mercoledì 2 maggio 2018

Catechesi di Papa Francesco. Battesimo (4). Sorgente di vita



L'Udienza generale di Papa Francesco. "Nella misura in cui dico “no” alle suggestioni del diavolo – colui che divide – sono in grado di dire “sì” a Dio che mi chiama a conformarmi a Lui nei pensieri e nelle opere"

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Proseguendo nella riflessione sul Battesimo, oggi vorrei soffermarmi sui riti centrali, che si svolgono presso il fonte battesimale.
Consideriamo anzitutto l’acqua, sulla quale viene invocata la potenza dello Spirito affinché abbia la forza di rigenerare e rinnovare (cfr Gv 3,5 e Tt 3,5). L’acqua è matrice di vita e di benessere, mentre la sua mancanza provoca lo spegnersi di ogni fecondità, come capita nel deserto; l’acqua, però, può essere anche causa di morte, quando sommerge tra i suoi flutti o in grande quantità travolge ogni cosa; infine, l’acqua ha la capacità di lavare, pulire e purificare.
A partire da questo simbolismo naturale, universalmente riconosciuto, la Bibbia descrive gli interventi e le promesse di Dio attraverso il segno dell’acqua. Tuttavia, il potere di rimettere i peccati non sta nell’acqua in sé, come spiegava Sant’Ambrogio ai neobattezzati: «Hai visto l’acqua, ma non ogni acqua risana: risana l’acqua che ha la grazia di Cristo. […] L’azione è dell’acqua, l’efficacia è dello Spirito Santo» (De sacramentis 1,15).
Perciò la Chiesa invoca l’azione dello Spirito sull’acqua «perché coloro che in essa riceveranno il Battesimo, siano sepolti con Cristo nella morte e con lui risorgano alla vita immortale» (Rito del Battesimo dei bambini, n. 60). La preghiera di benedizione dice che Dio ha preparato l’acqua «ad essere segno del Battesimo» e ricorda le principali prefigurazioni bibliche: sulle acque delle origini si librava lo Spirito per renderle germe di vita (cfr Gen 1,1-2); l’acqua del diluvio segnò la fine del peccato e l’inizio della vita nuova (cfr Gen 7,6-8,22); attraverso l’acqua del Mar Rosso furono liberati dalla schiavitù d’Egitto i figli di Abramo (cfr Es 14,15-31). In relazione con Gesù, si ricorda il battesimo nel Giordano (cfr Mt 3,13-17), il sangue e l’acqua versati dal suo fianco (cfr Gv 19,31-37), e il mandato ai discepoli di battezzare tutti i popoli nel nome della Trinità (cfr Mt 28,19). Forti di tale memoria, si chiede a Dio di infondere nell’acqua del fonte la grazia di Cristo morto e risorto (cfr Rito del Battesimo dei bambini, n. 60). E così, quest’acqua viene trasformata in acqua che porta in sé la forza dello Spirito Santo. E con quest’acqua con la forza dello Spirito Santo, battezziamo la gente, battezziamo gli adulti, i bambini, tutti.
Santificata l’acqua del fonte, bisogna disporre il cuore per accedere al Battesimo. Ciò avviene con la rinuncia a Satana e la professione di fede, due atti strettamente connessi tra loro. Nella misura in cui dico “no” alle suggestioni del diavolo – colui che divide – sono in grado di dire “sì” a Dio che mi chiama a conformarmi a Lui nei pensieri e nelle opere. Il diavolo divide; Dio unisce sempre la comunità, la gente in un solo popolo. Non è possibile aderire a Cristo ponendo condizioni. Occorre distaccarsi da certi legami per poterne abbracciare davvero altri; o stai bene con Dio o stai bene con il diavolo. Per questo la rinuncia e l’atto di fede vanno insieme. Occorre tagliare dei ponti, lasciandoli alle spalle, per intraprendere la nuova Via che è Cristo.
La risposta alle domande – «Rinunciate a Satana, a tutte le sue opere, e a tutte le sue seduzioni?» – è formulata alla prima persona singolare: «Rinuncio». E allo stesso modo viene professata la fede della Chiesa, dicendo: «Credo». Io rinuncio e io credo: questo è alla base del Battesimo. E’ una scelta responsabile, che esige di essere tradotta in gesti concreti di fiducia in Dio. L’atto di fede suppone un impegno che lo stesso Battesimo aiuterà a mantenere con perseveranza nelle diverse situazioni e prove della vita. Ricordiamo l’antica sapienza di Israele: «Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione» (Sir 2,1), cioè preparati alla lotta. E la presenza dello Spirito Santo ci dà la forza per lottare bene.
Cari fratelli e sorelle, quando intingiamo la mano nell’acqua benedetta - entrando in una chiesa tocchiamo l’acqua benedetta - e facciamo il segno della Croce, pensiamo con gioia e gratitudine al Battesimo che abbiamo ricevuto - quest’acqua benedetta ci ricorda il Battesimo - e rinnoviamo il nostro “Amen” – “Sono contento” -, per vivere immersi nell’amore della Santissima Trinità.

Intervista a Kiko Arguello "Viaggio nella chiesa di Francesco" 30-04-18




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giovedì 26 aprile 2018

«Frutti»





«Frutti» è il titolo del terzo seminario internazionale pensato per elaborare «una teologia intrinsecamente femminile» che si tiene dal 27 al 29 aprile a Roma nella sede della Pontificia università Urbaniana grazie all’impulso di Lucinda M. Vardey. Rispondendo all’invito più volte ripetuto da Papa Francesco di elaborare «una profonda teologia delle donne», l’iniziativa si è articolata in tre convegni, tenutisi tutti in coincidenza del 29 aprile, festa di santa Caterina. Dopo «Lacrime» (2016) e «Cuore» (2017), l’incontro di quest’anno prevede interventi di Caterina 
(Anne-Marie Pelletier) Attraverso il lavoro condotto in questi tre anni nel quadro dei nostri incontri, è stato proprio il contributo delle donne al nostro mondo contemporaneo l’oggetto delle nostre indagini sulla singolarità dell’esperienza femminile in materia sia antropologica sia spirituale. 
Il tema della fecondità affrontato quest’anno dovrebbe offrirci l’occasione di progredire ulteriormente nel nostro cammino. Il termine implica subito una connotazione femminile, rinviando in particolare al rapporto che le donne intrattengono con la vita, attraverso il loro corpo che ne accoglie un altro e lo fa crescere nella maternità. Al tempo stesso, questa realtà suscita un proliferare di fantasie che si estende attraverso i millenni fino al tempo presente. Le realtà della gestazione, processo fino a poco tempo fa misterioso, che si dispiega nell’intimità del corpo femminile, sembra attirare e affascinare in maniera immemorabile lo sguardo maschile. Ne sono prova le statue di donne incinte, quelle Veneri dalle forme oltraggiose che si moltiplicarono sia nel paleolitico che nel neolitico, testimoniando una fissazione dell’immaginario sulla sessualità femminile, che rimanda in modo provocatorio, in epoca moderna, al celebre quadro di Courbet, dal titolo L’origine del mondo, interamente occupato dalla raffigurazione di un sesso femminile. Il che attesta un interesse transculturale, fatto di attrazione e di paure arcaiche dinanzi al mistero della vita nella sua origine, che sembra essere un segreto di donne e che tiene gli uomini a distanza. I rapporti tra erotismo e sacralità hanno certamente a che fare con tutto ciò. Ma s’intuisce anche quella che può essere la diffidenza della tradizione biblica rispetto a questo immaginario che reca così facilmente il sigillo del paganesimo che circonda Israele. Il mio obiettivo sarà proprio di apprezzare il modo in cui la Bibbia affronta la generazione materna e, più in generale, la fecondità. Una volta mostrato come essa si affranca dagli ammalianti sortilegi del sacro, si vedrà come restituisce alla fecondità una dimensione d’interiorità ignorata dal paganesimo. Si vedrà, in particolare, come consente di riconoscere un certo ritmo dell’agire fecondo al femminile che, in modo sorprendente, si ritrova a caratterizzare il discorso biblico su Dio e sul suo modo di presenza e d’intervento nella storia. Si dovrebbe così poter valutare l’importanza e il prezzo di questa esperienza femminile della fecondità in un mondo trascinato oggi nelle esaltazioni di un’accelerazione generalizzata. 
Cominciamo con una costatazione: la sola evocazione a livello dei due Testamenti di una fecondità genesica, collegata a un vitalismo naturalista, s’iscrive, trasversalmente e in modo molto polemico, nella menzione dell’Artemide degli efesini nel capitolo 19 del libro degli Atti degli apostoli. Si ricorderà che quest’ultima è raffigurata sotto forma di una dea dal cui petto proliferano pesanti grappoli di seni. Ispirata forse dalle dee-madri dell’Anatolia, questa raffigurazione strana, tipica di un immaginario pagano affascinato e incontrollato, è all’origine della sommossa che suscita, nell’ambiente degli orafi e dei commercianti che gravitano attorno al tempio di Efeso, la predicazione di Paolo che minaccia il loro commercio. Così questa raffigurazione di una femminilità identificata con un’esuberanza sessuale non può che rispuntare, implicitamente, all’interno del corpo biblico. Si esprime qui una chiara condivisione tra Israele e i paganesimi circostanti.
Non che il mondo biblico si distaccasse dalle culture umane, identificando così costantemente le donne con la loro funzione di genitrici e di madri. Siamo in realtà in un universo patriarcale che deputa le donne anzitutto alla procreazione e dove la sterilità costituisce un disonore che destina all’ignominia. Così la condizione delle donne, qui come altrove, associa l’esercizio della maternità, appannaggio femminile, a un’identità ontologicamente inferiore, che si traduce in una condizione subalterna. È d’altra parte proprio lo schema che si ritrova nelle parole della prima lettera a Timoteo, testo alquanto misogino, che imputa la colpa originale alla donna prima di concludere che «essa potrà essere salvata partorendo figli» (2, 15).
Ciò premesso, la Bibbia resta fondamentalmente sobria in merito alla generazione e al parto. Questa realtà è forse troppo banale agli occhi degli autori biblici per essere oggetto di sviluppi particolari? Ma non è certo che non ve ne siano. Di fatto non si può non constatare che essa è evocata con la stessa sorprendente neutralità che contraddistingue la menzione della morte. Al «si addormentò con i padri» per indicare la fine di una vita, sembrano fare eco le laconiche menzioni delle unioni da cui nascono le generazioni d’Israele: quell’uomo “conobbe” quella donna, che partorì. Come se l’espressione osservasse una stessa ascesi per evocare l’inizio e la fine della vita, questi due momenti tanto propizi agli straripamenti dell’immaginario. In ogni caso, la sobrietà del testo riguardo alla prima consegna ricevuta dall’umanità in Genesi 1, 28 («siate fecondi, moltiplicatevi»), ha come effetto quello di favorire il dispiegarsi di una dimensione d’interiorità, sulla quale vorrei soffermarmi. 
Questa nota d’interiorità caratterizza proprio uno dei rari commenti biblici sulla gestazione e il parto. Non è irrilevante che sia stato messo sulla bocca di una donna. Mi riferisco alle parole della madre dei sette fratelli, nel secondo libro dei Maccabei. Esortando i suoi figli a non rinnegarsi trasgredendo la legge, invoca la potenza di Dio capace di ridare loro la vita al di là della morte, ricordando il modo in cui hanno preso forma nella sua carne: «Non so come siate apparsi nel mio seno; non io vi ho dato lo spirito e la vita, né io ho dato forma alle membra di ciascuno di voi» (7, 22). Così il mistero della vita trasmessa e ricevuta non è espresso qui dalla fantasia maschile, ma suggerito discretamente, come un enigma che si sottrae alla donna stessa e che questa può nominare rinviando al segreto della vita di Dio. Così è anche la dimensione che la maternità assume attraverso il racconto patriarcale che ricorda le matriarche sterili che hanno ricevuto da Dio la capacità di partorire, dando così consistenza e futuro alla promessa. L’esperienza del “nulla è impossibile a Dio”, che si vive in questi parti miracolosi della storia d’Israele, entra singolarmente in risonanza con l’esperienza della maternità esplorata con grande intensità da Carla Canullo nel suo libro Essere madre (2009). Esperienza della «vita sorpresa» che si rinnova nell’emozione assoluta che produce la venuta dell’altro portato nell’intimità della carne. Presenza inedita, sconosciuta, donata e affidata con il suo carico di oneri, derivanti da un’alterità che sconvolge la carne e la vita che l’accolgono.
Un’altra indicazione è data nel Salmo 139. Parole di un uomo, questa volta, che ricorda la sua stessa vita come un mistero nascosto in Dio, ancor prima della sua nascita: «Sei tu che hai formato le mie reni, che mi hai intessuto nel seno di mia madre… Le mie ossa non ti erano nascoste, quando fui formato in segreto e intessuto nelle profondità della terra. I tuoi occhi videro la massa informe del mio corpo» (13-16). La stessa allusione a una tessitura di vita si ritrova sulla bocca di Giobbe che si rivolge a Dio come colui che l’ha «rivestito di pelle e di carne» (10, 11). L’espressione va tenuta presente in quanto contiene un prezioso suggerimento. Tessere, in effetti, è un’attività silenziosa, un gesto laborioso, fedelmente ed efficacemente ripetitivo, che si compie nel tempo. E che manifesta la fecondità della pazienza del tempo, quando appare nella sua compiutezza il disegno di un tessuto o la solidità di una tela. Lo stesso vale per l’umano generato dal lavoro nascosto, invisibile ma attivamente fecondo, che si opera nel ventre materno. 
Il racconto della Visitazione in Luca s’iscrive in modo singolare nel registro di questa vita nascosta che cresce e da cui si origina la storia delle generazioni e del mondo intero. Il dipinto di Pontormo che accompagna il nostro convegno ne è testimonianza. Due donne s’incontrano, entrambe portatrici, ognuna a suo modo, della “vita sorpresa” di cui Dio ha l’iniziativa nella loro carne. C’è molto silenzio in questa scena densa di riconoscenza che ha una naturalezza e una grazia di pericoresi. Due volti di donna figurano in secondo piano, una giovane e una anziana, come se insieme ricoprissero tutto lo spettro della vita al femminile. Il segreto scambiato tra Maria ed Elisabetta non è forse prima di tutto un segreto di donne, al quale tuttavia accede il bambino — la cui esistenza si sta tessendo — che Dio ha donato alla vecchiaia di Zaccaria e di Elisabetta e che sussulta in seno alla madre alla presenza di Maria? La gioia di quel sussulto, che solo la carne materna percepisce, è una risonanza silenziosa e decisiva dell’opera divina che sta prendendo forma nel corpo di Maria. E tutto ciò avviene al ritmo congiunto della vita di due donne e del calendario della storia divina che s’iscrive in quei giorni: durante il sesto mese di Elisabetta, precisa il testo, Maria riceve la visita dell’angelo di Dio; dopo aver accompagnato gli ultimi tre mesi di gravidanza della parente, Maria giunge lei stessa al giorno della nascita di Gesù. Nessuna urgenza, se non quella di affrettare l’ora della salvezza, può stravolgere le scadenze della maternità. 
«Occorrono nove mesi per fare un uomo e un solo giorno per ucciderlo», Si sarebbe tentati di riconoscere in questa frase di La condizione umana di Malraux il suggerimento di due temporalità. Una è quella degli eventi nel presente immediato, dove la decisione è posta nell’istante e dove l’atto s’iscrive in un mondo di azione senza indugio. Temporalità che è in affinità con la mascolinità, e che comporta la terribile efficacia, secondo Malraux, di poter tagliare il filo di una vita, nell’istante di un gesto omicida. Al contrario, la temporalità femminile costruisce nella pazienza del tempo, edifica la vita e la storia al ritmo lento di una crescita interiore. È esemplarmente quella dell’attesa che caratterizza la tessitura della gestazione. 
È però ben lungi dall’essere solamente l’esperienza di un tempo che cesserebbe con la nascita. Poiché è allora, sottolinea Claudia Canullo, che l’attesa si rivela come modalità della vita intera, e non solo di uno dei suoi momenti. Pazientemente, si tratta ora di lasciare esistere l’altro nel tempo, dove diviene se stesso giorno dopo giorno, affermandosi nella sua diversità. In realtà, questo ritmo lento della pazienza e dell’attesa qualifica la vita e permea i gesti delle donne. Si ritrova come inciso nell’essere-donna, persino al di là dell’esperienza carnale della maternità. Per istinto, le donne sanno che la vita ha come condizione il consenso all’attesa, che la fecondità vuole la pazienza che permette la maturazione, la fiducia che ha valore al di là dei limiti dell’istante presente. Ci si ricorderà così di come, nella storia degli inizi dell’Europa cristiana — mentre alcuni sovrani battezzavano in tutta fretta eserciti e intere popolazioni — furono delle donne a ricordare la necessità di rispettare le scadenze di una vera evangelizzazione. Parimenti, le donne sanno durare in una perseveranza che non cede mai, persino quando l’irreparabile è stato commesso. Tutto ciò è stato ricordato proprio qui, lo scorso anno, rievocando la resistenza femminile in America latina. C’è un modo femminile di confrontarsi con il tempo, di farne un alleato per riparare, consolare, ricostruire e contrapporre la fedeltà della memoria — memoria combattente se necessario — al disonore o alla perdita. 
È evidente, la fede e la vita spirituale sono intrinsecamente coinvolte in un ritmo singolare che implica la pazienza del tempo, la resistenza della speranza e il consenso a una storia profonda che non coincide con il ritmo del tempo immediato, quello della visibilità mondana degli eventi. Ebbene, si deve ammettere che tra queste due temporalità il divario è oggi aumentato in modo inedito. Il sociologo Hartmunt Rosa, in effetti, fa dell’accelerazione una delle caratteristiche principali della tarda modernità in cui viviamo. Molto più decisiva, sostiene, dell’espansione sfrenata dei processi di razionalizzazione e d‘individualizzazione. Nel suo famoso libro Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità elenca le modalità di questa accelerazione, che rimodella le relazioni sociali, permea la vita economica e culturale, modifica profondamente il rapporto soggettivo con se stessi nelle società contemporanee. Così viviamo sempre più in un mondo d’identità instabili, in un tempo dominato dalle scadenze, dall’instaurazione di una inter-comunicazione istantanea, dove l’uomo è sradicato e trascinato alla cieca in un futuro immaginario. Questa logica ha innegabilmente una connotazione più maschile che femminile. Il che significa anche che l’esperienza delle donne potrebbe e dovrebbe essere più che mai antidoto vitale a un mondo di visibilità senza ombra, di fuga in un’accelerazione generalizzata, diventando sempre più straniero al ritmo profondo della vita spirituale. Hartmunt Rosa si dichiara pessimista nella sua ricerca di pratiche di decelerazione che possano salvarci dalle esaltazioni suicide della cultura contemporanea. Forse sarebbe meno disincantato se si ricordasse che la parte femminile della nostra umanità custodisce, per sé e per tutti, questo segreto vitale di un tempo diverso da quello che le nostre tecniche strumentalizzano. 
«Occorrono nove mesi per fare un uomo», il che è vero ancora oggi. Questa banalità antropologica — che resiste in un’epoca di discutibili manipolazioni della procreazione o della pratica delle madri surrogate — resta un baluardo a protezione della nostra umanità. Questa esperienza propria della vita delle donne è direttamente coinvolta nella lotta contro le tentazioni disumanizzanti che assillano le nostre società.

L'Osservatore Romano

Una domanda per vivere.





 Riflessione sulla trasmissione dell’eredità cristiana


(Pablo D'Ors) Oggi nessuno può mettere in dubbio che il Cristianesimo in occidente sia in declino. Non si tratta solo di ammettere che le chiese sono sempre meno frequentate perché c’è quasi un senso di sospetto nei confronti delle istituzioni. Non è solo una reazione ai molti abusi ecclesiastici e statali che l’uomo di oggi — noi — sia diventato allergico a qualunque tipo di istituzione. La cosa va molto oltre. Teorici riconosciuti hanno dichiarato l’ambiguità delle religioni, causa di innumerevoli disordini e ingiustizie: ideologie fanatiche, manipolazioni della coscienza, guerre di religione... 
Lo scetticismo generalizzato, perciò, non influisce solo su ciò che è ecclesiale, ma anche su ciò che è religioso e di fatto considerato superato e irrazionale. Ciò spiega perché i cristiani di oggi vivano con imbarazzo in un’Europa che non nasconde un certo rifiuto al cristianesimo, a volte quasi un disprezzo. Tutti sappiamo bene che tutto ciò si traduce in una indifferenza generalizzata, e un’esclusione dei cristiani dalla vita pubblica, ironia serpeggiante, fino a diventare umiliazione esplicita. C’è tuttavia, sfortunatamente, qualcosa di più. Questa critica sistematica, sistematicamente diffusa dai mezzi di comunicazione sociale, ha fatto sì che il sospetto di fronte a ciò che è religioso gravi non solo sui riti, i miti e le parole della fede cristiana, ma anche sui suoi pilastri fondamentali: lo stesso Gesù Cristo generalmente non è più visto come il figlio di Dio, ma solo come un gran maestro, perciò allo stesso livello di altri maestri di altre tradizioni. La questione allora è che cosa stiamo facendo noi e che cosa siamo disposti a fare. 
Siamo eredi di un patrimonio spirituale di primissimo ordine ed è estremamente importante, per dovere di fronte alla cultura e per fedeltà al nostro passato, non solo conservarlo come una reliquia, ma anche rinnovarlo perché possa continuare a portare vita. Rinnovare significa rivisitare, naturalmente, capire bene quello che si è fatto, però anche riconsiderare e cercare nuove formule che, rispettando la tradizione, non solo la mantengano, ma permettano di raggiungere livelli più alti per rispondere alle necessità spirituali delle persone. Questo è l’obiettivo del patrimonio spirituale che, se non alimenta la nostra interiorità, anche se buono non ha vita. È certo tuttavia che questo passato cristiano sembra troppo pesante e fastidioso per le nostre spalle, e perciò ce ne stiamo distaccando. Stiamo rinunciando alla nostra eredità, non possiamo negarlo. E l’uomo che rinuncia al suo passato, può sapere dove sta oggi e dove si dirige per il futuro?
Qualcuno, chissà noi stessi, più che rifiutare l’eredità — attitudine tipica dei ribelli — selezioniamo ciò che ci interessa, lasciando da parte, quasi sempre per pigrizia o per incomprensione, ciò che ci sembra inattuabile oggi. Questo atteggiamento sincretico, che non riesce a fecondare una sapiente tradizione con un’altra, ma che si limita ad una capricciosa contrapposizione, ha generato quello che i sociologi hanno denominato “Spiritualità alla carta”, che definisce la maggior parte dei cosiddetti “cercatori spirituali”. Questa scelta, come non potrebbe essere altrimenti, non è solo egocentrica, in quanto mette al centro l’individuo, ma egoista perché, ponendo la centralità nell’individuo, non si preoccupa realmente dell’altro. Una meditazione che non sia dettata dalla compassione non è meditazione cristiana, né buddista o di qualunque altra religione. Alterare il significato di “spiritualità” riducendola a puro benessere fisico e psichico è molto frequente oggi. L’obiettivo finale della spiritualità non è semplicemente la pace interiore, ma piuttosto l’amore verso gli altri. E questo deve essere sempre molto chiaro per generare, tra di noi, non una specie di aristocrazia dello spirito, ma piuttosto un maggior senso di umanità.
Tutto ciò che è cristiano oggi è considerato in occidente, dobbiamo ammetterlo, insignificante e quasi disprezzabile. Qualcosa da lasciare definitivamente indietro, un controsenso in una società evoluta come la nostra, un paradosso rispetto al pensiero tecnico e altamente civilizzato. Mostrarsi orgogliosi di essere cristiani o, senza arrivare a questo punto, testimoniare tranquillamente la propria convinzione religiosa, si considera oggi “politicamente non corretto”, quasi una provocazione. Questo “humus” si è esteso in tal modo che si può dire, senza esagerare, che oggi in Europa regna un’ignoranza assoluta su tutto ciò che si riferisce al patrimonio biblico, teologico, liturgico e spirituale che offre il cristianesimo. Questa ignoranza con gli anni guadagna terreno.
La principale responsabile di questa deplorevole situazione è — secondo me — la stessa Chiesa che durante secoli ha lottato più per la sua sussistenza come istituzione che per il regno di Dio. La chiesa cattolica è la prima responsabile, anche se — naturalmente — non l’unica, di aver ceduto, per dirlo in termini di Papa Francesco, all’autoreferenzialità, cioè per avere guardato al proprio interno invece di guardare al mondo. Questo è il principale peccato, questo è ciò che come chiesa dobbiamo redimere. E per questo, che lo sappiamo o no, siamo venuti a questo ritiro: per cominciare un modesto ma necessario rinnovamento religioso ed ecclesiale. Secondo il mio punto di vista, noi, Gli Amici del Deserto, siamo coloro, assieme ad altri, che sono chiamati a realizzare questo compito.
Rispondere oggi per rendere possibile una vita interiore non sarà possibile se prima non ascoltiamo e rispondiamo a una domanda. Quando, dopo la resurrezione, Gesù Cristo appare ai suoi discepoli alla riva del lago Tiberiade, e pone a Simon Pietro per tre volte questa domanda che formula anche oggi a noi: «Pietro, figlio di Giovanni, mi ami?» (Giovanni 21, 15-17). Alle sue risposte affermative, Gesù risponde sempre con le stesse parole «pasci le mie pecore», cioè prenditi cura delle persone che ti stanno vicine. L’amore per il Signore si realizza nel prendersi cura dei propri simili. 
Pietro è l’uomo che ha rinnegato Gesù e si è purificato con le sue lagrime, questo lo sappiamo. Però Pietro non è semplicemente un uomo focoso e spaccone, ma qualcuno che ha vissuto l’esperienza della propria debolezza. Perciò, umile e più se stesso che mai, ora è capace di rispondere: Signore tu che sai tutto, sai che ti amo. È una risposta che viene dal cuore, non dal cervello né dalle viscere. È una risposta che guarda all’orizzonte più nobile — l’amore — però con la coscienza dei propri limiti e della debolezza della carne.
Tutte le dichiarazioni d’amore scaturiscono da un insuccesso amoroso. Il nostro sì alla meditazione cristiana, la nostra accettazione di questa immensa eredità spirituale sarà affidabile perché sappiamo che non si può costruire sopra le nostre capacità o i nostri meriti — come hanno tentato le generazioni che ci hanno preceduto — ma solo su di Lui. E quindi, fissando il nostro sguardo su di Lui, e non su di noi, questa è la vocazione al deserto alla quale siamo stati convocati. Questo è il punto: solo meditando possiamo arrivare a sperimentare lo sguardo trasformatore di Gesù, quello sguardo che fa di noi uomini e donne nuovi. Solo così, meditando, si realizza il grande miracolo: Dio dialoga con Dio, in silenzio, nello scenario dell’anima umana. Il sogno di essere un uomo che ha in sé Dio sta per compiersi. Siamo pronti per svegliarci. Perciò sederci a meditare giorno dopo giorno, con incrollabile fedeltà e con umiltà messa alla prova, è il segno incontestabile che vogliamo ascoltare questa domanda: Pietro, figlio di Giovanni, mi ami? La vita che conduciamo, solo quello, sarà la nostra risposta.

L'Osservatore Romano

#50NeoCat - Celebración de los 50 años del Camino Neocatecumenal

mercoledì 25 aprile 2018

L'Udienza generale di Papa Francesco. Il battesimo è il sacramento della fede.

Appello del Santo Padre per la pace nella Penisola Coreana
Sala stampa della Santa Sede 
Al termine della lettura della Catechesi in italiano, il Papa ha rivolto il seguente appello: 
Appello del Santo Padre
Venerdì prossimo, 27 aprile, a Panmunjeom si terrà un Summit Inter-Coreano, al quale prenderanno parte i Leader delle due Coree, il Signor Moon Jae-in e il Signor Kim Jong Un. Tale incontro sarà un’occasione propizia per avviare un dialogo trasparente e un percorso concreto di riconciliazione e di ritrovata fraternità, al fine di garantire la pace nella Penisola Coreana e nel mondo intero.
Al Popolo Coreano, che desidera ardentemente la pace, assicuro la mia personale preghiera e la vicinanza di tutta la Chiesa. La Santa Sede accompagna, sostiene e incoraggia ogni iniziativa utile e sincera per costruire un futuro migliore, all’insegna dell’incontro e dell’amicizia tra i popoli. A coloro che hanno responsabilità politiche dirette, chiedo di avere il coraggio della speranza facendosi “artigiani” di pace, mentre li esorto a proseguire con fiducia il cammino intrapreso per il bene di tutti. 

(Alla fine dell'appello Papa Francesco invita tutti i fedeli a pregare insieme il Padre Nostro)

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L'Udienza generale di Papa Francesco. Il battesimo è il sacramento della fede. Non è una formula magica. E' un dono

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Continuiamo la nostra riflessione sul Battesimo, sempre alla luce della Parola di Dio.
E’ il Vangelo a illuminare i candidati e a suscitare l’adesione di fede: «Il Battesimo è in modo tutto particolare “il sacramento della fede”, poiché segna l’ingresso sacramentale nella vita di fede» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1236). E la fede è la consegna di sé stessi al Signore Gesù, riconosciuto come «sorgente di acqua […] per la vita eterna» (Gv 4,14), «luce del mondo» (Gv 9,5), «vita e risurrezione» (Gv 11,25), come insegna l’itinerario percorso, ancora oggi, dai catecumeni ormai prossimi a ricevere l’iniziazione cristiana.
Educati dall’ascolto di Gesù, dal suo insegnamento e dalle sue opere, i catecumeni rivivono l’esperienza della donna samaritana assetata di acqua viva, del cieco nato che apre gli occhi alla luce, di Lazzaro che esce dal sepolcro. Il Vangelo porta in sé la forza di trasformare chi lo accoglie con fede, strappandolo dal dominio del maligno affinché impari a servire il Signore con gioia e novità di vita.
Al fonte battesimale non si va mai da soli, ma accompagnati dalla preghiera di tutta la Chiesa, come ricordano le litanie dei Santi che precedono l’orazione di esorcismo e l’unzione prebattesimale con l’olio dei catecumeni. Sono gesti che, fin dall’antichità, assicurano quanti si apprestano a rinascere come figli di Dio che la preghiera della Chiesa li assiste nella lotta contro il male, li accompagna sulla via del bene, li aiuta a sottrarsi al potere del peccato per passare nel regno della grazia divina. Per questo, il cammino dei catecumeni adulti è segnato da ripetuti esorcismi pronunciati dal sacerdote (cfr CCC, 1237), ossia da preghiere che invocano la liberazione da tutto ciò che separa da Cristo e impedisce l’intima unione con Lui. Anche per i bambini si chiede a Dio di liberarli dal peccato originale e consacrarli dimora dello Spirito Santo (cfr Rito del Battesimo dei bambini, n. 56). Come attestano i Vangeli, Gesù stesso ha combattuto e scacciato i demoni per manifestare l’avvento del regno di Dio (cfr Mt 12,28): la sua vittoria sul potere del maligno lascia libero spazio alla signoria di Dio che rallegra e riconcilia con la vita.
Il Battesimo non è una formula magica, ma un dono dello Spirito Santo che abilita chi lo riceve «a lottare contro lo spirito del male», credendo che «Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio per distruggere il potere di satana e trasferire l’uomo dalle tenebre nel suo regno di luce infinita» (cfr Rito del Battesimo dei bambini, n. 56). Sappiamo per esperienza che la vita cristiana è sempre soggetta alla tentazione di separarsi da Dio, dal suo volere, dalla comunione con lui, per ricadere nei lacci delle seduzioni mondane.
Oltre alla preghiera, vi è poi l’unzione sul petto con l’olio dei catecumeni, i quali «ne ricevono vigore per rinunziare al diavolo e al peccato, prima di appressarsi al fonte e rinascervi a vita nuova» (Benedizione degli oli, Premesse, n. 3). Per la proprietà dell’olio di penetrare nei tessuti del corpo portandovi beneficio, gli antichi lottatori usavano cospargersi di olio per tonificare i muscoli e per sfuggire più facilmente alla presa dell’avversario. Alla luce di questo simbolismo, i cristiani dei primi secoli hanno adottato l’uso di ungere il corpo dei candidati al Battesimo con l’olio benedetto dal Vescovo[1], al fine di significare, mediante questo «segno di salvezza», che la potenza di Cristo Salvatore fortifica per lottare contro il male e vincerlo (cfr Rito del Battesimo dei bambini, n. 105).
E’ faticoso combattere contro il male, sfuggire ai suoi inganni, riprendere forza dopo una lotta sfiancante, ma dobbiamo sapere che tutta la vita cristiana è un combattimento. Dobbiamo però anche sapere che non siamo soli, che la Madre Chiesa prega affinché i suoi figli, rigenerati nel Battesimo, non soccombano alle insidie del maligno ma le vincano per la potenza della Pasqua di Cristo. Fortificati dal Signore Risorto, che ha sconfitto il principe di questo mondo (cfr Gv 12,31), anche noi possiamo ripetere con la fede di san Paolo: «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4,13).
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[1] Ecco la preghiera di benedizione, espressiva del significato di quest’olio: «O Dio, sostegno e difesa del tuo popolo, benedici quest’olio nel quale hai voluto donarci un segno della tua forza divina; concedi energia e vigore ai catecumeni che ne riceveranno l’unzione, perché illuminati dalla tua sapienza, comprendano più profondamente il Vangelo di Cristo; sostenuti dalla tua potenza, assumano con generosità gli impegni della vita cristiana; fatti degni dell’adozione a figli, gustino la gioia di rinascere e vivere nella tua Chiesa»: Benedizione degli oli, n. 21.

martedì 24 aprile 2018

Ritorno al Kerygma!


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Lo Spirito del Signore fu su Gesù di Nazareth soprattutto perchè predicasse il lieto annunzio che il Regno di Dio era arrivato. Oggi lo Spirito Santo è sulla Chiesa ( e su coloro che la Chiesa manda ad evangelizzare), per lo stesso scopo: perchè proclami il lieto annunzio che Gesù, crocifisso e risorto, è il Signore. E' questa la vera "spada dello Spirito", e questa spada ci serve ancora, anzi oggi più che mai: essa soltanto infatti può trapassare la spessa coltre di incredulità che è scesa sul mondo e sul cuore stesso di molti cristiani. Attenzione però: se uno usa la spada o il coltello o qualsiasi altra lama, di piatto anzichè di taglio o di punta, essa non ferisce nessuno; così è della predicazione della Chiesa: se diciamo mille cose, tra cui anche "Gesù è il Signore", quest'ultima cosa non "trafigge il cuore", come si legge che avvenne  quando Pietro proclamò, dopo la Pentecoste: "Voi avete ucciso Gesù di Nazareth; Dio lo ha risuscitato. Pentitevi!" (At. 2, 37).

E' stato scritto: "All'inizio era il Kerygma" (Dibelius): questa frase vuol dire che la Chiesa è nata dal Kerygma. Se è vero che la nostra situazione odierna è tornata ad essere più vicina a quella della Chiesa delle origini (quando il cristianesimo agiva in un mondo pagano ad esso estraneo e ostile), che non alla situazione post-costantiniana, l'appello che ci viene dall'esperienza della Chiesa primitiva è di tornare a ripristinare il Kerygma apostolico che servì ad annunciare la fede al mondo pagano e intorno a cui si formò la prima comunità, distinguendolo da ogni altra cosa, perfino dalla catechesi. Bisogna che questo annuncio fondamentale sia proposto nitidamente NON solo ai catecumeni, ma a tutti, dal momento che la maggioranza dei credenti di oggi non è passata attraverso il catecumenato. La proclamazione di Gesù come Signore dovrebbe trovare il suo posto d'onore in tutti i momenti forti della vita cristiana: nel battesimo degli adulti, nel culto eucaristico, nel rinnovamento delle promesse battesimali, nelle conversioni individuali, all'inizio di scuole di catechesi, di gruppi biblici e di preghiera, in occasione di esercizi spirituali o di missioni al popolo, nella celebrazione dei funerali... Sembra che Dio stia suscitando di nuovo fame e sete di questo annuncio, che costituisce la più radicale alternativa ai falsi idoli e alla falsa sapienza del mondo. In ogni città Cristo dice agli annunciatori del Vangelo ciò che disse a Paolo quando giunse a Corinto: Non aver paura, ma continua a parlare e non tacere... perchè io ho un popolo numeroso in questa città (At. 18, 9s): un popolo numeroso, ma ancora nascosto che aspetta anch'esso di uscire dal grande utero dell'ignoranza e trasalire alla luce della Verità!

La domanda più seria però è questa: quanti sono pronti a proclamare questo annuncio "!nello Spirito Santo", cioè da veri credenti, correndo il rischio, se occorre, dell'inferiorità culturale di fronte ai difensori della pura ragione e di fronte a coloro che hanno come obiettivo principale quello di rispondere alle attese del mondo; quanti cioè sono pronti a ripetere con Paolo: "La mia parola e il mio messaggio non si basano su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello dello Spirito e della sua potenza" (1Cor. 2, 4). Nessuno può dire: Gesù è il Signore!, se non sotto l'azione dello Spirito Santo, cioè se non è lui stesso in stato di confessione. Se lo dice non "sotto l'azione dello Spirito Santo", ma anzi nel peccato o nella miscredenza o nell' abitudine, resta un dire umano che non contagia nessuno; il contagio avviene in presenza di uno che ha la malattia, non di uno che parla della malattia! Ho toccato io stesso con mano la forza per così dire autogena che si sprigiona dall' annuncio del Kerygma: ho visto accendersi sguardi, drizzarsi orecchi e come un brivido correre tra chi ascoltava, segno di una potenza misteriosa racchiusa in quella Parola  e resa operante dallo Spirito Santo.

Come all'inizio della Chiesa, anche oggi, ciò che può scuotere il mondo dal torpore dell'incredulità e convertirlo al Vangelo non sono le apologie, i trattati teologici o le discussioni interminabili; è l'annuncio semplice, ma forte della fortezza stessa di Dio, che "Gesù è il Signore!". 

V. Valente