martedì 16 aprile 2013

Il nuovo da rottamare




Caro Matteo,
come sai, da anni sono un tuo estimatore. Nella campagna per le primarie – che ho sperato tu vincessi – ho apprezzato anche uno “stilnovo” che rappresenta una salutare novità per il nostro Paese, troppo dilaniato da odi politici e faziosità.
Dunque sono nel novero dei tuoi potenziali elettori. Per questo devo porti una domanda relativa a ciò che abbiamo in comune: la fede cattolica e la sua rilevanza sociale.

FAZIONI

Tu ne hai parlato nell’articolo di ieri su “Repubblica”. Hai proclamato: è insopportabile candidarsi al Quirinale “in quanto cattolico”, cioè strumentalizzando la fede religiosa.
Benissimo. Condivido al cento per cento. Ma il fatto che tu corredi questa netta condanna con un solo nome – quello di Franco Marini – immeschinisce la forza del tuo giudizio morale e fa sospettare che pure il tuo orizzonte sia la “politique politicienne”.
Dovevi evitare di fare nomi oppure farli tutti. Infatti citando solo Marini e non citando Prodi, che è per antonomasia, da decenni, il cattolico che viene candidato alle poltrone della casta, usi un argomento teologico, con tanto di evocazione del papa, per un banale e brutale scazzo fra correnti di partito.
Siccome ti stimo, penso che tu non abbia chiamato in causa il Papa e il Vangelo di domenica, con Gesù e Pietro, semplicemente per azzoppare Marini. Ma hai dato questa impressione. Inoltre resta aperto il problema di fondo.

VENDERE L’ANIMA?

Già nell’aprile 2009, quando sei venuto a Roma a presentare il mio libro “Indagine su Gesù”, ho colto la tua sincera e convinta fede cattolica.
Ma ho pure sentito emergere in me una domanda scottante: per te il cristianesimo c’entra con il tuo impegno politico? Il pensiero cattolico ha qualcosa da dire sulla società e l’Europa di oggi o è totalmente irrilevante e limitato ad un ambito privato e intimistico?
La domanda mi si è riproposta ascoltando i tuoi interventi durante le primarie. Ti ho apprezzato molto, ma restava irrisolto il nodo della tua – per così dire – leggerezza culturale, che qualcuno definisce paraculaggine e che nella pratica può facilmente diventare cinismo politico.
Il dubbio di alcuni amici è che tu sia l’ennesimo politico cattolico che – pur simpatico e giovane – svende la sua fede per conquistare la poltrona di Palazzo Chigi.
Saresti un autolesionista. Il grande Tommaso Moro diceva: “è già un pessimo affare perdere la propria anima per il mondo intero, figuriamoci per la Cornovaglia…”.
Tu mi dirai (spero) che non è questo che vuoi fare. Ma il tuo articolo suscita molti dubbi.

UNA STORIA

Anzitutto leggendolo sembra che tu non abbia cognizione della ricchezza di pensiero e di presenza sociale e politica dei cattolici che in questo Paese hanno una lunga storia.
Forse per questo sei così sprezzante con un uomo come Marini che ne rappresenta una parte bella, quella dei lavoratori cattolici della Cisl di Giulio Pastore.
Del resto nemmeno citi mai il tuo più illustre predecessore a Palazzo Vecchio, quel Giorgio La Pira che – a parte la sua santità personale – da cattolico ha dato un contributo fondamentale alla Costituzione, specie con quel decisivo articolo 2 che proclama “i diritti inviolabili dell’uomo” e afferma il primato della persona e della società (i corpi intermedi) sullo Stato.
E non è un caso che proprio La Pira nel 1977 ispirò la decisa battaglia dei cattolici in difesa della vita nascente.
La storia del movimento cattolico, Matteo, sembra essere da te totalmente ignorata. Sostituita da affermazioni generiche e sentenze sommarie.
Tu affermi che “i politici che si richiamano alla tradizione cattolica sono spesso propensi a porsi come custodi di una visione etica molto rigida”.
Che vuol dire? A chi ti riferisci con una frase così superficiale?
Di politici cattolici ce n’è una quantità. Da La Pira alla Pivetti, da Scalfaro a Giovanardi, da Andreotti a Leoluca Orlando, da Rosy Bindi a Gasparri, da Prodi a Marini, da Buttiglione a Dossetti, da Di Pietro alla Roccella, da Carniti a Formigoni, da Casini a Ignazio Marino e a Magdi Allam.
Come si può fare di tutta l’erba un fascio? Devo pensare che tu non abbia le conoscenze culturali per distinguere i diversi filoni e le diverse correnti del mondo cattolico?
E poi, dopo quell’approssimativa considerazione, passi a fustigare “i moralisti. Specie quelli senza morale”.
Cioè? A chi alludi? Tu che giustamente dici di prediligere il “parlar chiaro”, tu che condanni le lingue biforcute e le allusioni in politichese, dovresti specificare. Non barricarti dietro accuse fumose.
Poi salti totalmente i piani (distinzione maritainiana) e passi a condannare “chi riduce il cristianesimo a insieme di precetti, norme etiche alle quali cercare di obbedire”.
D’accordo al cento per cento. Sono contento di sentire qui l’eco di un insegnamento che entrambi abbiamo amato e seguito. Ma subito dopo tu aggiungi l’argomento tipico dei politici che non vogliono rischiare il potere per gli ideali.
Dici infatti che non ci sarebbero “norme etiche” da “difendere dalle insidie della contemporaneità” e aggiungi che “larga parte del mondo cattolico” che fa questa battaglia “è a mio giudizio perdente”.
Ahi ahi, caro Matteo. Qui ti tradisci. Che criterio sarebbe l’essere perdenti o vincenti?

PERDENTI?

Gesù Cristo cosa fu? Un perdente, immagino. Mentre Pilato ed Erode erano vincenti?
E i cristiani perseguitati che il papa Francesco ci ha ricordato domenica scorsa (ma tu questa parte del suo discorso l’hai ignorata) cosa sono? Perdenti?
E i martiri cristiani? Padre Kolbe cosa fu? Un perdente? E i ragazzi della Rosa Bianca che nella Germania degli anni Trenta, per i valori cristiani in cui credevano, si opposero al nazismo pagando con la vita? Anche loro furono dei perdenti?
E Solzenicyn? E Lech Walesa? E Karol Wojtyla? Un altro perdente? E Madre Teresa di Calcutta?
E invece chi barattò quei principi non negoziabili per un posto di potere in questo o quel regime, sotto l’ombra di questa o quella ideologia cosa fu? Un vincente?
Caro Matteo, spero che questo non sia diventato davvero il tuo criterio di giudizio. Altrimenti avresti contro noi cattolici perché noi non possiamo abbandonare i più deboli, i piccoli e i più poveri.
E non avresti certo l’appoggio di papa Francesco su cui tenti di mettere il cappello cercando di contrapporlo ai suoi predecessori.  Non è questa la strada.
Non perché noi cattolici identifichiamo la politica con le “crociate” sulle questioni etiche. Nessuno di noi ha desiderio di un Paese continuamente spaccato su questioni così drammatiche e delicate.
Inoltre sappiamo che il nostro compito primario è l’evangelizzazione, l’annuncio di Gesù Cristo.

SEGUIRE

Ma tu dovresti considerare con meno superficialità il magistero costante della Chiesa, da Giovanni Paolo II in avanti, che parla di una “emergenza antropologica” nell’Occidente di oggi.
Perché – restando alla sola Italia – perfino autorevoli pensatori di area marxista, come Mario Tronti, Giuseppe Vacca e Pietro Barcellona, hanno convenuto con l’allarmata riflessione della Chiesa, al punto da essere stati definiti “marxisti ratzingeriani”.
Inoltre fa parte dell’insegnamento morale della Chiesa anche la sua dottrina sociale che ha più di cento anni e che ha perfettamente azzeccato la previsione del fallimento sia del collettivismo comunista sia del liberismo senza regole, cioè la finanza che divora l’economia reale, i popoli e gli stati.
La più acuta lettura della crisi finanziaria planetaria scoppiata nel 2006 con i subprime è contenuta nell’enciclica di Benedetto XVI “Caritas in veritate”. Ma tu l’hai letta? Hai la consapevolezza di quanto è ricco e importante per il Paese il patrimonio ideale, di pensiero e di presenza sociale dei cattolici?
Se sì, perché lo ignori o lo riduci a caricatura? In tanti ti vediamo come una speranza seria per l’Italia, ma se davvero la tua nuova via è contro il mondo cattolico, come appare dal tuo articolo, vai pure a farti benedire. In tutti i sensi. Con simpatia,

Antonio Socci

Da “Libero”, 16 aprile 2013

* * *

La lettera (*) che ieri il sindaco di Firenze Matteo Renzi ha inviato a Repubblica e legata alla corsa per il Quirinale ha sollevato un grande polverone all’interno del Partito Democratico. Non varrebbe dunque la pena parlarne se non fosse che tutta la lettera ha per argomento l’impegno dei cattolici in politica, e che Renzi è ormai un’icona anche per una parte consistente dell’elettorato cattolico che non vede l’ora che sia candidato premier per poterlo votare.

In realtà a leggere bene la lettera si capisce che la questione cattolica non è il vero motivo del contendere: il sindaco di Firenze fa infatti riferimento all’espressione “Ci vuole un presidente cattolico” che sarebbe tornata in voga in questi giorni. Al che si potrebbe pensare che siano stati i vescovi oppure politici di centro destra a invocare tale soluzione, ma non è così: è semplicemente che Bersani, nella ricerca di un candidato comune con il centrodestra, ha proposto una personalità – dice lui – cattolica: Franco Marini. Che subito viene infilzato da Renzi: ma come, non è stato neanche eletto al Senato in Abruzzo e lo vogliamo fare presidente della Repubblica? Con che autorità potrebbe rivestire tale carica? Il ragionamento – bisogna ammetterlo - non fa una grinza, tanto che viene da chiedersi: ma come, il sindaco di Firenze è stato sconfitto alle primarie del suo partito, non è riuscito a rientrare neanche nei grandi elettori del presidente della Repubblica, e vuole guidare il Paese? Con quale autorità? (R. Cascioli)

*

In ogni caso si capisce che il vero motivo della lettera è la guerra che Renzi sta conducendo con Bersani, nient’altro. E però è l’occasione per spiegare la propria concezione dell’impegno del cattolico in politica, ovviamente senza tralasciare l’entusiastico riferimento a Papa Francesco e addirittura citando il vangelo del giorno. Renzi spiega che è orgoglioso di essere cattolico ma che da politico agisce laicamente, anche se l’ispirazione religiosa – qualsiasi religione – è utile per la società. Invece i “politici che si richiamano alla tradizione cattolica sono spesso propensi a porsi come custodi di una visione etica molto rigida”, proponendo soltanto “precetti, norme etiche (…) che il buon cristiano dovrebbe difendere dalle insidie della contemporaneità”. 

A cosa si riferisca è facile capirlo, tanto è vero che sui princìpi non negoziabili la sua proposta ricalca perfettamente quella di Bersani. Insomma è la solita riproposizione di una fede ridotta a pratica privata: se ne può  parlare apertamente, anche con orgoglio come fa Renzi, ma di fatto non incide sulla realtà, non ha da dire nulla sulla costruzione di una società umana se non un po’ di buoni sentimenti. Così anche la frase “non si è cattolici perché si vuole essere eletti, ma perché si vuole essere felici”, su cui non si può non concordare, assume nella concezione di Renzi un significato riduttivo. E’ il contrario di quanto richiama il Magistero e nella fattispecie la Nota dottrinale sull’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica (2002), che contesta proprio la visione relativista fatta propria da Renzi:

È oggi verificabile un certo relativismo culturale che offre evidenti segni di sé nella teorizzazione e difesa del pluralismo etico che sancisce la decadenza e la dissoluzione della ragione e dei principi della legge morale naturale. A seguito di questa tendenza non è inusuale, purtroppo, riscontrare in dichiarazioni pubbliche affermazioni in cui si sostiene che tale pluralismo etico è la condizione per la democrazia. Avviene così che, da una parte, i cittadini rivendicano per le proprie scelte morali la più completa autonomia mentre, dall’altra, i legislatori ritengono di rispettare tale libertà di scelta formulando leggi che prescindono dai principi dell’etica naturale per rimettersi alla sola condiscendenza verso certi orientamenti culturali o morali transitori, come se tutte le possibili concezioni della vita avessero uguale valore. Nel contempo, invocando ingannevolmente il valore della tolleranza, a una buona parte dei cittadini — e tra questi ai cattolici — si chiede di rinunciare a contribuire alla vita sociale e politica dei propri Paesi secondo la concezione della persona e del bene comune che loro ritengono umanamente vera e giusta, da attuare mediante i mezzi leciti che l’ordinamento giuridico democratico mette ugualmente a disposizione di tutti i membri della comunità politica. La storia del XX secolo basta a dimostrare che la ragione sta dalla parte di quei cittadini che ritengono del tutto falsa la tesi relativista secondo la quale non esiste una norma morale, radicata nella natura stessa dell’essere umano, al cui giudizio si deve sottoporre ogni concezione dell’uomo, del bene comune e dello Stato. 

E siccome proprio le letture di domenica scorsa, citate da Renzi, dicono molto chiaramente che “bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”, il sindaco di Firenze non se ne avrà a male se alla sua concezione del cristianesimo non presteremo attenzione. Anche perché, la cosa bella della fede è proprio il fatto che abbraccia la totalità della vita, che nulla rimane fuori malgrado il nostro limite, che c’è un punto di partenza nuovo per giudicare ogni cosa. Per chi è in politica, essere felici non può non avere a che fare con questo lavoro. E curiosamente a spiegarlo e viverlo fu un altro sindaco di Firenze, Giorgio La Pira, che non deve essere però un modello per Renzi.

Anche perché un modello per Renzi, anzi il modello cui rifarsi per scegliere il prossimo presidente della Repubblica, è Giorgio Napolitano. Ed è qui il secondo aspetto che vale la pena accennare, perché tale scelta è conseguente all’impostazione iniziale. Torneremo nei prossimi giorni a fare un bilancio di questo settennato, ma intanto bisogna dire subito che no, Napolitano non è un modello virtuoso, anche se a vedere i nomi che girano in questi giorni, potrebbe andare anche peggio. Non solo Napolitano ha enormemente allargato a proprio piacimento i poteri del presidente della Repubblica, ma non potremo mai dimenticare il gesto più vile del suo settennato, l’aver impedito di forza che il governo salvasse la vita di Eluana Englaro. Sul piatto della bilancia della giustizia e della verità un milione di provvedimenti giusti – ammesso che li abbia fatti – non valgono quell’unico gesto di odio della vita. (R. Cascioli)

* * *

(*)Lettera a Repubblica


 CARO direttore,
nel delicato puzzle che i partiti stanno componendo per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica torna in queste ore prepotentemente in voga l’espressione: “Ci vuole un Presidente cattolico”. In particolar modo questa espressione viene richiamata dai sostenitori, bipartisan, di Franco Marini che provano a giustificare così la candidatura del proprio beniamino. NON è questa la sede per pronunciarsi sulla possibile scelta. Se la politica non avesse perso i legami con il territorio basterebbe una banalità: due mesi fa Marini si è candidato al Senato della Repubblica dopo aver chiesto (e ahimè ottenuto) l’ennesima deroga allo Statuto del Pd. Ma clamorosamente non è stato eletto. Difficile, a mio avviso, giustificare un ripescaggio di lusso, chiamando a garante dell’unità nazionale un signore appena bocciato dai cittadini d’Abruzzo. Dunque, non è il no a Marini — già candidato quattordici anni fa — che mi spinge a riflettere sulla frase “Ci vuole un Presidente cattolico”. Mi sembra invece gravissimo e strumentale il desiderio di poggiare sulla fede religiosa le ragioni di una candidatura a custode della Costituzione e rappresentante del Paese. Faccio outing: sono cattolico, orgoglioso di esserlo e non mi vergogno del mio battesimo. Cerco, per quanto possibile, di vivere la fedeltà al messaggio e ai valori di Cristo e — peccatore come tutti, più di tutti — vivo la mia fede davanti alla coscienza.
Nell’esperienza da Sindaco, naturalmente, agisco laicamente: ho giurato sulla Costituzione, non sul Vangelo. Rappresento la città, tutta intera, non solo quelli con cui vado alla Messa la domenica. E sono tuttavia convinto che l’ispirazione religiosa, non solo cattolica non solo cristiana, possa essere molto utile alla società. In queste ultime settimane la Chiesa Cattolica ha scelto (in tempi decisamente più rapidi della politica, ma questa è un’altra storia) una guida profondamente innovativa. Papa Bergoglio sta rendendo ragione della speranza cristiana con gesti di altissimo valore simbolico e di rara bellezza. Muove e commuove il pontefice argentino, parlando al cuore dell’uomo del nostro tempo, con uno stile che regala emozione e suscita pensieri. Francesco parla anche alle altre confessioni, ai non credenti, agli agnostici: si pone come portatore di entusiasmo e di gioia di vita. Questo, del resto, dovrebbe essere il Vangelo, la Buona Notizia. I politici che si richiamano alla tradizione cattolica, invece, sono spesso propensi a porsi come custodi di una visione etica molto rigida. Non c’è peggior rischio di incrociare il cammino con i moralisti, specie quelli senza morale. Personalmente dubito di chi riduce il cristianesimo a insieme di precetti, norme etiche alle quali cercare di obbedire e che il buon cristiano dovrebbe difendere dalle insidie della contemporaneità. Questo atteggiamento, così frequente in larga parte del mondo politico cattolico, è a mio giudizio perdente.
Ma ancora più in basso si colloca chi utilizza la propria fede per chiedere posti. Per pretendere posti. Per reclamare posti non in virtù delle proprie idee, ma della propria confessione. Proprio ieri il Vangelo della domenica riportava l’entusiasmo di Pietro sulla barca incontro al suo Signore. Quanta bellezza, quanta umanità, quanto impeto. Poi ti capita di tornare alla politique politicienne e trovi il candidato che si presenta in quanto cattolico, riducendo il messaggio di fede a un semplice chiavistello per entrare nelle stanze dei bottoni. Mi vergogno, da cattolico ma prima ancora da cittadino, di una così bieca strumentalizzazione. Non mi interessa che il prossimo presidente sia cattolico. Per me può essere cristiano, ebreo, buddista, musulmano, agnostico, ateo. Mi interessa che rappresenti l’Italia. Che sappia parlare all’estero. Che sia custode dell’unità in un tempo di grandi divisioni. Che parli nelle scuole ai ragazzi. Che spieghi il senso dell’identità in un mondo globale. Che non sia lì per accontentare qualcuno. Mi interessa che sia il Presidente applaudito per le strade come è stato quel galantuomo di Giorgio Napolitano. E che sappia dialogare, ascoltare, rispettare. Che sia al di sopra di ogni sospetto e al di là di ogni paura.
Mi interessa che sia il Presidente di tutti, non solo il Presidente dei cattolici. Chi rivendica spazio in nome della confessione religiosa tradisce se stesso. E strumentalizza la propria fede. Tanti, forse troppi anni di vita nei palazzi, hanno cancellato una piccola verità: non si è cattolici perché si vuole essere eletti, ma perché si vuole essere felici. C’è di mezzo la vita, che vale più della politica. E il Quirinale non potrà mai essere la casa di una parte, ma di tutti gli italiani.
Matteo Renzi