venerdì 2 marzo 2018

Seconda Predica di Quaresima 2018: L'amore cristiano



Nella seconda predica di Quaresima in Vaticano, alla presenza del Papa e della Curia Romana, il padre Cantalamessa ha parlato delle virtù cristiane, soffermandosi sulla carità. Di seguito il testo integrale.

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1. Alle fonti della santità cristiana
Insieme con l’universale chiamata alla santità”, il Concilio Vaticano II ha dato anche precise indicazioni su che cosa si intende per santità, in che cosa essa consiste. Nella Lumen gentium si legge:
“Il Signore Gesù, maestro e modello divino di ogni perfezione, a tutti e a ciascuno dei suoi discepoli di qualsiasi condizione ha predicato quella santità di vita, di cui egli stesso è autore e perfezionatore: «Siate dunque perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste» (Mt 5,48). Mandò infatti a tutti lo Spirito Santo, che li muova internamente ad amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, con tutte le forze (cfr Mc 12,30), e ad amarsi a vicenda come Cristo ha amato loro (cfr. Gv 13,34; 15,12). I seguaci di Cristo, chiamati da Dio, non a titolo delle loro opere, ma a titolo del suo disegno e della grazia, giustificati in Gesù nostro Signore, nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi. Essi quindi devono, con l’aiuto di Dio, mantenere e perfezionare con la loro vita la santità che hanno ricevuto” (LG 40).
Tutto ciò viene riassunto nella formula: “la santità è la perfetta unione con Cristo” (LG, 50). Questa visione riflette la preoccupazione generale del Concilio di tornare alle fonti bibliche e patristiche, superando, anche in questo campo, l’impostazione scolastica dominante per secoli. Si tratta ora di prendere coscienza di questa visione rinnovata della santità e farla passare nella pratica della Chiesa, cioè nella predicazione, nella catechesi, nella formazione spirituale dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa e –perché no? – anche nella visione teologica a cui si ispira la prassi della Congregazione dei Santi .
Una delle differenze maggiori tra la visione biblica della santità e quella scolastica sta nel fatto che le virtù non vengono fondate tanto sulla “retta ragione” (la recta ratio aristotelica), quanto sul kerygma; essere santo non significa seguire la ragione (spesso comporta il contrario!), ma seguire Cristo. La santità cristiana è essenzialmente cristologica: consiste nell’imitazione di Cristo e, al suo vertice – come dice il concilio – nella “perfetta unione con Cristo”.
La sintesi biblica più completa e più compatta di una santità fondata sul kerygma è quella tracciata da san Paolo nella parte parenetica della Lettera ai Romani (capp. 12-15). All’inizio di essa l’Apostolo da una visione riassuntiva del cammino di santificazione del credente, del suo contenuto essenziale e del suo scopo:
“Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. 2Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rom 12,1-2).
Abbiamo meditato la volta scorsa su questi versetti. Nelle prossime meditazioni, partendo da ciò che segue nel testo paolino e completandolo con ciò che l’Apostolo dice altrove sullo stesso argomento, cercheremo di mettere in luce i tratti salienti della santità, quelle che oggi si chiamano le “virtù cristiane” e che il Nuovo Testamento definisce i “frutti dello Spirito”, le “opere della luce”, o anche “i sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2, 5).
A partire dal capitolo 12 della Lettera ai Romani tutte le principali virtù cristiane, o frutti dello Spirito, sono elencati: il servizio, la carità, l’umiltà, l’obbedienza, la purezza. Non come virtù da coltivare per se stesse, ma come necessarie conseguenze dell’opera di Cristo e del battesimo. La sezione inizia con una congiunzione che da sola vale un trattato: “Vi esorto dunque…”. Quel “dunque” significa che tutto ciò che l’Apostolo dirà da questo momento in poi non è che la conseguenza di quello che ha scritto nei capitoli precedenti sulla fede in Cristo e sull’opera dello Spirito. Rifletteremo su quattro di queste virtù: carità, umiltà, obbedienza e purezza, cominciando dalla prima.
2. Un amore sincero
L’agape, o carità cristiana, non è una delle virtù, fosse pure la prima; è la forma di tutte le virtù, quella da cui “dipendono tutta la legge e i profeti” (Mt 22, 40; Rom 13,10) . Tra i frutti dello Spirito che l’Apostolo elenca in Galati 5, 22, al primo posto troviamo l’amore: “Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace…”. Ed è con esso che, coerentemente, inizia anche la parenesi sulle virtù nella Lettera ai Romani. Tutto il capitolo dodicesimo è un susseguirsi di esortazioni alla carità:
“La carità non abbia finzioni [...];
amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno,
gareggiate nello stimarvi a vicenda…” (Rm 12, 9 ss).
Per cogliere l’anima che unifica tutte queste raccomandazioni, l’idea di fondo, o, meglio, il “sentimento” che Paolo ha della carità bisogna partire da quella parola iniziale: “La carità non abbia finzioni!”. Essa non è una delle tante esortazioni, ma la matrice da cui derivano tutte le altre. Contiene il segreto della carità.
Il termine originale usato da san Paolo e che viene tradotto “senza finzioni”, è anhypòkritos, cioè senza ipocrisia. Questo vocabolo è una specie di luce-spia; è, infatti, un termine raro che troviamo impiegato, nel Nuovo Testamento, quasi esclusivamente per definire l’amore cristiano. L’espressione “amore sincero” (anhypòkritos) ritorna ancora in 2 Cor 6, 6 e in 1 Pt 1, 22. Quest’ultimo testo permette di cogliere, con tutta certezza, il significato del termine in questione, perché lo spiega con una perifrasi; l’amore sincero – dice – consiste nell’amarsi intensamente “di vero cuore”.
San Paolo, dunque, con quella semplice affermazione: “la carità sia senza finzioni!”, porta il discorso alla radice stessa della carità, al cuore. Quello che si richiede dall’amore è che sia vero, autentico, non finto. Anche in ciò l’Apostolo è l’eco fedele del pensiero di Gesù; egli, infatti, aveva indicato, ripetutamente e con forza, il cuore, come il “luogo” in cui si decide il valore di ciò che l’uomo fa (cf. Mt 15, 19).
Possiamo parlare di un’intuizione paolina, a riguardo della carità; essa consiste nel rivelare, dietro l’universo visibile ed esteriore della carità, fatto di opere e di parole, un altro universo tutto interiore, che è, nei confronti del primo, ciò che è l’anima per il corpo. Ritroviamo questa intuizione nell’altro grande testo sulla carità, che è 1 Cor 13. Ciò che san Paolo dice lì, a osservare bene, si riferisce tutto a questa carità interiore, alle disposizioni e ai sentimenti di carità: la carità è paziente, è benigna, non è invidiosa, non si adira, tutto copre, tutto crede, tutto spera… Nulla che riguardi, per sé e direttamente, il fare del bene, o le opere di carità, ma tutto è ricondotto alla radice del volere bene. La benevolenza viene prima della beneficenza.
È l’Apostolo stesso che esplicita la differenza tra le due sfere della carità. Dice che il più grande atto di carità esteriore (il distribuire ai poveri tutte le proprie sostanze) non gioverebbe a nulla, senza la carità interiore (cf. 1 Cor 13,3). Sarebbe l’opposto della carità “sincera”. La carità ipocrita, infatti, è proprio quella che fa del bene, senza voler bene, che mostra all’esterno qualcosa che non ha un corrispettivo nel cuore. In questo caso, si ha una parvenza di carità, che può, al limite, nascondere egoismo, ricerca di sé, strumentalizzazione del fratello, o anche semplice rimorso di coscienza.
Sarebbe un errore fatale contrapporre tra di loro carità del cuore e carità dei fatti, o rifugiarsi nella carità interiore, per trovare in essa una specie di alibi alla mancanza di carità fattiva. Sappiamo con quanto vigore la parola di Gesù (Mt 25), di san Giacomo (2, 16 s) e di san Giovanni (1 Gv 3, 18) spingono alla carità dei fatti. Sappiamo l’importanza che san Paolo stesso dava alle collette a favore dei poveri di Gerusalemme.
Del resto, dire che, senza la carità, “a niente mi giova” anche il dare tutto ai poveri, non significa dire che ciò non serve a nessuno e che è inutile; significa piuttosto dire che non giova “a me”, mentre può giovare al povero che la riceve. Non si tratta, dunque, di attenuare l’importanza delle opere di carità, quanto di assicurare a esse un fondamento sicuro contro l’egoismo e le sue infinite astuzie. San Paolo vuole che i cristiani siano “radicati e fondati nella carità” (Ef 3, 17), cioè che la carità sia la radice e il fondamento di tutto.
Quando noi amiamo “dal cuore”, è l’amore stesso di Dio “effuso nel nostro cuore dallo Spirito Santo” (Rom 5,5) che passa attraverso di noi. L’agire umano è veramente deificato. Diventare “partecipi della natura divina” (2 Pt 1, 4) significa, infatti, diventare partecipi dell’azione divina, l’azione divina di amare, dal momento che Dio è amore!
Noi amiamo gli uomini non soltanto perché Dio li ama, o perché egli vuole che noi li amiamo, ma perché, donandoci il suo Spirito, egli ha messo nei nostri cuori il suo stesso amore per essi. Si spiega così perché l’Apostolo afferma subito dopo: “Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole, perché chi ama il suo simile ha adempiuto alla legge” (Rm 13, 8).
Perché, ci chiediamo, un “debito”? Perché abbiamo ricevuto una misura infinita d’amore da distribuire a suo tempo tra i conservi (cf Lc 12, 42; Mt 24, 45 s.). Se non lo facciamo defraudiamo il fratello di qualcosa che gli è dovuto. Il fratello che si presenta alla tua porta forse ti chiede qualcosa che non sei in grado di dargli; ma se non puoi dargli quello che ti chiede, bada di non rimandarlo senza quello che gli devi, e cioè l’amore.
3. Carità con quelli di fuori
Dopo averci spiegato in che consiste la vera carità cristiana, l’Apostolo, nel seguito della sua parenesi, mostra come questo ”amore sincero” deve tradursi in atto nelle situazioni di vita della comunità. Due sono le situazioni sulle quali l’Apostolo si sofferma: la prima riguarda i rapporti ad extra della comunità, cioè con quelli di fuori; la seconda, i rapporti ad intra, tra i membri della stessa comunità. Ascoltiamo alcune sue raccomandazioni che si riferiscono al primo rapporto, quello con il mondo esterno:
“Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite […]. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti. Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all’ira divina […]. Al contrario, se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere […]. Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene” (Rom 12, 14 – 21).
Mai, come in questo punto, la morale del Vangelo appare originale e diversa da ogni altro modello etico, e mai la parenesi apostolica appare più fedele e in continuità con quella del Vangelo. Quello che rende tutto ciò particolarmente attuale per noi è la situazione e il contesto in cui questa esortazione viene rivolta ai credenti. La comunità cristiana di Roma è un corpo estraneo in un organismo che – nella misura in cui si accorge della sua presenza – lo rigetta. È una minuscola isola nel mare ostile della società pagana. Sappiamo quanto, simili circostanze, sia forte la tentazione di chiudersi in se stessi, sviluppando il sentimento elitario e arcigno di una minoranza di salvati in un mondo di perduti. Con questo sentimento viveva, in quello stesso momento storico, la comunità essena di Qumran.
La situazione della comunità di Roma descritta da Paolo rappresenta, in miniatura, la situazione attuale di tutta la Chiesa. Non parlo delle persecuzioni e del martirio a cui sono esposti i nostri fratelli di fede in tante parti del mondo; parlo dell’ostilità, del rifiuto e spesso del profondo disprezzo con cui non solo i cristiani, ma tutti i credenti in Dio sono guardati in vasti strati della società, specie in quelli più influenti e che determinano il sentire comune. Essi sono considerati appunto dei corpi estranei in una società evoluta ed emancipata.
L’esortazione di Paolo non ci permette di perderci un solo istante in astiose recriminazioni e in sterili polemiche. Non si esclude naturalmente di dare ragione della speranza che è in noi “con dolcezza e rispetto”, come raccomandava san Pietro (1 Pt 3, 15-16). Si tratta di capire qual è l’atteggiamento del cuore da coltivare nei confronti di una umanità che, nel suo insieme, rifiuta Cristo e vive nelle tenebre anziché nella luce (cf. Gv 3,19). Tale atteggiamento è quello di una profonda compassione e tristezza spirituale che porta ad amarli e soffrire per loro; a farsene carico davanti a Dio, come Gesú si è fatto carico di tutti noi davanti al Padre.
È questo uno dei tratti più belli della santità di alcuni monaci ortodossi. Penso a san Silvano del Monte Athos. Egli diceva:
“Vi sono uomini i quali augurano ai loro nemici e ai nemici della Chiesa la rovina e i tormenti del fuoco della dannazione. Essi pensano in tal modo perché non sono stati istruiti dallo Spirito Santo nell’amore di Dio. Colui invece che veramente lo ha imparato versa lacrime per il mondo intero. Tu dici: ‘È malvagio e possa quindi bruciare nel fuoco dell’inferno’. Ma io ti domando: ‘Se Dio ti desse un bel posto in Paradiso e tu vedessi gettato nelle fiamme colui al quale tu lo auguravi, forse che neanche allora ti addoloreresti per lui, chiunque egli fosse, anche se nemico della Chiesa” .
Al tempo di questo santo monaco, i nemici erano soprattutto i bolscevichi che perseguitavano la Chiesa della sua amata patria russa. Oggi il fronte si è allargato e non esiste “cortina di ferro” al riguardo. Nella misura in cui un cristiano scopre la bellezza infinita, l’amore e l’umiltà di Cristo, non può fare a meno di sentire una profonda compassione e sofferenza per chi volontariamente si priva del bene più grande della vita. L’amore diventa in lui più forte di ogni risentimento. In una situazione simile, Paolo arriva a dirsi disposto a essere lui stesso “anatema, separato da Cristo”, se ciò poteva servire a farlo accettare da quelli del suo popolo rimasti fuori (cf. Rom 9, 3).
4. La carità ad intra
Il secondo grande campo di esercizio della carità riguarda, si diceva, i rapporti all’interno della comunità: in pratica, come gestire i conflitti di opinioni che emergono tra le diverse sue componenti. A questo tema l’Apostolo dedica l’intero capitolo 14 della Lettera.
Il conflitto allora in atto nella comunità romana era tra quelli che l’Apostolo chiama “ i deboli” e quelli che chiama “i forti”, tra i quali pone se stesso (“Noi che siamo i forti…”) (Rom 15,1). I primi erano coloro che si sentivano moralmente tenuti a osservare alcune prescrizioni ereditate dalla Legge o da precedenti credenze pagane, come il non mangiare carne (in quanto c’era il sospetto che fosse stata immolata agli idoli) e il distinguere un giorno dall’altro. I secondi, i forti, erano quelli che, in nome della libertà del Vangelo, avevano superato questi tabù e non distinguevano cibo da cibo o giorno da giorno. La conclusione del discorso (cf. Rom 15, 7-12) fa capire che sullo sfondo c’è il solito problema del rapporto tra credenti provenienti dal giudaismo e credenti provenienti dai gentili.
Le esigenze della carità che l’Apostolo inculca in questo caso ci interessano in sommo grado perché sono le stesse che si impongono in ogni tipo di conflitto intraecclesiale, compresi quelli che viviamo oggi, sia a livello di Chiesa universale che della comunità particolare in cui ognuno vive.
I criteri che l’Apostolo suggerisce sono tre. Il primo è seguire la propria coscienza. Se uno è convinto in coscienza di fare peccato facendo una certa cosa, non deve farla. “Tutto ciò, infatti, che non viene dalla coscienza – scrive l’Apostolo – è peccato” (Rom 14, 23). Il secondo criterio è rispettare la coscienza altrui e astenersi dal giudicare il fratello:
“Ma tu, perché giudichi il tuo fratello? E tu, perché disprezzi il tuo fratello? […] D’ora in poi non giudichiamoci più gli uni gli altri; piuttosto fate in modo di non essere causa di inciampo o di scandalo per il fratello” (Rom 14, 10.13).
Il terzo criterio riguarda soprattutto “i forti” ed è di evitare di dare scandalo:
”Io so, e ne sono persuaso nel Signore Gesú – prosegue l’Apostolo – che nulla è impuro in se stesso; ma se uno ritiene qualcosa come impuro, per lui è impuro. Ora se per un cibo il tuo fratello resta turbato, tu non ti comporti più secondo carità. Non mandare in rovina con il tuo cibo colui per il quale Cristo è morto! […] Cerchiamo dunque ciò che porta alla pace e alla edificazione vicendevole.” (Rom 14, 14-19)
Tutti questi criteri sono però particolari e relativi, rispetto a un altro che è invece universale e assoluto, quello della signoria di Cristo. Sentiamo come lo formula l’Apostolo:
”Chi si preoccupa dei giorni, lo fa per il Signore; chi mangia di tutto, mangia per il Signore, dal momento che rende grazie a Dio; chi non mangia di tutto, non mangia per il Signore e rende grazie a Dio. Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, 8perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore. 9Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi” (Rom 14, 6-9).
Ognuno è invitato a esaminare se stesso per vedere cosa c’è al fondo della propria scelta: se c’è la signoria di Cristo, la sua gloria, il suo interesse, o non invece, più o meno larvatamente, la propria affermazione, il proprio “io” e il proprio potere; se la sua scelta è di natura veramente spirituale ed evangelica, o se non dipende invece dalla propria inclinazione psicologica, o, peggio, dalla propria opzione politica. Questo vale nell’uno e nell’altro senso, cioè sia per i cosiddetti forti che per i cosiddetti deboli; sia, diremmo noi oggi, per chi sta dalla parte della libertà e novità dello Spirito, sia per chi sta dalla parte della continuità e della tradizione.
C’è una cosa di cui si deve tener conto per non vedere, nell’atteggiamento di Paolo su questo argomento, una certa incoerenza rispetto al suo insegnamento precedente. Nella Lettera ai Galati egli sembra assai meno disponibile al compromesso e a tratti si mostra addirittura adirato. (Se avesse dovuto subire il processo di canonizzazione oggi, difficilmente Paolo sarebbe diventato santo perché sarebbe stato piuttosto difficile dimostrare la “eroicità” della sua pazienza! Egli a volte “sbotta”, però poteva dire: “Non sono più io che vivo, Cristo vive in me” (Gal 2, 20), e questa, si è visto, è l’essenza della santità cristiana).
Nella Lettera ai Galati, Paolo rimprovera a Pietro quello che qui sembra raccomandare a tutti, e cioè di astenersi dal mostrare la propria convinzione per non dare scandalo ai semplici. Pietro infatti, ad Antiochia, era persuaso che mangiare con i gentili non contaminasse un giudeo (era già stato in casa di Cornelio!), ma si astiene dal farlo per non dare scandalo ai giudei presenti (cf. Gal 2, 11-14). Paolo stesso, in altre circostanze, agirà allo stesso modo (cf. At 16, 3; 1 Cor 8,13).
La spiegazione non sta naturalmente solo nel temperamento di Paolo. Anzitutto, la posta in gioco ad Antiochia era molto più chiaramente legata all’essenziale della fede e alla libertà del Vangelo di quanto pare che si trattasse a Roma. In secondo luogo –ed è il motivo principale – ai Galati Paolo parla come fondatore della Chiesa, con l’autorità e la responsabilità del pastore; ai Romani parla a titolo di maestro e fratello nella fede: per contribuire, dice, alla comune edificazione (cf. Rom 1, 11-12). C’è differenza tra il ruolo del pastore a cui è dovuta l’obbedienza e quello del maestro a cui sono dovuti soltanto il rispetto e l’ascolto.
Questo ci fa capire che ai criteri di discernimento menzionati se ne deve aggiungere un altro, e cioè il criterio dell’autorità e dell’obbedienza. Di essa l’Apostolo ci parlerà nel seguito della sua parenesi con le ben note parole: “Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite. Infatti non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio“ (Rom 13, 1).
Nel frattempo ascoltiamo come rivolta noi, negli inevitabili conflitti che sorgono in seno alla comunità locale o universale, l’esortazione conclusiva che l’Apostolo rivolgeva alla comunità romana di allora: “Accoglietevi dunque gli uni gli altri, come anche Cristo accolse voi per la gloria di Dio” (Rom 15,7).
1.Cf. Le cause dei santi. Sussidio per lo Studium, a cura della Congregazione delle Cause dei Santi, Libreria Editrice Vaticana, 3a ed. 2014, pp. 13-81.
2.Archimandrita Sofronio, Silvano del Monte Athos. La vita, la dottrina, gli scritti, Torino 1978, pp. 255 s.

ELEZIONI 4 MARZO 2018: DIFENDERE LA VITA E LA FAMIGLIA.





Ben ritrovati amici della famiglia,
il mese di febbraio che abbiamo appena trascorso ha visto la nostra attenzione inevitabilmente rivolta alle elezioni politiche nazionali del prossimo 4 marzo. Infatti, sebbene restiamo convinti che la salvezza per i nostri figli, le nostre famiglie e il nostro Paese non verrà da nessun partito, ma da un servizio leale e assiduo ai principi di Verità e Bene, siamo altresì convinti che era necessario fare una scrematura dei programmi e dei candidati dei partiti poiché non può essere degno del nostro voto chi propone la regolamentazione dell’utero in affitto, le adozioni per le coppie dello stesso sesso, l’eterologa per tutti, l’approvazione della legge liberticida sull’omofobia, che colpisce le opinioni, e la legalizzazione delle droghe.
In concreto, abbiamo preso atto che i partiti della coalizione di centro-destra (Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia e parte della cosiddetta “quarta gamba”) ci hanno condiviso e sostenuto durante le battaglie della scorsa legislatura. Fermo restando che anche in quest’area non sono mancate e non mancano ombre e discordanze, non può che essere questa la coalizione di riferimento per coloro che si riconoscono nel Family day.
Per tutti questi motivi esortiamo di nuovo tutti i nostri simpatizzanti e sostenitori a recarsi alle urne domenica 4 marzo per sostenere il suddetto schieramento e in special modo quei parlamentari che si sono distinti per il loro impegno a favore della famiglia, della vita e della libertà educativa e i candidati che sono stati vicini al Comitato Difendiamo i Nostri Figli. Una raccomandazione particolare è rivolta agli elettori di Lazio e Lombardia che saranno chiamati anche a scegliere il governatore e il nuovo consiglio regionale, istituzioni non meno importanti per la gestione della sanità pubblica e delle politiche inerenti la protezione delle vita. (SPECIALE ELEZIONI)
L’importante tornata elettorale non ci ha tuttavia distratto dallo spirito di servizio del Family day, che ha una vocazione culturale e sociale, prepolitica, che ne costituisce l’anima profonda.
Febbraio ci ha visto impegnati per scongiurare la conferma della nomina di Lugi Manconi all’Unar, personaggio ideologizzato, uno dei più grandi sostenitori delle adozioni per le coppie dello stesso sesso e della liberalizzazione delle droghe. La trattativa è tutt’ora in corso e non è per nulla scontato che Manconi sarà il nuovo direttore dell’Ufficio anti discriminazioni raziali del Governo. Continueremo la battaglia per chiedere la nomina di una figura super partes, che non appartenga a nessun partito, nessun sindacato e nessuna associazione, a garanzia di una vera imparzialità.
Intanto anche il fronte della scuola continua ad essere monitorato e presidiato attivamente da tutte le associazioni aderenti al Family day. Proprio in questi giorni è stato approvato il nuovo Pec (Patto educativo di corresponsabilità) da parte del Forum delle associazioni di genitori. Molte delle nostre istanze riguardanti l’informazione preventiva dei genitori sui progetti educativi sono state accolte. Restiamo impegnati affinché sia messo nero su bianco l’obbligo dell’informativa preventiva sulle attività proposte prima della loro realizzazione. Nel caso in cui il Ministero non tenesse fede ai suoi impegni siamo pronti a nuove mobilitazioni.
Infine registriamo che le sezioni unite della Cassazione, per la prima volta, saranno chiamate a decidere su un caso di bambini ottenuti con utero in affitto all’estero e portati in Italia da una coppia dello stesso sesso. Una decisione di grande portata, visto che l’ex primo presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio, aveva  sempre respinto la richiesta del Family day – avanzata anche con una manifestazione sotto il palazzo della Corte Suprema di Cassazione – di demandare alle sezioni riunite il giudizio su temi così delicati come le adozioni gay, la stepchild adoption e lo sfruttamento della maternità surrogata.

giovedì 1 marzo 2018

Civitas confusionis.



La partecipazione dei fedeli alle discussioni dottrinali nel cristianesimo della tarda antichità

(Giovanni Cerro) Uomini nati ieri e il giorno innanzi, persone dedite a vili attività, teologi improvvisati che dogmatizzano, forse schiavi che hanno conosciuto la frusta e che sono fuggiti dal lavoro servile, tutti loro si vantano di filosofare su cose incomprensibili. Voi certo non ignorate di chi parlo. Dappertutto, la città brulica di gente di tal fatta: ne sono piene le strade, le piazze, i viali, i quartieri, le botteghe dei sarti, dei cambiamonete e dei venditori di spezie. Provate a farvi cambiare del denaro e vi intratterranno sul generato e sull’ingenerato. Chiedete il prezzo del pane e vi risponderanno che il Padre è il più grande e che il Figlio è inferiore. Informatevi se il bagno è pronto e vi mostreranno che il Figlio è stato creato dal nulla».
Queste parole, tratte da un’omelia pronunciata nel 383 a Costantinopoli da Gregorio di Nissa, hanno posto fin dai tempi di Edward Gibbon e della sua Storia e decadenza dell’impero romano un problema storiografico di vasta portata: le dispute teologiche interne al cristianesimo tardoantico furono soltanto una discussione tra dotti o invece ebbero un riflesso nella vita quotidiana delle comunità? È a questa domanda che cerca di rispondere Michel-Yves Perrin, directeur d’études all’École Pratique des Hautes Études di Parigi e specialista di storia cristiana antica, nel suo bel libro Civitas confusionis. De la participation des fidèles aux controverses doctrinales dans l’Antiquité tardive (Paris, Nuvis, 2017, pagine 405, euro 27). L’analisi si concentra sul periodo che va dall’inizio del terzo secolo al primo trentennio del quinto, attraverso la lettura approfondita di un numero davvero imponente di documenti e il richiamo costante, dal punto di vista metodologico, alla tradizione storiografica italiana (Cantimori, Mazzarino e Simonetti) e francese (Febvre, Le Roy Ladurie e Veyne).
Uno dei presupposti dell’indagine di Perrin è che le controversie dottrinali non possono essere comprese fino in fondo se si prescinde dalla dimensione eminentemente orale che esse ebbero. Dimensione la cui entità talvolta sfugge anche agli stessi studiosi, i quali prestano scarsa attenzione all’esame di alcune fonti, considerate marginali, o sottovalutano gli stretti rapporti esistenti nel mondo tardoantico tra oralità e scrittura. Ecco perciò che l’interesse dell’autore si concentra soprattutto sulle differenti strategie discorsive (le «arti della persuasione» come le definisce), a partire dalla produzione omiletica, di cui una parte significativa era dedicata alle questioni dottrinali. Dal punto di vista meramente quantitativo, si può calcolare che ciò valga per almeno un quarto dei sermoni di Agostino giunti fino a noi, che non presentano argomentazioni differenti da quelle utilizzate nella trattatistica contro donatisti e pelagiani. 
È curioso inoltre notare che Pelagio sia nominato esplicitamente per la prima volta proprio nel corso di una predica tenuta a Ippona tra la fine di maggio e l’inizio di giugno del 416. Fino ad allora, negli scritti De peccatorum meritis et remissione e nel De natura et gratia, Agostino aveva soltanto evocato le dottrine del suo avversario senza mai citarlo. Il contesto in cui i sermoni, non solo quelli agostiniani, erano pronunciati ci è oggi pressoché sconosciuto, ma le indicazioni presenti nei testi o nei titoli permettono comunque allo storico di ipotizzare che molti di essi fossero associati a celebrazioni in onore di santi e martiri (durante le quali venivano anche letti testi agiografici, che non di rado facevano riferimento a polemiche teologiche) o cerimonie funebri. Si trattava di riunioni che avvenivano in chiese o spazi sacri di varia natura e a cui potevano prendere parte fasce della popolazione tradizionalmente escluse dall’accesso alla cultura. 
Accanto alla predicazione, devono poi essere considerate le dispute pubbliche, che si svolgevano in concomitanza di assemblee e sinodi. Nel III secolo le fonti parlano di fedeli che assistono alle deliberazioni conciliari e che possono così ricoprire il ruolo di testimoni nella disapprovazione espressa verso posizioni giudicate eterodosse. Un documento prezioso in tal senso è rappresentato dal resoconto tachigrafico di una disputa che ebbe luogo tra il 244 e il 249 e che vide opposti Origene e il vescovo Eraclide a proposito della relazione tra il Padre e il Figlio: nel papiro su cui è tramandato il testo, scoperto nel 1941 a Tura in Egitto, si ricorda che il dibattito avvenne alla presenza non solo dei vescovi, ma di «tutta la Chiesa che ascolta». L’espressione fa pensare quindi a un coinvolgimento largo dei fedeli. 
Non bisogna dimenticare che i numerosi testi redatti nel periodo preso in esame da Perrin erano spesso oggetto di letture private, a cui potevano assistere servitori e schiavi. Non si tratta di una mera supposizione se anche Agostino in una delle sue celebri epistole si premura di mettere in guardia la nobildonna Giuliana, vedova di un senatore, affinché il trattato pelagiano rivolto alla figlia Demetriade non insinui sentimenti «pericolosi» non solo nell’animo loro, ma anche in quello dei loro domestici e delle loro domestiche. Alla lettura pubblica o comunque a una circolazione più ampia erano destinate le lettere episcopali, secondo un’usanza già attestata negli scritti paolini. In una lettera indirizzata al tribuno e notaio Marcellino, Agostino si raccomanda che gli atti della conferenza di Cartagine del 411, durante la quale furono confutate le tesi donatiste, siano affissi nella locale chiesa di Theoprepia o in un luogo più frequentato della città così che tutti ne vengano a conoscenza. Allo stesso modo, in una lettera festale del 338 il vescovo di Alessandria Atanasio fa riferimento alla crisi ariana e alle difficoltà che ne derivano. Comunicazioni di questo tipo, il cui scopo principale era annunciare la data stabilita di anno in anno per la Pasqua, erano rivolte a tutte chiese d’Egitto. La loro diffusione era perciò piuttosto capillare.
Probabilmente non sapremo mai se le parole di Gregorio di Nissa citate all’inizio rispondessero a un modello retorico o descrivessero in modo puntuale la realtà contemporanea, ma le fonti di cui disponiamo lasciano pensare che tra III secolo le controversie dottrinali non fossero una prerogativa esclusiva del clero. Vi parteciparono anche quelli che oggi chiameremmo con un termine improprio i “laici”, a cui talvolta era riconosciuta una competenza equivalente o addirittura superiore rispetto ai religiosi. Dalla lettura del libro di Perrin — che meriterebbe di essere al più presto tradotto in italiano — emerge come sia molto complesso affermare quali strati sociali fossero realmente coinvolti nelle dispute. Altrettanto problematico è stabilire i meccanismi e le forme in cui si espresse tale partecipazione. 
Quel che è certo è che il confronto tra opinioni diverse e la capacità di gestire il dissenso è un dato strutturale del mondo cristiano della tarda antichità e uno degli elementi che contribuirono a definirne l’identità nel corso del tempo.

L'Osservatore Romano

Come Mosè


di Costanza Miriano
Qualche giorno fa ho ascoltato una catechesi a cui continuo a pensare. Anzi, adesso che me ne rendo conto, è una settimana che l’ho ascoltata, ed evidentemente ancora la devo capire bene. Padre Emidio parlava di Mosè, che dalla corte del faraone a un certo punto, dopo che ha ucciso,  la storia la sapete tutti, scappa nella terra di Madian e si mette a fare il pecoraro. E’ in quel momento della vita, quello  in cui ti accorgi di fare un lavoro del cavolo e ti sembra che la tua vita sia immersa in un grigiore e una pesantezza che non avresti mai scelto.
E’ allora che Dio gli si manifesta nel roveto ardente, e gli chiede di portare il suo popolo alla Terra Promessa. L’incontro personale col Dio del roveto  avviene sempre nel momento del dolore, quando cominci ad accorgerti del dolore tuo e del mondo, un dolore che non finisce mai.
Mosè viene incaricato di portare il popolo di Dio, e questo è quello che è chiesto a molti di noi, credo anche a noi che bazzichiamo dalle parti di questo blog. Lui  apparteneva a una super elite, come, che so, uno che oggi sia di casa alla Casa Bianca, frequenti Oxford e Harvard e conosca molto di più degli altri  (gli Egiziani erano gli Americani di oggi, più o meno).
Mosè nel deserto forma un popolo, cerca di trasferire tutta la sua sapienza a quel popolo di schiavi che non avevano studiato, ma a un certo punto si spazientisce con loro, ed è per questo che Dio gli dice che non entrerà nella Terra promessa.
Anche a noi è chiesto di fare come Mosè, cioè di portare gli altri alla fede. Da salvati, diventare salvatori. Ma non dobbiamo spazientirci. Anche noi, anche se non abbiamo fatto Harvard più o meno siamo tutte persone piuttosto formate nella fede, nella vita abbiamo ricevuto abbastanza formazione, cultura, educazione (io ogni tanto  dubito parecchio di me stessa, in merito, ma se poi mi guardo intorno penso che dai, mi posso accontentare, c’è parecchio di peggio in giro).
Il privilegio però non deve diventare un’occasione per giudicare, anche quando davvero ci cadono le braccia. Il punto è diventare padri e madri dei fratelli  nella fede.  Siamo in un momento speciale della storia della Chiesa. Sono circa quaranta minuti che penso a quale aggettivo scegliere. Se dico particolare,  o, peggio mi sento, critico, vengo subito etichettata come nemica del Papa (mi succede, ogni tanto, ma pazienza).
Se dico che siamo in un momento di svolta  passo in men che non si dica dall’altra parte, quella degli entusiasti laudatori delle magnifiche sorti, nella quale non mi sento a mio agio,  esattamente come nell’altra. (Il fatto è che io sono cattolica, e non mi chiedo se mi piace o no il Papa, non è proprio una categoria contemplata, non me lo chiedo,  esattamente come non mi chiedo ogni dodici secondi se respirare o no).
L’unica cosa che dobbiamo chiederci è come vivere da figli di Dio e figli della Chiesa questo momento speciale, in cui sta innegabilmente cambiando  – almeno per adesso – il modo di parlare col mondo. Per decenni ci siamo preparati a combattere contro il mondo – non contro le persone ma contro la mentalità  del mondo, di cui sappiamo chi è il principe. Adesso vediamo che la Chiesa sembra ansiosa di parlare la lingua del mondo, e di parlarla così bene  che a noi viene a volte il dubbio che in tutto questo parlare e dialogare ci si dimentichi di portare le persone a Cristo.
Credo che non sia una cosa di cui dobbiamo preoccuparci noi. Noi possiamo solo preoccuparci di trovare il roveto ardente, toglierci i sandali, metterci
alla sua presenza, e imparare a portare gli altri. I lontani, i tradizionalisti, i modernisti… Tutte categorie che si sciolgono come neve al sole
se davvero arriviamo al calore del roveto, perché quando cerchi Lui capisci che il nemico, l’unico nemico vero, è il faraone che tiene prigionieri
noi e i nostri fratelli.
Senza di loro il nostro viaggio non arriverà davvero a destinazione.

Lettera di Papa Francesco: Con lo stile della donna





Cara Maria Teresa, 
Grazie per il tuo libro Diez cosas que el papa Francisco propone a las mujeres, dove rifletti su alcuni miei suggerimenti. Sento che le tue parole sono frutto della tua esperienza e della tua riflessione su diversi temi che riguardano e derivano dalla vocazione e dalla missione della donna.
Mi preoccupa il persistere di una certa mentalità maschilista, perfino nelle società più avanzate, dove si consumano atti di violenza contro la donna, trasformandola in oggetto di maltrattamento, di tratta e di lucro, come pure di sfruttamento nella pubblicità e nell’industria del consumo e del divertimento. 
Mi preoccupa anche che, nella stessa Chiesa, il ruolo di servizio a cui ogni cristiano è chiamato, scivoli a volte, nel caso delle donne, verso ruoli più di servitù che di vero servizio. 
Seguendo il pensiero dei miei predecessori, credo sia necessaria una rinnovata ricerca antropologica che includa i nuovi progressi della scienza e delle attuali sensibilità culturali per andare sempre più a fondo non solo nell’identità femminile, ma anche in quella maschile, per servire così meglio l’essere umano nel suo insieme. Avanzare in questa direzione è prepararci a un’umanità nuova e sempre rinnovata. Spero che il tuo libro sia un ulteriore apporto in tal senso. 
Mi sembra giusto che nella tua riflessione non ti sia dimenticata di Maria, Benedetta tra le donne. Credo che dall’essere donna di Maria emerga qualcosa di speciale che io ho chiamato «stile mariano», nella mia esortazione apostolica Evangelii gaudium (n. 288). Uno stile che invita tutta la Chiesa a essere Madre che ama tutti con tenerezza e affetto. Uomini e donne nella Chiesa non devono perdere di vista questa prospettiva oggi tanto cruciale. 
Che queste «dieci cose» possano giovare a chi le legge e che il Signore le moltiplichi, camminando sempre verso una sensibilità e un riconoscimento più grandi della missione e della vocazione della donna. 
Che il Signore ti benedica e la Vergine santa ti custodisca. Che il Signore ti sostenga nel tuo compito di ricerca e di docenza, aiutando le altre persone a scoprire il volto di Gesù, che ha amato uomini e donne senza distinzioni, soprattutto quelli più poveri e più deboli. 
Non ti dimenticare di pregare per me.
Fraternamente, 
Francesco
Città del Vaticano 12 febbraio 2018
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Abbattere un muro - Maria Teresa Compte Grau
Il 28 luglio 2013, durante il volo di ritorno a Roma da Rio de Janeiro, il giornalista di «Le Figaro», Jean-Marie Guénois, ha posto al Papa una domanda sul diaconato femminile e sulla presenza della donna nei dicasteri pontifici. Il Papa gli ha risposto: «Credo che noi non abbiamo fatto ancora una profonda teologia della donna, nella Chiesa. Soltanto può fare questo, può fare quello, adesso fa la chierichetta, adesso legge la Lettura, è la presidentessa della Caritas... Ma, c’è di più! Bisogna fare una profonda teologia della donna». Venti giorni dopo, durante un’intervista a Santa Marta, il gesuita Antonio Spadaro gli ha posto nuovamente la domanda. E Francesco ha ribadito: «Bisogna dunque approfondire meglio la figura della donna nella Chiesa. Bisogna lavorare di più per fare una profonda teologia della donna. Solo compiendo questo passaggio si potrà riflettere meglio sulla funzione della donna all’interno della Chiesa».
Dopo aver ripetutamente letto queste e altre dichiarazioni simili, ho avuto la tentazione di rinunciare al compito che il direttore di Publicaciones Claretianas mi aveva affidato. Visto che il processo di elaborazione di una teologia della donna non sembrava ancora avviato, per lo meno in modo esplicito, aveva senso investire tempo in quel progetto? Se avremmo finito col ripetere sempre le stesse cose, valeva la pena impegnarvisi?
Ma la ferma convinzione che la questione della donna all’interno della Chiesa andasse affrontata si è imposta sulla tentazione. Sono certa che questo tema non possa ridursi ad aspetti ministeriali di ambito intra-ecclesiale, per quanto importante sia la riflessione sul diaconato, e neppure limitarsi alla maggiore o minore presenza di donne insigni nell’operato teologico, né misurarsi in funzione del numero di donne che occupano i vari incarichi. La questione va ben al di là dell’eterna domanda sul genio femminile, come se si trattasse di un mistero insondabile. Credo, piuttosto, che occorra affrontare il tema a partire dall’umanità della donna e dalle sue manifestazioni, come pure dalla funzione che le condizioni materiali e spirituali dell’esistenza svolgono nel promuovere o nell’ostacolare il pieno sviluppo umano delle donne. Sono convinta che questa prospettiva, intuita da Edith Stein nelle sue Conferenze sulla donna (1928-1933), possa contribuire a chiarire il significato ultimo delle sempre controverse richieste di liberazione della donna. 
La Chiesa non ha solo il diritto, ma anche il dovere di dire una parola e di offrire proposte di azione su queste e altre questioni legate alle donne. Dobbiamo farlo a partire dal Vangelo, dall’esperienza comunitaria della fede e dalla teologia. E dobbiamo farlo in dialogo con il mondo, con le teorie che si elaborano da decenni in base all’esperienza e con i movimenti delle donne. E tutto ciò significa dialogare con i femminismi.
Capisco che, di fronte alla dinamica profondamente innovatrice di questa filosofia pratica e alla forza radicalmente trasformatrice di questo movimento storico, alcuni siano intimoriti. Ad ogni modo bisogna abbattere questo muro. Di fatto lo si sta già facendo. Il supplemento donne chiesa mondo, che «L’Osservatore Romano» pubblica da maggio del 2012, è nato con la volontà di favorire il dialogo dall’interno della Chiesa. L’Italia e gli Stati Uniti ci dimostrano che questa proposta di dialogo a partire dalla società civile e su temi come, per esempio, quello della maternità surrogata, sta dando ottimi frutti.
Il dialogo franco e sincero non deve essere ulteriormente rinviato. Questo è il momento propizio. Le esortazioni Evangelii gaudium (24 novembre 2013) e Amoris laetitia (19 marzo 2016), l’enciclica Laudato si’ (24 maggio 2015), le riforme della Pontificia accademia per la vita (18 dicembre 2016) e dell’Istituto Giovanni Paolo II (19 settembre 2017), come pure la creazione del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale (17 agosto 2016), hanno molto da offrire alle giuste aspirazioni di uguaglianza, libertà e diritti delle donne.
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Dieci cose
Diez cosas que el papa Francisco propone a las mujeres (“Dieci cose che Papa Francesco propone alle donne”) è il titolo del libro di María Teresa Compte Grau (Madrid, Publicaciones Claretianas, 2018, pagine 85), che sarà presentato il 7 marzo nella capitale spagnola, presso la Fundación Pablo VI, da Mirian de las Mercedes Cortés Diéguez, rettore della Pontificia università di Salamanca, Natalia Peiro Pérez, segretaria generale della Caritas spagnola, Clara Pardo Gil, presidente di Manos Unidas, e Mariña Riós, presidente della Conferenza spagnola dei religiosi (Confer). Pubblichiamo in questa pagina il ringraziamento inviato dal Papa all’autrice, che apre il volume, e l’introduzione.

Eresie e tendenze culturali di oggi




Sulle «antiche eresie» evocate dalla letteraPlacuit Deo della Congregazione per la dottrina della fede in rapporto ad alcune tendenze culturali contemporanee che rendono difficile la comprensione della salvezza cristiana pubblichiamo due testi storici. Si tratta di un capitolo del libro di Manlio Simonetti Classici e cristiani. Alle radici del mondo occidentale (cura e prefazione di Giovanni Maria Vian, Milano, Medusa, 2007) e, in una nostra traduzione, della voce dedicata a Pelagio e al pelagianesimo tratta da The Oxford Dictionary of Christian Church (Edited by Frank L. Cross. Third Edition edited by Elizabeth A. Livingstone, Oxford University Press 1997).

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Le antiche dottrine gnostiche

Furono combattute soprattutto da Ireneo, Tertulliano, Clemente e Origene

di Manlio Simonetti
La pubblicazione del Vangelo di Giuda e il gran parlare sul Codice da Vinci hanno fatto conoscere, molto al di là del ristretto ambito degli studiosi, un fenomeno religioso caratteristico e caratterizzante del mondo antico, lo gnosticismo. Il termine deriva dalla parola greca gnòsis, conoscenza, e in effetti, per citare una pagina gnostica divenuta popolarissima, la gnosi fa conoscere ai suoi iniziati «chi siamo, che cosa siamo diventati; dove siamo, dove siamo stati precipitati; dove tendiamo, donde siamo purificati, che cosa è la generazione, che cosa è la rigenerazione» (Clemente di Alessandria, Estratti da Teodoto, 78): conoscenza, peraltro, conseguita non con sforzo di ragione ma per rivelazione divina riservata a pochi eletti.
Siamo, più o meno, agl’inizi del ii secolo dopo Cristo, in un’area di confine tra mondo ebraico e mondo pagano, in un ambiente che coinvolge in modo diretto la nascente religione cristiana. In quest’area, dove s’intrecciano e confondono influssi culturali diversi, non è facile individuare la precisa culla d’origine dello gnosticismo, che comunque si diffonde quasi esclusivamente nel mondo cristiano. Il sentimento che spinge lo gnostico a cercare una risposta diversa da quella proposta da cristiani, ebrei e pagani è un senso di alienazione: egli si sente infatti come imprigionato nel mondo materiale in cui si trova a vivere — mondo dominato dalla forza ineluttabile del destino e avvertito come estraneo — e attende la liberazione. Questa sottrarrà al carcere mondano il germe divino posseduto dentro di sé e lo riunirà al mondo divino da cui esso proviene.
Questo confuso coacervo di sentimenti prende forma e si razionalizza in una dottrina che, pur articolata in sistemi diversi (valentiniani, basilidiani, sethiani, eccetera), presenta una griglia unitaria e caratterizzata da una coerente struttura logica rivestita dei colori del mito. La valutazione negativa del mondo attuale e di quanto è corporeo contrappone la materia al mondo divino spirituale (Pleroma), da dove vari esseri divini (eoni) vengono emanati, a partire dal Dio sommo e inconoscibile, in una serie digradante in cui si annida progressivamente alcunché di imperfetto. Di qui l’evento fondante di questo mondo: un errore, un peccato a opera di un personaggio divino, che provoca un’emissione imperfetta di semi divini al di fuori del Pleroma.
La creazione del mondo materiale e di quanto vi è contenuto — a opera di un dio inferiore, il Demiurgo — è finalizzata alla conservazione, educazione e recupero di questi semi divini, che sono incorporati, per imperscrutabile disegno divino, solo in alcuni uomini, per ciò stesso privilegiati rispetto a tutti gli altri. Il momento decisivo in questo processo di recupero si ha con la discesa nel mondo di un Salvatore celeste, il Cristo superiore, che prende corpo nell’uomo Gesù, la cui predicazione raggiungerà gli uomini spirituali depositari del seme divino — gli gnostici, appunto — e rivelerà loro chi effettivamente essi siano. Il momento in cui lo gnostico acquista coscienza del suo vero essere, prima oppresso e obnubilato dal suo involucro corporeo, costituisce la rinascita, la risurrezione dai morti. E quando i semi spirituali immersi nel mondo avranno acquisito coscienza del loro vero essere, tutti insieme rientreranno nel Pleroma, mentre quanto è materiale sarà distrutto.
Questa dottrina, al di là del rivestimento mitologico in definitiva accessorio, contrastava quella della Chiesa cattolica in due punti fondamentali: divideva l’unico Dio della rivelazione cristiana — distinguendo il Dio sommo (rivelato da Cristo) dal Demiurgo, il creatore conosciuto dalla tradizione giudaica — e suddivideva gli uomini in nature diverse, in quanto il seme divino era stato riservato a pochi eletti, sì che Cristo non avrebbe redento tutti gli uomini ma solo gli gnostici. Perciò lo gnosticismo fu combattuto, nel ii e III secolo, dai dottori della Chiesa cattolica (Ireneo, Tertulliano, Clemente, Origene) e alla fine del III secolo era quasi ovunque emarginato. Ma l’acuta percezione del male e la sua localizzazione nel mondo materiale, tipiche dello gnosticismo, hanno poi alimentato altri movimenti religiosi: dal manicheismo, diffuso a partire dal tardo III secolo in vaste regioni d’Oriente, fino al catarismo medievale in Italia e Francia. E le forti contraddizioni sociali del nostro tempo hanno favorito la nascita di movimenti religiosi neognostici soprattutto negli Stati Uniti.
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Pelagio, chi era costui?

Dal punto di vista teologico il pelagianesimo è l’eresia secondo la quale l’uomo può compiere i primi e fondamentali passi verso la salvezza con le proprie forze, a prescindere dalla grazia divina. Storicamente fu un movimento ascetico formato da elementi disparati uniti sotto il nome del teologo ed esegeta britanno Pelagio, che insegnò a Roma tra la fine del iv secolo e l’inizio del v.
In sostanza il pelagianesimo fu un movimento di laici, aristocratico per tono e per appartenenza, che sorse a Roma attorno al 380 nei circoli che ammiravano san Girolamo. Godette di grande popolarità in Sicilia, dove molti suoi seguaci romani possedevano proprietà e dove si affermò un teologo locale, l’anonimo scrittore alle volte chiamato il «britanno siciliano». Il grande contributo di Pelagio al movimento fu di offrire una teologia che scagionava l’ascetismo cristiano dall’accusa di manicheismo, evidenziando la libertà dell’uomo di scegliere il bene in virtù della natura donatagli da Dio.
Non sembra che Pelagio fosse molto interessato alla dottrina del peccato originale; il rifiuto della trasmissione del peccato originale, a quanto pare, fu introdotto nel pelagianesimo da Rufino il Siro che influenzò Celestio, seguace di Pelagio.
Nel 409, o 410, quando Roma fu minacciata dai goti, Pelagio e Celestio lasciarono l’Italia per l’Africa, da dove Pelagio si trasferì presto in Palestina. Celestio fu in seguito accusato da Paolino di Milano di negare la trasmissione del peccato di Adamo ai suoi discendenti. Fu condannato dal concilio di Cartagine nel 411 e si rifugiò a Efeso. Poco dopo sant’Agostino iniziò a predicare e a scrivere contro la dottrina pelagiana, anche se continuò a trattare Pelagio con rispetto fino al 415. Quell’anno Pelagio fu accusato di eresia dal prete spagnolo Orosio, che era stato inviato da Agostino a Betlemme per incontrare Girolamo. Pelagio riuscì tuttavia a difendersi in un sinodo diocesano a Gerusalemme e in un sinodo provinciale a Diospolis (Lydda). I vescovi africani a ogni modo condannarono Pelagio e Celestio in due concili, a Cartagine e a Milevi, nel 416, e convinsero papa Innocenzo i (410-417) a scomunicarli. Celestio si recò a Roma e colpì a tal punto il successore di Innocenzo, Zosimo (417-419), da fargli riaprire il caso. I vescovi africani rimasero fermi sulle loro posizioni e nel concilio di Cartagine, il 1º maggio 418, stabilirono nove canoni, affermando in termini perentori la cosiddetta dottrina “agostiniana” della caduta e del peccato originale. Nel frattempo, il 30 aprile, l’imperatore Onorio (395-423), forse su pressione dei vescovi africani, emanò un decreto imperiale che denunciava Pelagio e Celestio. Poco dopo papa Zosimo si pronunciò contro di loro e con la sua Epistola tractoria (418) riaffermò il giudizio del suo predecessore.
Ma lo stesso Pelagio era poco incline a continuare la lotta. Scompare dalla storia e da quel momento non si sa più nulla di lui. Trovò comunque un nuovo difensore in Giuliano di Eclano, che condusse un dibattito letterario molto aspro con Agostino, concluso solo con la morte di quest’ultimo nel 430. Nel 429 Celestio si era rivolto a Nestorio affinché intercedesse per lui presso papa Celestino i, ma fu condannato, insieme ai suoi sostenitori, come lo stesso Nestorio, nel concilio di Efeso del 431. Le dottrine identificate da quel momento in poi come pelagiane continuarono a trovare buona accoglienza in Britannia, dove fu necessario l’intervento di Germano d’Auxerre per sradicare l’eresia, mentre in Gallia il dibattito sulla grazia diede vita al movimento chiamato in modo fuorviante “semipelagianismo”. Consisteva nel rifiuto della dottrina estrema della predestinazione di Agostino, senza peraltro approvare Pelagio. La controversia continuò in Gallia durante il v secolo e una formula teologica soddisfacente fu raggiunta solo nel secondo concilio di Orange, nel 529, grazie all’influenza di Cesario di Arles. Ciononostante il pelagianesimo riapparve continuamente nel medioevo, per riesplodere di nuovo con la Riforma. 
L'Osservatore Romano

Placuit Deo




Lettera “Placuit Deo” della Congregazione per la Dottrina della Fede ai Vescovi della Chiesa cattolica su alcuni aspetti della salvezza cristiana
Sala stampa della Santa Sede 
[Text: Italiano, Français, English, Español, Português]
I. Introduzione
1. «Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso e far conoscere il mistero della sua volontà (cf. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della divina natura (cf. Ef 2,18; 2 Pt 1,4). [...] La profonda verità [...] su Dio e sulla salvezza degli uomini, per mezzo di questa rivelazione risplende a noi nel Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta la rivelazione».[1] L’insegnamento sulla salvezza in Cristo esige di essere sempre nuovamente approfondito. Tenendo fisso lo sguardo sul Signore Gesù, la Chiesa si volge con amore materno a tutti gli uomini, per annunciare loro l’intero disegno d’Alleanza del Padre che, mediante lo Spirito Santo, vuole «ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose» (Ef 1,10). La presente Lettera intende mettere in evidenza, nel solco della grande tradizione della fede e con particolare riferimento all’insegnamento di Papa Francesco, alcuni aspetti della salvezza cristiana che possono essere oggi difficili da comprendere a causa delle recenti trasformazioni culturali.
II. L’incidenza delle odierne trasformazioni culturali sul significato (...)



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Conferenza Stampa di presentazione della Lettera “Placuit Deo” della Congregazione per la Dottrina della Fede ai Vescovi della Chiesa cattolica su alcuni aspetti della salvezza cristiana 
Sala stampa della Santa Sede 
Intervento di S.E. Mons. Luis F. Ladaria Ferrer, S.I. 
Intervento di S.E. Mons. Giacomo Morandi 
Alle ore 11.00 di questa mattina, nella Sala Stampa della Santa Sede, ha luogo la Conferenza stampa di presentazione della Lettera Placuit Deo della Congregazione per la Dottrina della Fede ai Vescovi della Chiesa cattolica su alcuni aspetti della salvezza cristiana. Intervengono alla conferenza S.E. Mons. Luis Francisco Ladaria Ferrer, S.I., Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e S.E. Mons. Giacomo Morandi, Segretario della medesima Congregazione.
Ne riportiamo di seguito gli interventi:
Intervento di S.E. Mons. Luis F. Ladaria Ferrer, S.I.
A seguito della pubblicazione di Dominus Iesus (2000), diversi Teologi chiesero alla Congregazione per la Dottrina della Fede di approfondire alcuni aspetti già enunciati in quella Dichiarazione, suggerendo un nuovo Documento circa la salvezza cristiana. Al riguardo, dopo aver attentamente approfondito tale importante tematica, in collaborazione con i Consultori della Congregazione, viene oggi presentata la Lettera Placuit Deo su alcuni aspetti della salvezza cristiana. La pubblicazione di questa Lettera, indirizzata ai Vescovi della Chiesa cattolica e, più in generale, a tutti i fedeli, è stata decisa dalla Sessione Plenaria della Congregazione, svoltasi nei giorni 23-26 gennaio 2018, e approvata il 16 febbraio 2018 dal Santo Padre che ha chiesto di pubblicarla quanto prima. Il Documento intende «mettere in evidenza, nel solco della grande tradizione della fede e con particolare riferimento all’insegnamento di Papa Francesco, alcuni aspetti della salvezza cristiana che possono essere oggi difficili da comprendere a causa delle recenti trasformazioni culturali» (Capitolo I, n. 1).  Quali sono queste trasformazioni culturali che offuscano la confessione di fede cristiana, che proclama Gesù unico e universale Salvatore? Il Santo Padre Francesco, nel suo Magistero ordinario, fa spesso riferimento a due tendenze che assomigliano, in alcuni aspetti, a due antiche eresie, il pelagianesimo e lo gnosticismo, anche se è grande la differenza tra il contenuto storico odierno secolarizzato e quello dei primi secoli cristiani. In particolare, «nei nostri tempi prolifera un neo-pelagianesimo per cui l’individuo, radicalmente autonomo, pretende di salvare sé stesso, senza riconoscere che egli dipende, nel più profondo del suo essere, da Dio e dagli altri. La salvezza si affida allora alle forze del singolo, oppure a delle strutture puramente umane, incapaci di accogliere la novità dello Spirito di Dio» (n. 2). Dall’altra parte, «un certo neo-gnosticismo presenta una salvezza meramente interiore, rinchiusa nel soggettivismo. Si pretende così di liberare la persona dal corpo e dal cosmo materiale, nei quali non si scoprono più le tracce della mano provvidente del Creatore, ma si vede solo una realtà priva di senso, manipolabile secondo gli interessi dell’uomo» (n. 2). La presente Lettera vuole affrontare queste tendenze riduzioniste che minacciano il Cristianesimo odierno e ribadire che la salvezza, secondo il disegno d’Alleanza del Padre, consiste nella nostra unione con Cristo (cf. Capitolo II, nn. 2-4). Vorrei adesso, brevemente, soffermarmi sulla parte antropologia e cristologica della Lettera (cf. Capitoli III-IV), lasciando al Segretario il compito di illustrare la parte ecclesiologica (cf. Capitoli V-VI). Oggi la salvezza interessa ancora all’uomo? Sì, la nostra esperienza, infatti, ci insegna che ciascun uomo è alla ricerca della propria realizzazione e felicità. Molto spesso questa aspirazione coincide con la ricerca della salute fisica, del benessere economico, della pace interiore, di una serena convivenza. A questo desiderio positivo del bene si affianca la lotta a ogni tipo di male: l’ignoranza, la fragilità, la malattia, la morte (cf. n. 5). Riguardo a queste aspirazioni, la fede in Cristo ci insegna, rifiutando ogni pretesa di autorealizzazione neo-pelagiana attraverso il possesso, il potere, la scienza o la tecnica, che niente di creato può soddisfare del tutto l’uomo, perché Dio ci ha destinati alla comunione con Lui e il nostro cuore sarà inquieto finché non riposa in Lui, come scrive Sant’Agostino (cf. n. 6). Il Santo Padre chiama queste tendenze “neo-pelagiane” perché hanno in comune con il pelagianismo la dimenticanza dell’opera di Dio in noi. Inoltre è necessario ricordare che l’origine del male non si trova, come insegnavano le antiche dottrine gnostiche e oggi in certo modo si ripropone, nel mondo materiale e corporeo. «La fede proclama che tutto il cosmo è buono... e che il male che più danneggia l’uomo è quello che procede dal suo cuore» (n. 7). La separazione da Dio, a causa del peccato, porta alla perdita dell’armonia tra gli uomini e degli uomini con il mondo, introducendo il dominio della disgregazione e della morte. «In conseguenza, la salvezza che la fede ci annuncia non riguarda soltanto la nostra interiorità, ma il nostro essere integrale. È tutta la persona, infatti, in corpo e anima, che è stata creata dall’amore di Dio a sua immagine e somiglianza, ed è chiamata a vivere in comunione con Lui» (n. 7). Secondo la fede cristiana, non solo l’anima, ma anche il corpo brama la salvezza. Per comprendere più a fondo la grande novità di Cristo Salvatore, ignorata queste tendenze brevemente ricordate, bisogna ricordare il modo in cui Gesù è Salvatore: «Egli non si è limitato a mostrarci la via per incontrare Dio, una via che potremmo poi percorrere per conto nostro, obbedendo alle sue parole e imitando il suo esempio. Cristo, piuttosto, per aprirci la porta della liberazione è diventato Egli stesso la via» (n. 11). Gesù, Figlio incarnato del Padre, è l’unico Salvatore. Egli «testimonia la primazia assoluta dell’azione gratuita di Dio» (n. 9), mostrando l’infondatezza della prospettiva neo-pelagiana individualista, perché la grazia sempre precede, pur esigendola, ogni opera umana. Nello stesso tempo, «mediante l’agire pienamente umano del suo Figlio, il Padre ha voluto rigenerare il nostro agire, affinché, assimilati a Cristo, possiamo compiere “le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo (Ef 2,10)”» (n. 9). È altresì chiaro che la salvezza che Gesù ha portato non avviene in modo soltanto interiore, in forma intimistica e sentimentale, come vorrebbe la visione neo-gnostica. Infatti, in quanto il Figlio si è fatto carne (cf. Gv 1,14), facendo parte della famiglia umana, «si è unito, in certo modo, ad ogni uomo» (Cost. past. Gaudium et spes, n. 22) e ha stabilito un nuovo ordine di rapporti con Dio, suo Padre, e con tutti gli uomini. Proprio nel rapporto con Dio e con i fratelli trova l’uomo il suo pieno compimento. Si spera che questa Lettera possa aiutare i fedeli perché prendano ulteriore coscienza della loro dignità di “figli di Dio” (Rom 8,16). La salvezza non può ridursi semplicemente a un messaggio, a una prassi, a una gnosi oppure a un sentimento interiore. Come ha scritto Benedetto XVI: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva» (n. 8; Lett. enc. Deus caritas est, n. 1).
Intervento di S.E. Mons. Giacomo Morandi
Vorrei brevemente presentare la parte ecclesiologica che ritroviamo nei capitoli V-VI della nostra Lettera e che costituisce un corollario di quanto esposto precedentemente. Secondo la fede cristiana, infatti, la salvezza consiste nell’essere in comunione con Cristo grazie al dono del suo Spirito, per poter unirci al Padre come figli nel Figlio e diventare un solo corpo nel «primogenito tra molti fratelli» (Rom 8,29). Il Signore Gesù, infatti, «è, allo stesso tempo, il Salvatore e la Salvezza» (n. 11). In altre parole dobbiamo domandarci: dove e come possiamo ricevere questa salvezza? «Il luogo dove riceviamo la salvezza portata da Gesù è la Chiesa, comunità di coloro che, essendo stati incorporati al nuovo ordine di relazioni inaugurato da Cristo, possono ricevere la pienezza dello Spirito di Cristo (cf. Rom 8,9). Comprendere questa mediazione salvifica della Chiesa è un aiuto essenziale ed indispensabile per superare ogni tendenza riduzionista» (n. 12). Come ci ricorda la Costituzione dogmatica Lumen Gentium del Concilio Vaticano II, la Chiesa è «il sacramento universale della salvezza» (n. 48), è in Cristo «segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (n. 1). La Chiesa non è soltanto e prima di tutto un’istituzione umana. Essa è inseparabilmente unita a Cristo – come il corpo al Capo e la sposa allo Sposo. Essa, come nuovo popolo che Dio convoca a sé, è il luogo in cui tutti gli uomini di tutti i tempi possono trovare il Salvatore e la Salvezza. «La salvezza che Dio ci offre, infatti, non si ottiene con le sole forze individuali, come vorrebbe il neo-pelagianesimo, ma attraverso i rapporti che nascono dal Figlio di Dio incarnato e che formano la comunione della Chiesa» (n. 12). Inoltre, dato che la grazia che Cristo ci dona non è, come pretende la visione neognostica, una salvezza meramente interiore, ma che ci introduce nelle relazioni concrete che Lui stesso ha vissuto; ci incorpora nella Chiesa che è una comunità ad un tempo visibile ed invisibile, nella quale mentre ci accostiamo ai fratelli, specialmente a quelli che più sono nel bisogno, tocchiamo realmente la carne di Gesù. La salvezza, mediata dalla Chiesa, consiste quindi «nell’incorporazione in una comunione di persone, che partecipa alla comunione della Trinità» (n. 12). La visione individualistica neo-pelagiana e quella meramente interiore neo-gnostica, contraddicono apertamente anche l’economia dei sacramenti, per mezzo dei quali Dio ha voluto salvare ogni persona umana. «La partecipazione, nella Chiesa, al nuovo ordine di rapporti inaugurati da Gesù avviene tramite i sacramenti, tra i quali il Battesimo è la porta, e l’Eucaristia la sorgente e il culmine. Si vede così, da una parte, l’inconsistenza delle pretese di auto-salvezza, che contano sulle sole forze umane. La fede confessa, al contrario, che siamo salvati tramite il Battesimo, il quale ci imprime il carattere indelebile dell’appartenenza a Cristo e alla Chiesa, da cui deriva la trasformazione del nostro modo concreto di vivere i rapporti con Dio, con gli uomini e con il creato (cf. Mt 28,19). Così, purificati dal peccato originale e da ogni peccato, siamo chiamati ad una nuova esistenza conforme a Cristo (cf. Rom 6,4)» (n. 13). L’economia dei sacramenti si oppone anche alle tendenze neo-gnostiche che propongono una salvezza semplicemente interiore, intesa come liberazione dal corpo e dalla relazioni concrete in cui vive la persona. Al contrario, «la vera salvezza, lungi dall’essere liberazione dal corpo, include anche la sua santificazione (cf. Rom 12,1). Il corpo umano è stato modellato da Dio, il quale ha inscritto in esso un linguaggio che invita la persona umana a riconoscere i doni del Creatore e a vivere in comunione con i fratelli. Il Salvatore ha ristabilito e rinnovato, con la sua Incarnazione e il suo mistero pasquale, questo linguaggio originario e ce lo ha comunicato nell’economia corporale dei sacramenti. Grazie ai sacramenti i cristiani possono vivere in fedeltà alla carne di Cristo e, in conseguenza, in fedeltà all’ordine concreto di rapporti che Egli ci ha donato» (n. 14). Chi ha trovato Gesù Salvatore è sempre missionario e vive di una grande speranza. Per questo la breve Conclusione della Lettera accenna alla dimensione missionaria ed escatologica della vita cristiana. Inviata da Dio a tutti i popoli, la Chiesa si sforza di annunciare il Vangelo, la vera Buona Novella della Salvezza, a tutti gli uomini. Collega questo annuncio con la disponibilità a stabilire un dialogo sincero e costruttivo con i credenti di altre religioni, nella fiducia che Dio può condurre verso la salvezza in Cristo «tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia» (Gaudium et spes, 22). Mentre si dedica con tutte le sue forze all’evangelizzazione, la Chiesa invoca la venuta definitiva del Salvatore, poiché «nella speranza siamo stati salvati» (Rom 8,24). Contemplando questo orizzonte escatologico, noi sappiamo che «la salvezza dell’uomo sarà compiuta solo quando, dopo aver vinto l’ultimo nemico, la morte (cf. 1 Cor 15,26), parteciperemo compiutamente alla gloria di Gesù risorto, che porterà a pienezza la nostra relazione con Dio, con i fratelli e con tutto il creato. La salvezza integrale, dell’anima e del corpo, è il destino finale al quale Dio chiama tutti gli uomini. Fondati nella fede, sostenuti dalla speranza, operanti nella carità, sull’esempio di Maria, la Madre del Salvatore e la prima dei salvati, siamo certi che “la nostra cittadinanza è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose” (Fil 3,20-21)» (n. 15).