martedì 10 settembre 2013

Molto peggio di noi


Sotto forma di sostantivo o di aggettivo, c’è un concetto che gli scolari e studenti francesi, dalla materna fino alla fine del liceo, si ritroveranno davanti per iscritto almeno 2.700 volte l’anno. L’operazione aritmetica è semplice: 180 x 15. Dove 180 sono i giorni minimi di frequenza scolastica, dopo la recente riforma che ha riaperto le elementari il mercoledì. Mentre 15 sono le citazioni di «laicità» e «laico» nella nuova “Carta” che il governo socialista affiggerà nei prossimi giorni all’ingresso di tutti gli istituti pubblici della République, come già avviene con il ritratto del presidente François Hollande, vagamente sorridente sul prato davanti al Palazzo dell’Eliseo.

Annunciata ieri simbolicamente in un liceo della banlieue parigina, la «Carta della laicità a scuola» è stata voluta a ogni costo dal ministro dell’Istruzione Vincent Peillon. Il quale, da filosofo, aveva già teorizzato in passato il proprio ideale di laïcité, in libri fondati su una rilettura controversa e molto giacobina della storia francese. Dalla teoria alla pratica, dunque. E il primo risultato della svolta era percepibile ieri, quando in poche ore l’eterno dibattito transalpino sulla scuola ha ripreso pieghe molto ideologiche.

Attorno a due norme assolute evidenziate in grande, «La Repubblica è laica» e «La Scuola è laica», la Carta sviluppa graficamente una costellazione di 15 articoli che illustrano la centralità e le implicazioni quotidiane della laïcité. Tutta la comunità scolastica deve ricordare che «la Repubblica laica organizza la separazione delle religioni e dello Stato» (art. 2), ma anche che «la laicità assicura agli allievi l’accesso a una cultura comune e condivisa» (art. 7).

Occorre registrare pure che «la laicità della Scuola offre agli allievi le condizioni per forgiare la loro personalità, esercitare il loro libero arbitrio e apprendere a diventare cittadini. Essa protegge da ogni proselitismo che impedirebbe loro di fare le proprie scelte» (art. 6). Il principale monito è all’art. 13: «Nessuno potrà evidenziare la propria appartenenza religiosa per rifiutare di conformarsi alle regole applicabili nella Scuola della Repubblica».

E nel caso degli insegnanti, la laicità si estenderà ancor più, dato che «il personale ha un dovere di stretta neutralità: non deve manifestare convinzioni politiche o religiose nell’esercizio delle proprie funzioni» (art. 11). 
A parole, Peillon ha smussato ieri gli angoli, assicurando che la laicità è «ciò che permetterà a ciascuno di costruire la propria libertà rispettando quella degli altri». Ma già in giornata, sono piovute non poche critiche o dichiarazioni di perplessità.

Fra i rappresentanti religiosi, è intervenuto in particolare il presidente del Consiglio francese del culto musulmano, Dalil Boubakeur, che percepisce «in questo testo pure uno sguardo obliquo sull’islam, soprattutto nel passaggio sul divieto di portare segni o indumenti». Da qui, il timore di «vedere i musulmani di Francia stigmatizzati nel loro insieme». Da parte sua, il Difensore civico, Dominique Baudis, ha chiesto «chiarimenti» su certe questioni che restano ambigue: ad esempio, se sarà tutelato il diritto dei genitori accompagnatori di mostrare segni religiosi, durante gite o altre attività.

A livello nazionale, si teme già un’applicazione distorta delle norme, ad esempio a proposito di simboli largamente condivisi come l’albero di Natale. Ma le scuole private, almeno per il momento, sfuggiranno al giro di vite.

Daniele Zappalà

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Le tavole della laicità nelle scuole di Francia
di Alberto Mattioli
in “La Stampa” del 10 settembre 2013
Liberté, égalité, fraternité, d’accordo. Ma anche «laïcité», laicità, il «valore repubblicano» da 
inculcare agli studenti di tutte le scuole francesi per fermare i progressi dei comunitarismi religiosi. 
L’idea è del ministro dell’Educazione nazionale, il «philosophe» Vincent Peillon, che prosegue così 
la sua crociata della laicità iniziata con l’annuncio di corsi di «morale laica» a scuola, poi 
ribattezzati più modestamente «insegnamento morale e civico» e infine rimandati al 2015, quando 
debutterà la revisione generale dei programmi scolastici.
Da ieri, invece, in tutte le scuole francesi, dalle elementari ai licei, ma solo in quelle pubbliche, è 
esposta una «Carta della laicità» cui insegnanti e studenti sono tenuti a conformarsi (i primi 
riceveranno anche a un «kit pedagogico» di prossima distribuzione). Il decalogo è in realtà in 
quindici punti e debutta con la definizione costituzionale della Francia: «Una Repubblica 
indivisibile, laica, democratica e sociale». Segue una lezione di democrazia in pillole.
I punti dolenti vengono dopo. Per esempio, il sesto, dove si spiega che la laicità protegge gli alunni 
«da ogni proselitismo e da ogni pressione che impedirebbe loro di fare le proprie scelte». E poi, 
punto 12, «nessuno studente può invocare una convinzione religiosa o politica per contestare a un 
insegnante il diritto di trattare un argomento», quindi per esempio un eventuale creazionista non 
potrebbe rifiutarsi di studiare Darwin. Quindi, punto 13, «nessuno può far valere la sua fede 
religiosa per rifiutare di conformarsi alle regole», con il che si taglia corto alle rivendicazioni per il 
menu halal alla mensa o contro le palestre unisex. E il punto 14 vieta «di portare dei segni o delle 
tenute con le quali gli allievi manifestano ostentatamente un’appartenenza religiosa», tipo il velo o 
la kippah: un divieto peraltro già previsto dalla contestatissima legge del 2004. Garantita anche 
l’eguaglianza fra femmine e maschi.
Nella sua offensiva repubblicana, Peillon ha dato anche ordine che tutte le scuole espongano la 
bandiera francese, quella europea, il motto «Liberté Egalité Fraternité» e la Dichiarazione dei diritti 
dell’Uomo e del Cittadino. Il ministro parla di una laicità «che unisce e non divide, un’arma di 
inclusione e non di esclusione». E nega che la sua rivendicazione della laicità sia fatta soprattutto 
contro quelle islamiche, sempre più presenti e pressanti. Ma i musulmani sono convinti che la Carta 
sia piena di «allusioni» a loro: «Il 90% avrà l’impressione di essere preso di mira da questa Carta», 
accusa Dalil Boubakeur, presidente del Consiglio francese del culto musulmano.
Viene da chiedersi se ci fosse davvero bisogno di scatenare nuove polemiche per ribadire l’ovvio. 
Secondo Iannis Roder, coautore di un bestseller sui «Territori perduti della Repubblica», cioè le 
banlieue dove la vera legge è quella coranica, sì: «Se c’è bisogno di affiggere la Carta, vuol dire che
ci sono delle difficoltà. Per certi studenti, che riflettono ciò che vivono, a scuola la legge religiosa 
ha la precedenza su quella della République».

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Francia, a scuola arriva la carta della laicità   
Lettera 43
 
(Giovanna Faggionato) La Francia torna in classe senza Dio. Senza crocifissi affissi alle pareti, senza stelle di David e veli sul capo, ma con 15 articoli appesi al muro che spiegano perché la religione non deve entrare a scuola. Rientrati dalle vacanze estive con la voglia di  (...)