mercoledì 18 settembre 2013

Non sposatevi, non vi conviene

Le Acli hanno analizzato tutte le penalizzazione messe in atto dal fisco italiano contro chi decide di mettere su famiglia. Dall’Isee alla pensione, dagli asili nido ai ticket sanitari, ecco perché nel nostro paese paradossalmente conviene rimanere single. O magari separarsi per finta…

Discriminate, senza diritti, penalizzate. Non sono le minoranze, in Italia, ma le famiglie “tradizionali”, quelle composte da un uomo e una donna che decidono di sposarsi.
 E a bastonarle non sono speculatori o usurai, ma lo Stato stesso. Invece di aiutarle, infatti, il fisco ha escogitato meccanismi e regole che premiano le famiglie di fatto, non quelle riconosciute.
A mettere in fila tutte le distorsioni ci hanno pensato le Acli di Brescia nel documento intitolato provocatoriamente “10 buoni motivi per non sposarsi in Italia oggi” e scritto in vista della 47 Settimana sociale dei cattolici, in corso a Torino. I motivi sono dunque tanti: dall’Isee, agli asili nido all’assegno di integrazione al reddito che dimostrano come “lo Stato discrimina e penalizza chi decide di mettere su famiglia rispetto a chi non lo fa o a chi lo fa in forma non ufficiale”. Tanto che, scrivono le Acli, “in Italia, fare famiglia sembra una pratica finanziariamente estrema, una sfida alla logica economica”.
Non solo: “Nel nostro Paese”, continua il testo, “il mancato riconoscimento fiscale delle famiglie di fatto, paradossalmente, è discriminante nei confronti delle famiglie riconosciute. Questa discriminazione andrebbe superata parificando, almeno ai fini fiscali le famiglie non sposate a quelle sposate”. “In conclusione – scrivono le Acli bresciane – bisogna far sì che le persone non siano costrette, per avere una convenienza o un risparmio, a separarsi o a non formare famiglia, perché, paradossalmente, queste pratiche risultano più vantaggiose”.
Ma ecco tutti e dieci i motivi per non sposarsi:
1) Indicatore Isee: due coniugi fanno sempre parte dello stesso nucleo anche se non vivono insieme. Al contrario, in caso di due genitori non sposati e non conviventi, uno dei due genitori non rientra nel nucleo familiare e di conseguenza il suo reddito e il suo patrimonio non rientra nel calcolo Isee, che sarà più basso.
2) Detrazioni Irpef per figli a carico. La detrazione è proporzionale al reddito: nel caso di coppie sposate l’agenzia delle Entrate può incrociare i dati e i nomi per verificare se i genitori stanno beneficiando delle detrazioni in modo corretto, cosa impossibile nel caso di coppie non sposate.
3) Assegni al nucleo familiare: sono calcolati in base al reddito familiare. Il nucleo di riferimento è composto dal richiedente, dal coniuge none effettivamente e legalmente separato, dai figli. Il reddito deve essere formato per almeno il 70% da lavoro dipendente. In caso di due genitori non sposati e conviventi risulta più conveniente costituire un nucleo familiare composto dal genitore con reddito da lavoro dipendente più basso e dai suoi figli così da poter beneficiare di un assegno di importo superiore. Il reddito dell’altro genitore non rientra nel reddito familiare.
4) Esenzione ticket. Per le varie esenzioni rispetto ai ticket sanitari inerenti ai figli, si tiene conto del reddito di entrambi i genitori. Quindi, se questi non risultano sposati, viene considerato il reddito di un solo genitore.
5) Asili nido. Gli enti locali assegnano un punteggio maggiore per i figli di genitori soli: così non poche coppie, dopo la nascita del pargolo, decidono di separarsi per finta. Su questa scelta incide anche la possibilità di usufruire del nido a prezzi agevolati, perché la retta si calcola sull’Isee.
6) Case popolari. In molti casi, i bandi favoriscono uomini e donne sole con figli a carico. Anche in questo caso, la domanda è presentata dalla donna, che autocertifica di essere rimasta sola con figlio a carico. Il marito sposta la residenza altrove, anche se non cambia affatto casa, e il gioco è fatto.
7) Sostegno all’affitto. È una prestazione garantita nel caso l’affitto richiesto sia superiore al 30% del reddito del nucleo familiare. Anche in questo caso, meglio denunciare uno stipendio anziché due.
8) Assegno sociale. È una prestazione di sostegno ai coniugi con oltre 65 anni. Lo stato di bisogno economico si valuta sul reddito coniugale se il richiedente è sposato. Se non lo è (o è separato), vale solo il reddito personale.
9) Integrazione al trattamento minimo e maggiorazioni sociali. Anche qui, in caso di coniugi separati o di coppie non sposate l’integrazione al reddito si valuta solo sulla base del reddito personale e non di quello coniugale come nel caso delle coppie sposate.
10) Pensione di reversibilità. Per due vedovi entrambi titolari di pensione di reversibilità che vogliono avere una vita insieme, è più conveniente scegliere la convivenza che non il matrimonio. In questo modo si assicurano una doppia prestazione che altrimenti verrebbe meno.
 Gabriella Meroni
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L’abracadabra del politicamente corretto


di Giulio Meotti    Il Foglio
Lo avevano annunciato così: “Il 2013 sarà l’anno dell’uguaglianza a scuola”. Così lo scorso 7 giugno, la scuola elementare Yves Codou, nel comune di La Mole, aveva celebrato la “festa dei genitori” e non più della mamma, per non scontentare i neosposi omosessuali di Francia. Adesso, quando a metà settembre inizierà il nuovo anno scolastico, sulla facciata dei 55 mila edifici educativi di Francia verranno affisse due paginette suddivise in diciassette punti e due capitoli: “La République est laïque” e “L’école est laïque”. E’ la tanto attesa carta della laicità voluta dal ministro dell’Istruzione, Vincent Peillon.
Una sorta di abracadabra della Repubblica per la “révolution douce”, rivoluzione morbida, come l’ha chiamata il ministro. L’articolo 31 della legge Peillon, intitolata “Rifondazione della scuola della Repubblica”, è stato emendato dai deputati socialisti affinché nelle scuole “siano assicurate le condizioni dell’educazione all’uguaglianza di genere”. In precedenza c’era scritto “all’uguaglianza delle femmine e dei maschi”. L’articolo si propone di “decostruire gli stereotipi” sessuali.
Dopo aver spiegato che la scuola non deve soltanto trasmettere conoscenze, ma forgiare i valori dell’individuo, la carta afferma che “la Francia è una Repubblica indivisibile, laica, democratica e sociale”. Nella visione di Peillon e del presidente Francois Hollande è la scuola, non la famiglia, il luogo dove inculcare i valori della République. Un manifesto neoilluminista voluto da Peillon, allievo di Maurice Merleau-Ponty. “Non si potrà mai costruire un paese libero con la religione cattolica”. A parlare così non è un rivoluzionario del comitato di salute pubblica, ma Peillon in un video in cui il ministro presenta il suo libro “La Rivoluzione francese non è finita”. Dice Peillon che “non si può fare una rivoluzione unicamente in senso materiale, bisogna farla nello spirito. Adesso abbiamo fatto la rivoluzione essenzialmente politica, ma non quella morale e spirituale. Quindi abbiamo lasciato la morale e la spiritualità alla chiesa cattolica. Dobbiamo sostituirla”. Allora “bisogna inventare una religione repubblicana” e “questa nuova religione è la laicità”. Il luogo privilegiato per portarla a compimento è la scuola: “La rivoluzione implica l’oblio per tutto ciò che precede la rivoluzione. E quindi la scuola gioca un ruolo fondamentale, perché la scuola deve strappare il bambino da tutti i suoi legami prerepubblicani per insegnargli a diventare un cittadino. E’ come una nuova nascita, una transustanziazione che opera nella scuola e per la scuola, la nuova chiesa con i suoi nuovi ministri, la sua nuova liturgia e le sue nuove tavole della legge”.
Il video è tanto importante perché Peillon vi spiega in poche frasi l’essenza di questa laicità francese: una liturgia secolarista che deve sorgere sulle ceneri della vecchia morale laico-religiosa (corsi di “morale laica” saranno somministrati agli studenti francesi a partire dall’anno scolastico 2015).
E’ vocazione al pensiero unico, politicamente e ideologicamente corretto. Lo ha ben spiegato anche un sociologo di sinistra come Edgar Morin nel criticare il provvedimento di Peillon: “L’uguaglianza imposta uccide la libertà, non può essere stabilita per decreto”, ha scritto l’autore dell’“Identité humaine”. Mentre il predecessore di Peillon, Luc Chatel, ha accusato il suo successore di emulare il maresciallo Petain, quando invoca un “riassetto intellettuale e morale” del paese. Altri hanno ripreso il detto di Danton: “Les enfants appartiennent à la République avant d’appartenir à leurs parents”. I figli appartengono alla Repubblica prima di appartenere ai loro genitori. Eco polpottiana.
Al progetto scolastico di Peillon hanno lavorato lo storico socialista Alain Bergounioux, il consigliere di stato Rémi Schwarz e la filosofa Laurence Loeffel. “Questa carta della laicità incoraggerà gli studenti a ripensare i propri credi”, afferma Dominique Borne, fra gli autori del testo, dirigente del ministro dell’Istruzione e già presidente dell’Istituto europeo delle scienze religiose. L’idea di una carta laica da appendere negli edifici scolastici riprende un progetto del 2007 dell’allora premier Dominique de Villepin, che lo chiamò “vademecum del buon cittadino laico”. Il programma Peillon di “insegnamento laico della morale” è anche il revival della vecchia morale laica obbligatoria abolita nel 1968. Ma secondo il teologo Xavier Lacroix, quella di Peillon non è la vecchia educazione civica, ma qualcosa di “più ampio”, che si pone come obiettivo la “costruzione del cittadino”.
Nelle parole del ministro Peillon, la carta deve aiutare “a distinguere il bene e il male, comprendere i propri diritti, ma soprattutto i propri doveri, cogliere l’importanza delle virtù e dei valori”. In nessun altro paese democratico ci si era mai posti l’obiettivo dell’adesione obbligatoria dei cittadini alla laicità (una legge del 2004 già vieta di ostentare “segni religiosi” nelle scuole pubbliche).
Peillon parla anche di una lotta “contro ogni genere di determinismo”, familiare, etnico, sociale, intellettuale. Peillon, dopo l’approvazione delle nozze gay, si è mosso anche per portare la “lotta contro l’omofobia” fra i banchi di scuola. Il suo ministero ha appena inviato a tutte le scuole elementari del paese una circolare dove “si invita fortemente” a educare i ragazzi “all’uguaglianza di genere” e a combattere in classe “l’omofobia”. Il testo consigliato dallo Snuipp, il principale sindacato degli insegnanti della scuola, si intitola “Papà porta la gonna”. Alcuni municipi hanno già modificato il modulo per iscrivere i figli a scuola, eliminando le parole “padre” e “madre”, sostituendole con “responsabile legale 1” e “responsabile legale 2”.
“L’omofobia è diventata un reato e la scuola della Repubblica deve insegnare a vivere insieme, combattendo la discriminazione contro tutti Lgtb (lesbiche gay bisex e Trans, ndr)”, afferma Michel Teychenné, l’autore di un rapporto sull’educazione appena arrivato a Peillon e che sarà usato dal suo ministero. Fra gli strumenti a disposizione delle scuole si raccomanda un “kit di consapevolezza”, con opuscoli e materiale divulgativo per il personale docente. Peillon ha dichiarato che si concentrerà sull’“educazione sessuale, la vita affettiva, la costruzione dell’identità e la sofferenza a causa della discriminazione”. Il ministro dei Diritti delle donne, Najat Vallaud-Belkacem, vuole anche una riforma dei libri di testo, “perché insistono a non menzionare che certe figure storiche o autori erano Lgbt anche quando questo fatto spiega in larga parte il loro lavoro, come per il poeta Arthur Rimbaud”. André Gide? Omosessuale. Marcel Proust? Omosessuale. Jean Cocteau? Omosessuale. Per questo, prosegue il ministro, “scrivere sui libri di testo l’inclinazione sessuale di ogni personalità di rilievo sarebbe utile per le coppie gay con figli, per far vedere che la loro esistenza è in realtà ordinaria”. Il ministro Vallaud-Belkacem ha appena lanciato in cinquecento scuole del paese il progetto “ABCD dell’uguaglianza”. E’ una “guerra al sessismo fin dall’asilo”. L’obiettivo, spiegano i ministri Peillon e Vallaud-Belkacem in un comunicato congiunto, “è fare in modo che i bambini smettano di interiorizzare dalla più giovane età le disuguaglianze tra i sessi”.
E a forza di rivendicare la moralità intrinseca del cosiddetto “bene pubblico”, cadrà la distinzione liberale tra “giusto” e “buono”. Lo scontro in Francia è ormai fra laïcité e liberté. Nel denunciare questi provvedimenti, il filosofo Alain Finkielkraut ha parlato di “gauche divine”.
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Cinque domande ai parlamentari favorevoli
di Massimo Introvigne

Egregio Parlamentare,
Il voto di cento deputati di tutti gli schieramenti a favore della pregiudiziale di incostituzionalità relativa alla legge sull'omofobia dimostra che questa legge costituisce un problema. Mi rivolgo a Lei, che ha votato contro la pregiudiziale e si appresta ora a votare a favore della legge, chiedendoLe rispettosamente di rispondere, davanti alla Sua coscienza ma anche ai Suoi elettori, a cinque semplici domande.
1. In tutta franchezza, Lei ha letto il testo della legge? Se risponde di no, nonostante i Suoi numerosi impegni, avrà ancora tempo per leggerlo prima del voto definitivo. Se risponde di sì, non avrà difficoltà a rispondere alle domande seguenti.
2. È consapevole che la legge non serve a prevenire e reprimere le violenze, gli insulti e le minacce contro gli omosessuali, perché tali minacce, insulti e violenze sono già punite dalle leggi in vigore - anche tramite l'aggravante dei «motivi abietti», da decenni applicata a chi commette questi reati contro omosessuali in odio alla loro condizione -, e la legge non aggiunge né toglie nulla?
3. Le è chiaro che la legge punisce con la reclusione fino a un anno e sei mesi chiunque esprima idee che, agli occhi dei loro critici, implicherebbero una discriminazione degli omosessuali e dei transessuali? Lei sa che, secondo la Corte Suprema degli Stati Uniti - e secondo tanti altri, anche in Italia -, affermare che le coppie di persone dello stesso sesso non devono essere ammesse al matrimonio significa promuovere una discriminazione fondata sull'identità sessuale? Anche nel caso in cui Lei sia personalmente favorevole al riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali, Le sembra giusto punire con il carcere chi manifesta un'opinione contraria alla Sua?
4. Lei è favorevole alle adozioni di bambini da parte di coppie omosessuali? Le è chiaro che la legge che sta per votare rischia di punire con un anno e mezzo di reclusione chi si dichiara contrario a queste adozioni e afferma che le coppie di persone dello stesso sesso sono meno adatte a offrire a un bambino una formazione equilibrata dalla presenza in famiglia delle due polarità maschile e femminile, così certamente, in senso etimologico, «discriminando» queste coppie rispetto a quelle formate da un uomo e una donna? Anche prescindendo dalla Sua personale posizione rispetto alle adozioni omosessuali, davvero Lei vuole che chi esprime questo tipo di obiezioni vada in prigione?
5. Nel caso Lei non sia favorevole al l'introduzione in Italia del «matrimonio» omosessuale, ha letto le dichiarazioni rilasciate a «L'Espresso» lo scorso 26 agosto dal relatore e principale promotore della legge contro l'omofobia, l'onorevole Ivan Scalfarotto, secondo cui tra questa legge e quella sul matrimonio omosessuale «una viene logicamente priva dell'altra»? Se le ha lette, che ne pensa? È consapevole che - non secondo gli oppositori della legge, ma secondo l'onorevole Scalfarotto -, votando a favore della legge sull'omofobia, Lei posa la prima pietra della casa dove si celebreranno anche in Italia i matrimoni omosessuali, con conseguenti adozioni? Lo ha spiegato ai suoi elettori?