martedì 10 aprile 2018

Dal cuore del pontificato




Giovanni Maria Vian: Dal cuore del pontificato

(Giovanni Maria Vian) Nasce dal cuore del pontificato di Francesco il documento sulla santità nel mondo di oggi. Ed è un richiamo alla radicalità del Vangelo l’elemento conduttore che percorre tutta l’esortazione apostolica Gaudete et exsultate, in alternativa a una «esistenza mediocre, annacquata, inconsistente». Un testo forse per molti inatteso e che invece, con un’impostazione e tratti indubbiamente personali, rivela il volto più autentico del Papa. Nel riferimento costante alla Scrittura e alla continuità della tradizione cristiana che è assicurata spesso dalla testimonianza di donne: «nostra madre, una nonna» nota Bergoglio, sempre attento alla componente femminile della Chiesa.
La prima citazione non biblica è così dall’omelia di Benedetto XVI per l’inizio del pontificato, con il cenno alla realtà misteriosa, ed eppure così vera, della comunione dei santi, grazie alla quale «siamo circondati, condotti e guidati dagli amici di Dio». Ma non si tratta solo di figure formalmente proclamate sante o beate, come nel caso del primo modello di santità contemporanea citato, quello di una giovanissima donna, Maria Gabriella Sagheddu, che offrì la sua vita per l’unità dei cristiani. Una caratteristica del testo, cara al Papa, è infatti quella di sottolineare una santità che si potrebbe definire feriale, cioè di tutti i giorni, nel vitale contesto comunitario cristiano.
È l’esistenza quotidiana della Chiesa militante, semplice ed esemplare, che rimane nascosta alla storia: uomini che lavorano per «portare il pane a casa», malati spesso soli, «religiose anziane che continuano a sorridere»; in una sola efficace espressione, quella «classe media della santità» descritta dallo scrittore francese Joseph Malègue che affascinò il giovane Bergoglio. Dimensione quotidiana peraltro già presente nella realtà nuova, e dunque anche nel linguaggio, delle primissime comunità cristiane, come appare per esempio nei saluti delle lettere di san Paolo ai Romani e ai Corinzi, appena un trentennio dopo la predicazione di Gesù.
La predicazione di Cristo è alla radice del documento papale, fin dal titolo ricavato dalla conclusione delle beatitudini nel vangelo secondo Matteo e che richiama altre due esortazioni apostoliche: quella programmatica del pontificato (Evangelii gaudium) e un testo quasi dimenticato di Paolo VI sulla gioia cristiana (Gaudete in Domino). E proprio le beatitudini evangeliche sono evocate dal Pontefice, commentate e riassunte in una serie efficace dal sapore francescano, dalla prima («essere povero nel cuore, questo è santità») all’ottava («accettare ogni giorno il cammino del Vangelo benché ci comporti problemi, questo è santità»).
Fino al «grande protocollo» del giudizio finale descritto nel venticinquesimo capitolo del vangelo di Matteo sul quale tante volte è tornato in questi cinque anni Papa Francesco, il cui insegnamento troppo spesso viene mutilato da semplificazioni e caricature mediatiche, non di rado malevole ma soprattutto lontane dalla realtà. Un insegnamento che invece richiama di continuo la tradizione cristiana, come nell’ultima parte di questo documento dedicata alla vita cristiana che è «un combattimento permanente»: contro il male e più precisamente contro il demonio, «terribile realtà» sulla quale il Pontefice cita un testo poco noto di Paolo VI e scrive pagine importanti. Al termine di uno straordinario documento molto personale sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo che si chiude con una toccante visione della maternità di Maria, la santa tra i santi.

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Presentazione dell'Esortazione di Papa Francesco "Gaudete et exsultate". Interventi 
 Perché parlare di santità? di Angelo De Donatis
- Due falsificazioni di Gianni Valente
- Per gente comune di Paola Bignardi
Nella Sala stampa della Santa Sede. L’esortazione apostolica del Papa sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo è stata presentata nella mattina di lunedì 9 aprile nella Sala stampa della Santa Sede. Sono intervenuti l’arcivescovo Angelo De Donatis, vicario generale di Sua Santità per la diocesi di Roma, il giornalista Gianni Valente e l’ex presidente dell’Azione cattolica italiana, Paola Bignardi. 
Introdotti dal direttore della Sala stampa Greg Burke, che ha anche trasmesso un videoclip sul documento pontificio, i tre relatori hanno presentato le cinque parti in cui esso è articolato (pubblichiamo in questa pagina i testi dei loro interventi) e hanno risposto ad alcune domande dei giornalisti accreditati. Infine quattro persone di diverse nazionalità e culture, che hanno letto anticipatamente la Gaudete et exsultate, sono rimaste a disposizione dei media per esprimere e condividere le loro impressioni. Si tratta del rifugiato afghano Mohammad Jawad Haidari, musulmano che ha conseguito un master su religione e mediazione culturale all’università La Sapienza di Roma; del canadese Adam Hincks, diacono gesuita e astrofisico; della francese suor Josepha, delle fraternità monastica di Gerusalemme; e dell’italiana Veronica Polacco, regista ed ex attrice, di recente convertitasi al cattolicesimo.

Perché parlare di santità?

di Angelo De Donatis
Perché un’esortazione apostolica sulla chiamata alla santità? Questo linguaggio ecclesiale non è, quantomeno, da «addetti ai lavori» (cioè da religiosi)? In effetti la parola «santità» è considerata un po’ antiquata proprio da quel mondo contemporaneo a cui l’esortazione vorrebbe rivolgersi. Chi oggi esprimerebbe con questa parola ciò a cui il suo cuore aspira, per sé e per la propria esistenza quotidiana?
Queste brevi considerazioni, che forse esprimono il pensiero di tante persone, ci dicono subito qual è la sfida che l’esortazione intende affrontare: mostrare l’attualità perenne della santità cristiana, presentandone il contenuto, così come è narrato dalla Scrittura, in modo da poterla proporre a tutti come meta desiderabile del proprio cammino umano, come una chiamata che Dio rivolge a ciascuno. Papa Francesco sintetizza così: la santità è «la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati» (1). Il contrario della santità non è, prima di tutto, una vita di peccato, quanto «l’accontentarsi di un’esistenza mediocre, annacquata e inconsistente» (1). Essere cristiani significa ricevere da Dio il dono di una vita bella, ricca di senso, piena di gusto, mettersi in un cammino che renda «più vivi e più umani» (32). Contro il male di vivere o l’accettazione (falsamente pacificata) del non senso della realtà per limitarsi ad abitare il proprio frammento di esistenza, Dio offre un cammino di santità, coraggioso e umanizzante, da vivere nella sequela di Cristo e nella rete delle relazioni con gli altri. Dio è il tre volte Santo, e riversa sugli uomini la sua stessa vita divina: «Siate santi, perché io il Signore, sono santo» (Levitico, 11, 44), trasfigurando l’esistenza dell’uomo e rendendola sempre più a immagine e somiglianza della sua.
È evidente che Papa Francesco con questa esortazione vuole puntare l’attenzione su ciò che è decisivo ed essenziale nella vita cristiana e aiutarci a tenere ben largo il nostro sguardo, contro la tentazione di ridurre la visuale o di perdere l’orizzonte, di accontentarci e «vivacchiare». L’appartenenza al Signore Gesù e alla Chiesa si dissolve e si svuota di senso se non tiene ben dritta la direzione del cammino nella traiettoria della santità e fatalmente scade nella ricerca di «altro», di ciò che nulla ha a che fare con la costruzione del regno di Dio.
La finalità dell’esortazione non è di offrire «un trattato sulla santità, con tante definizioni e distinzioni»; «il mio umile obiettivo — scrive Papa Francesco — è far risuonare ancora una volta la chiamata alla santità, cercando di incarnarla nel contesto attuale, con i suoi rischi, le sue sfide e le sue opportunità» (2). Già il concilio Vaticano II aveva sottolineato con forza questa universale chiamata, ribadendo il fatto che essa è rivolta a tutti: «Muniti di salutari mezzi di una tale abbondanza e di una tale grandezza, tutti i fedeli di ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua via, a una santità la cui perfezione è quella stessa del Padre celeste» (Lumen gentium, 11). Il Papa riprende e ribadisce questo punto del concilio, attualizzandolo e rendendolo più comprensibile e attraente per l’uomo di oggi.
Dei temi toccati dal Papa, io riprenderò il primo (la chiamata alla santità) e l’ultimo capitolo (il combattimento spirituale, la vigilanza e il discernimento). Gianni Valente, il secondo, dedicato a due nemici della santità, il pelagianesimo e lo gnosticismo; Paola Bignardi il terzo e il quarto capitolo: vivere le beatitudini oggi e alcune caratteristiche della santità nel mondo attuale.
Per quello che riguarda il primo capitolo, vorrei riprendere quattro punti fondamentali, che rappresentano altrettante dimensioni della chiamata alla santità.
Prima di tutto il Papa vuole dirci che la santità non è un’altra cosa rispetto alla vita che facciamo tutti i giorni, ma è esattamente questa stessa nostra esistenza ordinaria vissuta in maniera straordinaria, perché resa bella dalla grazia di Dio, dall’azione dello Spirito santo ricevuto nel battesimo. Il frutto dello Spirito è infatti una vita vissuta nella gioia e nell’amore, e in questo consiste la santità. Non ci sono condizioni particolari: la santità non è appannaggio di chi vive dedicando molto tempo alla preghiera o allo studio teologico o esercitando un particolare ministero nella Chiesa, ma è quella vita nuova che per dono di Dio è concretamente possibile a tutti, «nelle occupazioni di ogni giorno, il dove ciascuno si trova» (14). Francesco ricorda le parole del cardinale vietnamita Van Thuan, nei lunghi giorni del carcere: «Vivo il momento presente, colmandolo di amore» (17). Il Papa fa volutamente esempi di santità prendendoli dalla vita ordinaria: «I genitori che crescono con tanto amore i figli, gli uomini e le donne che lavorano per portare il pane a casa, i malati, le religiose anziane che continuano a sorridere» (7). Sono i santi «della porta accanto», o «la classe media della santità» (7, titolo di un libro di Joseph Malegue). Per questo, Papa Francesco a un certo punto cambia stile e si rivolge direttamente al suo interlocutore, a chi lo sta leggendo, per dirgli che la santità, cioè la vita vera e felice, è davvero possibile anche a te: «Lascia che la grazia del tuo battesimo fruttifichi in un cammino di santità. Lascia che tutto sia aperto a Dio e a tal fine scegli Lui, scegli Dio sempre di nuovo. Non ti scoraggiare perché hai la forza dello Spirito Santo affinché sia possibile e la santità in fondo è il frutto dello Spirito nella tua vita» (15; ma il tu comincia anche al numero 10, 14, ecc). Il concilio, nel brano già citato, diceva: tutti sono chiamati, «ognuno per la sua via». Non si tratta di copiare le opere dei santi, perché in definitiva ognuno ha la sua vita e il suo posto nel mondo; si tratta invece, «sotto l’impulso della grazia di Dio, di costruire con tanti gesti quella figura di santità che Dio ha voluto per noi» (18). Anche se la mia vita fosse sprofondata nel peccato o nel fallimento, la chiamata alla santità mi raggiunge dove sono per donarmi una ripartenza e una possibilità di riscatto.
Altro punto: la santità non è possibile da soli. L’individualismo e la pretesa di autosufficienza non portano alla vera vita. Abbiamo bisogno degli altri, abbiamo necessità di sentire che la nostra vita è inserita in quella del Popolo di Dio, nel quale lo Spirito di Dio riversa la sua santità. Dio non ci salva da soli, ma come Lui si è voluto rivelare entrando nella storia di un popolo, in «una dinamica popolare», scrive il Papa (6), così anche il nostro percorso di avvicinamento al Signore e di crescita nella fede è possibile solo dentro «la complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana» (7). Francesco cita qui l’omelia per l’inizio del ministero petrino di Papa Benedetto: «Non devo portare da solo ciò che in realtà non potrei mai portare da solo»: il santo Popolo di Dio «mi sostiene, mi sorregge e mi porta». Nella Chiesa trovo la testimonianza degli altri, dei santi canonizzati, delle persone più umili, di chi «con costanza va avanti giorno dopo giorno» (7); nella Chiesa «trovi tutto ciò di cui hai bisogno per crescere verso la santità: la Parola, i Sacramenti, i santuari, la vita della comunità, la testimonianza dei santi, e una multiforme bellezza che procede dall’amore del Signore» (15). Nel Popolo di Dio è presente uno stile maschile e uno femminile di vivere la santità, tutti e due «indispensabili per riflettere la santità di Dio in questo mondo» (12). E ancora, «fuori della Chiesa Cattolica e in ambiti molto differenti», lo Spirito suscita «segni della sua presenza, che aiutano gli stessi discepoli di Cristo» (9, citando Novo millennio ineunte). Come si comprende, la spiritualità cristiana è essenzialmente comunitaria, ecclesiale, profondamente diversa e lontana da una visione elitaria o di eroismo individuale della santità.
La sorgente da cui scaturisce la santità è il Signore Gesù, la meta a cui tende è la storia umana, la trasformazione della storia nel regno di Dio. Questo è un punto centrale. Scrive il Papa che ogni uomo che viene in questo mondo ha «bisogno di concepire la totalità della sua vita come una missione» (23). Quando mi chiedo: «Perché sono nato? Perché vivo e a che serve la mia vita? Qual è il mio contributo alla crescita di questo mondo?», mi sto interrogando su quale sia la mia missione. Ebbene, «ogni santo è una missione» (19), cioè è uno inviato dal Padre per incarnare e rendere presente Cristo, l’uomo nuovo, nel mondo. Gesù è infatti la sorgente di ogni santità: lo Spirito santo non fa altro che riprodurre oggi, in noi, i lineamenti del volto di Cristo. Però, ciascuno in un modo diverso: ci sono santi che riproducono la sua vita nascosta a Nazareth, altri la sua vicinanza agli ultimi; gli sposi divengono sacramento di Cristo sposo, i presbiteri sacramento del Cristo Buon Pastore... «Contemplare i misteri della vita di Cristo ci orienta a renderli carne nelle nostre scelte e nei nostri atteggiamenti» (20). Dall’altra parte Cristo è stato inviato per il Regno, per questo dice Francesco, sempre rivolgendosi a ciascuno di noi suoi lettori, anche tu «non ti santificherai senza consegnarti anima e corpo per dare il meglio di te in questo impegno» della costruzione del regno (25). La santità cristiana non aliena dall’impegno per la storia umana, anzi! I santi sono pericolosi rivoluzionari, perché sono decisi a giocarsi totalmente per la missione affidatagli dal Padre. Sanno che chi perde la vita per il regno, la trova, come Gesù. Come Francesco aveva ribadito in Evangelii gaudium (87-92) dalla spiritualità cristiana non si può togliere l’incarnazione e la croce, magari per dedicarsi a un Dio del benessere personale, distaccato dalle vicende umane, dalla carne dolorante dei suoi figli. Non c’è santità cristiana lì dove la spiritualità si distacca dalla storia, e in nome di una comunione vaga, magari con «energie armonizzanti», dimentica la comunione con gli altri esseri umani e la ricerca del volto dell’altro, dimentica la fraternità e la rivoluzione della tenerezza. A noi è affidato il compito di accogliere questa chiamata alla santità, fatta di imitazione di Gesù e impegno con Lui per la trasformazione della storia umana «Voglia il cielo che tu possa riconoscere qual è quella parola, quel messaggio di Gesù che Dio desidera dire al mondo con la tua vita» (24).
Questa proposta di vita che è la santità cristiana tende gradualmente a conformare l’uomo a Cristo unificando e integrando la sua vita. Preghiera e azione nel mondo, tempi di silenzio e tempi di servizio, vita familiare e impegno del lavoro, «tutto può essere accettato e integrato come parte della propria esistenza in questo mondo ed entra a far parte del cammino di santificazione» (26). La ricerca di momenti di solitudine e di silenzio, staccando dalla corsa febbrile di cui è fatta la nostra vita, è in funzione di questa unificazione interiore sotto lo sguardo di Dio. In questo spazio personale, a contatto finalmente con la verità di noi stessi, potremo vivere un dialogo sincero con il Signore e farci invadere da Lui. «Non avere paura di puntare più in alto, di lasciarti amare e liberare da Dio. Non aver paura di lasciarti guidare dallo Spirito Santo. La santità non ti rende meno umano perché è l’incontro della tua debolezza con la forza della sua grazia» (34).
Permettete di aggiungere qualche parola sull’ultimo capitolo, perché si tratta di una parte comunque importantissima della esortazione. Il titolo spiega che il cammino verso la santità implica il combattimento e richiede l’atteggiamento di una costante vigilanza. Per viverlo, dobbiamo chiedere il dono del discernimento.
Il combattimento è contro «la mentalità mondana», «contro la propria fragilità e le proprie inclinazioni» disordinate, ma è anche «una lotta contro il Maligno». (159-161). Papa Francesco, come sappiamo, ne parla spesso e nell’esortazione sottolinea che quando si parla del Nemico non abbiamo a che fare solo con «un mito, una rappresentazione, un simbolo, una figura o un’idea» (161), ma «con un essere personale che ci tormenta» (40). Nel Padre nostro l’ultima invocazione in realtà è «liberaci dal Maligno». Lo scopo del Nemico è quello di separarci da Dio, facendoci passare dall’esperienza del peccatore perdonato, del “misericordiato” (il peccato come luogo dell’incontro liberante e umanizzante con la misericordia di Dio), al quel ribaltamento della nostra realtà di figlio di Dio che è la corruzione (164-165). Qui è necessario esercitare una grande vigilanza, perché il corrotto è colui che vive una «cecità comoda e autosufficiente, dove alla fine tutto sembra lecito» (165). Satana qui è capace di «mascherarsi da angelo di luce», pur di ingannarci e ripiegarci nell’autoreferenzialità più radicale (165).
Come fare? Il Papa ci invita a chiedere il dono del discernimento. Questa grazia dello Spirito si trasforma in uno sguardo permanente sulla realtà: quella che è nel nostro cuore (i nostri pensieri, sentimenti, desideri, lì dove Dio stimola, attira, consola...) e la realtà che ci circonda, dove lo Spirito agisce suscitando quelli che il concilio chiama i «segni dei tempi» (Gaudium et spes, 11). «Discernimento» è davvero una parola chiave di questo pontificato, perché dice lo stile e la modalità spirituale con cui il discepolo di Gesù e la comunità sono chiamati a interpretare le cose della vita, a decidere scegliendo la volontà di Dio, a realizzare il suo regno nel mondo: Non si tratta solo di intelligenza o di buon senso, né tantomeno di utilizzare l’apporto delle scienze umane (psicologia, sociologia...) pensandole come risolutive. Il discernimento trascende tutto questo, perché mettendoci nel silenzio e nella preghiera davanti al Signore, con un atteggiamento di totale apertura, «ci disponiamo ad ascoltare: il Signore, gli altri, la realtà stessa che sempre ci interpella in nuovi modi». Soltanto chi «ha la libertà di rinunciare al proprio punto di vista parziale ed insufficiente, alle proprie abitudini e ai propri schemi, è realmente disponibile ad accogliere una chiamata che rompe le sue sicurezze» (172). Papa Francesco, ad esempio, chiede a tutti i cristiani «di non tralasciare di fare ogni giorno, in dialogo con il Signore che ci ama, un sincero esame di coscienza» (169), creando così nella propria vita personale uno spazio di solitudine e di preghiera dove leggere e comprendere la propria vita, cogliendovi gli appelli di Dio.
«Al giorno d’oggi l’attitudine al discernimento è diventata particolarmente necessaria», perché «esposti alla tentazione di uno zapping costante... possiamo trasformarci facilmente in burattini alla mercé delle tendenze del momento» (167).
Concludo con la citazione bellissima della frase che si trova sulla tomba di sant’Ignazio di Loyola e che Papa Francesco ricorda in nota per descrivere la vita vissuta nell’atteggiamento permanente del discernimento: Non coerceri a maximo, contineri tamen a minimo divinum est , “Non aver nulla di più grande che ti limiti, e tuttavia stare dentro ciò che è più piccolo: questo è divino”.


Due falsificazioni

di Gianni Valente
Nel secondo capitolo della esortazione apostolica Gaudete et exsultateil Papa si sofferma su quelle che definisce «due falsificazioni della santità che potrebbero farci sbagliare strada: lo gnosticismo e il pelagianesimo». Ancora una volta, quindi, il Papa fa riferimento ai nomi di queste due eresie «sorte nei primi secoli cristiani», e che a suo giudizio «continuano ad avere un’allarmante attualità» (35). 
Per provare a suggerire cosa c’entrano gnosticismo e pelagianesimo in un testo papale sulla chiamata universale alla santità, conviene partire proprio dalla natura della santità, da come la santità viene vissuta e considerata nella Chiesa e nel suo insegnamento. 
Anche questa esortazione ripete in tanti modi e in tanti passaggi che la santità viene da Dio. È un frutto è un dono della grazia nella vita della Chiesa. Questo vuol dire che la santità non è l’esito di un proprio sforzo, non è una montagna da scalare da soli. Vuol dire che non si possono fare strategie o programmi pastorali per “produrre” la santità. Vuol dire soprattutto che è Cristo stesso l’iniziatore e il perfezionatore della santità. Per questo la santità è il tesoro della Chiesa: perché se ci sono santi vuol dire che Cristo è vivo, e continua a operare in loro, ad accarezzare e a cambiare le loro vite, e noi possiamo vederne gli effetti. E sempre per questo è vero anche che le «proposte ingannevoli» che si muovono sulla scia del pelagianesimo e dello gnosticismo rappresentano un ostacolo per la chiamata universale a essere santi: esse infatti ripropongono in varie forme l’antico inganno pelagiano o quello gnostico: cioè occultano o rimuovono la necessità della grazia di Cristo, oppure svuotano la dinamica reale e gratuita del suo agire. 
Sant’Agostino scriveva che l’errore velenoso dei pelagiani del suo tempo era la pretesa di identificare la grazia di Cristo «nel suo esempio, e non nel dono della sua presenza». Secondo Pelagio, il monaco del vsecolo da cui prende il nome quell’antica eresia, la natura di tutti gli esseri umani non era stata ferita dal peccato di Adamo, e dunque tutti erano sempre in grado di scegliere il bene ed evitare il peccato esercitando semplicemente la propria forza di volontà. Per Pelagio Cristo era venuto soprattutto per dare un buon esempio, e andava seguito come un maestro di vita per imparare a coltivare la propria virtù morale. Ma questo percorso poteva essere compiuto contando sulle proprie forze e facendo a meno di lui, del dono e del soccorso della sua grazia. 
Su questo punto l’esortazione apostolica Gaudete et exsultate si pone nell’alveo dei tanti pronunciamenti con cui il magistero ecclesiale ha invece sempre ripetuto che nella condizione reale in cui si trovano tutti gli esseri umani non si può essere santi e non si può nemmeno vivere una vita giusta sulle orme di Gesù senza l’intervento della grazia di Cristo, senza essere abbracciati in maniera misteriosa ma reale dal suo spirito. 
Papa Francesco tra le altre cose cita il secondo Sinodo di Orange, che già nel 529 attestava che «persino il desiderare di essere resi puri nasce in noi per l’operazione dello Spirito Santo». Cita anche il Catechismo della Chiesa Cattolica, per ricordare che il riconoscimento della assoluta necessità della grazia dovrebbe essere «una delle grandi convinzioni definitivamente acquisite dalla Chiesa», visto che «attinge al cuore del Vangelo» (55). 
Invece, occorre fare sempre i conti con manifestazioni dell’atteggiamento pelagiano che si infiltra anche nelle prassi più ordinarie della vita ecclesiale. 
L’esortazione apostolica riscontra un’impronta pelagiana in tutti quelli che «fanno affidamento unicamente sulle proprie forze», e anche quando vogliono mostrarsi fedeli a «un certo stile cattolico» (46), in realtà esprimono «l’idea che tutto dipende dallo sforzo umano» sia pur «incanalato attraverso norme e strutture ecclesiali» (58).
Invece il Papa scrive che la chiamata universale alla santità è rivolta proprio a chi riconosce che in ogni passo della vita e della fede c’è bisogno sempre della grazia. Perché — come si legge nel testo — «in questa vita le fragilità umane non sono guarite completamente una volta per tutte dalla grazia» (49). E il lavoro della grazia non rende gli uomini dei superuomini, ma «agisce storicamente e, ordinariamente, ci prende e ci trasforma in modo progressivo» (50).
Anche l’altra «proposta ingannevole» segnalata dal Papa viene assimilata a un’antica contraffazione della novità cristiana, quella delle antiche dottrine gnostiche che spesso assorbivano parole e verità della fede cristiana nei loro sistemi concettuali, ma nel far questo svuotavano dall’interno l’avvenimento cristiano della sua storicità.
Per le teorie gnostiche, la salvezza consisteva in un processo di auto-divinizzazione, un cammino di conoscenza in cui il soggetto doveva prendere coscienza del divino che aveva già dentro di sé. Mentre la fede cristiana riconosce che la salvezza e la felicità per gli esseri umani sono un dono gratuito di Dio, che raggiunge l’uomo dall’esterno, da fuori di sé. 
Per questo anche le storie di chi è chiamato alla santità, e pure quelle dei santi già canonizzati, sono disseminate di fatti, di incontri, di circostanze concrete in cui l’operare della grazia si rende percepibile e tocca e cambia le loro vite. In maniera analoga a quello che accadeva ai primi discepoli di Cristo, che nel Vangelo hanno potuto segnare anche l’ora del loro primo incontro con Gesù.
Invece — scrive il Papa — la mentalità gnostica sceglie sempre la via dei ragionamenti astratti e formali, e così vuole dominare, «addomesticare il mistero» (40). E questo, anche nella Chiesa, è il percorso imboccato spesso da chi è impaziente, non attende con umiltà il rivelarsi del mistero, perché — come afferma l’esortazione apostolica — non sopporta il fatto che «Dio ci supera infinitamente, è sempre una sorpresa, e non siamo noi a determinare in quale circostanza storica trovarlo, dal momento che non dipendono da noi il tempo e il luogo e la modalità dell’incontro» (41).
L’esortazione apostolica avverte che uno spirito gnostico può insinuarsi anche oggi nella vita della Chiesa ogni volta che si vuole prescindere dalle fattezze concrete e gratuite con cui opera la grazia, e si prende la via dell’astrazione, che procede «disincarnando il mistero». Ad esempio, ciò accade quando prevale la pretesa di ridurre l’appartenenza ecclesiale a «una serie di ragionamenti e conoscenze» da padroneggiare, (36), o alla «capacità di comprendere la profondità di determinate dottrine» (37). E se il cristianesimo viene ridotto a una serie di messaggi, di idee, fossero pure l’idea di Cristo o l’idea della grazia, a prescindere dal suo operare reale, allora inevitabilmente la missione della Chiesa si riduce a una propaganda, un marketing, cioè alla ricerca di metodi per diffondere quelle idee e convincere altri a sostenerle. 
L’esortazione apostolica segnala anche altre tracce della mentalità gnostica che possono trovarsi anche in circoli ecclesiali, come l’elitarismo di chi si sente superiore alle moltitudini dei battezzati, o il disprezzo per gli imperfetti, per quelli che cadono, per quelli che gli antichi gnostici avrebbero definito come “i carnali”. 
Comunque, davanti a questi fenomeni di auto-ripiegamento ecclesiale, l’esortazione apostolica non inizia battaglie culturali contro neo-gnostici e neo-pelagiani. Il Papa prega che sia il Signore stesso a liberare la Chiesa dalle nuove forme di gnosticismo e di pelagianesimo che possono frenare il cammino di tanti «verso la santità» (62). L’intento dell’intero documento non è quello di stigmatizzare nuove forme di pelagianesimo e gnosticismo, ma solo quello di invitare tutti a cercare ogni giorno il volto dei santi disseminati tra il popolo di Dio, e a riconoscerli come segno reale ed efficace della presenza e della misericordia di Cristo.
  


Per gente comune

di Paola Bignardi
La prima cosa che colpisce in questo documento è la determinazione con cui si sostiene che la santità appartiene alla gente comune, che ha un’ordinaria vita quotidiana fatta delle cose semplici che sono la struttura dell’esistenza di tutti. Dunque una santità che non è per pochi eroi o per persone eccezionali, ma che rappresenta il modo ordinario di vivere l’ordinaria esistenza cristiana. La conseguenza di questo è subito detta: se non vi è vocazione o condizione esistenziale incompatibile con la chiamata alla santità, allora non vi è vita cristiana possibile al di fuori di questo quadro esigente e appassionante: la vita cristiana non può realizzarsi pienamente se non nella prospettiva della santità, non vi sono percorsi intermedi o accomodamenti con lo sconto.
La regola di essa è presentata nel terzo e quarto capitolo del documento. La carta di identità del cristiano è data dalle beatitudini e da quella che Papa Francesco chiama la «grande regola di comportamento» proposta nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo: la concreta misericordia verso il povero.
Nelle beatitudini vi è la carta di identità del cristiano perché in esse si delinea il volto del Maestro, che il cristiano è chiamato a far trasparire nella quotidianità della sua vita (n. 63). La parola “felice”, o beato, è sinonimo di santo. Chi vive nel dono di sé perché vive secondo la parola di Gesù, è santo e raggiunge la vera beatitudine.
Papa Francesco però mette in guardia dalla tentazione di considerare le beatitudini come belle parole poetiche: esse vanno controcorrente e delineano uno stile diverso da quello del mondo. Basta leggerne la semplice declinazione che viene fatta al termine della descrizione di ciascuna di esse: il santo è colui che è povero nel cuore; il santo è chi reagisce con umile mitezza; santo è chi sa piangere con gli altri; santo è chi cerca la giustizia con fame e sete; santo è chi guarda e agisce con misericordia; santo è chi mantiene il cuore pulito da tutto ciò che sporca l’amore; santo è chi semina pace attorno a sé; santo è chi accetta ogni giorno la via del Vangelo nonostante questo gli procuri problemi.
La «grande regola di comportamento» traduce in modo concreto le beatitudini, soprattutto quella della misericordia. L’esempio che viene riportato al n. 98 è proprio molto concreto e mostra il discrimine tra l’essere cristiani e non esserlo. «Quando incontro una persona che dorme alle intemperie, in una notte fredda» (n. 98) posso considerarlo un imprevisto fastidioso o riconoscere in lui un essere umano con la mia stessa dignità, come me infinitamente amato dal Padre: dal mio atteggiamento passa il confine tra l’essere cristiano e no.
Le beatitudini delineano il volto del Signore Gesù e non possono essere vissute se non conservando un’intensa unione con Lui. Ma non è sulla via della santità nemmeno colui che diffida dell’impegno sociale «considerandolo qualcosa di superficiale, mondano, secolarizzato, immanentista, comunista, populista» (n. 101); e conclude il testo: «Non possiamo proporci un ideale di santità che ignori l’ingiustizia di questo mondo». Perché se la santità è vivere l’amore, il dono di sé come lo ha vissuto il Signore Gesù, fino in fondo, in maniera radicale e totale, non si potrà passare distratti e indifferenti accanto al fratello; e per fare questo, il cristiano avrà bisogno che sia il Signore Gesù a renderlo capace di amare come Lui ha amato.
Vivere la santità richiede di aver realizzato nella propria vita quella unità per cui si passa dalla contemplazione del volto del Signore al concreto gesto di carità, e dal gesto al volto.
Il capitolo quarto delinea cinque grandi manifestazioni dell’amore per Dio e per il prossimo; cinque forme attuali, perché la santità ha forme concrete diverse nei diversi tempi. Il documento è uno strumento per cercare le forme della santità per l’oggi. Le cinque caratteristiche proposte intendono misurarsi con alcuni rischi e limiti della cultura di oggi: «l’ansietà nervosa e violenta che ci disperde e debilita; la negatività e la tristezza; l’accidia comoda, consumista ed egoista; l’individualismo, e tante forme di falsa spiritualità senza incontro con Dio che dominano nel mercato religioso attuale» (n. 111).
Per questo, c’è bisogno di fermezza e solidità interiore per resistere all’aggressività che è dentro di noi, alla tentazione di partecipare a quelle forme moderne di violenza quali quelle costituite dalla rete, per non lasciarsi suggestionare dal male che si annida sottile nelle relazioni con gli altri e le avvelena...
Il santo vive con gioia e ha il senso dell’umorismo; la sua non è la gioia spensierata e superficiale, ma quella che nasce dalla consapevolezza di essere infinitamente amati e si esprime nella comunione fraterna.
Inoltre la santità è parresia, è coraggio apostolico, è capacità di osare, di sperimentare, di prendere l’iniziativa, di muoversi verso la novità. È osare di andare verso le periferie e le frontiere, per scoprire che il Signore è già lì «Gesù ci precede nel cuore di quel fratello, nella sua carne ferita, nella sua vita oppressa, nella sua anima ottenebrata. Lui è già lì» (135). Santità è sfidare l’abitudinarietà e lasciarsi smuovere da ciò che succede attorno a noi e dalla Parola del Risorto.
Santità è un cammino da fare in comunità, come testimoniano tanti santi, e tra essi i monaci trappisti di Tibhirine, che si sono preparati insieme al martirio. La vita comunitaria — in famiglia, in parrocchia, nella comunità religiosa... — è «fatta di tanti piccoli dettagli quotidiani» (n. 143). La via dell’unità desiderata da Gesù nel discorso di addio passa dai piccoli gesti di ogni giorno.
Infine la santità è preghiera, fatta di silenzio, del lasciarsi guardare dal Signore, dal lasciar alimentare da Lui il calore dell’amore e della tenerezza; è «la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità». La santità è lasciarsi trasformare dal Signore e dalla potenza del suo Spirito.
Anche oggi, dunque, la via della santità è la via della gioia.
L'Osservatore Romano

Concelebrazione Eucaristica con i Missionari della Misericordia. Omelia di Papa Francesco.



Concelebrazione Eucaristica con i Missionari della Misericordia. Omelia di Papa Francesco: "Attenzione: non si tratta di diventare preti “invasati”, quasi che si fosse depositari di un qualche carisma straordinario. No. Preti normali, semplici, miti, equilibrati, ma capaci di lasciarsi costantemente rigenerare dallo Spirito, docili alla sua forza, interiormente liberi"

Sala stampa della Santa Sede

Testo dell'allocuzione del Papa.
Alle ore 12 di questa mattina, presso l’Altare della Cattedra, nella Basilica Vaticana, il Santo Padre Francesco ha presieduto la Concelebrazione Eucaristica con i Missionari della Misericordia.
Omelia del Papa
Abbiamo ascoltato nel Libro degli Atti: «Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù» (At 4,33). Tutto parte dalla Risurrezione di Gesù: da essa deriva la testimonianza degli Apostoli e, attraverso questa, vengono generate la fede e la vita nuova dei membri della comunità, con il suo schietto stile evangelico.
Le Letture della Messa di oggi fanno emergere bene questi due aspetti inseparabili: la rinascita personale e la vita della comunità. E allora, rivolgendomi a voi, cari fratelli, penso al vostro ministero che svolgete a partire dal Giubileo della Misericordia. Un ministero che si muove in entrambe queste direzioni: al servizio delle persone, perché “rinascano dall’alto”, e al servizio delle comunità, perché vivano con gioia e coerenza il comandamento dell’amore.La Parola di Dio oggi offre in questo senso due indicazioni che vorrei cogliere per voi, pensando proprio alla vostra missione.
Il Vangelo ricorda che chi è chiamato a dare testimonianza della Risurrezione di Cristo deve lui stesso, in prima persona, “nascere dall’alto” (cfr Gv 3,7). Altrimenti si finisce per diventare come Nicodemo che, pur essendo maestro in Israele, non capiva le parole di Gesù quando diceva che per «vedere il regno di Dio» bisogna «nascere dall’alto», nascere «da acqua e Spirito» (cfr vv. 3-5). Nicodemo non capiva la logica di Dio, che è la logica della grazia, della misericordia, per cui chi diventa piccolo è grande, chi diventa ultimo è primo, chi si riconosce malato viene guarito.
Questo significa lasciare veramente il primato al Padre, a Gesù e allo Spirito Santo nella nostra vita.
Attenzione: non si tratta di diventare preti “invasati”, quasi che si fosse depositari di un qualche carisma straordinario. No. Preti normali, semplici, miti, equilibrati, ma capaci di lasciarsi costantemente rigenerare dallo Spirito, docili alla sua forza, interiormente liberi – anzitutto da sé stessi – perché mossi dal “vento” dello Spirito che soffia dove vuole (cfr Gv 3,8).
La seconda indicazione riguarda il servizio alla comunità: essere preti capaci di “innalzare” nel “deserto” del mondo il segno della salvezza, cioè la Croce di Cristo, come fonte di conversione e di rinnovamento per tutta la comunità e per il mondo stesso (cfr Gv 3,14-15). In particolare, vorrei sottolineare che il Signore morto e risorto è la forza che crea la comunione nella Chiesa e, tramite la Chiesa, nell’intera umanità. Lo disse Gesù prima della Passione: «Io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Questa forza di comunione si è manifestata fin dall’inizio nella comunità di Gerusalemme dove – come attesta il Libro degli Atti – «la moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola» (4,32). Era una comunione che si faceva condivisione concreta dei beni, per cui «tutto era fra loro comune» (v. ibid.) e «nessuno tra loro era bisognoso» (v. 34). Ma questo stile di vita della comunità era anche “contagioso” verso l’esterno: la presenza viva del Signore Risorto produce una forza di attrazione che, attraverso la testimonianza della Chiesa e attraverso le diverse forme di annuncio della Buona Notizia, tende a raggiungere tutti, nessuno escluso. Voi, cari fratelli, ponete al servizio di questo dinamismo anche il vostro specifico ministero di Missionari della Misericordia. In effetti, sia la Chiesa sia il mondo di oggi hanno particolarmente bisogno della Misericordia perché l’unità voluta da Dio in Cristo prevalga sull’azione negativa del maligno che approfitta di tanti mezzi attuali, in sé buoni, ma che, usati male, invece di unire dividono. Noi siamo convinti che «l’unità è superiore al conflitto» (Evangelii gaudium, 228), ma sappiamo anche che senza la Misericordia questo principio non ha la forza di attuarsi nel concreto della vita e della storia.
Cari fratelli, ripartite da questo incontro con la gioia di essere confermati nel ministero della Misericordia. Confermati anzitutto nella grata fiducia di essere voi per primi chiamati a rinascere sempre di nuovo “dall’alto”, dall’amore di Dio. E nello stesso tempo confermati nella missione di offrire a tutti il segno di Gesù “innalzato” da terra, perché la comunità sia segno e strumento di unità in mezzo al mondo.

domenica 1 aprile 2018

Messaggio Pasquale 2018 del Santo Padre e Benedizione “Urbi et Orbi”.



Messaggio Pasquale del Santo Padre e Benedizione “Urbi et Orbi”. "Frutti di saggezza invochiamo per coloro che in tutto il mondo hanno responsabilità politiche, perché rispettino sempre la dignità umana, si adoperino con dedizione a servizio del bene comune e assicurino sviluppo e sicurezza ai propri cittadini"
Sala stampa della Santa Sede
[Text: Italiano, Français, English, Español, Português]

Nei pensieri del Papa i popoli della Siria, di Terra Santa, del Sud Sudan, dello Yemen, dell'Ucraina, delle due Coree e del Venezuela
Cari fratelli e sorelle, buona Pasqua!
Gesù è risorto dai morti.
Risuona nella Chiesa in tutto il mondo questo annuncio, insieme con il canto dell’Alleluia: Gesù è il Signore, il Padre lo ha risuscitato ed Egli è vivo per sempre in mezzo a noi. Alleluia.
Gesù stesso aveva preannunciato la sua morte e risurrezione con l’immagine del chicco di grano. Diceva: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). Ecco, proprio questo è accaduto: Gesù, il chicco di grano seminato da Dio nei solchi della terra, è morto ucciso dal peccato del mondo, è rimasto due giorni nel sepolcro; ma in quella sua morte era contenuta tutta la potenza dell’amore di Dio, che si è sprigionata e si è manifestata il terzo giorno, quello che oggi celebriamo: la Pasqua di Cristo Signore.
Noi cristiani crediamo e sappiamo che la risurrezione di Cristo è la vera speranza del mondo, quella che non delude. È la forza del chicco di grano, quella dell’amore che si abbassa e si dona fino alla fine, e che davvero rinnova il mondo. Questa forza porta frutto anche oggi nei solchi della nostra storia, segnata da tante ingiustizie e violenze. Porta frutti di speranza e di dignità dove ci sono miseria ed esclusione, dove c’è fame e manca il lavoro, in mezzo ai profughi e ai rifugiati – tante volte respinti dall’attuale cultura dello scarto –, alle vittime del narcotraffico, della tratta di persone e delle schiavitù dei nostri tempi.
E noi oggi domandiamo frutti di pace per il mondo intero, a cominciare dall’amata e martoriata Siria, la cui popolazione è stremata da una guerra che non vede fine. In questa Pasqua, la luce di Cristo Risorto illumini le coscienze di tutti i responsabili politici e militari, affinché si ponga termine immediatamente allo sterminio in corso, si rispetti il diritto umanitario e si provveda ad agevolare l’accesso agli aiuti di cui questi nostri fratelli e sorelle hanno urgente bisogno, assicurando nel contempo condizioni adeguate per il ritorno di quanti sono stati sfollati.
Frutti di riconciliazione invochiamo per la Terra Santa, anche in questi giorni ferita da conflitti aperti che non risparmiano gli inermi, per lo Yemen e per tutto il Medio Oriente, affinché il dialogo e il rispetto reciproco prevalgano sulle divisioni e sulla violenza. Possano i nostri fratelli in Cristo, che non di rado subiscono soprusi e persecuzioni, essere testimoni luminosi del Risorto e della vittoria del bene sul male.
Frutti di speranza supplichiamo in questo giorno per quanti anelano a una vita più dignitosa, soprattutto in quelle parti del continente africano travagliate dalla fame, da conflitti endemici e dal terrorismo. La pace del Risorto risani le ferite nel Sud Sudan: apra i cuori al dialogo e alla comprensione reciproca. Non dimentichiamo le vittime di quel conflitto, soprattutto i bambini! Non manchi la solidarietà per le molte persone costrette ad abbandonare le proprie terre e private del minimo necessario per vivere.
Frutti di dialogo imploriamo per la penisola coreana, perché i colloqui in corso promuovano l’armonia e la pacificazione della regione. Coloro che hanno responsabilità dirette agiscano con saggezza e discernimento per promuovere il bene del popolo coreano e costruire rapporti di fiducia in seno alla comunità internazionale.
Frutti di pace chiediamo per l’Ucraina, affinché si rafforzino i passi in favore della concordia e siano facilitate le iniziative umanitarie di cui la popolazione necessita.
Frutti di consolazione supplichiamo per il popolo venezuelano, il quale – come hanno scritto i suoi Pastori – vive in una specie di “terra straniera” nel suo stesso Paese. Possa, per la forza della Risurrezione del Signore Gesù, trovare la via giusta, pacifica e umana per uscire al più presto dalla crisi politica e umanitaria che lo attanaglia, e non manchino accoglienza e assistenza a quanti tra i suoi figli sono costretti ad abbandonare la loro patria.
Frutti di vita nuova Cristo Risorto porti per i bambini che, a causa delle guerre e della fame, crescono senza speranza, privi di educazione e di assistenza sanitaria; e anche per gli anziani scartati dalla cultura egoistica, che mette da parte chi non è “produttivo”.
Frutti di saggezza invochiamo per coloro che in tutto il mondo hanno responsabilità politiche, perché rispettino sempre la dignità umana, si adoperino con dedizione a servizio del bene comune e assicurino sviluppo e sicurezza ai propri cittadini.
Cari fratelli e sorelle,
anche a noi, come alle donne accorse al sepolcro, viene rivolta questa parola: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto!» (Lc 24,5-6). La morte, la solitudine e la paura non sono più l’ultima parola. C’è una parola che va oltre e che solo Dio può pronunciare: è la parola della Risurrezione (cfr Giovanni Paolo II, Parole al termine della Via Crucis, 18 aprile 2003). Con la forza dell’amore di Dio, essa «sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l'innocenza
ai peccatori, la gioia agli afflitti, dissipa l’odio, piega la durezza dei potenti, promuove la concordia e la pace» (Preconio Pasquale).
Buona Pasqua a tutti!
Traduzione in lingua francese
Chers frères et soeurs, bonne fête de Pâques !
Jésus est ressuscité d’entre les morts.
Cette annonce résonne dans l’Église par le monde entier, avec le chant de l’Alleluia : Jésus est le Seigneur, le Père l’a ressuscité et il est vivant pour toujours au milieu de nous.
Jésus lui-même avait annoncé à l’avance sa mort et sa résurrection avec l’image du grain de blé. Il disait : « Si le grain de blé tombé en terre ne meurt pas, il reste seul ; mais s’il meurt, il porte beaucoup de fruit » (Jn 12, 24). Voilà, justement cela est arrivé : Jésus, le grain de blé semé par Dieu dans les sillons de la terre, est mort tué par le péché du monde, il est resté deux jours dans le tombeau ; mais dans sa mort était contenue toute la puissance de l’amour de Dieu, qui s’est dégagée et qui s’est manifestée le troisième jour, celui que nous célébrons aujourd’hui : la Pâque du Christ Seigneur.
Nous chrétiens, nous croyons et nous savons que la résurrection du Christ est la véritable espérance du monde, celle qui ne déçoit pas. C’est la force du grain de blé, celle de l’amour qui s’abaisse et qui se donne jusqu’au bout, et qui renouvelle vraiment le monde. Cette force porte du fruit aussi aujourd’hui dans les sillons de notre histoire, marquée de tant d’injustices et de violences. Elle porte des fruits d’espérance et de dignité là où il y a de la misère et de l’exclusion, là où il y a la faim et où manque le travail, au milieu des personnes déplacées et des réfugiés – tant de fois rejetés par la culture actuelle du rebut –, aux victimes du narcotrafic, de la traite des personnes et des esclavages de notre temps.
Et nous aujourd’hui, demandons des fruits de paix pour le monde entier, à commencer par la bien-aimée et tourmentée Syrie, dont la population est épuisée par une guerre qui ne voit pas de fin. En cette fête de Pâques, que la lumière du Christ Ressuscité éclaire les consciences de tous les responsables politiques et militaires, afin que soit mis un terme immédiatement à l’extermination en cours, que soit respecté le droit humanitaire et qu’il soit pourvu à faciliter l’accès aux aides dont ces frères et soeurs ont un urgent besoin, assurant en même temps des conditions convenables pour le retour de tous ceux qui ont été dispersés.
Invoquons des fruits de réconciliation pour la Terre Sainte, blessée encore ces jours-ci par des conflits ouverts qui n’épargnent pas les personnes sans défense, pour le Yémen et pour tout le Moyen Orient, afin que le dialogue et le respect réciproque prévalent sur les divisions et sur la violence. Puissent nos frères en Christ, qui souvent subissent brimades et persécutions, être des témoins lumineux du Ressuscité et de la victoire du bien sur le mal.
Demandons instamment des fruits d’espérance en ce jour pour tous ceux qui aspirent à une vie plus digne, surtout dans ces parties du continent africain tourmentées par la faim, par des conflits endémiques et par le terrorisme. Que la paix du Ressuscité guérisse les blessures au Sud Soudan et dans la République Démocratique du Congo tourmentée : qu’elle ouvre les coeurs au dialogue et à la compréhension réciproque. N’oublions pas les victimes de ces conflits, surtout les enfants ! Que ne manque pas la solidarité pour les nombreuses personnes contraintes à abandonner leurs terres et privées du minimum nécessaire pour vivre.
Implorons des fruits de dialogue pour la péninsule coréenne, pour que les entretiens en cours promeuvent l’harmonie et la pacification de la région. Que ceux qui ont des responsabilités directes agissent avec sagesse et discernement pour promouvoir le bien du peuple coréen et construire des relations de confiance au sein de la communauté internationale.
Demandons des fruits de paix pour l’Ukraine, afin que se renforcent les pas en faveur de la concorde et soient facilitées les initiatives humanitaires dont la population a besoin.
Appelons des fruits de consolation pour le peuple vénézuélien, qui – comme l’ont écrit ses pasteurs – vit dans une espèce de « terre étrangère » dans son propre pays. Puisse-t-il, par la force de la Résurrection du Seigneur Jésus, trouver le chemin juste, pacifique et humain pour sortir au plus vite de la crise politique et humanitaire qui le tenaille, et que accueil et assistance ne manquent pas à tous ceux de ses enfants qui sont contraints d’abandonner leur patrie.
Que le Christ Ressuscité apporte des fruits de vie nouvelle aux enfants qui, à cause des guerres et de la faim, grandissent sans espérance, privés d’éducation et d’assistance sanitaire ; et aussi pour les aînés mis à l’écart par la culture égoïste, qui met de côté celui qui n’est pas «productif».
Invoquons des fruits de sagesse pour ceux qui dans le monde entier ont des responsabilités politiques, afin qu’ils respectent toujours la dignité humaine, se prodiguent avec dévouement au service du bien commun et assurent développement et sécurité à leurs propres citoyens.
Chers frères et soeurs,
A nous aussi, comme aux femmes accourues au tombeau, sont adressées ces paroles : « Pourquoi cherchez-vous le Vivant parmi les morts ? Il n’est pas ici, il est ressuscité ! » (Lc 24, 5-6). La mort, la solitude et la peur ne sont plus la parole ultime. Il y a une parole qui va au-delà et que Dieu seul peut prononcer : c’est la parole de la Résurrection (cf. Jean-Paul II, Paroles au terme de la Via Crucis, 18 avril 2003). Avec la force de l’amour de Dieu, elle « chasse les crimes et lave les fautes, rend l’innocence aux coupables et l’allégresse aux affligés, dissipe la haine, dispose à l’amitié et soumet toute puissance » (Annonce de la Pâque).
Bonne fête de Pâques à tous !
Traduzione in lingua inglese
Dear brothers and sisters, Happy Easter!
Jesus is risen from the dead!
This message resounds in the Church the world over, along with the singing of the Alleluia: Jesus is Lord; the Father has raised him and he lives forever in our midst.
Jesus had foretold his death and resurrection using the image of the grain of wheat. He said: “Unless a grain of wheat falls into the earth and dies, it remains alone; but if it dies, it bears much fruit” (Jn 12:24). And this is precisely what happened: Jesus, the grain of wheat sowed by God in the furrows of the earth, died, killed by the sin of the world. He remained two days in the tomb; but his death contained God’s love in all its power, released and made manifest on the third day, the day we celebrate today: the Easter of Christ the Lord.
We Christians believe and know that Christ’s resurrection is the true hope of the world, the hope that does not disappoint. It is the power of the grain of wheat, the power of that love which humbles itself and gives itself to the very end, and thus truly renews the world. This power continues to bear fruit today in the furrows of our history, marked by so many acts of injustice and violence. It bears fruits of hope and dignity where there are deprivation and exclusion, hunger and unemployment, where there are migrants and refugees (so often rejected by today’s culture of waste), and victims of the drug trade, human trafficking and contemporary forms of slavery.
Today we implore fruits of peace upon the entire world, beginning with the beloved and long-suffering land of Syria, whose people are worn down by an apparently endless war. This Easter, may the light of the risen Christ illumine the consciences of all political and military leaders, so that a swift end may be brought to the carnage in course, that humanitarian law may be respected and that provisions be made to facilitate access to the aid so urgently needed by our brothers and sisters, while also ensuring fitting conditions for the return of the displaced.
We beseech fruits of reconciliation for the Holy Land, also experiencing in these days the wounds of ongoing conflict that do not spare the defenceless, for Yemen and for the entire Middle East, so that dialogue and mutual respect may prevail over division and violence. May our brothers
and sisters in Christ, who not infrequently put up with injustices and persecution, be radiant witnesses of the risen Lord and of the victory of good over evil.
We invoke on this day fruits of hope for those who yearn for a more dignified life, above all in those areas of the African continent deeply affected by hunger, endemic conflicts and terrorism. May the peace of the risen Lord heal wounds in South Sudan and the strife-torn Democratic Republic of the Congo, and open hearts to dialogue and mutual understanding. Let us not forget the victims of that conflict, especially the children! May there be no lack of solidarity with all those forced to abandon leave their native lands and lacking the bare essentials for living.
We implore fruits of dialogue for the Korean peninsula, that the discussions under way may advance harmony and peace within the region. May those who are directly responsible act with wisdom and discernment to promote the good of the Korean people and to build relationships of trust within the international community.
We also beseech fruits of peace for Ukraine, that the steps taken to favour harmony may be consolidated, and facilitated by the humanitarian initiatives needed by its people.
We also invoke fruits of consolation for the Venezuelan people, who, as their bishops have written, are living in a kind of “foreign land” within their own country. May that nation, by the power of the resurrection of the Lord Jesus, find a just, peaceful and humane way to surmount quickly the political and humanitarian crises that grip it. May welcome and assistance not be wanting to its sons and daughters forced to abandon their homeland.
May the risen Christ bring fruits of new life to those children, who as a result of wars and hunger, grow up without hope, lacking education and health care; and to those elderly persons who are cast off by a selfish culture that ostracizes those who are not “productive”.
We also implore fruits of wisdom for those who have political responsibilities in our world, that they may always respect human dignity, devote themselves actively to the pursuit of the common good, and ensure the development and security of their own citizens.
Dear brothers and sisters,
The words heard by the women at the tomb are also addressed to us: “Why do you seek the living among the dead? He is not here, but has risen” (Lk 24:5-6). Death, solitude and fear are not the last word. There is a word that transcends them, a word that only God can speak: it is the word of the resurrection (cf. JOHN PAUL II, Conclusion of the Way of the Cross, 18 April 2003). By the power of God’s love, it “dispels wickedness, washes faults away, restores innocence to the fallen, and joy to mourners, drives out hatred, fosters concord and brings down the mighty” (Easter Proclamation).
Happy Easter to all!
Traduzione in lingua spagnola
Queridos hermanos y hermanas, ¡Feliz Pascua!
Jesús ha resucitado de entre los muertos.
Junto con el canto del aleluya, resuena en la Iglesia y en todo el mundo, este mensaje: Jesús es el Señor, el Padre lo ha resucitado y él vive para siempre en medio de nosotros.
Jesús mismo había preanunciado su muerte y resurrección con la imagen del grano de trigo. Decía: «Si el grano de trigo no cae en tierra y muere, queda infecundo; pero si muere, da mucho fruto» (Jn 12,24). Y esto es lo que ha sucedido: Jesús, el grano de trigo sembrado por Dios en los surcos de la tierra, murió víctima del pecado del mundo, permaneció dos días en el sepulcro; pero en su muerte estaba presente toda la potencia del amor de Dios, que se liberó y se manifestó el tercer día, y que hoy celebramos: la Pascua de Cristo Señor.
Nosotros, cristianos, creemos y sabemos que la resurrección de Cristo es la verdadera esperanza del mundo, aquella que no defrauda. Es la fuerza del grano de trigo, del amor que se humilla y se da hasta el final, y que renueva realmente el mundo. También hoy esta fuerza produce fruto en los surcos de nuestra historia, marcada por tantas injusticias y violencias. Trae frutos de esperanza y dignidad donde hay miseria y exclusión, donde hay hambre y falta trabajo, a los prófugos y refugiados —tantas veces rechazados por la cultura actual del descarte—, a las víctimas del narcotráfico, de la trata de personas y de las distintas formas de esclavitud de nuestro tiempo.
Y, hoy, nosotros pedimos frutos de paz para el mundo entero, comenzando por la amada y martirizada Siria, cuya población está extenuada por una guerra que no tiene fin. Que la luz de Cristo resucitado ilumine en esta Pascua las conciencias de todos los responsables políticos y militares, para que se ponga fin inmediatamente al exterminio que se está llevando a cabo, se respete el derecho humanitario y se proceda a facilitar el acceso a las ayudas que estos hermanos y hermanas nuestros necesitan urgentemente, asegurando al mismo tiempo las condiciones adecuadas para el regreso de los desplazados.
Invocamos frutos de reconciliación para Tierra Santa, que en estos días también está siendo golpeada por conflictos abiertos que no respetan a los indefensos, para Yemen y para todo el Oriente Próximo, para que el diálogo y el respeto mutuo prevalezcan sobre las divisiones y la violencia. Que nuestros hermanos en Cristo, que sufren frecuentemente abusos y persecuciones, puedan ser testigos luminosos del Resucitado y de la victoria del bien sobre el mal.
Suplicamos en este día frutos de esperanza para cuantos anhelan una vida más digna, sobre todo en aquellas regiones del continente africano que sufren por el hambre, por conflictos endémicos y el terrorismo. Que la paz del Resucitado sane las heridas en Sudán del Sur y en la atormentada República Democrática del Congo: abra los corazones al diálogo y a la comprensión mutua. No olvidemos a las víctimas de ese conflicto, especialmente a los niños. Que nunca falte la solidaridad para las numerosas personas obligadas a abandonar sus tierras y privadas del mínimo necesario para vivir.
Imploramos frutos de diálogo para la península coreana, para que las conversaciones en curso promuevan la armonía y la pacificación de la región. Que los que tienen responsabilidades
directas actúen con sabiduría y discernimiento para promover el bien del pueblo coreano y construir relaciones de confianza en el seno de la comunidad internacional.
Pedimos frutos de paz para Ucrania, para que se fortalezcan los pasos en favor de la concordia y se faciliten las iniciativas humanitarias que necesita la población.
Suplicamos frutos de consolación para el pueblo venezolano, el cual —como han escrito sus Pastores— vive en una especie de «tierra extranjera» en su propio país. Para que, por la fuerza de la resurrección del Señor Jesús, encuentre la vía justa, pacífica y humana para salir cuanto antes de la crisis política y humanitaria que lo oprime, y no falten la acogida y asistencia a cuantos entre sus hijos están obligados a abandonar su patria.
Traiga Cristo Resucitado frutos de vida nueva para los niños que, a causa de las guerras y el hambre, crecen sin esperanza, carentes de educación y de asistencia sanitaria; y también para los ancianos desechados por la cultura egoísta, que descarta a quien no es «productivo».
Invocamos frutos de sabiduría para los que en todo el mundo tienen responsabilidades políticas, para que respeten siempre la dignidad humana, se esfuercen con dedicación al servicio del bien común y garanticen el desarrollo y la seguridad a los propios ciudadanos.
Queridos hermanos y hermanas:
También a nosotros, como a las mujeres que acudieron al sepulcro, van dirigidas estas palabras: «¿Por qué buscáis entre los muertos al que vive? No está aquí. Ha resucitado» (Lc 24,5-6). La muerte, la soledad y el miedo ya no son la última palabra. Hay una palabra que va más allá y que solo Dios puede pronunciar: es la palabra de la Resurrección (cf. Juan Pablo II, Palabras al término del Vía Crucis, 18 abril 2003). Ella, con la fuerza del amor de Dios, «ahuyenta los pecados, lava las culpas, devuelve la inocencia a los caídos, la alegría a los tristes, expulsa el odio, trae la concordia, doblega a los poderosos» (Pregón pascual).
¡Feliz Pascua a todos!
Traduzione in lingua portoghese
Queridos irmãos e irmãs, feliz Páscoa!
Jesus ressuscitou dos mortos.
Ressoa na Igreja, por todo o mundo, este anúncio, juntamente com o cântico do Aleluia: Jesus é o Senhor, o Pai ressuscitou-O e Ele está vivo para sempre no meio de nós.
O próprio Jesus preanunciara a sua morte e ressurreição com a imagem do grão de trigo. Dizia: «Se o grão de trigo, lançado à terra, não morrer, fica ele só; mas, se morrer, dá muito fruto» (Jo 12, 24). Foi isto mesmo que aconteceu: Jesus, o grão de trigo semeado por Deus nos sulcos da terra, morreu vítima do pecado do mundo, permaneceu dois dias no sepulcro; mas, naquela sua morte, estava contida toda a força do amor de Deus, que se desencadeou e manifestou ao terceiro dia, aquele que celebramos hoje: a Páscoa de Cristo Senhor.
Nós, cristãos, acreditamos e sabemos que a ressurreição de Cristo é a verdadeira esperança do mundo, a esperança que não decepciona. É a força do grão de trigo, a do amor que se humilha e oferece até ao fim e que verdadeiramente renova o mundo. Esta força dá fruto também hoje nos sulcos da nossa história, marcada por tantas injustiças e violências. Dá frutos de esperança e dignidade onde há miséria e exclusão, onde há fome e falta trabalho, no meio dos deslocados e refugiados – frequentemente rejeitados pela cultura atual do descarte – das vítimas do narcotráfico, do tráfico de pessoas e da escravidão dos nossos tempos.
E nós, hoje, pedimos frutos de paz para o mundo inteiro, a começar pela amada e martirizada Síria, cuja população se encontra exausta por uma guerra sem um fim à vista. Nesta Páscoa, a luz de Cristo Ressuscitado ilumine as consciências de todos os responsáveis políticos e militares, para que se ponha imediatamente termo ao extermínio em curso, respeite o direito humanitário e proveja a facilitar o acesso às ajudas de que têm urgente necessidade estes nossos
irmãos e irmãs, assegurando ao mesmo tempo condições adequadas para o regresso de quantos foram desalojados.
Frutos de reconciliação, imploramos para a Terra Santa, ferida, também nestes dias, por conflitos abertos que não poupam os indefesos, para o Iémen e para todo o Médio Oriente, a fim de que o diálogo e o respeito mútuo prevaleçam sobre as divisões e a violência. Possam os nossos irmãos em Cristo, que muitas vezes sofrem abusos e perseguições, ser testemunhas luminosas do Ressuscitado e da vitória do bem sobre o mal.
Frutos de esperança, suplicamos neste dia para todos aqueles que anseiam por uma vida mais digna, especialmente nas regiões do continente africano atormentadas pela fome, por conflitos endémicos e pelo terrorismo. A paz do Ressuscitado cure as feridas no Sudão do Sul e da mortificada República Democrática do Congo: abra os corações ao diálogo e à compreensão mútua. Não esqueçamos as vítimas daquele conflito, sobretudo as crianças! Não falte a solidariedade em prol das inúmeras pessoas forçadas a abandonar as suas terras e privadas do mínimo necessário para viver.
Frutos de diálogo, imploramos para a península coreana, para que os colóquios em curso promovam a harmonia e a pacificação da região. Aqueles que têm responsabilidades diretas ajam com sabedoria e discernimento para promover o bem do povo coreano e construir relações de confiança no âmbito da comunidade internacional.
Frutos de paz, pedimos para a Ucrânia, a fim de que se reforcem os passos a favor da concórdia e sejam facilitadas as iniciativas humanitárias de que necessita a população.
Frutos de consolação, suplicamos para o povo venezuelano, que vive – escreveram os seus Pastores – como que em «terra estrangeira» no seu próprio país. Possa, pela força da Ressurreição do Senhor Jesus, encontrar a via justa, pacífica e humana para sair, o mais rápido possível, da crise política e humanitária que o oprime e, àqueles dentre os seus filhos que são forçados a abandonar a sua pátria, não lhes falte hospedagem nem assistência.
Frutos de vida nova, Cristo Ressuscitado dê às crianças que, por causa das guerras e da fome, crescem sem esperança, privadas de educação e assistência sanitária; e também aos idosos descartados pela cultura egoísta que põe de lado aqueles que não são «produtivos».
Frutos de sabedoria, imploramos para aqueles que, em todo o mundo, têm responsabilidades políticas, a fim de que respeitem sempre a dignidade humana, trabalhem com dedicação ao serviço do bem comum e garantam progresso e segurança aos seus cidadãos.
Queridos irmãos e irmãs!
Também a nós, como às mulheres que acorreram ao sepulcro, é-nos dirigida esta palavra: «Porque buscais o Vivente entre os mortos? Não está aqui; ressuscitou!» (Lc 24, 5-6). A morte, a solidão e o medo já não são a última palavra. Há uma palavra que vem depois e que só Deus pode pronunciar: é a palavra da Ressurreição (cf. João Paulo II, Palavras no final da Via-Sacra, 18/IV/2003). Com a força do amor de Deus, ela «afugenta os crimes, lava as culpas, restitui a inocência aos pecadores, dá alegria aos tristes, derruba os poderosos, dissipa os ódios, estabelece a concórdia e a paz» (Precónio Pascal).
Feliz Páscoa para todos!

Santa Messa del giorno nella Pasqua di Risurrezione. Omelia del Santo Padre.




Santa Messa del giorno nella Pasqua di Risurrezione. Omelia del Santo Padre: "Gli annunci di Dio sono sempre sorprese, perché il nostro Dio è il Dio delle soprese
Sala stampa della Santa Sede 
Alle ore 10 di oggi, Domenica di Pasqua nella Risurrezione del Signore, il Santo Padre Francesco ha presieduto, sul sagrato della Basilica Vaticana, la solenne celebrazione della Messa del giorno. Alla Celebrazione, che ha avuto inizio con il rito del “Resurrexit”, hanno preso parte fedeli romani e pellegrini provenienti da ogni parte del mondo in occasione delle feste pasquali. Pubblichiamo di seguito il testo dell’omelia che Papa Francesco ha pronunciato a braccio nel corso della Santa Messa, dopo la proclamazione del Santo Vangelo:
Omelia del Santo Padre
Dopo l’ascolto della Parola di Dio, di questo passo del Vangelo, mi vengono da dire tre cose.
Primo: l’annuncio. Lì c’è un annuncio: il Signore è risorto. Quell’annuncio che dai primi tempi dei cristiani andava di bocca in bocca; era il saluto: il Signore è risorto. E le donne, che sono andate per ungere in corpo del Signore, si sono trovate davanti ad una sorpresa. La sorpresa … Gli annunci di Dio sono sempre sorprese, perché il nostro Dio è il Dio delle soprese. È così fin dall’inizio della storia della salvezza, dal nostro padre Abramo, Dio ti sorprende: “Ma, vai, vai, lascia, vattene dalla tua terra e va”. E Sempre c’è una sorpresa dietro l’altra. Dio non sa fare un annuncio senza sorprenderci. E la sorpresa è ciò che ti commuove il cuore, che ti tocca proprio lì, dove tu non lo aspetti. Per dirlo un po’ con il linguaggio dei giovani: la sorpresa è un colpo basso; tu non te lo aspetti. E Lui va e ti commuove. Primo: l’annuncio fatto sorpresa.

Secondo: la fretta. Le donne corrono, vanno di fretta a dire: “Ma, abbiamo trovato questo!”. Le soprese di Dio ci mettono in cammino, subito, senza aspettare. E così corrono per vedere. E Pietro e Giovanni corrono. I pastori, quella notte di Natale, corrono: “Andiamo a Betlemme a vedere questo che ci hanno detto gli angeli”. E la Samaritana, corre per dire alla sua gente: “Questa è una novità: ho trovato un uomo che mi ha detto tutto quello che io ho fatto”. E la gente sapeva le cose che questa aveva fatto. E quella gente, corre, lascia quello che sta facendo, anche la casalinga lascia le patate nella pentola – le troverà bruciate -, ma l’importante è andare, correre, per vedere quella sorpresa, quell’annuncio. Anche oggi succede. Nei nostri quartieri, nei villaggi quando succede qualcosa di straordinario, la gente corre a vedere. Andare di fretta. Andrea, non ha perso tempo e di fretta è andato da Pietro a dirgli: “Abbiamo trovato il Messia”. Le sorprese, le buone notizie, si danno sempre così: di fretta. Nel Vangelo c’è uno che si prende un po’ di tempo; non vuole rischiare. Ma il Signore è buono, lo aspetta con amore, è Tommaso. “Io crederò quando vedrò le piaghe” dice. Anche il Signore ha pazienza per coloro che non vanno così di fretta.
L’annuncio-sorpresa, la risposta di fretta e il terzo che io vorrei dirvi oggi è una domanda: “E io? Ho il cuore aperto alle sorprese di Dio, sono capace di andare di fretta o sempre con quella cantilena: “Ma, domani vedrò, domani, domani?”. Cosa dice a me la sorpresa? Giovanni e Pietro sono andati di corsa al sepolcro. Di Giovanni il Vangelo ci dice: “Credette”. Anche Pietro: “Credette”, ma a suo modo, con la fede un po’ mischiata con il rimorso di aver rinnegato il Signore. L’annuncio fatto sorpresa, la corsa\andare di fretta, e la domanda: “E io, oggi, in questa Pasqua 2018, io che faccio? Tu, che fai?

Veglia Pasquale nella Notte Santa. Omelia di Papa Francesco: "Non è qui… E’ risorto!..

Veglia Pasquale nella Notte Santa. Papa Francesco: "Non è qui… E’ risorto! E’ l’annuncio che sostiene la nostra speranza e la trasforma in gesti concreti di carità. Quanto abbiamo bisogno di lasciare che la nostra fragilità sia unta da questa esperienza! Quanto abbiamo bisogno che la nostra fede sia rinnovata, che i nostri miopi orizzonti siano messi in discussione e rinnovati da questo annuncio!"
Sala stampa della Santa Sede
[Text: Italiano, Français, English, Español, Português] 

Il Rito ha avuto inizio nell’atrio della Basilica di San Pietro con la benedizione del fuoco e la preparazione del cero pasquale. Alla processione verso l’Altare, con il cero pasquale acceso e il canto dell’Exultet, ha fatto seguito la Liturgia della Parola e la Liturgia Battesimale, nel corso della quale il Papa amministra i Sacramenti dell’iniziazione cristiana a 8 neofiti provenienti da: Albania, Italia, Nigeria, Perù e Stati Uniti d’America.
Omelia del Santo Padre
Questa celebrazione l’abbiamo cominciata all’esterno, immersi nell’oscurità della notte e nel freddo che l’accompagna. Sentiamo il peso del silenzio davanti alla morte del Signore, un silenzio in cui ognuno di noi può riconoscersi e che cala profondo nelle fenditure del cuore del discepolo che dinanzi alla croce rimane senza parole.
Sono le ore del discepolo ammutolito di fronte al dolore generato dalla morte di Gesù: che dire davanti a questa realtà? Il discepolo che rimane senza parole prendendo coscienza delle proprie reazioni durante le ore cruciali della vita del Signore: di fronte all’ingiustizia che ha condannato il Maestro, i discepoli hanno fatto silenzio; di fronte alle calunnie e alla falsa testimonianza subite dal Maestro, i discepoli hanno taciuto. Durante le ore difficili e dolorose della Passione, i discepoli
hanno sperimentato in modo drammatico la loro incapacità di rischiare e di parlare in favore del Maestro; di più, lo hanno rinnegato, si sono nascosti, sono fuggiti, sono stati zitti (cfr Gv 18,25-27).
E’ la notte del silenzio del discepolo che si trova intirizzito e paralizzato, senza sapere dove andare di fronte a tante situazioni dolorose che lo opprimono e lo circondano. E’ il discepolo di oggi, ammutolito davanti a una realtà che gli si impone facendogli sentire e, ciò che è peggio, credere che non si può fare nulla per vincere tante ingiustizie che vivono nella loro carne tanti nostri fratelli.
E’ il discepolo frastornato perché immerso in una routine schiacciante che lo priva della memoria, fa tacere la speranza e lo abitua al “si è fatto sempre così”. E’ il discepolo ammutolito e ottenebrato che finisce per abituarsi e considerare normale l’espressione di Caifa: «Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!» (Gv 11,50).
E in mezzo ai nostri silenzi, quando tacciamo in modo così schiacciante, allora le pietre cominciano a gridare (cfr Lc 19,40)[1] e a lasciare spazio al più grande annuncio che la storia abbia mai potuto contenere nel suo seno: «Non è qui. E’ risorto» (Mt 28,6). La pietra del sepolcro gridò e col suo grido annunciò a tutti una nuova via. Fu il creato il primo a farsi eco del trionfo della Vita su tutte le realtà che cercarono di far tacere e di imbavagliare la gioia del vangelo. Fu la pietra del sepolcro la prima a saltare e, a modo suo, a intonare un canto di lode e di entusiasmo, di gioia e di speranza a cui tutti siamo invitati a partecipare.
E se ieri, con le donne, abbiamo contemplato «colui che hanno trafitto» (Gv 19,37; cfr Zc 12,10), oggi con esse siamo chiamati a contemplare la tomba vuota e ad ascoltare le parole dell’angelo: «Non abbiate paura […] E’ risorto» (Mt 28,5-6). Parole che vogliono raggiungere le nostre convinzioni e certezze più profonde, i nostri modi di giudicare e di affrontare gli avvenimenti quotidiani; specialmente il nostro modo di relazionarci con gli altri. La tomba vuota vuole sfidare, smuovere, interrogare, ma soprattutto vuole incoraggiarci a credere e ad aver fiducia che Dio “avviene” in qualsiasi situazione, in qualsiasi persona, e che la sua luce può arrivare negli angoli più imprevedibili e più chiusi dell’esistenza. E’ risorto dalla morte, è risorto dal luogo da cui nessuno aspettava nulla e ci aspetta – come aspettava le donne – per renderci partecipi della sua opera di salvezza. Questo è il fondamento e la forza che abbiamo come cristiani per spendere la nostra vita e la nostra energia, intelligenza, affetti e volontà nel ricercare e specialmente nel generare cammini di dignità. Non è qui… E’ risorto! E’ l’annuncio che sostiene la nostra speranza e la trasforma in gesti concreti di carità. Quanto abbiamo bisogno di lasciare che la nostra fragilità sia unta da questa esperienza! Quanto abbiamo bisogno che la nostra fede sia rinnovata, che i nostri miopi orizzonti siano messi in discussione e rinnovati da questo annuncio! Egli è risorto e con Lui risorge la nostra speranza creativa per affrontare i problemi attuali, perché sappiamo che non siamo soli.
Celebrare la Pasqua significa credere nuovamente che Dio irrompe e non cessa di irrompere nelle nostre storie, sfidando i nostri determinismi uniformanti e paralizzanti. Celebrare la Pasqua significa lasciare che Gesù vinca quell’atteggiamento pusillanime che tante volte ci assedia e cerca di seppellire ogni tipo di speranza.
La pietra del sepolcro ha fatto la sua parte, le donne hanno fatto la loro parte, adesso l’invito viene rivolto ancora una volta a voi e a me: invito a rompere le abitudini ripetitive, a rinnovare la nostra vita, le nostre scelte e la nostra esistenza. Un invito che ci viene rivolto là dove ci troviamo, in ciò che facciamo e che siamo; con la “quota di potere” che abbiamo. Vogliamo partecipare a questo annuncio di vita o resteremo muti davanti agli avvenimenti?
Fratelli e sorelle, Non è qui, è risorto! E ti aspetta in Galilea, ti invita a tornare al tempo e al luogo del primo amore, per dirti: “Non avere paura, seguimi”.

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[1] «Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre».


Traduzione in lingua francese
Nous avons commencé cette célébration à l’extérieur, immergés dans l’obscurité de la nuit et dans le froid qui l’accompagne. Nous sentons le poids du silence devant la mort du Seigneur, un
silence dans lequel chacun de nous peut se reconnaître et qui descend profondément dans les replis du coeur du disciple qui, devant la croix, reste sans parole.
Ce sont les heures du disciple, sans voix devant la douleur engendrée par la mort de Jésus : que dire devant une telle réalité ? Le disciple qui reste sans voix prenant conscience de ses propres réactions durant les heures cruciales de la vie du Seigneur : devant l’injustice qui a condamné le Maître, les disciples ont fait silence ; devant les calomnies et le faux témoignage subi par le Maître, les disciples se sont tus. Durant les heures difficiles et douloureuses de la Passion, les disciples ont fait l’expérience de manière dramatique de leur incapacité à prendre un risque et à parler en faveur du Maître ; de plus, ils l’ont renié, ils se sont cachés, ils ont fui, ils sont restés muets (cf. Jn 18, 25-27).
C’est la nuit du silence du disciple qui se trouve transi et paralysé, sans savoir où aller face à tant de situations douloureuses qui l’oppriment et l’entourent. C’est le disciple d’aujourd’hui, sans voix devant une réalité qui s’impose à lui, lui faisant sentir et, ce qui est pire, croire qu’on ne peut rien faire pour vaincre tant d’injustices que nombre de nos frères vivent dans leur chair.
C’est le disciple étourdi parce qu’immergé dans une routine accablante qui le prive de la mémoire, qui fait taire l’espérance et l’habitue au “on a toujours fait ainsi”. C’est le disciple sans voix et enténébré qui finit par s’habituer et par considérer normale l’expression de Caïphe : « Vous ne voyez pas quel est votre intérêt : il vaut mieux qu’un seul homme meure pour le peuple, et que l’ensemble de la nation ne périsse pas » (Jn 11, 50)
Et au milieu de nos silences, quand nous nous taisons de manière si accablante, alors les pierres commencent à crier (cf. Lc 19, 40)[1] et à laisser la place à la plus grande annonce que l’histoire ait jamais pu contenir dans son sein : « Il n’est pas ici, car il est ressuscité » (Mt 28, 6). La pierre du tombeau a crié et par son cri, elle a annoncé à tous un nouveau chemin. Ce fut la création la première à se faire l’écho du triomphe de la Vie sur toutes les réalités qui chercheront à faire taire et à museler la joie de l’Evangile. Ce fut la pierre du tombeau la première à sauter et, à sa manière, à entonner un chant de louange et d’enthousiasme, de joie et d’espérance auquel nous sommes tous invités à prendre part.
Et si hier, avec les femmes, nous avons contemplé « celui qu’ils ont transpercé » (Jn 19, 37 ; cf. Za 12, 10), aujourd’hui avec elles nous sommes appelés à contempler la tombe vide et à écouter les paroles de l’ange : « Vous, soyez sans crainte ! […] Il est ressuscité » (Mt 28, 5-6). Paroles qui veulent atteindre nos convictions et nos certitudes les plus profondes, nos manières de juger et d’affronter les événements quotidiens ; spécialement notre manière d’entrer en relation avec les autres. Le tombeau vide veut défier, secouer, interroger, mais surtout il veut nous encourager à croire et à avoir confiance que Dieu “vient” dans toute situation, dans toute personne, et que sa lumière peut arriver dans les coins les plus imprévisibles et les plus fermés de l’existence. Il est ressuscité de la mort, il est ressuscité du lieu dont personne n’attendait rien et il nous attend – comme il attendait les femmes – pour nous rendre participants de son oeuvre de salut. Voilà le fondement et la force que nous avons comme chrétiens pour répandre notre vie et notre énergie, notre intelligence, nos affections et notre volonté dans la recherche et spécialement dans le fait de produire des chemins de dignité. Il n’est pas ici… Il est ressuscité ! C’est l’annonce qui soutient notre espérance et la transforme en gestes concrets de charité. Comme nous avons besoin de faire en sorte que notre fragilité soit marquée de cette expérience ! Comme nous avons besoin que notre foi soit renouvelée, que nos horizons myopes soient remis en question et renouvelés par cette annonce ! Il est ressuscité et avec Lui ressuscite notre espérance créative pour affronter les problèmes actuels, parce que nous savons que nous ne sommes pas seuls.
Célébrer Pâques signifie croire de nouveau que Dieu fait irruption et ne cesse de faire irruption dans nos histoires, défiant nos déterminismes uniformisants et paralysants. Célébrer Pâques signifie faire en sorte que Jésus soit vainqueur de cette attitude lâche qui tant de fois, nous assiège et cherche à ensevelir tout type d’espérance.
La pierre du tombeau a fait sa part, les femmes ont fait leur part, maintenant l’invitation est adressée encore une fois à vous et à moi : invitation à rompre avec les habitudes répétitives, à renouveler notre vie, nos choix et notre existence. Une invitation qui nous est adressée là où nous
nous trouvons, dans ce que nous faisons et ce que nous sommes ; avec la “part de pouvoir” que nous avons. Voulons-nous participer à cette annonce de vie ou resterons-nous muets devant les événements ?
Il n’est pas ici, il est ressuscité ! Et il t’attend en Galilée, il t’invite à retourner au temps et au lieu du premier amour pour te dire : “ N’aies pas peur, suis-moi”.
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[1] «Je vous le dis: si eux se taisent, les pierres crieront».
Traduzione in lingua inglese
We began this celebration outside, plunged in the darkness of the night and the cold. We felt an oppressive silence at the death of the Lord, a silence with which each of us can identify, a silence that penetrates to the depths of the heart of every disciple, who stands wordless before the cross.
These are the hours when the disciple stands speechless in pain at the death of Jesus. What words can be spoken at such a moment? The disciple keeps silent in the awareness of his or her own reactions during those crucial hours in the Lord’s life. Before the injustice that condemned the Master, his disciples were silent. Before the calumnies and the false testimony that the Master endured, his disciples said nothing. During the trying, painful hours of the Passion, his disciples dramatically experienced their inability to put their lives on the line to speak out on behalf of the Master. What is more, not only did they not acknowledge him: they hid, they escaped, they kept silent (cf. Jn 18:25-27).
It is the silent night of the disciples who remained numb, paralyzed and uncertain of what to do amid so many painful and disheartening situations. It is also that of today’s disciples, speechless in the face of situations we cannot control, that make us feel and, even worse, believe that nothing can be done to reverse all the injustices that our brothers and sisters are experiencing in their flesh.
It is the silent night of those disciples who are disoriented because they are plunged in a crushing routine that robs memory, silences hope and leads to thinking that “this is the way things have always been done”. Those disciples who, overwhelmed, have nothing to say and end up considering “normal” and unexceptional the words of Caiaphas: “Can you not see that it is better for you to have one man die for the people than to have the whole nation destroyed?” (Jn 11:50).
Amid our silence, our overpowering silence, the stones begin to cry out (cf. Lk 19:40)[1] and to clear the way for the greatest message that history has ever heard: “He is not here, for he has been raised” (Mt 28:6). The stone before the tomb cried out and proclaimed the opening of a new way for all. Creation itself was the first to echo the triumph of life over all that had attempted to silence and stifle the joy of the Gospel. The stone before the tomb was the first to leap up and in its own way intone a song of praise and wonder, of joy and hope, in which all of us are invited to join.
Yesterday, we joined the women in contemplating “the one who was pierced” (cf. Jn 19:36; cf. Zech 12:10). Today, with them, we are invited to contemplate the empty tomb and to hear the words of the angel: “Do not be afraid… for he has been raised” (Mt 28:5-6). Those words should affect our deepest convictions and certainties, the ways we judge and deal with the events of our daily lives, especially the ways we relate to others. The empty tomb should challenge us and rally our spirits. It should make us think, but above all it should encourage us to trust and believe that God “happens” in every situation and every person, and that his light can shine in the least expected and most hidden corners of our lives. He rose from the dead, from that place where nobody waits for anything, and now he waits for us – as he did the women – to enable us to share in his saving work. On this basis and with this strength, we Christians place our lives and our energy, our intelligence, our affections and our will, at the service of discovering, and above all creating, paths of dignity.
He is not here… he is risen! This is the message that sustains our hope and turns it into concrete gestures of charity. How greatly we need to let our frailty be anointed by this experience! How greatly we need to let our faith be revived! How greatly we need our myopic horizons to be challenged and renewed by this message! Christ is risen, and with him he makes our hope and creativity rise, so that we can face our present problems in the knowledge that we are not alone.
To celebrate Easter is to believe once more that God constantly breaks into our personal histories, challenging our “conventions”, those fixed ways of thinking and acting that end up paralyzing us. To celebrate Easter is to allow Jesus to triumph over the craven fear that so often assails us and tries to bury every kind of hope.
The stone before the tomb shared in this, the women of the Gospel shared in this, and now the invitation is addressed once more to you and to me. An invitation to break out of our routines and to renew our lives, our decisions and our existence. An invitation that must be directed to where we stand, what we are doing and what we are, with the “power ratio” that is ours. Do we want to share in this message of life or do we prefer simply to continue standing speechless before events as they happen?
He is not here… he is raised! And he awaits you in Gaiilee. He invites you to go back to the time and place of your first love and he says to you: Do not be afraid, follow me.
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[1] «Les aseguro que si ellos callan, gritarán las piedras».
Traduzione in lingua spagnola
Esta celebración la hemos comenzado fuera... inmersos en la oscuridad de la noche y en el frío que la acompaña. Sentimos el peso del silencio ante la muerte del Señor, un silencio en el que
cada uno de nosotros puede reconocerse y cala hondo en las hendiduras del corazón del discípulo que ante la cruz se queda sin palabras.
Son las horas del discípulo enmudecido frente al dolor que genera la muerte de Jesús: ¿Qué decir ante tal situación? El discípulo que se queda sin palabras al tomar conciencia de sus reacciones durante las horas cruciales en la vida del Señor: frente a la injusticia que condenó al Maestro, los discípulos hicieron silencio; frente a las calumnias y al falso testimonio que sufrió el Maestro, los discípulos callaron. Durante las horas difíciles y dolorosas de la Pasión, los discípulos experimentaron de forma dramática su incapacidad de «jugársela» y de hablar en favor del Maestro. Es más, no lo conocían, se escondieron, se escaparon, callaron (cfr. Jn 18,25-27).
Es la noche del silencio del discípulo que se encuentra entumecido y paralizado, sin saber hacia dónde ir frente a tantas situaciones dolorosas que lo agobian y rodean. Es el discípulo de hoy, enmudecido ante una realidad que se le impone haciéndole sentir, y lo que es peor, creer que nada puede hacerse para revertir tantas injusticias que viven en su carne nuestros hermanos.
Es el discípulo atolondrado por estar inmerso en una rutina aplastante que le roba la memoria, silencia la esperanza y lo habitúa al «siempre se hizo así». Es el discípulo enmudecido que, abrumado, termina «normalizando» y acostumbrándose a la expresión de Caifás: «¿No les parece preferible que un solo hombre muera por el pueblo y no perezca la nación entera?» (Jn 11,50).
Y en medio de nuestros silencios, cuando callamos tan contundentemente, entonces las piedras empiezan a gritar (cf. Lc 19,40)[1] y a dejar espacio para el mayor anuncio que jamás la historia haya podido contener en su seno: «No está aquí ha resucitado» (Mt 28,6). La piedra del sepulcro gritó y en su grito anunció para todos un nuevo camino. Fue la creación la primera en hacerse eco del triunfo de la Vida sobre todas las formas que intentaron callar y enmudecer la alegría del evangelio. Fue la piedra del sepulcro la primera en saltar y a su manera entonar un canto de alabanza y admiración, de alegría y de esperanza al que todos somos invitados a tomar parte.
Y si ayer, con las mujeres contemplábamos «al que traspasaron» (Jn 19,36; cf. Za 12,10); hoy con ellas somos invitados a contemplar la tumba vacía y a escuchar las palabras del ángel: «no tengan miedo… ha resucitado» (Mt 28,5-6). Palabras que quieren tocar nuestras convicciones y certezas más hondas, nuestras formas de juzgar y enfrentar los acontecimientos que vivimos a diario; especialmente nuestra manera de relacionarnos con los demás. La tumba vacía quiere desafiar, movilizar, cuestionar, pero especialmente quiere animarnos a creer y a confiar que Dios «acontece» en cualquier situación, en cualquier persona, y que su luz puede llegar a los rincones menos esperados y más cerrados de la existencia. Resucitó de la muerte, resucitó del lugar del que nadie esperaba nada y nos espera —al igual que a las mujeres— para hacernos tomar parte de su obra salvadora. Este es el fundamento y la fuerza que tenemos los cristianos para poner nuestra vida y energía, nuestra inteligencia, afectos y voluntad en buscar, y especialmente en generar, caminos de dignidad. ¡No está aquí…ha resucitado! Es el anuncio que sostiene nuestra esperanza y la transforma en gestos concretos de caridad. ¡Cuánto necesitamos dejar que nuestra fragilidad sea ungida por esta experiencia, cuánto necesitamos que nuestra fe sea renovada, cuánto necesitamos que nuestros miopes horizontes se vean cuestionados y renovados por este anuncio! Él resucitó y con él resucita nuestra esperanza y creatividad para enfrentar los problemas presentes, porque sabemos que no vamos solos.
Celebrar la Pascua, es volver a creer que Dios irrumpe y no deja de irrumpir en nuestras historias desafiando nuestros «conformantes» y paralizadores determinismos. Celebrar la Pascua es dejar que Jesús venza esa pusilánime actitud que tantas veces nos rodea e intenta sepultar todo tipo de esperanza.
La piedra del sepulcro tomó parte, las mujeres del evangelio tomaron parte, ahora la invitación va dirigida una vez más a ustedes y a mí: invitación a romper las rutinas, renovar nuestra vida, nuestras opciones y nuestra existencia. Una invitación que va dirigida allí donde estamos, en lo que hacemos y en lo que somos; con la «cuota de poder» que poseemos. ¿Queremos tomar parte de este anuncio de vida o seguiremos enmudecidos ante los acontecimientos?
¡No está aquí ha resucitado! Y te espera en Galilea, te invita a volver al tiempo y al lugar del primer amor y decirte: No tengas miedo, sígueme.
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[1] «Les aseguro que si ellos callan, gritarán las piedras».
Traduzione in lingua portoghese
Começamos esta celebração no átrio externo, imersos na escuridão da noite e no frio que a acompanha. Sentimos o peso do silêncio diante da morte do Senhor, um silêncio em que cada um de nós se pode reconhecer e que penetra profundamente nas fendas do coração do discípulo, que, à vista da cruz, fica sem palavras.
São as horas do discípulo emudecido face à amargura gerada pela morte de Jesus: Que dizer diante desta realidade? O discípulo que fica sem palavras, tomando consciência das suas reações durante as horas cruciais da vida do Senhor: diante da injustiça que condenou o Mestre, os discípulos guardaram silêncio; diante das calúnias e falsos testemunhos sofridos pelo Mestre, os discípulos ficaram calados. Durante as horas difíceis e dolorosas da Paixão, os discípulos experimentaram, de forma dramática, a sua incapacidade de arriscar e falar a favor do Mestre; mais ainda, renegaram-No, esconderam-se, fugiram, ficaram calados (cf. Jo 18, 25-27).
É a noite do silêncio do discípulo que se sente enrijecido e paralisado, sem saber para onde ir diante de tantas situações dolorosas que o oprimem e envolvem. É o discípulo de hoje, emudecido diante duma realidade que se lhe impõe fazendo-lhe sentir e – pior ainda – crer que nada se pode fazer para vencer tantas injustiças que vivem na sua carne muitos dos nossos irmãos.
É o discípulo perplexo porque imerso numa rotina avassaladora que o priva da memória, faz calar a esperança e habitua-o ao «fez-se sempre assim». É o discípulo emudecido e ofuscado que acaba por se habituar e considerar normal a frase de Caifás: «Não vos dais conta de que vos convém que morra um só homem pelo povo, e não pereça a nação inteira» (Jo 11, 50).
E no meio dos nossos silêncios, quando calamos de modo tão oprimente, então começam a gritar as pedras (cf. Lc 19, 40: «Digo-vos que, se eles se calarem, gritarão as pedras») dando lugar ao maior anúncio que alguma vez a história tenha podido conter dentro de si: «Não está aqui, pois ressuscitou» (Mt 28, 6). A pedra do sepulcro gritou e, com o seu grito, anunciou a todos um novo caminho. Foi a criação a primeira a fazer ecoar o triunfo da Vida sobre todas as realidades que procuraram silenciar e amordaçar a alegria do evangelho. Foi a pedra do sepulcro a primeira a saltar e, à sua maneira, a entoar um cântico de louvor e entusiasmo, de júbilo e esperança no qual todos somos convidados a participar.
E se ontem, com as mulheres, contemplamos «Aquele que trespassaram» (Jo 19, 37, cf. Zc 12, 10), hoje, com elas, somos chamados a contemplar o túmulo vazio e ouvir as palavras do anjo: «Não tenhais medo! (…) Ressuscitou» (Mt 28, 5-6). Palavras que querem alcançar as nossas convicções e certezas mais profundas, as nossas maneiras de julgar e enfrentar os acontecimentos diários; especialmente o nosso modo de nos relacionarmos com os outros. O túmulo vazio quer desafiar, mover, interpelar, mas sobretudo quer encorajar-nos a crer e confiar que Deus «Se faz presente» em qualquer situação, em qualquer pessoa, e que a sua luz pode chegar até aos ângulos mais imprevisíveis e fechados da existência. Ressuscitou da morte, ressuscitou do lugar donde ninguém esperava nada e espera-nos – como esperava as mulheres – para nos tornar participantes da sua obra de salvação. Esta é a base e a força que temos, como cristãos, para gastar a nossa vida e o nosso ardor, inteligência, afetos e vontade na busca e, especialmente, na criação de caminhos de dignidade. «Não está aqui... Ressuscitou!» (28, 6). É o anúncio que sustenta a nossa esperança e a transforma em gestos concretos de caridade. Como precisamos de deixar que a nossa fragilidade seja ungida por esta experiência! Como precisamos que a nossa fé seja renovada, que os nossos
horizontes míopes sejam questionados e renovados por este anúncio! Jesus ressuscitou e, com Ele, ressurge a nossa esperança criativa para enfrentar os problemas atuais, porque sabemos que não estamos sozinhos.
Celebrar a Páscoa significa voltar a crer que Deus irrompe sem cessar nas nossas vicissitudes, desafiando os nossos determinismos uniformizadores e paralisantes. Celebrar a Páscoa significa deixar que Jesus vença aquela atitude pusilânime que tantas vezes nos cerca procurando sepultar qualquer tipo de esperança.
A pedra do sepulcro desempenhou o seu papel, as mulheres fizeram a sua parte, agora o convite é dirigido mais uma vez a ti e a mim: convite a quebrar os hábitos rotineiros, renovar a nossa vida, as nossas escolhas e a nossa existência; convite que nos é dirigido na situação em que nos encontramos, naquilo que fazemos e somos; com a «quota de poder» que temos. Queremos participar neste anúncio de vida ou ficaremos mudos perante os acontecimentos?
Não está aqui, ressuscitou! E espera por ti na Galileia, convida-te a voltar ao tempo e lugar do primeiro amor, para te dizer: «Não tenhas medo, segue-Me».

Feliz Pascua Happy Easter Joyeuses Pâques Feliz Páscoa




Non è qui… E’ risorto! E’ l’annuncio che sostiene la nostra speranza e la trasforma in gesti concreti di carità. Quanto abbiamo bisogno di lasciare che la nostra fragilità sia unta da questa esperienza! Quanto abbiamo bisogno che la nostra fede sia rinnovata, che i nostri miopi orizzonti siano messi in discussione e rinnovati da questo annuncio! Egli è risorto e con Lui risorge la nostra speranza creativa per affrontare i problemi attuali, perché sappiamo che non siamo soli.
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Il n’est pas ici… Il est ressuscité ! C’est l’annonce qui soutient notre espérance et la transforme en gestes concrets de charité. Comme nous avons besoin de faire en sorte que notre fragilité soit marquée de cette expérience ! Comme nous avons besoin que notre foi soit renouvelée, que nos horizons myopes soient remis en question et renouvelés par cette annonce ! Il est ressuscité et avec Lui ressuscite notre espérance créative pour affronter les problèmes actuels, parce que nous savons que nous ne sommes pas seuls.
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He is not here… he is risen! This is the message that sustains our hope and turns it into concrete gestures of charity. How greatly we need to let our frailty be anointed by this experience! How greatly we need to let our faith be revived! How greatly we need our myopic horizons to be challenged and renewed by this message! Christ is risen, and with him he makes our hope and creativity rise, so that we can face our present problems in the knowledge that we are not alone.
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¡No está aquí…ha resucitado! Es el anuncio que sostiene nuestra esperanza y la transforma en gestos concretos de caridad. ¡Cuánto necesitamos dejar que nuestra fragilidad sea ungida por esta experiencia, cuánto necesitamos que nuestra fe sea renovada, cuánto necesitamos que nuestros miopes horizontes se vean cuestionados y renovados por este anuncio! Él resucitó y con él resucita nuestra esperanza y creatividad para enfrentar los problemas presentes, porque sabemos que no vamos solos.
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«Não está aqui... Ressuscitou!» (28, 6). É o anúncio que sustenta a nossa esperança e a transforma em gestos concretos de caridade.Como precisamos de deixar que a nossa fragilidade seja ungida por esta experiência! Como precisamos que a nossa fé seja renovada, que os nossos
horizontes míopes sejam questionados e renovados por este anúncio! Jesus ressuscitou e, com Ele, ressurge a nossa esperança criativa para enfrentar os problemas atuais, porque sabemos que não estamos sozinhos.