di Giovanni Amico*
Un omosessuale mi domanda: «Sono omofobo se dopo una lunga terapia psicoanalitica sono arrivato a capire di avere tendenze omosessuali perché mio padre era come assente in casa e mia madre occupava uno spazio sproporzionato nella mia vita di bambino? Sono omofobo se, pur avendoli perdonati, ce l’ho ogni tanto con loro nel mio cuore sapendo che non sarei come sono se loro si fossero comportati diversamente?».
Un amico mi racconta di un’amica lesbica che si è resa conto di quanto hanno pesato in lei le aspettative della madre che aveva perso un bambino maschio prima del suo concepimento e l’aveva così caricata inconsapevolmente del compito di rappresentare, pur essendo una bambina, quel figlio che aveva perso. Mi racconta il difficile cammino di questa ragazza per riconciliarsi con la madre alla quale è debitrice di tante cose, ma che insieme sente responsabile di qualcosa che pesa ancora oggi nella sua psiche.
Due casi che non possono essere generalizzati, ma che, forse, ne rappresentano molti altri.Come è noto non c’è un accordo fra gli studiosi – e fra gli stessi omosessuali- se l’omosessualità abbia un origine biologica, psicologia o se sia frutto di una libera scelta. Anche perché sotto lo steso termine di “omosessualità” vengono superficialmente riunite realtà molti diverse. Certo è che racconti come i due appena ricordati lasciano supporre che in molti casi – si sarebbe tentati di dire nella maggioranza di essi, ma forse è un’estensione indebita – il fattore psicologico gioca un ruolo molto importante ed è preponderante rispetto a quello di un orientamento sessuale dettato da un’eredità iscritta nei geni. Meno ancora sembra decisivo – anche qui il condizionale è d’obbligo – il fattore della libera scelta.
È omofobia riconoscere che c’è una ferita originaria in molte delle persone che hanno forti orientamenti omosessuali? Oppure è una via legittima, addirittura doverosa, se si vogliono fare i conti con la realtà, amare ed aiutarsi a dare il meglio di sé?
Non è secondario soffermarsi su questa ferita originaria presente in molte persone omosessuali. Una loro sofferenza interiore può certamente derivare da rifiuti preconcetti della società nei loro confronti. Ma può anche provenire dalla consapevolezza conscia o da un sentore inconscio che il proprio modo di percepirsi affettivamente ha radici profonde non primariamente in un determinato orientamento sessuale volontariamente scelto, bensì in sofferenze vissute nella prima infanzia a motivo di errori a volte involontari dei propri genitori o ancora a motivo dell’inconsistenza personale delle loro figure o della loro immaturità. La persona omosessuale può vivere così una non piena accettazione della propria sessualità non solo a motivo di pressioni sociali, ma anche a motivo della interiore consapevolezza che una situazione di malessere familiare è stata una delle cause dell’orientamento sessuale successivo. Ascoltando alcune storie personali di omosessuali emerge chiaramente che tale orientamento può, in realtà, essere un evento “secondo” rispetto a qualcosa che è accaduto e che è invece primario, al punto che queste persone giungono alla certezza morale che se il clima familiare della loro prima infanzia fosse stato diverso essi non sarebbero divenuti omosessuali.
È omofobia riconoscere che l’omosessualità può derivare da tali ferite? È omofobia lavorare perché i genitori non ripetano in futuro errori educativi come quelli cui si è accennato più sopra? È legittimo riconoscere, come tante persone omosessuali chiedono, che siano poste in discussione, pur nell’amore, le figure dei loro genitori?
Oppure proprio nell’approfondimento di questa difficile questione deve essere individuata una delle vie che permette di esaltare la dignità della persona omosessuale senza cadere nell’acquiescenza verso un banale livellamento che ritenga equivalenti e interscambiabili tutte le opzioni educative possibili?
Un’ulteriore sottolineatura suggerisce l’esperienza.
Solo una minoranza degli omosessuali si riconosce in forme come quelle dei gaypride, mentre altri le rifiutano – sebbene talvolta non apertamente perché un certo conformismo vuole che si plauda ad iniziative consimili - e non si sentono assolutamente rappresentati da manifestazioni di quel tipo, ritenendole anzi causa del persistere di cliché che pesano sulla condizione omosessuale (famosa, a proposito, è la posizione del regista Franco Zeffirelli, ma diversi dialoghi personali ci confermano in questa lettura dei fatti).
Nella stessa prospettiva, scendendo più in profondità, vale la pena ricordare che molti omosessuali difendono il valore della famiglia composta da un uomo e da una donna e non equiparerebbero mai la relazione affettiva che vivono a quella di una famiglia con responsabilità e promesse di lungo periodo.
Soprattutto – in tanti con cui abbiamo parlato – nonostante la difficile storia familiare vissuta non manca un profondo senso di riconoscenza per tutte le famiglie che nei secoli hanno fatto sì che giungesse loro la vita. La loro testimonianza è preziosa per non dimenticare la semplicità dell’evidenza: se è vero che un figlio di un uomo e di una donna può diventare omosessuale è certamente vero anche che solo da un uomo e da una donna, cioè da una coppia non omosessuale, può nascere un figlio. E che così è da quando esiste l’uomo sulla terra.
* Dietro lo pseudonimo Giovanni Amico c’è un caro amico di padre Maurizio Botta che da decenni ascolta migliaia di persone con ogni genere di problema. Per motivi “deontologici” e di sensibilità non vuole correre il rischio che alcune persone si sentano tradite nella loro fiducia, da qui lo pseudonimo. Grazie Giovanni!