette phrase fait partie du discours sur la fin des temps prononcé à Jérusalem, au Mont des Oliviers, précisément là où commencera la Passion du Seigneur. Jésus, dans sa réponse à l’un de ses disciples, annonce une grande tribulation et il décrit la situation dans laquelle la communauté des croyants pourrait se retrouver : face à des évènements douloureux, certains faux prophètes tromperont beaucoup de personnes, presqu’au point d’éteindre dans les coeurs la charité qui est le centre de tout l’Évangile.
Les faux prophètes
Mettons-nous à l’écoute de ce passage et demandons-nous : sous quels traits ces faux prophètes se présentent-ils ?
Ils sont comme des « charmeurs de serpents », c’est-à-dire qu’ils utilisent les émotions humaines pour réduire les personnes en esclavage et les mener à leur gré. Que d’enfants de Dieu se laissent séduire par l’attraction des plaisirs fugaces confondus avec le bonheur ! Combien d’hommes et de femmes vivent comme charmés par l’illusion de l’argent, qui en réalité les rend esclaves du profit ou d’intérêts mesquins ! Que de personnes vivent en pensant se suffire à elles-mêmes et tombent en proie à la solitude !
D’autres faux prophètes sont ces « charlatans » qui offrent des solutions simples et immédiates aux souffrances, des remèdes qui se révèlent cependant totalement inefficaces : à combien de jeunes a-t-on proposé le faux remède de la drogue, des relations « use et jette », des gains faciles mais malhonnêtes ! Combien d’autres encore se sont immergés dans une vie complètement virtuelle où les relations semblent plus faciles et plus rapides pour se révéler ensuite tragiquement privées de sens ! Ces escrocs, qui offrent des choses sans valeur, privent par contre de ce qui est le plus précieux : la dignité, la liberté et la capacité d’aimer. C’est la duperie de la vanité, qui nous conduit à faire le paon…. pour finir dans le ridicule ; et du ridicule, on ne se relève pas. Ce n’est pas étonnant : depuis toujours le démon, qui est « menteur et père du mensonge » (Jn 8, 44), présente le mal comme bien, et le faux comme vrai, afin de troubler le coeur de l’homme. C’est pourquoi chacun de nous est appelé à discerner en son coeur et à examiner s’il est menacé par les mensonges de ces faux prophètes. Il faut apprendre à ne pas en rester à l’immédiat, à la superficialité, mais à reconnaître ce qui laisse en nous une trace bonne et plus durable, parce que venant de Dieu et servant vraiment à notre bien.
Un coeur froid
Dans sa description de l’enfer, Dante Alighieri imagine le diable assis sur un trône de glace[2] ; il habite dans la froidure de l’amour étouffé. Demandons-nous donc : comment la charité se refroidit-elle en nous ? Quels sont les signes qui nous avertissent que l’amour risque de s’éteindre en nous ?
Ce qui éteint la charité, c’est avant tout l’avidité de l’argent, « la racine de tous les maux » (1Tm 6, 10) ; elle est suivie du refus de Dieu, et donc du refus de trouver en lui notre consolation, préférant notre désolation au réconfort de sa Parole et de ses Sacrements.[3] Tout cela se transforme en violence à l’encontre de ceux qui sont considérés comme une menace à nos propres « certitudes » : l’enfant à naître, la personne âgée malade, l’hôte de passage, l’étranger, mais aussi le prochain qui ne correspond pas à nos attentes.
La création, elle aussi, devient un témoin silencieux de ce refroidissement de la charité : la terre est empoisonnée par les déchets jetés par négligence et par intérêt ; les mers, elles aussi polluées, doivent malheureusement engloutir les restes de nombreux naufragés des migrations forcées ; les cieux – qui dans le dessein de Dieu chantent sa gloire – sont sillonnés par des machines qui font pleuvoir des instruments de mort.
L’amour se refroidit également dans nos communautés. Dans l’Exhortation Apostolique Evangelii Gaudium, j’ai tenté de donner une description des signes les plus évidents de ce manque d’amour. Les voici : l’acédie égoïste, le pessimisme stérile, la tentation de l’isolement et de l’engagement dans des guerres fratricides sans fin, la mentalité mondaine qui conduit à ne rechercher que les apparences, réduisant ainsi l’ardeur missionnaire.[4]
Que faire?
Si nous constatons en nous-mêmes ou autour de nous les signes que nous venons de décrire, c’est que l’Eglise, notre mère et notre éducatrice, nous offre pendant ce temps du Carême, avec le remède parfois amer de la vérité, le doux remède de la prière, de l’aumône et du jeûne.
En consacrant plus de temps à la prière, nous permettons à notre coeur de découvrir les mensonges secrets par lesquels nous nous trompons nous-mêmes[5], afin de rechercher enfin la consolation en Dieu. Il est notre Père et il veut nous donner la vie.
La pratique de l’aumône libère de l’avidité et aide à découvrir que l’autre est mon frère : ce que je possède n’est jamais seulement mien. Comme je voudrais que l’aumône puisse devenir pour tous un style de vie authentique ! Comme je voudrais que nous suivions comme chrétiens l’exemple des Apôtres, et reconnaissions dans la possibilité du partage de nos biens avec les autres un témoignage concret de la communion que nous vivons dans l’Eglise. A cet égard, je fais mienne l’exhortation de Saint Paul quand il s’adressait aux Corinthiens pour la collecte en faveur de la communauté de Jérusalem : « C’est ce qui vous est utile, à vous » (2 Co 8, 10). Ceci vaut spécialement pour le temps de carême, au cours duquel de nombreux organismes font des collectes en faveur des Eglises et des populations en difficulté. Mais comme j’aimerais que dans nos relations quotidiennes aussi, devant tout frère qui nous demande une aide, nous découvrions qu’il y a là un appel de la Providence divine: chaque aumône est une occasion pour collaborer avec la Providence de Dieu envers ses enfants ; s’il se sert de moi aujourd’hui pour venir en aide à un frère, comment demain ne pourvoirait-il pas également à mes nécessités, lui qui ne se laisse pas vaincre en générosité ? [6]
Le jeûne enfin réduit la force de notre violence, il nous désarme et devient une grande occasion de croissance. D’une part, il nous permet d’expérimenter ce qu’éprouvent tous ceux qui manquent même du strict nécessaire et connaissent les affres quotidiennes de la faim ; d’autre part, il représente la condition de notre âme, affamée de bonté et assoiffée de la vie de Dieu. Le jeûne nous réveille, nous rend plus attentifs à Dieu et au prochain, il réveille la volonté d’obéir à Dieu, qui seul rassasie notre faim.
Je voudrais que ma voix parvienne au-delà des confins de l’Eglise catholique, et vous rejoigne tous, hommes et femmes de bonne volonté, ouverts à l’écoute de Dieu. Si vous êtes, comme nous, affligés par la propagation de l’iniquité dans le monde, si vous êtes préoccupés par le froid qui paralyse les coeurs et les actions, si vous constatez la diminution du sens d’humanité commune, unissez-vous à nous pour qu’ensemble nous invoquions Dieu, pour qu’ensemble nous jeûnions et qu’avec nous vous donniez ce que vous pouvez pour aider nos frères !
Le feu de Pâques
J’invite tout particulièrement les membres de l’Eglise à entreprendre avec zèle ce chemin du carême, soutenus par l’aumône, le jeûne et la prière. S’il nous semble parfois que la charité s’éteint dans de nombreux coeurs, cela ne peut arriver dans le coeur de Dieu ! Il nous offre toujours de nouvelles occasions pour que nous puissions recommencer à aimer.
L’initiative des « 24 heures pour le Seigneur », qui nous invite à célébrer le sacrement de Réconciliation pendant l’adoration eucharistique, sera également cette année encore une occasion propice. En 2018, elle se déroulera les vendredi 9 et samedi 10 mars, s’inspirant des paroles du Psaume 130 : « Près de toi se trouve le pardon » (Ps 130, 4). Dans tous les diocèses, il y aura au moins une église ouverte pendant 24 heures qui offrira la possibilité de l’adoration eucharistique et de la confession sacramentelle.
Au cours de la nuit de Pâques, nous vivrons à nouveau le rite suggestif du cierge pascal : irradiant du « feu nouveau », la lumière chassera peu à peu les ténèbres et illuminera l’assemblée liturgique. « Que la lumière du Christ, ressuscitant dans la gloire, dissipe les ténèbres de notre coeur et de notre esprit »[7] afin que tous nous puissions revivre l’expérience des disciples d’Emmaüs : écouter la parole du Seigneur et nous nourrir du Pain eucharistique permettra à notre coeur de redevenir brûlant de foi, d’espérance et de charité.
Je vous bénis de tout coeur et je prie pour vous. N’oubliez pas de prier pour moi.
Du Vatican, le 1er novembre 2017 Solennité de la Toussaint
FRANÇOIS
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[1]Texte original en italien: “segno sacramentale della nostra conversione”, in: Messale Romano, Oraison Collecte du 1er dimanche de carême. N.B. Cette phrase n’a pas encore été traduite dans la révision (3ème), qui est en cours, du Missel romain en français. 

[2] « C’est là que l’empereur du douloureux royaume/de la moitié du corps se dresse hors des glaces » (Enfer XXXIV,28-29) 
[3] « C’est curieux, mais souvent nous avons peur de la consolation, d'être consolés. Au contraire, nous nous sentons plus en sécurité dans la tristesse et dans la désolation. Vous savez pourquoi ? Parce que dans la tristesse nous nous sentons presque protagonistes. Mais en revanche, dans la consolation, c’est l’Esprit Saint le protagoniste ! » (Angelus, 7 décembre 2014) 
[4] Nn. 76-109 
[5] Cf Benoît XVI , Lett. Enc. Spe Salvi, n. 33 
[6] Cf Pie XII, Lett. Enc. Fidei donum, III 
[7] Missel romain, Veillée pascale, Lucernaire

Testo in lingua inglese
“Because of the increase of iniquity, the love of many will grow cold” (Mt 24:12)
Dear Brothers and Sisters,
Once again, the Pasch of the Lord draws near! In our preparation for Easter, God in his providence offers us each year the season of Lent as a “sacramental sign of our conversion”.[1] Lent summons us, and enables us, to come back to the Lord wholeheartedly and in every aspect of our life.
With this message, I would like again this year to help the entire Church experience this time of grace anew, with joy and in truth. I will take my cue from the words of Jesus in the Gospel of Matthew: “Because of the increase of iniquity, the love of many will grow cold” (24:12).
These words appear in Christ’s preaching about the end of time. They were spoken in Jerusalem, on the Mount of Olives, where the Lord’s passion would begin. In reply to a question of the disciples, Jesus foretells a great tribulation and describes a situation in which the community of believers might well find itself: amid great trials, false prophets would lead people astray and the love that is the core of the Gospel would grow cold in the hearts of many.
False prophets
Let us listen to the Gospel passage and try to understand the guise such false prophets can assume.
They can appear as “snake charmers”, who manipulate human emotions in order to enslave others and lead them where they would have them go. How many of God’s children are mesmerized by momentary pleasures, mistaking them for true happiness! How many men and women live entranced by the dream of wealth, which only makes them slaves to profit and petty interests! How many go through life believing that they are sufficient unto themselves, and end up entrapped by loneliness!
False prophets can also be “charlatans”, who offer easy and immediate solutions to suffering that soon prove utterly useless. How many young people are taken in by the panacea of drugs, of disposable relationships, of easy but dishonest gains! How many more are ensnared in a thoroughly “virtual” existence, in which relationships appear quick and straightforward, only to prove meaningless! These swindlers, in peddling things that have no real value, rob people of all that is most precious: dignity, freedom and the ability to love. They appeal to our vanity, our trust in appearances, but in the end they only make fools of us. Nor should we be surprised. In order to confound the human heart, the devil, who is “a liar and the father of lies” (Jn 8:44), has always presented evil as good, falsehood as truth. That is why each of us is called to peer into our heart to see if we are falling prey to the lies of these false prophets. We must learn to look closely, beneath the surface, and to recognize what leaves a good and lasting mark on our hearts, because it comes from God and is truly for our benefit.
A cold heart
In his description of hell, Dante Alighieri pictures the devil seated on a throne of ice,[2] in frozen and loveless isolation. We might well ask ourselves how it happens that charity can turn cold within us. What are the signs that indicate that our love is beginning to cool?
More than anything else, what destroys charity is greed for money, “the root of all evil” (1 Tim 6:10). The rejection of God and his peace soon follows; we prefer our own desolation rather than the comfort found in his word and the sacraments.[3] All this leads to violence against anyone we think is a threat to our own “certainties”: the unborn child, the elderly and infirm, the migrant, the alien among us, or our neighbour who does not live up to our expectations.
Creation itself becomes a silent witness to this cooling of charity. The earth is poisoned by refuse, discarded out of carelessness or for self-interest. The seas, themselves polluted, engulf the remains of countless shipwrecked victims of forced migration. The heavens, which in God’s plan, were created to sing his praises, are rent by engines raining down implements of death.
Love can also grow cold in our own communities. In the Apostolic Exhortation Evangelii Gaudium, I sought to describe the most evident signs of this lack of love: selfishness and spiritual sloth, sterile pessimism, the temptation to self-absorption, constant warring among ourselves, and the worldly mentality that makes us concerned only for appearances, and thus lessens our missionary zeal.[4]
What are we to do?
Perhaps we see, deep within ourselves and all about us, the signs I have just described. But the Church, our Mother and Teacher, along with the often bitter medicine of the truth, offers us in the Lenten season the soothing remedy of prayer, almsgiving and fasting.
By devoting more time to prayer, we enable our hearts to root out our secret lies and forms of self-deception,[5] and then to find the consolation God offers. He is our Father and he wants us to live life well.
Almsgiving sets us free from greed and helps us to regard our neighbour as a brother or sister. What I possess is never mine alone. How I would like almsgiving to become a genuine style of life for each of us! How I would like us, as Christians, to follow the example of the Apostles and see in the sharing of our possessions a tangible witness of the communion that is ours in the Church! For this reason, I echo Saint Paul’s exhortation to the Corinthians to take up a collection for the community of Jerusalem as something from which they themselves would benefit (cf. 2 Cor 8:10). This is all the more fitting during the Lenten season, when many groups take up collections to assist Churches and peoples in need. Yet I would also hope that, even in our daily encounters with those who beg for our assistance, we would see such requests as coming from God himself. When we give alms, we share in God’s providential care for each of his children. If through me God helps someone today, will he not tomorrow provide for my own needs? For no one is more generous than God.[6]
Fasting weakens our tendency to violence; it disarms us and becomes an important opportunity for growth. On the one hand, it allows us to experience what the destitute and the starving have to endure. On the other hand, it expresses our own spiritual hunger and thirst for life in God. Fasting wakes us up. It makes us more attentive to God and our neighbour. It revives our desire to obey God, who alone is capable of satisfying our hunger.
I would also like my invitation to extend beyond the bounds of the Catholic Church, and to reach all of you, men and women of good will, who are open to hearing God’s voice. Perhaps, like ourselves, you are disturbed by the spread of iniquity in the world, you are concerned about the chill that paralyzes hearts and actions, and you see a weakening in our sense of being members of the one human family. Join us, then, in raising our plea to God, in fasting, and in offering whatever you can to our brothers and sisters in need!
The fire of Easter
Above all, I urge the members of the Church to take up the Lenten journey with enthusiasm, sustained by almsgiving, fasting and prayer. If, at times, the flame of charity seems to die in our own hearts, know that this is never the case in the heart of God! He constantly gives us a chance to begin loving anew.
One such moment of grace will be, again this year, the “24 Hours for the Lord” initiative, which invites the entire Church community to celebrate the sacrament of Reconciliation in the context of Eucharistic adoration. In 2018, inspired by the words of Psalm 130:4, “With you is forgiveness”, this will take place from Friday, 9 March to Saturday, 10 March. In each diocese, at least one church will remain open for twenty-four consecutive hours, offering an opportunity for both Eucharistic adoration and sacramental confession.
During the Easter Vigil, we will celebrate once more the moving rite of the lighting of the Easter candle. Drawn from the “new fire”, this light will slowly overcome the darkness and illuminate the liturgical assembly. “May the light of Christ rising in glory dispel the darkness of our hearts and minds”,[7] and enable all of us to relive the experience of the disciples on the way to Emmaus. By listening to God’s word and drawing nourishment from the table of the Eucharist, may our hearts be ever more ardent in faith, hope and love.
With affection and the promise of my prayers for all of you, I send you my blessing. Please do not forget to pray for me.
From the Vatican, 1 November 2017 Solemnity of All Saints
FRANCIS
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[1] Roman Missal, Collect for the First Sunday of Lent (Italian). 

[2] Inferno XXXIV, 28-29. 
[3] “It is curious, but many times we are afraid of consolation, of being comforted. Or rather, we feel more secure in sorrow and desolation. Do you know why? Because in sorrow we feel almost as protagonists. However, in consolation the Holy Spirit is the protagonist!” (Angelus, 7 December 2014). 
[4] Evangelii Gaudium, 76-109. 
[5] Cf. BENEDICT XVI, Encyclical Letter Spe Salvi, 33. 
[6] Cf. PIUS XII, Encyclical Letter Fidei Donum, III. 
[7] Roman Missal (Third Edition), Easter Vigil, Lucernarium.
Testo in lingua spagnola
«Al crecer la maldad, se enfriará el amor en la mayoría» (Mt 24,12)
Queridos hermanos y hermanas:
Una vez más nos sale al encuentro la Pascua del Señor. Para prepararnos a recibirla, la Providencia de Dios nos ofrece cada año la Cuaresma, «signo sacramental de nuestra conversión»,[1] que anuncia y realiza la posibilidad de volver al Señor con todo el corazón y con toda la vida.
Como todos los años, con este mensaje deseo ayudar a toda la Iglesia a vivir con gozo y con verdad este tiempo de gracia; y lo hago inspirándome en una expresión de Jesús en el Evangelio de Mateo: «Al crecer la maldad, se enfriará el amor en la mayoría» (24,12).
Esta frase se encuentra en el discurso que habla del fin de los tiempos y que está ambientado en Jerusalén, en el Monte de los Olivos, precisamente allí donde tendrá comienzo la pasión del Señor. Jesús, respondiendo a una pregunta de sus discípulos, anuncia una gran tribulación y describe la situación en la que podría encontrarse la comunidad de los fieles: frente a acontecimientos dolorosos, algunos falsos profetas engañarán a mucha gente hasta amenazar con apagar la caridad en los corazones, que es el centro de todo el Evangelio.
Los falsos profetas
Escuchemos este pasaje y preguntémonos: ¿qué formas asumen los falsos profetas?
Son como «encantadores de serpientes», o sea, se aprovechan de las emociones humanas para esclavizar a las personas y llevarlas adonde ellos quieren. Cuántos hijos de Dios se dejan fascinar por las lisonjas de un placer momentáneo, al que se le confunde con la felicidad. Cuántos hombres y mujeres viven como encantados por la ilusión del dinero, que los hace en realidad esclavos del lucro o de intereses mezquinos. Cuántos viven pensando que se bastan a sí mismos y caen presa de la soledad.
Otros falsos profetas son esos «charlatanes» que ofrecen soluciones sencillas e inmediatas para los sufrimientos, remedios que sin embargo resultan ser completamente inútiles: cuántos son los jóvenes a los que se les ofrece el falso remedio de la droga, de unas relaciones de «usar y tirar», de ganancias fáciles pero deshonestas. Cuántos se dejan cautivar por una vida completamente virtual, en que las relaciones parecen más sencillas y rápidas pero que después resultan dramáticamente sin sentido. Estos estafadores no sólo ofrecen cosas sin valor sino que quitan lo más valioso, como la dignidad, la libertad y la capacidad de amar. Es el engaño de la vanidad, que nos lleva a pavonearnos… haciéndonos caer en el ridículo; y el ridículo no tiene vuelta atrás. No es una sorpresa: desde siempre el demonio, que es «mentiroso y padre de la mentira» (Jn 8,44), presenta el mal como bien y lo falso como verdadero, para confundir el corazón del hombre. Cada uno de nosotros, por tanto, está llamado a discernir y a examinar en su corazón si se siente amenazado por las mentiras de estos falsos profetas. Tenemos que aprender a no quedarnos en un nivel inmediato, superficial, sino a reconocer qué cosas son las que dejan en nuestro interior una huella buena y más duradera, porque vienen de Dios y ciertamente sirven para nuestro bien.
Un corazón frío
Dante Alighieri, en su descripción del infierno, se imagina al diablo sentado en un trono de hielo;[2] su morada es el hielo del amor extinguido. Preguntémonos entonces: ¿cómo se enfría en nosotros la caridad? ¿Cuáles son las señales que nos indican que el amor corre el riesgo de apagarse en nosotros?
Lo que apaga la caridad es ante todo la avidez por el dinero, «raíz de todos los males» (1 Tm 6,10); a esta le sigue el rechazo de Dios y, por tanto, el no querer buscar consuelo en él, prefiriendo quedarnos con nuestra desolación antes que sentirnos confortados por su Palabra y sus Sacramentos.[3] Todo esto se transforma en violencia que se dirige contra aquellos que consideramos una amenaza para nuestras «certezas»: el niño por nacer, el anciano enfermo, el huésped de paso, el extranjero, así como el prójimo que no corresponde a nuestras expectativas.
También la creación es un testigo silencioso de este enfriamiento de la caridad: la tierra está envenenada a causa de los desechos arrojados por negligencia e interés; los mares, también contaminados, tienen que recubrir por desgracia los restos de tantos náufragos de las migraciones forzadas; los cielos —que en el designio de Dios cantan su gloria— se ven surcados por máquinas que hacen llover instrumentos de muerte.
El amor se enfría también en nuestras comunidades: en la Exhortación apostólica Evangelii gaudium traté de describir las señales más evidentes de esta falta de amor. estas son: la acedia egoísta, el pesimismo estéril, la tentación de aislarse y de entablar continuas guerras fratricidas, la mentalidad mundana que induce a ocuparse sólo de lo aparente, disminuyendo de este modo el entusiasmo misionero.[4]
¿Qué podemos hacer?
Si vemos dentro de nosotros y a nuestro alrededor los signos que antes he descrito, la Iglesia, nuestra madre y maestra, además de la medicina a veces amarga de la verdad, nos ofrece en este tiempo de Cuaresma el dulce remedio de la oración, la limosna y el ayuno.
El hecho de dedicar más tiempo a la oración hace que nuestro corazón descubra las mentiras secretas con las cuales nos engañamos a nosotros mismos,[5] para buscar finalmente el consuelo en Dios. Él es nuestro Padre y desea para nosotros la vida.
El ejercicio de la limosna nos libera de la avidez y nos ayuda a descubrir que el otro es mi hermano: nunca lo que tengo es sólo mío. Cuánto desearía que la limosna se convirtiera para todos en un auténtico estilo de vida. Al igual que, como cristianos, me gustaría que siguiésemos el ejemplo de los Apóstoles y viésemos en la posibilidad de compartir nuestros bienes con los demás un testimonio concreto de la comunión que vivimos en la Iglesia. A este propósito hago mía la exhortación de san Pablo, cuando invitaba a los corintios a participar en la colecta para la comunidad de Jerusalén: «Os conviene» (2 Co 8,10). Esto vale especialmente en Cuaresma, un tiempo en el que muchos organismos realizan colectas en favor de iglesias y poblaciones que pasan por dificultades. Y cuánto querría que también en nuestras relaciones cotidianas, ante cada hermano que nos pide ayuda, pensáramos que se trata de una llamada de la divina Providencia: cada limosna es una ocasión para participar en la Providencia de Dios hacia sus hijos; y si él hoy se sirve de mí para ayudar a un hermano, ¿no va a proveer también mañana a mis necesidades, él, que no se deja ganar por nadie en generosidad?[6]
El ayuno, por último, debilita nuestra violencia, nos desarma, y constituye una importante ocasión para crecer. Por una parte, nos permite experimentar lo que sienten aquellos que carecen de lo indispensable y conocen el aguijón del hambre; por otra, expresa la condición de nuestro espíritu, hambriento de bondad y sediento de la vida de Dios. El ayuno nos despierta, nos hace estar más atentos a Dios y al prójimo, inflama nuestra voluntad de obedecer a Dios, que es el único que sacia nuestra hambre.
Querría que mi voz traspasara las fronteras de la Iglesia Católica, para que llegara a todos ustedes, hombres y mujeres de buena voluntad, dispuestos a escuchar a Dios. Si se sienten afligidos como nosotros, porque en el mundo se extiende la iniquidad, si les preocupa la frialdad que paraliza el corazón y las obras, si ven que se debilita el sentido de una misma humanidad, únanse a nosotros para invocar juntos a Dios, para ayunar juntos y entregar juntos lo que podamos como ayuda para nuestros hermanos.
El fuego de la Pascua
Invito especialmente a los miembros de la Iglesia a emprender con celo el camino de la Cuaresma, sostenidos por la limosna, el ayuno y la oración. Si en muchos corazones a veces da la impresión de que la caridad se ha apagado, en el corazón de Dios no se apaga. Él siempre nos da una nueva oportunidad para que podamos empezar a amar de nuevo.
Una ocasión propicia será la iniciativa «24 horas para el Señor», que este año nos invita nuevamente a celebrar el Sacramento de la Reconciliación en un contexto de adoración eucarística. En el 2018 tendrá lugar el viernes 9 y el sábado 10 de marzo, inspirándose en las palabras del Salmo 130,4: «De ti procede el perdón». En cada diócesis, al menos una iglesia permanecerá abierta durante 24 horas seguidas, para permitir la oración de adoración y la confesión sacramental.
En la noche de Pascua reviviremos el sugestivo rito de encender el cirio pascual: la luz que proviene del «fuego nuevo» poco a poco disipará la oscuridad e iluminará la asamblea litúrgica. «Que la luz de Cristo, resucitado y glorioso, disipe las tinieblas de nuestro corazón y de nuestro espíritu»,[7] para que todos podamos vivir la misma experiencia de los discípulos de Emaús: después de escuchar la Palabra del Señor y de alimentarnos con el Pan eucarístico nuestro corazón volverá a arder de fe, esperanza y caridad.
Los bendigo de todo corazón y rezo por ustedes. No se olviden de rezar por mí.
Vaticano, 1 de noviembre de 2017 Solemnidad de Todos los Santos
FRANCISCO
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[1] Misal Romano, I Dom. de Cuaresma, Oración Colecta. 

[2] «Salía el soberano del reino del dolor fuera de la helada superficie, desde la mitad del pecho» (Infierno XXXIV, 28-29). 
[3] «Es curioso, pero muchas veces tenemos miedo a la consolación, de ser consolados. Es más, nos sentimos más seguros en la tristeza y en la desolación. ¿Sabéis por qué? Porque en la tristeza nos sentimos casi protagonistas. En cambio en la consolación es el Espíritu Santo el protagonista» (Ángelus, 7 diciembre 2014). 
[4] Núms. 76-109. 
[5] Cf. Benedicto XVI, Enc. Spe salvi, 33. 
[6] Cf. Pío XII, Enc. Fidei donum, III. 
[7] Misal Romano, Vigilia Pascual, Lucernario.
Testo in lingua portoghese
«Porque se multiplicará a iniquidade, vai resfriar o amor de muitos» (Mt 24, 12)
Amados irmãos e irmãs!
Mais uma vez vamos encontrar-nos com a Páscoa do Senhor! Todos os anos, com a finalidade de nos preparar para ela, Deus na sua providência oferece-nos a Quaresma, «sinal sacramental da nossa conversão»,[1] que anuncia e torna possível voltar ao Senhor de todo o coração e com toda a nossa vida.
Com a presente mensagem desejo, este ano também, ajudar toda a Igreja a viver, neste tempo de graça, com alegria e verdade; faço-o deixando-me inspirar pela seguinte afirmação de Jesus, que aparece no evangelho de Mateus: «Porque se multiplicará a iniquidade, vai resfriar o amor de muitos» (24, 12).
Esta frase situa-se no discurso que trata do fim dos tempos, pronunciado em Jerusalém, no Monte das Oliveiras, precisamente onde terá início a paixão do Senhor. Dando resposta a uma pergunta dos discípulos, Jesus anuncia uma grande tribulação e descreve a situação em que poderia encontrar-se a comunidade dos crentes: à vista de fenómenos espaventosos, alguns falsos profetas enganarão a muitos, a ponto de ameaçar apagar-se, nos corações, o amor que é o centro de todo o Evangelho.
Os falsos profetas
Escutemos este trecho, interrogando-nos sobre as formas que assumem os falsos profetas?
Uns assemelham-se a «encantadores de serpentes», ou seja, aproveitam-se das emoções humanas para escravizar as pessoas e levá-las para onde eles querem. Quantos filhos de Deus acabam encandeados pelas adulações dum prazer de poucos instantes que se confunde com a felicidade! Quantos homens e mulheres vivem fascinados pela ilusão do dinheiro, quando este, na realidade, os torna escravos do lucro ou de interesses mesquinhos! Quantos vivem pensando que se bastam a si mesmos e caem vítimas da solidão!
Outros falsos profetas são aqueles «charlatães» que oferecem soluções simples e imediatas para todas as aflições, mas são remédios que se mostram completamente ineficazes: a quantos jovens se oferece o falso remédio da droga, de relações passageiras, de lucros fáceis mas desonestos! Quantos acabam enredados numa vida completamente virtual, onde as relações parecem mais simples e ágeis, mas depois revelam-se dramaticamente sem sentido! Estes impostores, ao mesmo tempo que oferecem coisas sem valor, tiram aquilo que é mais precioso como a dignidade, a liberdade e a capacidade de amar. É o engano da vaidade, que nos leva a fazer a figura de pavões para, depois, nos precipitar no ridículo; e, do ridículo, não se volta atrás. Não nos admiremos! Desde sempre o demónio, que é «mentiroso e pai da mentira» (Jo 8, 44), apresenta o mal como bem e o falso como verdadeiro, para confundir o coração do homem. Por isso, cada um de nós é chamado a discernir, no seu coração, e verificar se está ameaçado pelas mentiras destes falsos profetas. É preciso aprender a não se deter no nível imediato, superficial, mas reconhecer o que deixa dentro de nós um rasto bom e mais duradouro, porque vem de Deus e visa verdadeiramente o nosso bem.
Um coração frio
Na Divina Comédia, ao descrever o Inferno, Dante Alighieri imagina o diabo sentado num trono de gelo;[2] habita no gelo do amor sufocado. Interroguemo-nos então: Como se resfria o amor em nós? Quais são os sinais indicadores de que o amor corre o risco de se apagar em nós?
O que apaga o amor é, antes de mais nada, a ganância do dinheiro, «raiz de todos os males» (1 Tm 6, 10); depois dela, vem a recusa de Deus e, consequentemente, de encontrar consolação n'Ele, preferindo a nossa desolação ao conforto da sua Palavra e dos Sacramentos.[3] Tudo isto se permuta em violência que se abate sobre quantos são considerados uma ameaça para as nossas «certezas»: o bebé nascituro, o idoso doente, o hóspede de passagem, o estrangeiro, mas também o próximo que não corresponde às nossas expetativas.
A própria criação é testemunha silenciosa deste resfriamento do amor: a terra está envenenada por resíduos lançados por negligência e por interesses; os mares, também eles poluídos, devem infelizmente guardar os despojos de tantos náufragos das migrações forçadas; os céus – que, nos desígnios de Deus, cantam a sua glória – são sulcados por máquinas que fazem chover instrumentos de morte.
E o amor resfria-se também nas nossas comunidades: na Exortação apostólica Evangelii gaudium procurei descrever os sinais mais evidentes desta falta de amor. São eles a acédia egoísta, o pessimismo estéril, a tentação de se isolar empenhando-se em contínuas guerras fratricidas, a mentalidade mundana que induz a ocupar-se apenas do que dá nas vistas, reduzindo assim o ardor missionário.[4]
Que fazer?
Se porventura detetamos, no nosso íntimo e ao nosso redor, os sinais acabados de descrever, saibamos que, a par do remédio por vezes amargo da verdade, a Igreja, nossa mãe e mestra, nos oferece, neste tempo de Quaresma, o remédio doce da oração, da esmola e do jejum.
Dedicando mais tempo à oração, possibilitamos ao nosso coração descobrir as mentiras secretas, com que nos enganamos a nós mesmos,[5] para procurar finalmente a consolação em Deus. Ele é nosso Pai e quer para nós a vida.
A prática da esmola liberta-nos da ganância e ajuda-nos a descobrir que o outro é nosso irmão: aquilo que possuo, nunca é só meu. Como gostaria que a esmola se tornasse um verdadeiro estilo de vida para todos! Como gostaria que, como cristãos, seguíssemos o exemplo dos Apóstolos e víssemos, na possibilidade de partilhar com os outros os nossos bens, um testemunho concreto da comunhão que vivemos na Igreja. A este propósito, faço minhas as palavras exortativas de São Paulo aos Coríntios, quando os convidava a tomar parte na coleta para a comunidade de Jerusalém: «Isto é o que vos convém» (2 Cor 8, 10). Isto vale de modo especial na Quaresma, durante a qual muitos organismos recolhem coletas a favor das Igrejas e populações em dificuldade. Mas como gostaria também que no nosso relacionamento diário, perante cada irmão que nos pede ajuda, pensássemos: aqui está um apelo da Providência divina. Cada esmola é uma ocasião de tomar parte na Providência de Deus para com os seus filhos; e, se hoje Ele Se serve de mim para ajudar um irmão, como deixará amanhã de prover também às minhas necessidades, Ele que nunca Se deixa vencer em generosidade?[6]
Por fim, o jejum tira força à nossa violência, desarma-nos, constituindo uma importante ocasião de crescimento. Por um lado, permite-nos experimentar o que sentem quantos não possuem sequer o mínimo necessário, provando dia a dia as mordeduras da fome. Por outro, expressa a condição do nosso espírito, faminto de bondade e sedento da vida de Deus. O jejum desperta-nos, torna-nos mais atentos a Deus e ao próximo, reanima a vontade de obedecer a Deus, o único que sacia a nossa fome.
Gostaria que a minha voz ultrapassasse as fronteiras da Igreja Católica, alcançando a todos vós, homens e mulheres de boa vontade, abertos à escuta de Deus. Se vos aflige, como a nós, a difusão da iniquidade no mundo, se vos preocupa o gelo que paralisa os corações e a ação, se vedes esmorecer o sentido da humanidade comum, uni-vos a nós para invocar juntos a Deus, jejuar juntos e, juntamente connosco, dar o que puderdes para ajudar os irmãos!
O fogo da Páscoa
Convido, sobretudo os membros da Igreja, a empreender com ardor o caminho da Quaresma, apoiados na esmola, no jejum e na oração. Se por vezes parece apagar-se em muitos corações o amor, este não se apaga no coração de Deus! Ele sempre nos dá novas ocasiões, para podermos recomeçar a amar.
Ocasião propícia será, também este ano, a iniciativa «24 horas para o Senhor», que convida a celebrar o sacramento da Reconciliação num contexto de adoração eucarística. Em 2018, aquela terá lugar nos dias 9 e 10 de março – uma sexta-feira e um sábado –, inspirando -se nestas palavras do Salmo 130: «Em Ti, encontramos o perdão» (v. 4). Em cada diocese, pelo menos uma igreja ficará aberta durante 24 horas consecutivas, oferecendo a possibilidade de adoração e da confissão sacramental.
Na noite de Páscoa, reviveremos o sugestivo rito de acender o círio pascal: a luz, tirada do «lume novo», pouco a pouco expulsará a escuridão e iluminará a assembleia litúrgica. «A luz de Cristo, gloriosamente ressuscitado, nos dissipe as trevas do coração e do espírito»,[7] para que todos possamos reviver a experiência dos discípulos de Emaús: ouvir a palavra do Senhor e alimentar-nos do Pão Eucarístico permitirá que o nosso coração volte a inflamar-se de fé, esperança e amor.
Abençoo-vos de coração e rezo por vós. Não vos esqueçais de rezar por mim.
Vaticano, 1 de Novembro de 2017 Solenidade de Todos os Santos
FRANCISCO
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[1] Missal Romano, I Domingo da Quaresma, Oração Coleta. 

[2] «Imperador do reino em dor tamanho / saía a meio peito ao gelo baço» (Inferno XXXIV, 28-29).
[3] «É curioso, mas muitas vezes temos medo da consolação, medo de ser consolados. Aliás, sentimo-nos mais seguros na tristeza e na desolação. Sabeis porquê? Porque, na tristeza, quase nos sentimos protagonistas; enquanto, na consolação, o protagonista é o Espírito Santo» (Angelus, 7/XII/2014). 

[4] Nn. 76-109. 
[5] Cf. Bento XVI, Carta enc. Spe salvi, 33. [6] Cf. Pio XII, Carta enc. Fidei donum, III. 
[7] Missal Romano, Vigília Pascal, Lucernário

venerdì 2 febbraio 2018

Come Gesù cura e guarisce.



4 febbraio 2018
V domenica del tempo Ordinario
di ENZO BIANCHI

Mc  1,29-39

In quel tempo, 29Gesù e i discepoli, usciti dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. 30La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. 31Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. 32Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. 33Tutta la città era riunita davanti alla porta. 34Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. 35Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. 36Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. 37Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». 38Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». 39E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

Domenica scorsa abbiamo iniziato a leggere il racconto della “giornata di Cafarnao” (cf. Mc 1,21-34), esempio concreto di come Gesù viveva, parlando del regno di Dio e compiendo segni che lo annunciavano. E oggi il racconto continua…
Gesù e i suoi primi quattro discepoli, usciti dalla sinagoga, vanno a casa di due di loro, Pietro e Andrea. Come c’era una dimensione pubblica della vita di Gesù, così ce n’era anche una privata: la vita vissuta con i suoi discepoli, o con i suoi amici, la vita in casa, dove si parlava, ci si ascoltava, si mangiava insieme e ci si riposava. Anche queste sono dimensioni umane della vita di Gesù, alle quali purtroppo facilmente non prestiamo attenzione, eppure fanno parte della realtà, del mestiere del vivere quotidiano… Così come ci si dimentica che Pietro, avendo una suocera, non era celibe ma sposato, anche se non abbiamo notizie più precise: aveva figli? Era vedovo? Certamente l’incontro con Gesù ha mutato la vita del pescatore Simone, che significativamente dirà in seguito a Gesù: “Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito” (Mc 10,28).
Ora, entrati in casa di Pietro e Andrea, si accorgono che nessuno li accoglie: dovrebbe essere compito della suocera di Pietro, ma una febbre la tiene a letto. La febbre è un’indisposizione che accade sovente, e non è certo grave o preoccupante. Gesù, informato della cosa, si avvicina a questa donna allettata, la prende per mano e la fa alzare. Egli vuole incontrarla e, non appena le è vicino, senza dire una parola compie gesti semplici, umanissimi, affettuosi: prende nella sua mano quella mano febbricitante, attua una relazione carica di affetto, e quindi con forza la aiuta ad alzarsi. Questi sono i gesti di Gesù che guariscono: non gesti di un guaritore di professione, non gesti medici, né tantomeno gesti magici. Se siamo attenti comprendiamo che, sull’esempio di Gesù, a un malato dobbiamo soprattutto avvicinarci, renderci prossimi, toglierlo dal suo isolamento, prendendo la sua mano nella nostra, in un contatto fisico che gli dica la nostra presenza reale, e infine fare qualcosa perché l’altro si rialzi dal suo stato di prostrazione.
Questa azione con cui Gesù libera la donna dalla febbre può sembrare poca cosa (“un miracolo sprecato”, ha scritto un esegeta!), ma la febbre è il segno più comune che ci mostra la nostra fragilità e ci preannuncia la morte di cui ogni malattia è indizio. Sì, Gesù è sempre all’opera verso i nostri corpi e le nostre vite e sempre discerne, anche dove c’è soltanto la febbre, che l’essere umano si ammala per morire, che qualunque malattia è una contraddizione alla vita piena voluta dal Signore per ciascuno di noi. Non fermiamoci dunque alla cronaca dell’azione di Gesù, ma comprendiamo come egli, il Veniente con il suo Regno, è in lotta contro il male, lo fa arretrare, fino a vincere la morte il cui re è il demonio, colui che dà la morte e non la vita.
Gesù appare così come colui che fa rialzare, risuscita – verbo egheíro, usato per la resurrezione della figlia di Giairo (cf. Mc 5,41) e per la stessa resurrezione di Gesù (cf. Mc 14,28; 16,6) – ogni uomo, ogni donna dalla situazione di male in cui giace. Egli dà “i segni” del regno di Dio veniente, dove “non ci sarà più la morte, né il lutto, né il lamento, né il dolore, quando Dio asciugherà le lacrime dai nostri occhi” (cf. Ap 21,4Is 25,8). Quando Gesù guarisce concretamente, narra Dio come Rapha’el, “colui che guarisce” (cf. Es 15,26) e appare come il medico dei corpi e delle anime (cf. Mc 2,17).
Ciò che è messo in rilievo come frutto di quel “far rialzare” da parte di Gesù è l’immediato servizio, la pronta diakonía da parte della suocera di Pietro. Rialzati dal male, a noi spetta il servizio verso gli altri, perché servire l’altro, avere cura dell’altro è vivere l’amore verso di lui: l’amore dell’altro è il volere e il realizzare il suo bene. Nel caso presente questa donna, ormai in piedi, offre da mangiare a Gesù e ai suoi discepoli, servendo chi l’ha servita fino a liberarla dalla sua malattia.
Giunge la sera, la giornata descritta da Marco come la prima in cui Gesù opera è quasi terminata, ma ecco che da tutta la città vengono portati malati e indemoniati davanti alla porta della casa in cui egli si trova. Con enfasi l’evangelista scrive “tutti i malati … tutta la città”, perché l’afflusso era considerevole. Cosa cercava tutta quella gente? Innanzitutto guarigione, ma certamente desiderava anche vedere miracoli: la medicina era troppo cara, spesso senza efficacia, e poi in quel tempo c’erano molti esorcisti, guaritori, maghi, da cui la gente si recava. Quelli venuti da Gesù non trovano però né un mago né un operatore di miracoli. Trovano uno che guarisce chi incontra, parlando, entrando in relazione, ma soprattutto suscitando nei malati fede-fiducia: e quando Gesù trova questa fiducia, allora può manifestarsi la vita più forte della morte.
Gesù non guariva tutti ma – ci dicono i vangeli – curava tutti quelli che incontrava, e le sue liberazioni dalla malattia, dal peccato o dal demonio volevano essere segni, indicazioni riguardo al regno di Dio che egli annunciava e chiedeva di accogliere. Come interpreta Matteo a margine di questo brano, egli si manifesta come il Servo del Signore che “ha preso le nostre debolezze e si è addossato le nostre malattie” (Mt 8,17Is 53,4). Gesù combatte le malattie per far arretrare la potenza del male e del demonio, ma ciò avviene al prezzo di caricarsi lui stesso delle sofferenze che cerca di sconfiggere! Sintetizzerà Pietro in una predicazione riportata dagli Atti degli apostoli: “Gesù di Nazaret passò facendo il bene e guarendo tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo” (At 10,38), perché ogni situazione di lontananza da Dio e di dominio della morte è dovuta all’azione del demonio
Viene la notte, ma anche questa è fatta per operare: prima dell’alba Gesù esce di casa, va in un luogo solitario e là prega. È la sua preghiera del mattino, preghiera che attende il sorgere del sole invocando il Signore e lodandolo per la luce che vince la notte. Questa azione notturna di Gesù non è secondaria, non è una semplice appendice al giorno. È la fonte del suo parlare e del suo agire, è l’inizio del suo “ritmo” giornaliero, è ciò che gli dà la postura per vivere tutta la giornata nella compagnia degli uomini: perché egli è sempre l’inviato di Dio, colui che deve sempre “raccontarlo” (cf. Gv 1,18) agli uomini, e per questo è sempre in comunione con lui.
La preghiera di Gesù nella notte, in luoghi deserti, nella solitudine, è testimoniata più volte dai vangeli, fino a quella preghiera con cui prepara spiritualmente la sua passione e morte. Preghiera piena di confidenza, in cui Dio è sempre invocato come “Abba, Papà caro e amato”; preghiera nella quale Gesù discerne la volontà di questo Padre che è amore e trova vie per realizzarla; preghiera nella quale lo Spirito santo, compagno inseparabile di Gesù, è per lui forza e consolazione. La veglia, la preghiera notturna che è operazione di tutto il corpo e non solo delle facoltà mentali, è decisiva nella vita del cristiano, il quale non deve mai dimenticare questa “attività”, vera e propria azione di Gesù.
Ma i primi discepoli, la piccola comunità appena formata, su iniziativa di Simone cerca Gesù, e in questo “cercare Gesù” vi è molto più di una ricerca volta a conoscere dove egli sia. In realtà il quaerere Deum nel vangelo secondo Marco diventaquaerere Jesum, cercare Gesù. E quando lo trovano, significativamente intento a pregare, gli dicono: “Tutti ti cercano!”. Quasi lo inseguono, ma per che cosa? Qui è testimoniato il desiderio di vedere, ascoltare, incontrare, chiedere guarigioni, invocare liberazione dal demonio. “Tutti ti cercano!”, dicono i discepoli; secondo il quarto vangelo saranno addirittura i pagani a dire: “Vogliamo vedere Gesù!” (Gv 12,21)…
Ma Gesù risponde: “Andiamo altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo, infatti, sono uscito”. È ora di andare, di continuare la missione insieme in altri villaggi non ancora raggiunti dalla buona notizia, dal Vangelo del Regno. Ma il fondamento di tutta questa missione – “per questo sono uscito” – resta un’espressione ambigua: uscito dalla città nella notte, oppure uscito da Dio, dal Padre, come intenderemmo se questa espressione fosse attestata dal quarto vangelo? Ecco la missione di Gesù: è mandato dal Padre ed è uscito nel mondo per fare il bene e donare la salvezza. E così di villaggio in villaggio, il sabato di sinagoga in sinagoga, Gesù predicava e toglieva terreno ai demoni. Da Cafarnao a tutta la Galilea...

Presentazione del Signore e XXII Giornata Mondiale della Vita Consacrata. Omelia del Santo Padre.


Santa Messa nella Festa della Presentazione del Signore e XXII Giornata Mondiale della Vita Consacrata. "La giovinezza di un istituto sta nell’andare alle radici, ascoltando gli anziani. Non c’è avvenire senza questo incontro tra anziani e giovani; non c’è crescita senza radici e non c’è fioritura senza germogli nuovi. Mai profezia senza memoria, mai memoria senza profezia; e sempre incontrarsi"
Sala stampa della Santa Sede
Alle ore 17.30 di oggi, Festa della Presentazione del Signore e XXII Giornata Mondiale della Vita Consacrata, il Santo Padre Francesco presiede, nella Basilica Vaticana, la celebrazione della Santa Messa con i membri degli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica.
Omelia del Santo Padre
Quaranta giorni dopo Natale celebriamo il Signore che, entrando nel tempio, va incontro al suo popolo. Nell’Oriente cristiano questa festa è detta proprio “Festa dell’incontro”: è l’incontro tra il Dio bambino, che porta novità, e l’umanità in attesa, rappresentata dagli anziani nel tempio.
Nel tempio avviene anche un altro incontro, quello tra due coppie: da una parte i giovani Maria e Giuseppe, dall’altra gli anziani Simeone e Anna. Gli anziani ricevono dai giovani, i giovani attingono dagli anziani. 
Maria e Giuseppe trovano infatti nel tempio le radici del popolo, ed è importante, perché la promessa di Dio non si realizza individualmente e in un colpo solo, ma insieme e lungo la storia. E trovano pure le radici della fede, perché la fede non è una nozione da imparare su un libro, ma l’arte di vivere con Dio, che si apprende dall’esperienza di chi ci ha preceduto nel cammino. Così i due giovani, incontrando gli anziani, trovano sé stessi. E i due anziani, verso la fine dei loro giorni, ricevono Gesù, senso della loro vita. Questo episodio compie così la profezia di Gioele: «I vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (3,1). In quell’incontro i giovani vedono la loro missione e gli anziani realizzano i loro sogni. Tutto questo perché al centro dell’incontro c’è Gesù.
Guardiamo a noi, cari fratelli e sorelle consacrati. Tutto è cominciato dall’incontro col Signore. Da un incontro e da una chiamata è nato il cammino di consacrazione. Bisogna farne memoria. E se faremo bene memoria vedremo che in quell’incontro non eravamo soli con Gesù: c’era anche il popolo di Dio, la Chiesa, giovani e anziani, come nel Vangelo. Lì c’è un particolare interessante: mentre i giovani Maria e Giuseppe osservano fedelmente le prescrizioni della Legge – il Vangelo lo dice quattro volte – e non parlano mai, gli anziani Simeone e Anna accorrono e profetizzano. Sembrerebbe dover essere il contrario: in genere sono i giovani a parlare con slancio del futuro, mentre gli anziani custodiscono il passato. Nel Vangelo accade l’inverso, perché quando ci si incontra nel Signore arrivano puntuali le sorprese di Dio. Per lasciare che accadano nella vita consacrata è bene ricordare che non si può rinnovare l’incontro col Signore senza l’altro: mai lasciare indietro, mai fare scarti generazionali, ma accompagnarsi ogni giorno, col Signore al centro. Perché se i giovani sono chiamati ad aprire nuove porte, gli anziani hanno le chiavi. E la giovinezza di un istituto sta nell’andare alle radici, ascoltando gli anziani. Non c’è avvenire senza questo incontro tra anziani e giovani; non c’è crescita senza radici e non c’è fioritura senza germogli nuovi. Mai profezia senza memoria, mai memoria senza profezia; e sempre incontrarsi.
La vita frenetica di oggi induce a chiudere tante porte all’incontro, spesso per paura dell’altro – sempre aperte rimangono le porte dei centri commerciali e le connessioni di rete –; ma nella vita consacrata non sia così: il fratello e la sorella che Dio mi dà sono parte della mia storia, sono doni da custodire. Non accada di guardare lo schermo del cellulare più degli occhi del fratello, o di fissarci sui nostri programmi più che nel Signore. Perché quando si mettono al centro i progetti, le tecniche e le strutture, la vita consacrata smette di attrarre e non comunica più; non fiorisce perché dimentica “quello che ha di sotterrato”, cioè le radici.
La vita consacrata nasce e rinasce dall’incontro con Gesù così com’è: povero, casto e obbediente. C’è un doppio binario su cui viaggia: da una parte l’iniziativa d’amore di Dio, da cui tutto parte e a cui dobbiamo sempre tornare; dall’altra la nostra risposta, che è di vero amore quando è senza se e senza ma, quando imita Gesù povero, casto e obbediente. Così, mentre la vita del mondo cerca di accaparrare, la vita consacrata lascia le ricchezze che passano per abbracciare Colui che resta. La vita del mondo insegue i piaceri e le voglie dell’io, la vita consacrata libera l’affetto da ogni possesso per amare pienamente Dio e gli altri. La vita del mondo s’impunta per fare ciò che vuole, la vita consacrata sceglie l’obbedienza umile come libertà più grande. E mentre la vita del mondo lascia presto vuote le mani e il cuore, la vita secondo Gesù riempie di pace fino alla fine, come nel Vangelo, dove gli anziani arrivano felici al tramonto della vita, con il Signore tra le mani e la gioia nel cuore.
Quanto ci fa bene, come Simeone, tenere il Signore «tra le braccia» (Lc 2,28)! Non solo nella testa e nel cuore, ma tra le mani, in ogni cosa che facciamo: nella preghiera, al lavoro, a tavola, al telefono, a scuola, coi poveri, ovunque. Avere il Signore tra le mani è l’antidoto al misticismo isolato e all’attivismo sfrenato, perché l’incontro reale con Gesù raddrizza sia i sentimentalisti devoti che i faccendieri frenetici. Vivere l’incontro con Gesù è anche il rimedio alla paralisi della normalità, è aprirsi al quotidiano scompiglio della grazia. Lasciarsi incontrare da Gesù, far incontrare Gesù: è il segreto per mantenere viva la fiamma della vita spirituale. È il modo per non farsi risucchiare in una vita asfittica, dove le lamentele, l’amarezza e le inevitabili delusioni hanno la meglio. E quest è la musica, ... Incontrarsi in Gesù come fratelli e sorelle, giovani e anziani, per superare la sterile retorica dei “bei tempi passati”, quella nostalgia che uccide l'anima, per mettere a tacere il “qui non va più bene niente”. Se si incontrano ogni giorno Gesù e i fratelli, il cuore non si polarizza verso il passato o verso il futuro, ma vive l’oggi di Dio in pace con tutti.
Alla fine dei Vangeli c’è un altro incontro con Gesù che può ispirare la vita consacrata: quello delle donne al sepolcro. Erano andate a incontrare un morto, il loro cammino sembrava inutile. 
Anche voi andate nel mondo controcorrente: la vita del mondo facilmente rigetta la povertà, la castità e l’obbedienza. Ma, come quelle donne, andate avanti, nonostante le preoccupazioni per le pesanti pietre da rimuovere (cfr Mc 16,3). E come quelle donne, per primi incontrate il Signore risorto e vivo, lo stringete a voi (cfr Mt 28,9) e lo annunciate subito ai fratelli, con gli occhi che brillano di gioia grande (cfr v. 8). Siete così l’alba perenne della Chiesa. Voi consacriti e consacrate. Voi siete l’alba perenne della Chiesa. Vi auguro di ravvivare oggi stesso l’incontro con Gesù, camminando insieme verso di Lui: questo darà luce ai vostri occhi e vigore ai vostri passi.

María Ascensiòn Romero succede a Carmen Hernández

2 de Febrero de 2018
Kiko, en Porto San Giorgio:
«La Santa Sede nos ha escrito pidiéndonos que para ser fieles a lo escrito en los Estatutos que debemos proceder a la sustitución de Carmen. Nosotros (Mario y yo), después de haber rezado y haberlo meditado mucho hemos elegido a MARIA ASCENSIÓN ROMERO "ad experimentum" para que nos ayude en nuestro ministerio catequético. Ella ha nacido en Tudela, ha hecho sus primeros estudios en el mismo colegio de Carmen y lleva 25 años de misión en san Petersburgo (Rusia). Ascen lleva mucho tiempo en contacto con nosotros. Mario, que lleva redactando sus memorias desde hace varios años necesitaba alguien que transcribiera fielmente sus escritos al ordenador. Como no estaba asignada a ningún equipo de itinerantes, ella fue escogida para acudir donde nos encontráramos, siempre que Mario la necesitase. Espero que la aceptéis y la queráis porque es un regalo de Carmen y del Señor.»





María Ascensiòn Romero succede a Carmen Hernández nella équipe internazionale del Cammino Neocatecumenale.

57 anni, per circa 25 anni itinerante in Russia, Maria Ascension Romero guiderà il Cammino nel mondo insieme a Kiko Argüello e padre Mario Pezzi. Una scelta “ad experimentum” su richiesta del Dicastero per Laici, famiglia e vita in base agli Statuti.
Ad Maiorem Dei Gloriam!