Assemblea della Conferenza italiana superiori maggiori.
È stata molto opportuna, allora, la scelta del tema, visto che c’è ancora molto da scoprire e in buona parte ancora da attuare, «perché dagli anni Novanta — spiega don Beppe Roggia — dopo l’aggiornamento delle costituzioni, i consacrati si sono messi a correre in mille forme e in mille direzioni, passando di disillusione in disillusione, senza aspettare che la Chiesa li affiancasse. Si sono come ripiegati su se stessi, lamentando la diminuzione delle vocazioni, l’invecchiamento delle fraternità, la difficile e quasi impossibile gestione delle case. E hanno aperto una specie di faglia con il concilio. Ritornare sull’evento, e in maniera intelligente come si è fatto nell’assemblea, è saldare quella falla e riscoprire le attese, gli slanci e le speranze degli anni in cui l’assise conciliare si è tenuta».
In questo senso, potrà aiutare la sorpresa di riscoprire nei documenti conciliari non un richiamo alla disciplina, tipico dei documenti tridentini, ma la spinta a una fedeltà creativa e a una fede purificata da eredità culturali ornai superate; un ritorno alle fonti “genuine” della tradizione, implicitamente poco evidenti nelle incrostazioni dei secoli e capaci di dare impulsi fedeli e purificatori. «Sarebbe una bella grazia — ha aggiunto don Roggia — scoprire che ci sono insegnamenti non capiti o interpretati male; o, anche se capiti, non assunti con la dovuta responsabilità. Per esempio la riscoperta di cosa vuol dire interpellare i “segni dei tempi”, con tutta quella dimensione che mette in gioco una capacità e una metodologia di discernimento sia a livello personale che a livello comunitario e di istituto, è un fatto che forse mai in questi cinquant’anni è stato capito nella sua giusta portata. Come tutti, anche noi consacrati restiamo colpiti da certe situazioni che noi stessi viviamo, ma come tutti, ne facciamo una lettura sociologica che non può darci risposte né profonde, né carismatiche, né spirituali. Oppure ci rifugiamo in uno spiritualismo che è una specie di fuga dalla realtà e non tiene conto di quanto sta accadendo, che guarda al futuro senza un ancoraggio al presente».
Ovviamente, è stato osservato nel corso dell’assemblea, questo non vuol dire che in cinquant’anni non si è fatto nulla; sì è fatto certamente qualcosa, ma non raramente limitato a cambi esteriori: vestiti, orari, maggior personalizzazione della vita consacrata, ridimensionamento. Si è frequentemente, insomma, lavorato più in superficie, senza scendere nel fondo dei problemi, come invece si sarebbe dovuto fare. «Negligenza? Rifiuto? Certamente no — aggiunge ancora don Roggia — ma piuttosto interessamento, da una parte, per le realtà ritenute umanamente più urgenti; dall’altra preoccupazione per i grandi eventi che ci coinvolgono e per l’amara costatazione che la vita consacrata non ha più quel primato “di vetrina” che aveva prima del Concilio. Lo vedo anche dal punto di vista della formazione: facendo un bilancio di questi ultimi cinquant’anni, noto che si sono attuate molte cose, ma non si è ancora penetrati in quella dimensione che la Perfectae caritatis chiede: arrivare, cioè, al cuore della persona per la realizzazione di un mondo nuovo». Non è perciò fuori luogo o addirittura un’accusa, allora, dire che anche le diverse comunità cristiane «hanno forse giocato in questa direzione, per cui anche loro sono preoccupate di risolvere problemi immediati e non si accorgono, per esempio di quanta parte positiva la vita consacrata riversa nelle parrocchie e nelle diocesi, spesso in modo nascosto ma efficace».