venerdì 7 dicembre 2018

Padre Raniero Cantalamessa: Prima predica di Avvento 2018

PADRE RANIERO CANTALAMESSA

Santo Padre, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, nella Chiesa siamo così incalzati da compiti da assolvere, problemi da affrontare, sfide a cui rispondere, che rischiamo di perdere di vista, o lasciare come sullo sfondo, il “porro unum necessarium” del Vangelo, e cioè il nostro rapporto personale con Dio. Oltre tutto, sappiamo per esperienza che un rapporto personale autentico con Dio è la prima condizione per affrontare tutte le situazioni e i problemi che si presentano, senza perdere la pace e la pazienza.
Ho pensato perciò di lasciare da parte, in queste prediche di Avvento, ogni riferimento a problemi di attualità. Cercheremo di fare quello che santa Angela da Foligno raccomandava ai suoi figli spirituali: “raccoglierci in unità e inabissare la nostra anima nell’infinito che è Dio” [1]. Fare un bagno mattutino di fede, prima di iniziare la giornata di lavoro.
Il tema di queste prediche di Avvento (e, se Dio lo vorrà, anche della Quaresima) sarà il versetto del Salmo: “L’anima mia ha sete del Dio vivente” (Sal 42, 2). Gli uomini del nostro tempo si appassionano a cercare segnali dell’esistenza di esseri viventi e intelligenti su altri pianeti. È una ricerca legittima e comprensibile anche se tanto incerta. Pochi però cercano e studiano segnali dell’Essere vivente che ha creato l’universo, che è entrato in esso, nella sua storia, e vive in esso. “In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (Atti 17, 28) e non ce ne accorgiamo. Abbiamo il Vivente reale in mezzo a noi e lo trascuriamo per cercare esseri viventi ipotetici che, nel migliore dei casi, potrebbero fare ben poco per noi, certo non salvarci dalla morte.
Quante volte siamo costretti a dire a Dio, con sant’Agostino: “Tu eri con me, ma io non ero con te” [2]. Al contrario di noi, infatti, il Dio vivente ci cerca, non fa altro dalla creazione del mondo. Continua a dire: “Adamo, dove sei?” (Gen 3,9). Noi ci proponiamo di captare i segnali di questo Dio vivente, di rispondere al suo appello, di “bussare alla sua porta”, per entrare in un contatto nuovo, vivo, con lui.
Ci appoggiamo sulla parola di Gesù: “Cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto” (Mt 7,7). Quando si leggono queste parole, si pensa immediatamente che Gesù prometta di darci tutte le cose che gli chiediamo, e rimaniamo perplessi perché vediamo che questo raramente si realizza. Egli però intendeva dire soprattutto una cosa: “Cercatemi e mi troverete, bussate e vi aprirò”. Promette di dare se stesso, al di là delle cose spicciole che gli chiediamo, e questa promessa è sempre infallibilmente mantenuta. Chi lo cerca, lo trova; a chi bussa, lui apre e una volta trovato lui, tutto il resto passa in seconda linea.
L’anima che ha sete del Dio vivente lo troverà infallibilmente e con lui e in lui troverà tutto, come ci ricordano le parole di Santa Teresa d’Avila: “Nulla ti turbi, nulla ti spaventi; tutto passa, Dio non cambia; la pazienza ottiene tutto; chi possiede Dio non manca di nulla. Solo Dio basta”. Con questi sentimenti iniziamo il nostro cammino di ricerca del volto di Dio vivente.
Tornare alle cose!
La Bibbia è punteggiata di testi che parlano di Dio come del “vivente”. “Egli è il Dio vivente”, dice Geremia (Ger 10,10); “Io sono il vivente”, dice Dio stesso in Ezechiele (Ez 33,11). In uno dei salmi più belli del salterio, scritto durante l’esilio, l’orante esclama: “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente” (Sal 42,2). E ancora: “Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente” (Sal 84, 3). Pietro, a Cesarea di Filippo, proclama Gesú “Figlio del Dio vivente” (Mt 16, 16).
Si tratta evidentemente di una metafora tratta dall’esperienza umana. Israele si è rassegnato a usarla per distinguere il suo Dio dagli idoli delle genti che sono divinità “morte”. In contrasto con essi, il Dio della Bibbia è “un Dio che respira” e il suo respiro o soffio (ruah) è lo Spirito Santo.
Dopo il lungo predominio dell’idealismo e il trionfo dell'”idea”, in tempi a noi più vicini, anche il pensiero secolare ha avvertito il bisogno di un ritorno alla “realtà” e l’ha espresso nel grido programmatico: “Tornare alle cose!” [3]. Cioè: non fermarsi alle formulazioni date della realtà, alle teorie costruitevi sopra, a ciò che comunemente si pensa intorno ad essa, ma puntare direttamente alla realtà stessa che sta alla base di tutto; rimuovere i vari strati di terra riportata e scoprire la roccia sottostante.
Dobbiamo applicare questo programma anche all’ambito della fede. Della fede, infatti, san Tommaso d’Aquino ha scritto che “non termina alle enunciazioni, ma alle cose” [4]. Quando si tratta della “cosa” suprema nell’ambito della fede, cioè di Dio, “tornare alle cose”, significa tornare al Dio vivente; sfondare, per così dire, il terribile muro dell’idea che ci siamo fatti di lui e correre, come a braccia aperte, incontro a Dio in persona. Scoprire che Dio non è un’astrazione, ma una realtà; che tra le nostre idee di Dio e il Dio vivo c’è la stessa differenza che tra un cielo dipinto su un foglio di carta e il cielo vero.
Il programma: “Tornare alle cose!” ha avuto un’applicazione giustamente famosa: quella che ha portato alla scoperta che le cose…esistono. Vale la pena rileggere la pagina famosa di Sartre:
“Ero al giardino pubblico. La radice del castagno s’affondava nella terra, proprio sotto la mia panchina. Non mi ricordavo più che era una radice. Le parole erano scomparse, con esse, il significato delle cose, i modi del loro uso, i tenui segni di riconoscimento che gli uomini hanno tracciato sulla loro superficie. Ero seduto, un po’ chino, a testa bassa, solo, di fronte a quella massa nera e nodosa, del tutto brutta, che mi faceva paura. E poi ho avuto un lampo d’illuminazione. Ne ho avuto il fiato mozzo. Mai prima di questi ultimi tempi, avevo presentito ciò che vuol dire ‘esistere’. Ero come gli altri, come quelli che passeggiano in riva al mare nei loro abiti primaverili. Dicevo come loro: ‘Il mare è verde; quel punto bianco, lassù, è un gabbiano’, ma non sentivo che ciò esisteva, che il gabbiano era un gabbiano-esistente; di solito l’esistenza si nasconde. È lì attorno a noi, è noi, non si può dire due parole senza parlare di essa e, infine, non la si tocca…E poi, ecco: d’un tratto, era lì, chiaro come il giorno: l’esistenza s’era improvvisamente svelata”[5].
Il filosofo che ha fatto questa “scoperta” si dichiarava ateo, perciò non è andato oltre la constatazione che io esisto, che il mondo esiste, che le cose esistono.
Noi però possiamo partire da questa esperienza e farne il trampolino di lancio per la scoperta di un altro Esistente, la scintilla che rende possibile un’altra illuminazione. Quello che è stato possibile con la radice di castagno, perché non dovrebbe infatti essere possibile con Dio? È forse Dio, per la mente dell’uomo, meno reale di quanto la radice di castagno lo sia per il suo occhio? I Padri non esitavano a mettere a servizio della fede le intuizioni di verità presenti nei filosofi pagani, anche di quelli la cui autorità veniva volentieri addotta contro i cristiani. Noi dobbiamo imitarli e fare lo stesso nel nostro tempo.
Cosa possiamo dunque ritenere della “illuminazione” di quel filosofo? Nessuna applicazione diretta, o di contenuto, ma solo una indiretta e di metodo. Letto con una certa disposizione d’animo favorita dalla grazia, quel racconto sembra fatto apposta per scuoterci dall’abitudine, per suscitare in noi dapprima il sospetto, poi la certezza che esiste una conoscenza di Dio che ancora ci è ignota. Che, forse, prima d’ora, neppure noi abbiamo mai intuito cosa vuole dire che Dio “esiste”, che egli è un Dio-esistente, o, come dice la Bibbia, un Dio-vivente. Che abbiamo dunque un compito davanti a noi, una scoperta da fare: scoprire che Dio “c’è”, tanto da averne, anche noi, per un istante, il fiato mozzo! Sarebbe l’avventura della vita.
Ci aiuta a capire di che si tratta l’esperienza di certi convertiti, ai quali l’esistenza di Dio si è rivelata improvvisamente, a un certo punto della vita, dopo averla tenacemente ignorata o negata.
Uno di essi è stato il giornalista francese Andrè Frossard, morto il 2 Febbraio del 1995. Così egli descrive la sua vita prima della conversione:
“Dio non esisteva. La sua immagine, le immagini in sostanza che evocano l’ esistenza sua o di quella che potrebbe esserne detta la discendenza storica: i santi, i profeti, gli eroi della Bibbia, non figuravano affatto in casa nostra. Nessuno ci parlava di lui. Eravamo degli atei perfetti, di quelli che non si pongono più interrogativi sul loro ateismo. Gli ultimi anticlericali che si scagliavano ancora contro la religione nelle riunioni pubbliche ci parevano patetici ed un po’ ridicoli, quali lo sarebbero degli storici che si impegnassero a confutare la favola di Cappuccetto Rosso”.
In una giornata d’estate, stanco di aspettare l’amico con cui aveva un appuntamento, il giovane Frossard entra nella chiesa vicina, osserva la sua architettura e guarda le persone che vi pregano. Ed ecco come egli narra ciò che accadde:
“Dapprima mi vengono suggerite queste parole: “Vita Spirituale”. Non dette, e neppure formate da me stesso: sentite come se fossero pronunciate accanto a me sottovoce da una persona che veda ciò che io non vedo ancora. L’ultima sillaba di questo preludio sussurrato raggiunge appena in me il filo della coscienza, che comincia la valanga a rovescio. […] Come descriverlo con queste povere parole? Un altro mondo d’uno splendore e d’ una densità che rimandano di colpo il nostro tra le ombre fragili dei sogni realizzabili. Questo mondo, è la realtà, la verità: la vedo dalla sponda oscura su cui sono ancora trattenuto. C’ è un ordine nell’ universo, ed alla sommità, al di là di questo velo di nebbia risplendente, l’ evidenza di Dio, l’evidenza fatta presenza e l’evidenza fatta persona di colui che un istante prima avrei negato […] La sua irruzione straripante, totale, s’ accompagna con una gioia che non è altro che l’ esultanza del salvato”
Uscito di chiesa, il suo amico, vedendo che qualcosa è accaduto, gli domanda: “Che ti succede? – “ Risponde: “Sono cattolico”, e, come se temessi di non essere stato sufficientemente esplicito, aggiunsi “apostolico e romano”.
L’espressione che nella nostra lingua meglio esprime questo avvenimento è: accorgerci di Dio. “Accorgersi” indica un improvviso aprirsi degli occhi, un soprassalto della coscienza, per cui cominciamo a vedere qualcosa che era lì anche prima, ma che non vedevamo.
Proviamo a rileggere, sull’onda dell’ “illuminazione” descritta da Sartre, l’episodio del roveto ardente. Ci servirà, tra l’altro, per costatare come anche il moderno pensiero “esistenziale” ci può aiutare a scoprire, nella Bibbia, qualcosa di nuovo, che il pensiero antico, tutto orientato in senso ontologico, pur con tutta la sua ricchezza, non era in grado di cogliere.
La pagina della Bibbia che narra del roveto ardente (Es 3, 1 ss.) è essa stessa un roveto ardente. Brucia, ma non si consuma. A distanza di millenni non ha perso nulla del suo potere di veicolare il senso del divino. Essa mostra, meglio di ogni discorso, cosa succede quando si incontra davvero il Dio vivente. “Mosè pensò: ‘Voglio avvicinarmi…’”. Ancora pensa e vuole. È padrone di sé; è lui che conduce (o crede di condurre) il gioco. Ma ecco che il divino irrompe con il suo essere e impone la sua legge. “Mosè, Mosè! Non avvicinarti. Io sono il Dio di tuo padre”. Tutto è improvvisamente cambiato. Mosè diventa di colpo docile, remissivo. “Eccomi!”, risponde e si vela il viso, come i Serafini si coprivano gli occhi con le ali (cf. Is 6, 2). Il ‘numinoso’ è nell’aria. Mosè entra nel mistero.
In questa atmosfera Dio rivela il suo nome: “Io sono colui che sono”. Trapiantata sul terreno culturale ellenistico, già con i Settanta, questa parola era stata interpretata come una definizione di ciò che Dio è, l’Essere assoluto, come un’affermazione della sua essenza più profonda. Ma una tale interpretazione, dicono oggi gli esegeti, è “del tutto estranea al modo di pensare dell’Antico Testamento”. La frase significa piuttosto: “Io sono colui che ci sono; o più semplicemente ancora: “Io ci sono (o Io ci sarò) per voi!”[6]. Si tratta di un’affermazione concreta, non astratta; si riferisce più all’esistenza di Dio che non alla sua essenza, più al suo “esserci”, che non a “che cosa è”. Non siamo lontani dall'”Io vivo”, “Io sono il vivente”, che Dio pronuncia in altre parti della Bibbia.
Quel giorno dunque Mosè scoprì una cosa semplicissima, ma capace di mettere in moto e sostenere tutto il processo di liberazione che seguirà. Scoprì che il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe esiste, c’è, è una realtà presente e operante nella storia, uno su cui si può contare. Questo era, del resto, quello che Mosè aveva bisogno di sapere in quel momento, non un’astratta definizione di Dio.
C’è qualcosa che accomuna l’esperienza del filosofo davanti alla radice del castagno e quella di Mosè davanti al roveto ardente. Entrambi scoprono il mistero dell’essere: il primo, l’essere delle cose, il secondo l’Essere di Dio. Ma mentre scoprire che Dio esiste è fonte di coraggio e di gioia, scoprire solo che le cose esistono non produce, a detta di quello stesso filosofo, che “nausea”.
Dio, sentimento di una presenza
Cosa significa e come si definisce il Dio vivente? Per un momento ho coltivato il proposito di rispondere a questa domanda, tracciando un profilo del Dio vivente, a partire dalla Bibbia, ma poi ho visto che sarebbe stata una grande stoltezza. Voler descrivere il Dio vivente, tracciarne un profilo, sia pure fondandosi sulla Bibbia, è ricadere nel tentativo di ridurre il Dio vivente a idea del Dio vivente.
Quello che possiamo fare, anche nei confronti del Dio vivente, è oltrepassare “i tenui segni di riconoscimento che gli uomini hanno tracciato sulla sua superficie”, rompere i piccoli gusci delle nostre idee di Dio, o i “vasetti di alabastro” in cui lo teniamo racchiuso, in modo che il suo profumo si espanda e “riempia la casa”. Ci è maestro in questo sant’Agostino. Il santo ci ha lasciato una specie di metodo per elevarci con il cuore e la mente al Dio vivo e vero. Esso consiste nel ripetere a noi stessi, dopo ogni riflessione su Dio: “Ma Dio non è questo, ma Dio non è questo!”. Pensa alla terra, pensa al cielo, pensa agli angeli o a qualsiasi cosa o persona; pensa, infine, a quello che tu stesso pensi di Dio, e ogni volta ripeti: “Sì, ma Dio non è questo, Dio non è questo!”. “Cerca sopra di noi”, rispondono, una ad una, tutte le creature interrogate [7]. Dobbiamo credere in un Dio che è al di là del Dio in cui crediamo!
Il Dio vivente, in quanto vivente, lo si può intuire vagamente, averne una specie di sentore o pre-sentimento. Si può suscitarne il desiderio, la nostalgia. Di più no. Non si può racchiudere la vita in un’idea. Per questo si può avere di lui più facilmente il sentimento, o il sentore, che non l’idea, poiché l’idea circoscrive la persona, mentre il sentimento ne rivela la presenza, lasciandola nella sua interezza e indeterminazione. San Gregorio Nisseno parla della più alta forma di conoscenza di Dio come di un “sentimento di presenza” [8].
Il divino è una categoria assolutamente diversa da ogni altra, che non può essere definita, ma solo accennata; se ne può parlare solo per analogie e per contrapposti. Un’ immagine che nella Bibbia ci parla così di Dio è quella della roccia. Pochi titoli biblici sono capaci di creare in noi un sentimento così vivo di Dio -soprattutto di ciò che Dio è per noi- quanto questo del Dio-roccia. Cerchiamo anche noi di succhiare, come dice la Scrittura, “miele dalla roccia” (cf. Dt 32, 13).
Più che un semplice titolo, roccia appare, nella Bibbia, come una specie di nome personale di Dio, tanto da essere scritto, a volte, con la lettera maiuscola. “Egli è la Roccia, perfetta è l’opera sua” (Dt 32, 4); “Il Signore è una roccia eterna” (Is 26, 4). Ma perché questa immagine non ci incuta spavento e soggezione per la durezza e l’impenetrabilità che evoca, ecco che la Bibbia aggiunge subito un’altra verità: egli è la “nostra” roccia, la “mia” roccia. Cioè una roccia per noi, non contro di noi. “Il Signore è la mia roccia” (Sal 18,3), la “roccia della mia difesa” (Sal 31, 4), la “roccia della nostra salvezza” (Sal 95,1).
I primi traduttori della Bibbia, i Settanta, si sono spaventati davanti a un’immagine così materiale di Dio che sembrava abbassarlo e hanno sistematicamente sostituito il concreto “roccia” con astratti, quali “forza”, “rifugio”, “salvezza”. Ma giustamente tutte le traduzioni moderne hanno restituito a Dio il titolo originale di roccia.
Roccia non è un titolo astratto; non dice soltanto cos’è Dio, ma anche cosa dobbiamo essere noi. La roccia è fatta per essere scalata, per cercarvi rifugio, non solo per essere contemplata da lontano. La roccia attira, appassiona. Se Dio è roccia, l’uomo deve diventare un “rocciatore”. Gesù diceva: “Imparate dal padrone di casa”; “Guardate i pescatori”; san Giacomo continua dicendo: “Guardate gli agricoltori”. Noi possiamo aggiungere: “Guardate i rocciatori!”. Se cala la notte o viene una bufera, non commettono l’imprudenza di tentare di scendere, ma ancora di più si stringono alla roccia e aspettano che passi la bufera.
L’insistenza della Bibbia sul Dio-roccia ha come scopo quello di infondere nella creatura fiducia, scacciando dal suo cuore le paure. “Non temiamo se trema la terra , se crollano i monti nel fondo del mare”, dice un salmo; e il motivo che si adduce è: “Nostra roccaforte è il Dio di Giacobbe” (Sal 46, 3.8).
Dio c’è e tanto basta!
Il primo biografo di san Francesco d’Assisi, Tommaso da Celano, descrive un momento di buio e quasi di sconforto che il santo visse verso la fine della sua vita, a causa delle deviazioni che vedeva intorno a sé dal primitivo stile di vita dei suoi frati.
Essendo turbato – scrive – per i cattivi esempi, e avendo fatto ricorso un giorno, così amareggiato, alla preghiera, si sentì apostrofato a questo modo dal Signore: “Perché tu, omiciattolo, ti turbi? Forse io ti ho stabilito pastore del mio Ordine in modo tale che tu dimenticassi che io ne rimango il patrono principale? […] Non turbarti dunque, ma attendi alla tua salvezza perché se l’Ordine si riducesse anche a soli tre frati, rimarrà il mio aiuto sempre stabile“ [9].
Lo studioso francescano francese P. Eloi Leclerc, che meglio di tutti ha illustrato questa fase tormentata della vita di Francesco, dice che il Santo fu così rianimato dalle parole di Cristo che andava ripetendo tra sé una esclamazione: “Dieu est, et cela suffit”. Francesco, Dio c’è e tanto basta! Dio c’è e tanto basta! ” [10].
Impariamo a ripetere anche noi queste semplici parole quando, nella Chiesa o nella nostra vita, ci troviamo in situazioni simili a quelle di Francesco. Dio c’è e tanto basta!

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1) S. Angela da Foligno, Istruzioni III, Ed. Quaracchi 1985, p. 474.
2) S. Agostino, Confessioni, X, 27.
3) “Zu den Sachen selbst”: è il programma della Scuola fenomenologica di Husserl.
4) S. Tommaso d’Aquino, S.Th. II-IIae, q.1,a. 2, 2.
5) J.-P. Sartre, La nausea, Mondadori, Milano 1984, pp.193 s.
6) Cf. G. von Rad, Theologie des Alten Testaments, I, Monaco 1966, p.194.
7) S. Agostino, Commento al Salmo 85, 12 (CCL 39, p. 1136); cf. anche Confessioni, X, 6, 9.
8) S. Gregorio Nisseno, In Cant. XI,5,2 (PG 44, 1001).
9) Celano, Vita seconda CXVII, 158 (Fonti Francescane, nr. 742).
10) Eloi Leclerc, Sagesse d’un Pauvre, Editions Franciscaines, Paris 1959, pp. 75-78.

venerdì 30 novembre 2018

Kiko Arguello: ANNUNCIO DI AVVENTO 2018 (Estratti)


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ANNUNCIO DI AVVENTO

Roma, Seminario Redemptoris Mater

28 novembre 2018



Preghiera iniziale (Kiko)

Canto: "Viene il Signore vestito di maestà"

Lettura: 1Ts. 5, 1-11




[1] Riguardo poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; 

[2] infatti voi ben sapete che come un ladro di notte, così verrà il giorno del Signore. 

[3] E quando si dirà: "Pace e sicurezza", allora d'improvviso li colpirà la rovina, come le doglie una donna incinta; e nessuno scamperà. 

[4] Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno possa sorprendervi come un ladro: 

[5] voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte, né delle tenebre. 

[6] Non dormiamo dunque come gli altri, ma restiamo svegli e siamo sobrii. 

[7] Quelli che dormono, infatti, dormono di notte; e quelli che si ubriacano, sono ubriachi di notte. 

[8] Noi invece, che siamo del giorno, dobbiamo essere sobrii, rivestiti con la corazza della fede e della carità e avendo come elmo la speranza della salvezza. 

[9] Poiché Dio non ci ha destinati alla sua collera ma all'acquisto della salvezza per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo, 

[10] il quale è morto per noi, perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui. 

[11] Perciò confortatevi a vicenda edificandovi gli uni gli altri, come già fate. 


***


Presentazioni.


(...)


Il tempo di Avvento è un tempo molto importante perchè ha una dimensione che è perenne nella vita del cristiano, ricorda che tutta la vita del cristiano è escatologica, è tutta improntata alla dimensione celeste.

Noi abbiamo dentro la gioia della vita immortale, la presenza di Gesù Cristo in noi attraverso lo Spirito Santo che ci ha donato, che abita in noi e che ci aiuta a vivere.
Ho fatto un inno allo Spirito Santo nell'anno 1989 che dice:

Lo Spirito Santo è il giogo soave e leggero.

Spirito pieno di comprensione
e misericordia con le nostre mancanze,
di tenerezza e compassione,
di amore senza limiti.

Abitando nell'uomo
ci perdona sempre, spera sempre,
tutto comprende,
scusa tutto.

La sua bontà si spande
come un profumo che tutto inonda.

Fa sentire la sua presenza
e ci dà coraggio
mentre ci rende testimonianza
dell'amore totale di Dio per noi.

Conferma al nostro spirito
che il dono più grande
è l'unione con Dio
e che il vero male e la vera sofferenza
è il peccato.

Per questo è pieno di compassione per il peccatore:
non lo giudica, lo rialza e lo aiuta
a camminare di nuovo.

Ci mostra sempre il Cristo crocefisso
come Sacerdote eterno per tutti gli uomini.

È paziente, benigno,
è il sommo Bene,
è il dono di Dio,
è la garanzia della Vita Eterna.

Lui, il "Paraclito",
ci difende sempre
e ci insegna ad essere pazienti
con noi stessi e con i nostri peccati.

Ci dice chi siamo, dove andiamo,
qual è il cammino,
e perché soffriamo.

Ci mostra la Croce gloriosa di Cristo
e ci invita a salire su di essa
come il luogo del vero riposo.
Ci dice che tutto è santo,
che la nostra storia è santa,
e ci conduce soavemente
all'abbandono totale in Cristo crocefisso:

In Lui, nulla si pretende,
nulla si esige,
si accetta tutto,
si sopporta tutto,
perché assomigliare al Signore sulla croce,
è il nostro vanto
la nostra gloria
la verità,
la salvezza,
la santità,
è ciò che è nostro,
essere cristiano.

Come non evangelizzare,
perché gli uomini trovino l'unico Dio
vero,
il suo Figlio amato,
e ricevano lo Spirito Santo?

Spirito divino, perla preziosa, in Lui amiamo il Padre
come Lui ama io suo Figlio
e amiamo il suo Figlio
come lo ama il Padre.

Spirito Santo, che ci fa persona,
è più me che me stesso,
è più noi che noi stessi,
è tutto in tutti,
è nella Chiesa la Santa Koinonia,
é l'amore perfetto,
è Dio.

Padre carissimo,
come non benedirti,
esaltarti, lodarti, cantarti,
tu che ci hai chiamato al ministero sacerdotale,
che ci hai riempito del dono dei doni,
che ci hai dato te stesso,
che ci hai rivelato il mistero dell'universo:
il tuo totale amore per noi
fino a morire:
Croce gloriosa,
vittoria sulla morte,
umiltà perfetta,
santa Comunione
Chiesa di Dio.


***

Spero che questo tempo di Avvento sia per tutti voi un tempo di preghiera. Nella prima settimana vi invitiamo ad alzarvi qualche notte, fare l'Ufficio delle letture e 15 minuti di preghiera di quiete. Gesù Cristo, che ci ama tantissimo, è desideroso di questo momento in cui tutto il mondo dorme per dirti che ti ama. Preghiera che è importantissima anche per la nostra vita, per la nostra santificazione.. Vi ricordo una frase di santa Teresa di Gesù: "Quando un cristiano si mette in ginocchio, trema il mondo, il mondo trema perchè la preghiera di un cristiano può tutto". Pregate anche per tutti, per i governanti, perchè cambi la politica di una nazione, perchè guarisca un familiare, perchè i tuoi figli credano... La preghiera è importantissima.
L' avvento è un tempo in cui la Chiesa vuole che riconsideriamo la nostra dimensione celeste e correggiamo la nostra vita, aspettando Gesù Cristo...
Dovremmo essere santi e non lo siamo per niente: non accetti l'ingiustizia, la sconfitta, non accetti la sofferenza. Dio in Cristo ha reso sacra la sofferenza, la cosa più sacra del mondo è la sofferenza, e tu la vuoi rifiutare?
Devi fare il proposito in questo Avvento di cominciare ad essere più santo. Cosa dovresti fare per essere più santo? Qual'è il primo pensiero che ti viene alla mente per essere più santo? Una domanda importantissima. Domandalo nella preghiera e lo Spirito Santo te lo dirà... 
Con la preghiera noi conteniamo i demoni, non lasciamo che entrino e che distruggano la famiglia, la società...

(...)

San Bernardo parla della 3 venute di Cristo: la prima, nella carne, in una stalla come un povero; la seconda, nella gloria; e una venuta intermedia, nei sacramenti, nella preghiera.. Cristo viene qui, adesso, e vorrebbe stare con te. Magari tu lo accogliessi e promettessi di amarlo!
Come si ama Cristo? Nella liturgia, nella messa, pregando il rosario... Amare Cristo al di sopra di ogni cosa. I Padri della Chiesa dicono: ama Cristo e fai ciò che vuoi. Ama Cristo e ti seguiranno a migliaia!
Amare Cristo significa voler bene ai fratelli. "Amatevi, come Io vi ho amati!". E se siete perfettamente uno, il mondo crederà. Come Cristo ci ha amato, così vorrebbe che ci amassimo. Ossia, che non devo riservare nulla per me, sono tutto per voi, la mia vita siete voi! Il mio vivere è Cristo, la sua volontà, volervi bene.
Dio con noi ha fatto un cammino di crescita nella fede meraviglioso, avete una comunità cristiana! Fuori, nel paganesimo, la gente è sola, tremendamente sola!
Dio è amore, amatevi!

***

Canto finale: "Rivestitevi dell'armatura di Dio"

Ef. 6, 11-17:

Rivestitevi dell'armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo.

[12] La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.

[13] Prendete perciò l'armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove.

[14] State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia,

[15] e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace.

[16] Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno;

[17] prendete anche l'elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio. 


...

Durante la monizione al canto:

"Lo zelo per annunciare il Vangelo": i Padri della Chiesa dicono che queste calzature, ceh sono lo zelo, fanno sì che il serpente che è sulla terra non possa mordere il calcagno dell'uomo, perchè è rivestito di una calzatura luminosa: lo zelo per annunciare il Vangelo.

Ma soprattutto dello scudo della fede che ti dice che Cristo ti ama veramente. Che è morto sulla croce per te, quando eri malvagio e peccatore. Con la spada dello Spirito, che è la Parola di Dio, e con l'elmo della salvezza che ti dice: che Cristo risuscitò, che è Kyrios, il Signore, che ritornerà e ci porterà con Lui.

Alleluja!

Preghiere
Padre Nostro, Ave Maria
Pace 
Benedizione.

giovedì 22 novembre 2018

Cardenal Mons. Ricardo Blázquez: " La importancia de la Iniciación Cristiana"



caminoneocatecumenalvenezuela.blogspot.com

El Cardenal Mons. Ricardo Blázquez, Presidente de la Conferencia Episcopal Española, habló de la importancia y necesidad en los tiempos actuales de la Iniciación cristiana de adultos en la inauguración de la 112 Asamblea plenaria de la Conferencia Episcopal Española el 19 de noviembre de 2018, como instrumento necesario tanto para la evangelización en el mundo de hoy, cada vez más secularizado, como para el discernimiento vocacional.

"La condición básica, compartida por todos los cristianos, a saber, la incorporación a la Iglesia por el bautismo, sacramento de la fe y de la conversión, la participación en la familia eclesial, supone la INICIACIÓN CRISTIANA. Hay una maduración para responder personalmente a la vocación de hombre, y hay también una preparación para ser cristiano y para vivir como cristiano. En nuestras latitudes advertimos que la Iniciación recibida tradicionalmente hoy en general es INSUFICIENTE. Quizá en ambientes más uniformes y más impregnados por la fe cristiana fuera suficiente. Actualmente no basta. En una sociedad religiosamente plural la personalización de la fe es requerida para sobrevivir como cristianos sin caer en la confusión ni ceder a la indiferencia. Por este motivo, se debe intensificar el trabajo evangelizador de la Iniciación cristiana, que une conocimiento de la fe y experiencia, toque personal y dimensión comunitaria, índole sacramental y actividad caritativa. 

Es necesario acentuar el alcance de la Iniciación cristiana, sólida y auténtica, para que la fe sea vigorosa y resista a los vientos contrarios del mundo actual que con frecuencia respira una cultura religiosamente aséptica e inapetente, si no adversa. ¿Cómo va a ser escuchada la vocación del Señor a ser presbítero, o esposo cristiano, o consagrado, si la respuesta a la llamada fundamental a la fe se difumina en el ambiente? Para afrontar la crisis vocacional es insustituible el trabajo intenso de la Iniciación cristiana; aunque pueda tener modalidades diferentes, es necesario que sea auténtica iniciación en orden a ser a modo de cimiento y raíz. 

Las diferentes vocaciones que conviven en la Iglesia y están destinadas a prestarse un servicio recíproco, nacen y crecen en la Iglesia (cf. Lumen gentium 11 y 32). En el dinamismo de la iniciación cristiana cada cristiano va escuchando la llamada que Dios le dirige. Si la iniciación cristiana es honda, surgen las vocaciones generosamente; pero si es inconsistente escasean las vocaciones específicas. Por este motivo, a la penuria vocacional se debe responder, ante todo, cultivando más intensamente la iniciación cristiana. El discernimiento vocacional supone haber respondido consecuentemente a la decisión de la fe; el sí al Evangelio abre a otros “síes” dentro de la Iglesia. 

A veces se observa que falta decisión para invitar a otras personas a participar en la propia vocación. ¿Si en una persona pesa como un lastre la experiencia negativa y la indecisión ante un futuro incierto cómo se hará eco gozoso de la llamada del Señor? ¿Crisis de vocaciones o crisis de “vocantes”? Si no se agradece diariamente la vocación recibida, ¿cómo se va a invitar a otros? ¿Crisis de sacerdotes y de religiosos o crisis de cristianos que profundizan incesantemente en la orante y paciente comunicación con el Señor? "

Mons. Cardenal Ricardo Blázquez 


lunedì 19 novembre 2018

Dallo scetticismo alla gratitudine.

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L' esperienza del Cammino dell' Arcivescovo di Denver

Mons. Aquila, Arzobispo de Denver (EE.UU)
Thu, 01 Nov 2018 18:24:00

El domingo 14 de octubre tuve el privilegio de celebrar una Eucaristía en Greeley con más de 500 catequistas del Camino Neocatecumenal. Mientras que el Camino celebraba su 50 aniversario este año, mi corazón se llenó nuevamente de gratitud al Padre por el don que ha sido este itinerario de fe para la Iglesia local en Colorado y en la Iglesia universal.

Desde su fundación en España bajo el pontificado de San Pablo VI en la década de 1960, cada Papa ha promovido el Camino, al ver los grandes frutos que ha dado. En el 50 aniversario, el Papa Francisco, dijo: “Su carisma es un gran regalo de Dios para la Iglesia de nuestro tiempo. Demos gracias a Dios por estos cincuenta años”.

Un amigo sacerdote me introdujo al Camino en la cuaresma de 1988 mientras estudiaba en Roma. Aunque no había escuchado de ellos, tenía curiosidad, ya que mi amigo hablaba muy bien de las historias de conversiones de las que había sido testigo.

Decidí saber más sobre el Camino, así que fuimos a un servicio de cuaresma. Durante el servicio, muchos jóvenes dieron su testimonio de cómo el Camino los había llevado a tener un encuentro con Jesucristo, lo que cambió radicalmente sus vidas. Algunos eran ex-drogadictos, otros vivían vidas promiscuas con hombres y mujeres, otros estaban involucrados en actos de violencia y otros en situaciones abusivas. Su encuentro con Jesucristo a través del Camino los alejó de la desesperanza y de los patrones del pecado y llegaron a un encuentro con la misericordia y la verdad de Jesucristo. Ellos creyeron firmemente en el poder sanador y la autoridad de Jesucristo, y que con Dios todo es posible (Mt. 19,26).

Recuerdo haber sido inundado por el asombro y algo de incredulidad ante su testimonio. Hablando con mi amigo de camino a casa, le pregunté si había escuchado todo correctamente. Me aseguró que sí. Tuve que enfrentar mi propio escepticismo y mi falta de fe en Jesucristo, y esto me dio mucho para meditar. Me pregunté: “¿En quién creo? ¿en el mundo o en Jesucristo?” Los jóvenes que estaban ahí tenían un fuego y un celo en ellos que solo el Espíritu Santo podría haber provocado.

A través de los esfuerzos del entonces arzobispo Stafford, se invitó al Camino a Denver, y que después de la Jornada Mundial de la Juventud de 1993, él solicitó que fuera establecido en Denver un Seminario Redemptoris Mater. El Camino respondió y el seminario se estableció en 1996, recibiendo después la aprobación del arzobispo Chaput. Hemos sido bendecidos con 28 sacerdotes, quienes ayudan al personal de nuestras parroquias, trabajan en el seminario y promueven la formación del Camino en nuestras parroquias.

El Camino también ha dado frutos misioneros. Tenemos dos sacerdotes de nuestra arquidiócesis que sirven como misioneros en otros países y 16 jóvenes de la arquidiócesis que han participado en el Camino desde su adolescencia están discerniendo un llamado al sacerdocio en otros Seminarios Redemptoris Mater alrededor del mundo.

Durante la misa del 14 de octubre, escuché nuevamente los testimonios de los catequistas, algunos de los cuales han pertenecido al Camino en nuestras parroquias por más de 20 años. No hubo escepticismo en mi corazón, solo gratitud por el fruto que el Camino ha traído a la arquidiócesis. Las palabras de Jesús vinieron a mi corazón: “Yo soy la vid y vosotros los sarmientos. El que permanece en mí y yo en él, ése da mucho fruto, pero sin mí, no podéis hacer nada.” (Jn. 15,5). Como el Papa Francisco enseñó en su encíclica, La alegría del Evangelio (Evangelii Gaudium), es por la invitación a las personas a encontrarse con Jesús y acompañándolos en las comunidades y las etapas del Camino que se encuentra una abundante cosecha en nuestras parroquias. Las personas conocen la vid, Jesucristo, permanecen en Él, poniendo su fe en Él mientras transforma sus vidas, y después, dan mucho fruto al salir a invitar a otros a venir a conocer a Jesús.

Rezo para que el Camino continúe creciendo en nuestra arquidiócesis y en todas nuestras parroquias como parte de la nueva evangelización. El Camino ha demostrado por su fruto que es del Espíritu Santo y la Iglesia ha confirmado su carisma. En los tiempos en que vivimos, el Camino es uno de los signos de esperanza para nuestra arquidiócesis. Se une a otros movimientos fructíferos del Espíritu Santo, como nuestra iniciativa arquidiocesana “Mas de lo que crees”, Fellowship of Catholic University Students (FOCUS por sus siglas en ingles), Christ in the City, Amazaing Parish, Families of Character, ENDOW, el Augustine Institute, ChristLife, y a muchos más. En el llamado universal a la santidad, y especialmente en los tiempos que estamos viviendo como Iglesia, siempre “Con los ojos fijos en Jesús que inicia y lleva a la perfección la fe”. (Heb 12,2).

Traducido del original en inglés por Mavi Barraza.

https://elpueblocatolico.org/multitudinario-encuentro-del-camino-neocatecumenal/
https://denvercatholic.org/from-skepticism-to-gratitude-my-experience-of-the-way/

martedì 6 novembre 2018

Una Fondazione per proteggere la "opera artistica" di Kiko.




19 ore fa - El fundador del Camino Neocatecumenal ha constituido una fundación civil, según se desprende del Boletín Oficial del Estado de hoy. La fundación, a cuyo ...
17 ore fa - La 'Fundación Obra Artística Kiko Argüello', aprobada por el BOE el 31 de agosto. La entidad también pretende “colaborar con la evangelización llevada a cabo ...