«Per chi cerca di essere fedele al dono di seguire Gesù nella luce della fede, deriva dal fatto che questo dialogo non è un accessorio secondario dell’esistenza del credente: ne è invece un’espressioneintima e indispensabile. Mi permetta di citarle in proposito un’affermazione a mio avviso molto importante dell’Enciclica (Lumen Fidei): poiché la verità testimoniata dalla fede è quella dell’amore – vi si sottolinea – “risulta chiaro che la fede non è intransigente, ma cresce nella convivenza che rispetta l’altro. Il credente non è arrogante; al contrario, la verità lo fa umile, sapendo che, più che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall’irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti” (n. 34)».
Papa Francesco, lettera a Eugenio Scalfari
Papa Francesco, lettera a Eugenio Scalfari
«La natura della fede non è tale per cui a partire da un certo momento si possa dire: io la possiedo, altri no… La fede rimane un cammino. Durante tutto il corso della nostra vita rimane un cammino, e perciò la fede è sempre minacciata e in pericolo. Ed è anche salutare che si sottragga in questo modo al rischio di trasformarsi in ideologia manipolabile. Al rischio di indurirci e di renderci incapaci di condividere riflessione e sofferenza con il fratello che dubita e si interroga. La fede può maturare solo nella misura in cui sopporti e si faccia carico, in ogni fase dell’esistenza, dell’angoscia e della forza dell’incredulità e l’attraversi infine fino a farsi di nuovo percorribile in una nuova epoca»
Cardinale Joseph Ratzinger, libro intervista «Dio e il mondo»
Cardinale Joseph Ratzinger, libro intervista «Dio e il mondo»
Il testimone, «quando è autentico, fa sempre spazio all’interlocutore e a tutte le sue domande, di qualunque tipo esse siano… Non è certo un ripetitore di teorie o di dottrine cristallizzate, ma vive delle stesse domande del suo interlocutore, poiché è immerso in quel medesimo campo che è il mondo».
Angelo Scola, arcivescovo di Milano, Lettera pastorale «Il campo è il mondo»
Angelo Scola, arcivescovo di Milano, Lettera pastorale «Il campo è il mondo»
«Il dialogo non è orgoglioso, non è pungente, non è offensivo. La sua autorità è intrinseca per la verità che espone, per la carità che diffonde, per l’esempio che propone; non è comando, non è imposizione. È pacifico; evita i modi violenti; è paziente; è generoso. La fiducia, tanto nella virtù della parola propria, quanto nell’attitudine ad accoglierla da parte dell’interlocutore: promuove la confidenza e l’amicizia; intreccia gli spiriti in una mutua adesione ad un Bene, che esclude ogni scopo egoistico».
Papa Paolo VI, enciclica «Ecclesiam suam»
Papa Paolo VI, enciclica «Ecclesiam suam»
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Da La Repubblica, 12 settembre 2013
Un dato raro e prezioso caratterizza la risposta di papa Francesco alle questioni sollevate da Scalfari: il papa non si è limitato ad affermare che il dialogo è “espressione intima e indispensabile” nell’esistenza del credente, ma lo ha intavolato concretamente, avviandosi a percorrere “un tratto di cammino insieme”. Ci è stata cioè risposta nel merito, frutto di un ascolto attento dell’interlocutore e di uno sforzo per la comprensione del suo linguaggio e delle sue ragioni.
Solidamente radicato nel messaggio evangelico e tenendo il concilio Vaticano II come bussola, papa Francesco non ha esitato a ritrovare nella più autentica tradizione della chiesa il rimando decisivo alla voce della coscienza, insita in ogni essere umano, la testimonianza dell’attesa cristiana, l’essenzialità della predicazione di Gesù di Nazareth che svela a tutti e a ciascuno la comune figliolanza rispetto al Padre.
La stima e la frequentazione con Scalfari mi aveva spinto a inviargli questa estate una lettera personale in cui lo rendevo partecipe delle mie riflessioni sugli interrogativi che aveva posto: oggi non posso che rallegrarmi per il fatto che la voce del papa, ben più autorevole della mia, abbia manifestato come i cristiani sappiano essere “esperti in umanità”.
Enzo Bianchi
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Quel passo di Francesco per far camminare insieme la Chiesa e i non credenti
di Eugenio Scalfari
in “la Repubblica” del 12 settembre 2013
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La lettera di papa Francesco da noi pubblicata ieri ha suscitato in me, nel nostro direttore Ezio
Mauro e in tutti i colleghi una grande emozione. Penso che la stessa emozione l’abbiano avuta tutti
coloro che l’hanno letta.
Non parlo di quello che nel nostro linguaggio gergale chiamiamo “scoop”. Gli scoop alimentano le
chiacchiere, non il pensiero e qui, leggendo le parole del Papa, il nostro pensiero è chiamato e
stimolato a riflettere di fronte alla concezione del tutto originale che papa Francesco esprime sul
tema “fede e ragione”, uno dei cardini dell’architettura spirituale, religiosa e teologica della Chiesa.
Ma non soltanto della Chiesa: la cultura moderna dell’Occidente nasce esattamente da quel tema e
papa Francesco lo ricorda nella sua lettera quando scrive: «La fede cristiana, la cui incidenza sulla
vita dell’uomo è stata espressa attraverso il simbolo della luce, spesso fu bollata come il buio della
superstizione. Così tra la Chiesa da una parte e la cultura moderna dall’altra, si è giunti
all’incomunicabilità. Ma è venuto ormai il tempo – e il Vaticano II ne ha aperto la stagione – d’un
dialogo senza preconcetti che riapra le porte per un serio e fecondo incontro».
Queste parole sono al tempo stesso una rottura e un’apertura; rottura con una tradizione del passato,
già effettuata dal Vaticano II voluto da papa Giovanni, ma poi trascurata se non addirittura
contrastata dai due pontefici che precedono quello attuale; e apertura ad un dialogo senza più
steccati. L’intera lettera di papa Francesco ruota attorno a questa premessa, ma c’è una frase nelle
parole del Papa sopra citate che merita a mio avviso una particolare attenzione: «La fede cristiana...
è stata espressa attraverso il simbolo della luce».
Bisogna tornare all’“incipit” del Vangelo di Giovanni per trovare questo simbolo, laddove
l’evangelista scrive: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio ed era Dio il Verbo.
Le cose tutte furono fatte per mezzo di Lui e senza di lui nulla fu fatto di quanto esiste.
In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini e la luce risplende tra le tenebre ma le tenebre non
l’hanno ricevuta».
Qui, in questi tre ultimi versi poetici e profetici come tutto quel quarto Vangelo, nasce la visione
cristiana del bene e del male: la vita era la luce degli uomini, ma le tenebre non l’hanno ricevuta.
Papa Francesco sviluppa questa visione della contrapposizione tra luce e tenebre, tra bene e male, in
modo originalissimo. In un punto della sua lettera scrive: «Per chi non crede in Dio la questione:
[del bene e del male] sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la
fede, c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare ed obbedire ad essa significa infatti decidersi
di fronte a ciò che viene percepito come bene e male. E su questa decisione si gioca la bontà o la
malvagità del nostro agire ».
Un’apertura verso la cultura moderna e laica di questa ampiezza, una visione così profonda tra la
coscienza e la sua autonomia, non si era mai sentita finora dalla cattedra di San Pietro. Neppure
papa Giovanni era arrivato a tanto e neppure le conclusioni del Vaticano II, che avevano auspicato
l’inizio del percorso ai pontefici che sarebbero venuti dopo e ai Sinodi che avrebbero convocato.
Papa Francesco quel passo l’ha fatto ed io lo sento profondamente echeggiare nella mia coscienza.
Ricordo con grande affetto che visione analoga l’ho ascoltata nei miei colloqui con il cardinale
Carlo Maria Martini, che non a caso era amico del cardinale Bergoglio. Ma Martini non era un Papa
quando diceva queste cose, Bergoglio ora lo è.
C’è un altro aspetto assai importante — questo sì — politico, quando il Papa scrive della distinzione
tra la sfera religiosa e quella politica («Date a Cesare»): «Alla società civile e politica tocca il
compito arduo di articolare e incarnare nella giustizia e nella solidarietà, nel diritto e nella pace, una
vita sempre più umana. Ciò non significa fuga dal mondo o ricerca di qualsivoglia egemonia, ma
servizio all’uomo, a tutti gli uomini, a partire dalle periferie della storia e tenendo desto il senso
della speranza».
La visione dell’autonomia della politica mi sembra che sfugga al Papa, ed è comprensibile che sia
così. Uno come lui non può concepire la politica che nel quadro di un servizio ai cittadini. Questa
opinione è perfettamente condivisibile ma non può escludere l’egemonia. In un regime di libertà e
di democrazia convivono diverse visioni del bene comune, che si confrontano e si scontrano tra
loro. Chi ottiene la maggioranza dei consensi e quindi l’egemonia, cerca di realizzare la sua visione
del bene comune. Resta o dovrebbe restare un servizio, che passa però attraverso la conquista del
potere. Questo, papa Francesco lo sa, e la Chiesa cattolica infatti l’ha sperimentato facendo del
potere temporale uno dei cardini della sua storia. Se vogliamo riandare ad uno dei più importanti
esempi, ricordiamo la lotta per le investiture culminata nello scontro tra Ildebrando da Soana
Gregorio VII e Enrico imperatore di Germania, colpito dalla scomunica e costretto ad inginocchiarsi
vestito da mendicante ai piedi del Papa nel castello di Canossa. Raccontano le storie che quando
Enrico dovette baciare il piede del Papa in segno di sottomissione, abbia detto: «Non tibi sed Petro»
e Gregorio gli abbia risposto: «Et mihi et Petro».
Poi vennero le Crociate e tutta la storia della Chiesa come istituzione di potere e di guerra. Così
durò fino al 1870, ma anche dopo la temporalità cattolica è continuata sotto altre forme che
specialmente in Italia, ma non soltanto, ben conosciamo. La pastoralità, la Chiesa predicante e
missionaria, c’è sempre stata e Francesco d’Assisi ne ha rappresentato la più fulgida ma non certo la
sola manifestazione. Tuttavia non ha quasi mai avuto la prevalenza sulla Chiesa istituzionale.
Papa Francesco ha interrotto e sta cercando di capovolgere questa situazione. La trasformazione in
corso nella Curia e nella Segreteria di Stato sono segnali estremamente importanti. Temo però che
molto difficilmente ci sarà un Francesco II e del resto non è un caso se quel nome non sia stato fin
qui mai usato per il successore di Pietro.
La lettera del Papa è comunque chiarissima, risponde alle domande che mi ero permesso di porre e
su certe questioni va anche molto più in là. Sicché non la commenterò più oltre, salvo due ultimi
aspetti.
Il tema degli ebrei, del loro esser considerati dai cattolici come fratelli maggiori, la fine dell’accusa
di «deicidio» che i cristiani hanno sempre lanciato contro di loro, ed infine la comune discendenza
dal Dio mosaico del Sinai e dei dieci comandamenti, era già stato sollevato da papa Giovanni e da
papa Wojtyla, ma non con la chiarezza definitiva di papa Francesco. È un passo molto importante
che segna finalmente un capovolgimento nell’atteggiamento durato quasi due millenni.
Infine c’è il racconto che il Papa fa del suo incontro con la fede. Rileggiamo quel brano.
«La fede per me è nata dall’incontro con Gesù. Un incontro personale, che ha toccato il mio cuore e
ha dato un senso nuovo alla mia esistenza. Ma al tempo stesso un incontro che è stato possibile
nella comunità di fede in cui ho vissuto e grazie alla quale ho trovato l’accesso all’intelligenza della
Sacra Scrittura, alla vita nuova che come acqua zampillante scaturisce da Gesù attraverso i
Sacramenti, alla fraternità con tutti e al servizio dei poveri, vera immagine del Signore. Senza la
Chiesa — mi creda — non avrei potuto incontrare Gesù, pur nella consapevolezza che
quell’immenso dono della fede è custodito nei vasi d’argilla della nostra umanità».
Un racconto splendido, un’autobiografia affascinante. Ci si sente sotto, per quanto posso intuire, più
Bernardo, più Agostino, più Benedetto che Tommaso e la Scolastica, che tuttavia è ancora assai
presente nella dottrina tradizionale. Chi come me non solo non ha la fede ma neppure la cerca; chi
come me sente il fascino della predicazione di Gesù e lo ritiene uomo e figlio dell’uomo, non può
che ammirare un successore di Pietro che rivendica la Chiesa come luogo eletto affinché il
sentimento di umanità custodito in vasi d’argilla non venga distrutto dai vasi di piombo che fuori e
dentro la Chiesa spezzano i vasi d’argilla.
Il Papa mi fa l’onore di voler fare un tratto di percorso insieme. Ne sarei felice. Anch’io vorrei che
la luce riuscisse a penetrare e a dissolvere le tenebre anche se so che quelle che chiamiamo tenebre
sono soltanto l’origine animale della nostra specie. Più volte ho scritto che noi siamo una scimmia
pensante. Guai quando incliniamo troppo verso la bestia da cui proveniamo, ma non saremo mai
angeli perché non è nostra la natura angelica, ove mai esista.
Perciò lunga vita e affettuosa fraternità con Francesco, Vescovo di Roma e capo d’una Chiesa che
lotta anch’essa tra il bene e il male.
*
Relativismus
La prima ridefinizione dottrinale Francesco la fa testando umanità e mondanità di Scalfari
di Giuliano Ferrara
Ratzinger voleva che la ragione diventasse più grande e meglio capace di percepire il suo limite, che è il mistero. L’Io e le sue voglie sono l’irrazionale moderno onnipotente, il Relativismus con i suoi profili filosofici ed etici. Papa Francesco scrive a Scalfari, che gli aveva chiesto lumi sulla salvezza per un non credente, rassicurandolo: la verità cristiana è una relazione, e alla fine quel che decide è l’amore di Dio per noi e attraverso di noi, insomma la coscienza. Accettare la verità rivelata o sottoporla a critica razionale, dire le ragioni della fede anche nello spazio pubblico, costruire un ponte tra Atene e Gerusalemme, danzando sul baratro dell’assoluto, diventa una variabile minore se il divino si autocomunica, se è prospettiva immanente e intima alla persona nella relazione con l’altro. I gesuiti sanno come fare missione. Hanno elaborato la missionologia portandola a vette iperteologiche. La loro pretesa relativistica è stata oggetto di calunnie, di sberleffi pascaliani, di inquisizioni d’ogni genere, sono stati combattuti e banditi dai governi e dalla stessa chiesa per questa loro capacità politica di inculturare la fede cristiana in forme le più sottili, le più arrischiate.
Scalfari è un bel test. Francesco ha in uggia la mondanità nella chiesa, ma la mondanità fuori della chiesa è ben deciso a padroneggiarla. Arriva un’età in cui ci si chiede quali siano i termini del perdono cristiano, così, tanto per non sbagliare, e arriva la risposta, che tintinna con la parola coscienza. Lutero fece la Riforma perché tintinnava das Geld (wenn das Geld klingt…), la moneta delle indulgenze. I gesuiti nacquero per trasformare l’indulgenza rinascimentale corrotta e materiale in una ritualità devozionale più complessa della salvezza. In India concedevano troppo ai disgusti delle popolazioni indù, si diceva, fino al punto, ma erano in parte calunnie, di riformare essi stessi il rito del battesimo. Nelle controversie malabariche, celebri battaglie di idee che hanno fatto grande e terribile la storia della chiesa, si rimproverava loro di parlare con i brahmini evitando i paria per accondiscendere all’interdetto castale. Più tardi fu messa in discussione una certa interpretazione marxista della opzione preferenziale per i poveri, oggi di nuovo in spolvero, ma nelle forme nuove della Restaurazione, con il principe della dottrina, il Prefetto del Sant’Uffizio, che presenta a Mantova, festival della letteratura, un libro a quattro mani scritto con il profeta della liberazione teologica, Gustavo Gutiérrez. C’era del vero e del falso nella guerra intorno al relativismo, che sempre ha accompagnato gli ignaziani, fino alla polemica sull’esistenza di un relativismo cristiano, polemica civile e dotta, portata dal gesuita Martini nell’orto dell’agostiniano Ratzinger. Ma sempre i reverendi padri sono stati eroici, intelligentissimi, studiosi e martiri nell’assolvere a tutti i loro voti, compreso il quarto dell’obbedienza. Paolo VI chiese e non ottenne una completa e sicura sottomissione quando segnalò ai gesuiti di Arrupe che “la loro disponibilità al servizio” poteva “degenerare in relativismo, in conversione al mondo e alla sua mentalità immanentistica, in assimilazione con il mondo che si voleva salvare, in secolarismo, in fusione col profano” (XXXI e XXXII Congregazione generale, 1974). I padri attraversarono una grande crisi, ma siccome sono i migliori trovarono alfine il modo di risolvere il cruccio dell’obbedienza, e quando la chiesa entrò in crisi decisero di passare al contrattacco obbedendo a se stessi.
*
Le telefonate, le lettere. Il senso del Papa per la comunicazione
L’ultimo strappo: una risposta a Scalfari su Repubblica
ANDREA TORNIELLI
«P regiatissimo dottor Scalfari...». Il Papa prende carta e penna per scrivere una lettera di risposta a un giornale. Non era mai accaduto. Il fondatore di «Repubblica», Eugenio Scalfari, si era rivolto direttamente a lui per due volte, a luglio e poi in agosto, con domande e riflessioni a partire dall’enciclica «Lumen Fidei». Francesco le ha ritenute intelligenti e ha risposto con una lunga lettera personale pubblicata ieri dal quotidiano, presentando il cuore della fede e dell’esperienza cristiana e spiegando che il dialogo con i non credenti «non è un accessorio secondario dell’esistenza del credente: ne è invece un’espressione intima e indispensabile».
Nella lettera, quasi una piccola «summa» dei contenuti essenziali della fede, il Papa parla di Gesù che sulla croce si manifesta «Figlio di un Dio che è amore». Parla del perdono di Dio che «è più forte di ogni peccato». Risponde alla domanda se il Dio dei cristiani perdoni i peccati di chi non crede, spiegando che «la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza». E a proposito della «verità assoluta» contrapposta alle «verità relative e soggettive», dà questa risposta: «Io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità “assoluta”, nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione. Ora, la verità, secondo la fede cristiana, è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione!».
Joseph Ratzinger, da cardinale, era stato protagonista di alcuni dialoghi con non credenti sui temi della fede. Divenuto Benedetto XVI, ha promosso il «Cortile dei Gentili», perché questo confronto continuasse, ma durante il suo pontificato non ci sono precedenti simili alla lettera pubblicata ieri su «Repubblica». Mentre Paolo VI e Giovanni Paolo II avevano fatto dei dialoghi sui temi della fede divenuti libri-intervista, ma con grandi firme cattoliche (Jean Guitton, André Frossard, Vittorio Messori), non con chi non crede.
La lettera a Scalfari è soltanto l’ultima delle novità di Francesco, un Papa che, sorpreso dallo scalpore suscitato per il bagaglio a mano da lui personalmente portato sull’aereo per Rio, aveva commentato: «Bisogna essere normali». C’è la «normalità», eccezionale per un Pontefice, di rifiutare la scorta e di muoversi per Roma o dall’altro capo del mondo senza le grandi e lussuose auto di rappresentanza, finendo per usare utilitarie molto più modeste di quelle dei cardinali al seguito. C’è la sua decisione di abitare nella Casa Santa Marta, in una residenza più piccola e soprattutto meno isolata dell’appartamento nel palazzo apostolico, consumando i pasti nella sala da pranzo comune. Ci sono le telefonate, fatte direttamente e senza alcun filtro, a persone anche sconosciute, che gli hanno scritto segnalando situazioni di sofferenza: dalla madre che ha deciso di non abortire a quella che invece ha perso il figlio in una rapina.
Piccole e grandi scelte di stile, nuove per un Papa. Parlano di pastore che per vent’anni ha fatto il vescovo tra la gente, per la gente e con la gente, fuori dal palazzi curiali, lontano da ogni clericalismo e dal potere, rimanendo se stesso fino in fondo anche in Vaticano.
Il Papa, che appena affacciatosi dopo l’elezione, prima di benedire il popolo, ha chinato il capo chiedendo ai fedeli di pregare in silenzio per lui, sta raggiungendo ormai tantissime persone. Uomini e donne, anche lontane dalla Chiesa, attendono le omelie quotidiane della messa a Santa Marta, e guardano con simpatia al Papa «parroco» capace di «sbriciolare» il Vangelo, ripetendo con particolare insistenza il messaggio della misericordia. E la tenerezza di un Dio che ama e accoglie, insieme alla priorità evangelica dell’abbracciare i poveri e i sofferenti per toccare «la carne di Cristo». La sua forza comunicativa deriva dall’essere un testimone immediato e credibile. «È un Papa che veramente fa sentire Dio vicino agli ultimi e ai bisognosi», ha detto sorridendo una ragazza africana uscendo martedì scorso dal Centro Astalli dei gesuiti, dove Francesco aveva appena incontrato un gruppo di rifugiati. Un Papa pienamente a suo agio nelle favelas di Rio, nelle mense dei poveri, nell’abbraccio con i malati in piazza San Pietro come nel dialogo con Eugenio Scalfari.
Nella lettera, quasi una piccola «summa» dei contenuti essenziali della fede, il Papa parla di Gesù che sulla croce si manifesta «Figlio di un Dio che è amore». Parla del perdono di Dio che «è più forte di ogni peccato». Risponde alla domanda se il Dio dei cristiani perdoni i peccati di chi non crede, spiegando che «la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza». E a proposito della «verità assoluta» contrapposta alle «verità relative e soggettive», dà questa risposta: «Io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità “assoluta”, nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione. Ora, la verità, secondo la fede cristiana, è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione!».
Joseph Ratzinger, da cardinale, era stato protagonista di alcuni dialoghi con non credenti sui temi della fede. Divenuto Benedetto XVI, ha promosso il «Cortile dei Gentili», perché questo confronto continuasse, ma durante il suo pontificato non ci sono precedenti simili alla lettera pubblicata ieri su «Repubblica». Mentre Paolo VI e Giovanni Paolo II avevano fatto dei dialoghi sui temi della fede divenuti libri-intervista, ma con grandi firme cattoliche (Jean Guitton, André Frossard, Vittorio Messori), non con chi non crede.
La lettera a Scalfari è soltanto l’ultima delle novità di Francesco, un Papa che, sorpreso dallo scalpore suscitato per il bagaglio a mano da lui personalmente portato sull’aereo per Rio, aveva commentato: «Bisogna essere normali». C’è la «normalità», eccezionale per un Pontefice, di rifiutare la scorta e di muoversi per Roma o dall’altro capo del mondo senza le grandi e lussuose auto di rappresentanza, finendo per usare utilitarie molto più modeste di quelle dei cardinali al seguito. C’è la sua decisione di abitare nella Casa Santa Marta, in una residenza più piccola e soprattutto meno isolata dell’appartamento nel palazzo apostolico, consumando i pasti nella sala da pranzo comune. Ci sono le telefonate, fatte direttamente e senza alcun filtro, a persone anche sconosciute, che gli hanno scritto segnalando situazioni di sofferenza: dalla madre che ha deciso di non abortire a quella che invece ha perso il figlio in una rapina.
Piccole e grandi scelte di stile, nuove per un Papa. Parlano di pastore che per vent’anni ha fatto il vescovo tra la gente, per la gente e con la gente, fuori dal palazzi curiali, lontano da ogni clericalismo e dal potere, rimanendo se stesso fino in fondo anche in Vaticano.
Il Papa, che appena affacciatosi dopo l’elezione, prima di benedire il popolo, ha chinato il capo chiedendo ai fedeli di pregare in silenzio per lui, sta raggiungendo ormai tantissime persone. Uomini e donne, anche lontane dalla Chiesa, attendono le omelie quotidiane della messa a Santa Marta, e guardano con simpatia al Papa «parroco» capace di «sbriciolare» il Vangelo, ripetendo con particolare insistenza il messaggio della misericordia. E la tenerezza di un Dio che ama e accoglie, insieme alla priorità evangelica dell’abbracciare i poveri e i sofferenti per toccare «la carne di Cristo». La sua forza comunicativa deriva dall’essere un testimone immediato e credibile. «È un Papa che veramente fa sentire Dio vicino agli ultimi e ai bisognosi», ha detto sorridendo una ragazza africana uscendo martedì scorso dal Centro Astalli dei gesuiti, dove Francesco aveva appena incontrato un gruppo di rifugiati. Un Papa pienamente a suo agio nelle favelas di Rio, nelle mense dei poveri, nell’abbraccio con i malati in piazza San Pietro come nel dialogo con Eugenio Scalfari.
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- Una svolta le parole per gli ebrei questo pontificato non smette di stupire (Riccardo Di Segni in la Repubblica)
- La grande lezione dell'umiltà che fa incontrare laici e fedeli (Bruno Forte in la Repubblica)
- Nelle riflessioni su Amore e Verità rivedo le idee del cardinal Martini (Massimo Cacciari in la Repubblica)
- Una risposta che indica a tutti la via d'uscita dai fondamentalismi (Umberto Veronesi in la Repubblica)
- Non esorta al confronto ma lo pratica è questa la forza del messaggio (Hans Küng in la Repubblica)
- La notizia fa il giro del mondo e l'Osservatore romano commenta "È il lato bello del cristianesimo" (Paolo Rodari in la Repubblica)
- Francesco: Dio accoglie chi non crede (Roberto Monteforte in l'Unità)
- Il cristianesimo non è una ideologia (Antonio Spadaro in l'Unità)
- Se la verità diventa avventura (Carlo Sini in l'Unità)
- Credenti e non sulla stessa strada (Alessandro Zaccuri in Avvenire)
- Un nuovo sguardo tra laici e religiosi (Gian Enrico Rusconi in La Stampa)
- La sfida temeraria del papa (Sandro Medici in il manifesto)
- Francesco: Dio accoglie chi non crede (Roberto Monteforte in l'Unità)
- Il cristianesimo non è una ideologia (Antonio Spadaro in l'Unità)
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Il Papa e la misericordia di Dio verso quelli che non credono
Corriere della Sera - Rassegna "Fine settimana"
(Luigi Accattoli) Un Papa che dialoga con qualcuno che «non è credente» e «non cerca Dio» finora non si era visto, ma ieri La Repubblica ha pubblicato la lunga risposta di papa Francesco alle domande che Eugenio Scalfari gli aveva posto in due editoriali del 7 luglio e (...)
Rassegna stampa del sito Incontri di "Fine Settimana"
Rassegna stampa del sito Incontri di "Fine Settimana"
- La caccia all'ateo "anonimo" è fuori moda (Gianni Barbacetto in il Fatto Quotidiano)
- La "fede laica" di papa Francesco (Marco Politi in il Fatto Quotidiano)
- Il filosofo Veca: ma il confronto può essere utile solo se autentico (intervista a Salvatore Veca a cura di Antonio Carioti in Corriere della Sera)
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La fede ritrovata di un vaticanista. Il rapporto straordinario tra Giovanni Paolo II e Mimmo Del Rio
A Sua Immagine - Settimanale
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La fede ritrovata di un vaticanista. Il rapporto straordinario tra Giovanni Paolo II e Mimmo Del Rio
A Sua Immagine - Settimanale
(Sante Cavalleri) “Vorrei far sapere al Papa che lo ringrazio, vedi tu se puoi farglielo sapere. Che lo ringrazio, con umiltà, per l’aiuto che mi ha dato a credere”, questo il messaggio di Del Rio, dal letto di morte, indirizzato a Giovanni Paolo II e affidato all’amico di tutta la vita, Luigi Accattoli