sabato 14 settembre 2013

Sensazionale: c'è ancora qualche francese intelligente!


Messaggio del cardinale Vingt-Trois per la Giornata della gioventù nell’arcidiocesi di Parigi. Al catechismo il posto che merita

«Sarebbe un’illusione credere che la società nella quale viviamo sia una società neutrale. Essa veicola valori, concezioni della vita, scelte morali che s’impongono progressivamente a coloro che non hanno la capacità di reagire». Per questo «bisogna accuratamente accompagnare i bambini, giacché scopriranno rapidamente che la vita cristiana alla sequela di Cristo è cosa diversa da ciò che tutti pensano». Un tempo, la maggior parte dei bambini andava a catechismo, oggi «molti fanno l’esperienza di essere dei casi particolari quando ci vanno». Questo comporta che la decisione di frequentare il catechismo venga «assunta con attenzione» e che tale scelta possa essere confermata nel tempo. Si tratta di alcune delle riflessioni del cardinale arcivescovo di Parigi, André Vingt-Trois, affidate alla lettera La transmission de la Bonne Nouvelle aux enfants scritta in occasione della Giornata per la gioventù che si celebrerà domenica 15 settembre nella capitale francese. Ogni comunità cristiana — afferma il porporato — è solidalmente responsabile delle generazioni che vengono, dunque «dobbiamo tutti prendere la nostra parte di responsabilità ciascuno secondo i propri mezzi, formandoci per essere catechista, dedicando del tempo ai ragazzi, incoraggiando quelli che conosciamo a fare il primo passo».
Vingt-Trois fa riferimento all’Anno della fede e all’opportunità di riscoprire, per ognuno, la personale esperienza: per molti cristiani il primo passo di questo cammino ha preso forma in seno al nucleo familiare (iniziazione ai principali simboli, prime preghiere, scoperta delle grandi figure bibliche). «Se questa prima iniziazione cristiana è destinata a trasformarsi nel corso della vita — si legge nel documento — è certo che è nella prima fase dell’esistenza che si stabiliscono gli elementi che la struttureranno». Ma non sempre i genitori sanno come allevare al meglio, in modo integrale, i loro figli, come trasmettere l’educazione cristiana. Alcuni non si sentono competenti, altri non sono sufficientemente motivati. Accade sempre più spesso, scrive l’arcivescovo di Parigi, che bambini che non sono stati battezzati scoprano Cristo attraverso loro compagni che partecipano al catechismo. Qualunque sia la situazione, «non dimentichiamo che il primo pedagogo della fede è lo Spirito Santo, che parla al cuore di ogni uomo, compreso il cuore dei bambini. Fa comprendere loro la parola di Cristo e ciò che vuole dire a loro. Noi siamo al servizio di questa pedagogia dello Spirito Santo. Scoprendo la persona e il messaggio di Cristo, ogni bambino può trovare un cammino di libertà per orientare la propria vita, perché la verità rende liberi (cfr. Giovanni, 8, 32)».
Nella lettera il cardinale ricorda gli inevitabili cambiamenti che i nuovi orari nella scuola pubblica, ai quali il Comune di Parigi si è già adeguato a partire da settembre, apporteranno anche alla pratica settimanale del catechismo. La novità più importante riguarda le lezioni del martedì e del venerdì alle elementari, che termineranno più presto (alle ore 15), e la mezza giornata supplementare in classe che si svolgerà il mercoledì mattina, quindi in un giorno che è stato sempre tradizionalmente libero per gli studenti francesi e che la Chiesa cattolica ha utilizzato per organizzare l’attività catechistica nelle parrocchie, compreso il cosiddetto éveil à la foi per i più piccoli (dai 3 ai 6 anni). Ancora oggi, precisa la Conferenza episcopale, circa la metà dei bambini frequenta il catechismo il mercoledì mattina, spesso impartito da genitori dei piccoli, in particolare da mamme che rinunciano a mezza giornata di lavoro per adempiere tale servizio.
Le parrocchie, spiega Vingt-Trois, si sono già adeguate per rispondere al cambiamento dei ritmi scolastici (alcune hanno mantenuto i corsi del mercoledì ma molte altre li hanno spostati proprio al martedì o al venerdì pomeriggio). Va precisato che, per Parigi e la Francia, non è un cambiamento da poco. La legge Jules Ferry del 28 marzo 1882, che rese obbligatoria l’istruzione primaria, all’articolo 2 recita: «Le scuole primarie pubbliche resteranno chiuse un giorno alla settimana, oltre alla domenica, per permettere ai genitori di far impartire ai loro figli, se lo desiderano, l’istruzione religiosa, al di fuori degli edifici scolastici». Quel giorno libero è stato, da sempre, il mercoledì e l’episcopato proprio a quell’articolo fece riferimento quando, più o meno venticinque anni fa, scoppiò la polemica per lo spostamento dal mercoledì al sabato del giorno libero settimanale.
La Giornata per la gioventù della diocesi di Parigi venne invece istituita nel settembre 2002 dall’allora cardinale arcivescovo Jean-Marie Lustiger, proprio in coincidenza con l’inizio delle lezioni. «Istituendo questa domenica per la gioventù — scrisse Vingt-Trois nel messaggio del 2007 — il cardinale Lustiger auspicava che rappresentasse probabilmente l’occasione giusta per raccogliere mezzi finanziari da dedicare alle opere giovanili. Ma soprattutto si augurava che fosse un’occasione per le comunità cristiane e le famiglie di riflettere sulle azioni da intraprendere per la formazione cristiana dei giovani».
L'Osservatore Romano

*

Ribadite norme severe da esporre in tutti gli istituti. Una carta della laicità nelle scuole statali francesi

Cinque punti per ricordare i principi fondamentali della legge del 1905 sulla separazione fra Stato e Chiesa e ribadire che «la Repubblica è laica», altri dieci per sottolineare che tali principi si applicano anche in ambito scolastico, che «la nazione affida alla scuola la missione di rendere gli allievi partecipi dei valori della Repubblica» e che, in estrema sintesi, «la scuola è laica». Sono i quindici articoli della Charte de la laïcité à l’école presentata lunedì scorso dal ministro francese della Pubblica istruzione, Vincent Peillon, in un liceo di La Ferté-sous-Jouarre, nella regione parigina. «La Repubblica laica — si legge al punto 2 — predispone la separazione fra le religioni e lo Stato»; quest’ultimo «è neutrale riguardo le convinzioni religiose o spirituali. Non esiste religione di Stato».
La carta (che deve essere affissa, ben visibile, in tutte le scuole) riprende, oltre a quella del 1905, una legge del 2004 che vieta di portare a scuola simboli o indossare capi d’abbigliamento «attraverso i quali gli studenti manifestano chiaramente un’appartenenza religiosa». E questo perché «negli istituti scolastici pubblici le regole di vita nei vari spazi, precisate dal regolamento interno, sono rispettose della laicità» (articolo 14 della carta). Niente crocifisso o stella di Davide, niente velo islamico, niente kippa, niente turbante sikh, soprattutto niente proselitismo in classe: cose ormai assodate in Francia ma che si è sentito il bisogno di ribadire, viste le polemiche che, periodicamente, si riaccendono su questo o quell’argomento. Il 4 dicembre 2012, per restare a tempi recenti, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite aveva chiesto alla Francia di modificare la legge del 2004 dopo l’esclusione da un liceo di un ragazzo che portava un turbante sikh. Nel 1989 tre ragazze erano state espulse da un istituto di Creil perché si erano rifiutate di togliere il loro foulard in classe.
Il caso aveva assunto una dimensione nazionale. La Charte de la laïcité proteggerà ora da «qualsiasi proselitismo, qualsiasi pressione» che impedisca agli allievi di esercitare il loro libero arbitrio. Gli insegnamenti sono laici, si ribadisce al punto 12, secondo cui «al fine di garantire agli studenti l’apertura più oggettiva possibile alla diversità dei punti di vista del mondo, così come alla portata e alla precisione delle conoscenze, nessun argomento è a priori escluso dai programmi scientifici e pedagogici. Nessuno studente può invocare una convinzione religiosa o politica per contestare a un docente il diritto di trattare un argomento del programma». Nessuno, inoltre, può avvalersi della sua appartenenza religiosa per rifiutare di conformarsi alle regole applicabili nella scuola pubblica. E il personale ha un dovere di stretta neutralità, non potendo manifestare le proprie convinzioni politiche o religiose nell’esercizio delle sue funzioni.
La “vocazione” di questo testo (che ha valore simbolico più che giuridico) «non è solo di ricordare le regole che ci consentono di vivere insieme nello spazio scolastico ma soprattutto di aiutare ciascuno a comprendere il senso di queste regole, ad appropriarsene e a rispettarle», ha scritto il ministro Peillon in una lettera indirizzata ai presidi.
Mentre non mancano critiche da un punto di vista pedagogico — la religione fa parte della società e non approfondire il fatto religioso a scuola non è educativo, dicono alcuni — da parte dei rappresentanti religiosi è arrivata la reazione del presidente del Consiglio francese del culto musulmano, Dalil Boubakeur, secondo cui la carta cela allusioni all’islam («la laicità garantisce l’uguaglianza tra ragazze e ragazzi») che rischiano di rafforzare il sentimento di stigmatizzazione nei confronti dei musulmani: «Il novanta per cento di essi avranno l’impressione di essere presi di mira» da questo testo.
L'Osservatore Romano