A due mesi dall'incontro con gli immigrati a Lampedusa Papa Francesco visita il centro Astalli di Roma.
(Mario Ponzi) Un invito a mangiare una pizza insieme, recapitato direttamente nel centro di accoglienza; un bricco di caffè sulle scale del portoncino esterno di casa destinato a chi ha bisogno di bere qualcosa di caldo. Piccoli gesti quotidiani che a Lampedusa sono divenuti sempre più frequenti da due mesi a questa parte. Da quando cioè sull’isola è sbarcato Papa Francesco con il suo bagaglio d’amore per i diseredati, per i sofferenti, scampati alle tragedie del mare che segnano il triste fenomeno delle migrazioni forzate. «Piccoli gesti — ci ha detto don Stefano Nastasi, il parroco di San Gerlando, la parrocchia dell’isola pelagiana visitata dal Santo Padre l’8 luglio scorso — che però la dicono lunga su quanto quella visita abbia inciso sulla popolazione di Lampedusa».
Una popolazione, per la verità, che ha confidenza con la solidarietà, aperta come è all’accoglienza delle migliaia e migliaia di disperati che approdano alle loro coste. E tuttavia pare abbia preso oggi maggiore coscienza delle proprie responsabilità. È «il frutto più bello di quella indimenticabile giornata» conferma don Stefano riferendosi all’esperienza vissuta accanto al Papa. «È la presa di coscienza — aggiunge — della missione che il Signore ci ha affidato ponendoci sulla rotta di questi nostri fratelli. Abbiamo capito il senso di quel “fare spazio nella nostra vita per accogliere l’altro” di cui Papa Francesco ci ha parlato. E ci ha insegnato a farlo senza paura».
Chiarissimo in questo senso il messaggio del Papa: nessuno può restare indifferente dinnanzi a drammi umani di questo genere. Anzi ognuno deve sentirsi chiamato a fare la propria parte, anche se piccola e insignificante agli occhi del mondo. Racconta don Stefano: «La gente lo ha capito. Ho visto persone che, sin dal giorno dopo la visita del Papa, hanno cambiato atteggiamento. Anche se è naturale che, soprattutto in una situazione di emergenza continua come quella che viviamo, ci sia ancora chi non accetta la presenza di tanti immigrati, e si oppone, protesta. Pochi giorni fa ho visto uno di questi signori — una persona che tra l’altro conosco bene al punto da sapere esattamente come la pensa — invitare due giovani magrebini, ospiti del centro di accoglienza, a mangiare una pizza insieme alla sua famiglia. E devo dire anche che sono rimasto sorpreso nel constatare come questo gesto abbia contagiato persino molti turisti, che si sono dimostrati aperti nei confronti dei nostri ospiti. Certamente i lampedusani hanno ascoltato bene il Papa e hanno compreso il suo messaggio».
Sarà forse proprio per questa sensibilità popolare che anche le autorità civili sembrano oggi in qualche modo maggiormente coinvolte in un rinnovato spirito di solidarietà. «Non c’è dubbio — dice convinto il parroco — che i politici abbiano capito di essere ormai giunti a un punto di non ritorno: c’è una situazione che, giorno dopo giorno, assume livelli tali da richiedere impegni diversi. Dai primi riscontri che abbiamo avuto in queste settimane direi che la volontà di muoversi, di fare qualche cosa di nuovo c’è e si intuisce. E questo sia a livello nazionale che internazionale. Per esempio, sappiamo che c’è la volontà di rivedere tutte le normative internazionali che riguardano l’accoglienza e il sostegno di questi nostri fratelli. Se le intenzioni mostrate avranno un seguito, io penso che per tanta gente la vita potrà veramente cambiare. Non credo che il grido di Papa Francesco a Lampedusa possa essere ignorato. È chiaro che per cambiare le cose ci vogliono tempo e pazienza, ma i segnali ci danno speranza e fiducia».
Un «grido», quello del Pontefice — così come lo ricorda don Stefano — che certo non resterà isolato. Già questo pomeriggio, martedì 10 settembre, a due mesi dalla visita a Lampedusa, Papa Francesco è di nuovo tra i rifugiati per sostenere la loro fiducia in un domani migliore e per dar voce alla loro speranza. Visita infatti il centro Astalli di Roma, sede italiana del Refugee Service - Jrs, il servizio dei gesuiti per i rifugiati fondato nel 1981 come parte integrante della rete internazionale di aiuti intessuta un anno prima dall’allora preposito generale Pedro Arrupe. Per avere un’idea del servizio che svolge il centro basti pensare che, nelle sue diverse sedi territoriali, durante il 2012 ha dato assistenza a 34.300 persone, di cui quasi 21.000 nella sede romana. Molti di questi provenivano proprio da Lampedusa. «È una testimonianza meravigliosa — ha notato don Stefano — quella che continua a dare Papa Francesco. E spiego subito perché, al di là di ogni retorica. Per affrontare e risolvere un dramma di queste proporzioni non sono sufficienti i piccoli gesti sporadici di questo o di quel personaggio che si fa vedere nel momento di crisi, promette e poi scompare. Né è sufficiente la visita quasi dovuta di chi ama comunque mettersi in mostra. C’è bisogno di una vicinanza concreta, di un accompagnamento concreto, quotidiano. Anche se da lontano. E questa è la strada indicata da Papa Francesco, che è venuto a incontrare queste persone laddove sbarcano e va a trovarli dove ricevono una prima temporanea sistemazione. Insomma li segue da vicino, in modo tale che essi sentano la sua presenza: la presenza di qualcuno che vuole aiutarli a portare il loro peso».
In soli sei mesi di pontificato è già la seconda volta che Papa Francesco si immerge personalmente in questo dramma e don Stefano ha una sua convinzione. «Io credo — ci ha detto — che non sia qualcosa da leggere solo in termini di pontificato. Papa Bergoglio sente nel suo intimo la necessità di avvicinare gli emarginati, i diseredati. E chi lo è di più degli esuli, dei rifugiati? Del resto, sin dai primi momenti della visita alla nostra isola ha puntualizzato che veniva per rispondere a un bisogno del cuore. Per questo è ancora più forte la sua testimonianza, soprattutto quando ci raccomanda di non aver paura dell’altro, di avvicinarlo con amore, così come ci si avvicina a un fratello. Se è lui a farlo per primo sarà difficile far finta di non vedere e girare la testa dall’altra parte».
L'Osservatore Romano
Una popolazione, per la verità, che ha confidenza con la solidarietà, aperta come è all’accoglienza delle migliaia e migliaia di disperati che approdano alle loro coste. E tuttavia pare abbia preso oggi maggiore coscienza delle proprie responsabilità. È «il frutto più bello di quella indimenticabile giornata» conferma don Stefano riferendosi all’esperienza vissuta accanto al Papa. «È la presa di coscienza — aggiunge — della missione che il Signore ci ha affidato ponendoci sulla rotta di questi nostri fratelli. Abbiamo capito il senso di quel “fare spazio nella nostra vita per accogliere l’altro” di cui Papa Francesco ci ha parlato. E ci ha insegnato a farlo senza paura».
Chiarissimo in questo senso il messaggio del Papa: nessuno può restare indifferente dinnanzi a drammi umani di questo genere. Anzi ognuno deve sentirsi chiamato a fare la propria parte, anche se piccola e insignificante agli occhi del mondo. Racconta don Stefano: «La gente lo ha capito. Ho visto persone che, sin dal giorno dopo la visita del Papa, hanno cambiato atteggiamento. Anche se è naturale che, soprattutto in una situazione di emergenza continua come quella che viviamo, ci sia ancora chi non accetta la presenza di tanti immigrati, e si oppone, protesta. Pochi giorni fa ho visto uno di questi signori — una persona che tra l’altro conosco bene al punto da sapere esattamente come la pensa — invitare due giovani magrebini, ospiti del centro di accoglienza, a mangiare una pizza insieme alla sua famiglia. E devo dire anche che sono rimasto sorpreso nel constatare come questo gesto abbia contagiato persino molti turisti, che si sono dimostrati aperti nei confronti dei nostri ospiti. Certamente i lampedusani hanno ascoltato bene il Papa e hanno compreso il suo messaggio».
Sarà forse proprio per questa sensibilità popolare che anche le autorità civili sembrano oggi in qualche modo maggiormente coinvolte in un rinnovato spirito di solidarietà. «Non c’è dubbio — dice convinto il parroco — che i politici abbiano capito di essere ormai giunti a un punto di non ritorno: c’è una situazione che, giorno dopo giorno, assume livelli tali da richiedere impegni diversi. Dai primi riscontri che abbiamo avuto in queste settimane direi che la volontà di muoversi, di fare qualche cosa di nuovo c’è e si intuisce. E questo sia a livello nazionale che internazionale. Per esempio, sappiamo che c’è la volontà di rivedere tutte le normative internazionali che riguardano l’accoglienza e il sostegno di questi nostri fratelli. Se le intenzioni mostrate avranno un seguito, io penso che per tanta gente la vita potrà veramente cambiare. Non credo che il grido di Papa Francesco a Lampedusa possa essere ignorato. È chiaro che per cambiare le cose ci vogliono tempo e pazienza, ma i segnali ci danno speranza e fiducia».
Un «grido», quello del Pontefice — così come lo ricorda don Stefano — che certo non resterà isolato. Già questo pomeriggio, martedì 10 settembre, a due mesi dalla visita a Lampedusa, Papa Francesco è di nuovo tra i rifugiati per sostenere la loro fiducia in un domani migliore e per dar voce alla loro speranza. Visita infatti il centro Astalli di Roma, sede italiana del Refugee Service - Jrs, il servizio dei gesuiti per i rifugiati fondato nel 1981 come parte integrante della rete internazionale di aiuti intessuta un anno prima dall’allora preposito generale Pedro Arrupe. Per avere un’idea del servizio che svolge il centro basti pensare che, nelle sue diverse sedi territoriali, durante il 2012 ha dato assistenza a 34.300 persone, di cui quasi 21.000 nella sede romana. Molti di questi provenivano proprio da Lampedusa. «È una testimonianza meravigliosa — ha notato don Stefano — quella che continua a dare Papa Francesco. E spiego subito perché, al di là di ogni retorica. Per affrontare e risolvere un dramma di queste proporzioni non sono sufficienti i piccoli gesti sporadici di questo o di quel personaggio che si fa vedere nel momento di crisi, promette e poi scompare. Né è sufficiente la visita quasi dovuta di chi ama comunque mettersi in mostra. C’è bisogno di una vicinanza concreta, di un accompagnamento concreto, quotidiano. Anche se da lontano. E questa è la strada indicata da Papa Francesco, che è venuto a incontrare queste persone laddove sbarcano e va a trovarli dove ricevono una prima temporanea sistemazione. Insomma li segue da vicino, in modo tale che essi sentano la sua presenza: la presenza di qualcuno che vuole aiutarli a portare il loro peso».
In soli sei mesi di pontificato è già la seconda volta che Papa Francesco si immerge personalmente in questo dramma e don Stefano ha una sua convinzione. «Io credo — ci ha detto — che non sia qualcosa da leggere solo in termini di pontificato. Papa Bergoglio sente nel suo intimo la necessità di avvicinare gli emarginati, i diseredati. E chi lo è di più degli esuli, dei rifugiati? Del resto, sin dai primi momenti della visita alla nostra isola ha puntualizzato che veniva per rispondere a un bisogno del cuore. Per questo è ancora più forte la sua testimonianza, soprattutto quando ci raccomanda di non aver paura dell’altro, di avvicinarlo con amore, così come ci si avvicina a un fratello. Se è lui a farlo per primo sarà difficile far finta di non vedere e girare la testa dall’altra parte».
L'Osservatore Romano
Centro Astalli