La crisi dell’alleanza tra le generazioni nel convegno «Ho ricevuto, ho trasmesso» organizzato dal Pontificio Consiglio per la famiglia
Eredità culturale e spirituale. «Attraversiamo una fase storica delicata e rischiosa, anche sul fronte delle relazioni inter-generazionali e, in particolare, tra genitori e figli. È a rischio il legame di eredità culturale e spirituale tra le generazioni, nella trasmissione di una visione del mondo e dell’essere umano, e dunque, anche la trasmissione della fede»: da qui, spiega l’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio per la famiglia, l’idea del convegno «“Ho ricevuto, ho trasmesso”: la crisi dell’alleanza tra le generazioni», che si è svolto il 15 e il 16 novembre a Roma nella sede del dicastero pontificio. Pubblichiamo stralci di due delle relazioni in programma.(Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara) Il tema affidatomi si pone al crocevia di due tensioni da collegare insieme: tra il procreare e il generare da una parte, e tra l’essere figli e l’ereditare la vita dall’altra; e, ancora, tra il trasmettere e il consegnare la fede, da un lato, e il ricevere e il volere la fede, dall’altro. Sono due differenze da non azzerare, piuttosto si tratta di due passaggi da transitare non senza rischio per entrambi i fronti, genitori e figli. Cercherò di enunciare solo la posta in gioco del tema, che sarà poi certamente ripresa dagli esperti. La enucleo attorno a due nodi cruciali: il significato del generare l’umano come spazio per trasmettere la fede; il senso del comandamento di Dio che intima di onorare il padre e la madre come garanzia per il desiderio dell’uomo.
La generazione dell’umano è sottoposta oggi a un processo di sottile e inesorabile deperimento. Trasmettere la fede è diventata cosa difficile, semplicemente perché è andata in crisi la stessa generazione dell’umano o, più francamente, la trasmissione della qualità umana della vita, perché si è fortemente indebolita la forza con cui si educa alle “forme pratiche della vita buona”. In una parola è diventata un’impresa drammatica generare alla vita in formato grande. Eppure, per fortuna, si continua a “mettere al mondo figli”. Certo il sintomo più vistoso è che si continua a procreare “di meno”. Oggi si genera di meno di quanto dovrebbe semplicemente sostituire il numero dei due genitori che trasmettono la vita. La cosa è confermata dall’ultimo recentissimo rapporto nazionale del Progetto culturale della Cei, Il cambiamento demografico (Laterza, Bari-Roma 2011), che contiene — almeno per l’Italia — non solo i dati aggiornati (la media è di 1,4), ma anche disaggregati, manifestando un sensibile scarto tra desiderio di generatività ed effettiva procreazione nella coppia italiana. Uno scarto che dichiara 2,2 di media di figli desiderati rispetto all’1,4 di figli effettivamente dati alla luce.
Il fenomeno impressionante del procreare “di meno” di quanto si desidererebbe non è che il sintomo di un difetto più preoccupante e più nascosto: quello che denuncia non solo la fatica a far nascere “di più”, ma a generare “più umano”, a una generazione “più alta” dell’umano. La contrazione della natalità è sintomo indubitabile di un deperimento della speranza circa la trasmissibilità dell’umano e le forme d’iniziazione all’umano. Iniziare alla vita umana — è stato detto — è introdurre «alla promessa — e rispettivamente al debito — nei confronti del pensiero e degli affetti, del diritto e della giustizia, del legame sociale e della qualità spirituale, in cui siamo generati e accolti». Possiamo persino declinare questa sfida con domande cruciali che sono provocazioni esistenziali, educative, culturali e sociali, persino politiche: «Che cosa significa la responsabilità di “trasmettere la vita”? E che cosa vuol dire, oggi, la cura della “qualità della vita”? Che cos’è “voler bene” nell’orizzonte dell’umano condiviso? E che cosa comporta la custodia dell’integrità dell’umano per le “generazioni future”?» (Pierangelo Sequeri). Siamo di fronte dunque a un crinale drammatico: non solo si dà alla luce “meno” vita, ma si nasce e si riceve anche una vita che è “di meno”! Lo dico con il mio linguaggio di pastore: è possibile dare alla luce una vita senza dare una luce per vivere? Nell’arco che va dal nascere al diventare adulti, nel tempo disteso del generare, ormai diventato prorogato, dilazionato, interminabile (c’è sempre tempo per diventar grandi: basti pensare all’adolescenza) sta, dunque, tutto il dramma del titolo: generazione dell’umano, trasmissione della fede.
La trasmissione (della vita e della fede) «di generazione in generazione» è sempre stata un evento di crisi e avviene ogni volta in un evento sconvolgente che la Scrittura rappresenta con le «doglie del parto», di cui l’antropologia teologica ha dato un’interpretazione, tanto banale quanto inutile, come una conseguenza del peccato, iscritta nella carne fisica dei figli di Adamo e di Eva. Ogni nuova generazione ha sempre simbolizzato nel passaggio alla vita adulta questo scarto tra la vita trasmessa e ricevuta e la vita accolta e voluta. Talora con forme di netta opposizione simbolica e di lacerante negazione (come nella generazione del Sessantotto), talaltra con modalità più camuffate che ricreano un mondo “altro” rispetto al mondo trasmesso (come dopo il 1989), che naviga (e non solo in rete) su vie parallele di cui gli adulti di oggi non conoscono neppure gli strumenti e soprattutto le notturne frequentazioni attraverso le reti sociali (social networks) che propiziano incontri immaginari. Un mondo così “altro” da averne creato uno “virtuale”, dove non c’è più il corpo a corpo della generazione, della relazione corporea, delle notti di pianto e delle confidenti tenerezze, delle libertà donate e degli spazi liberi rubati, delle parole che raccontano e delle esperienze che pensano di iniziare da capo il racconto della vita. Modalità antiche e fenomeni nuovi hanno da sempre contrassegnato la trasmissione dell’umano come “rottura” e come “continuità”. Con dosaggi diversi nella misura in cui i tratti della continuità erano trasmessi come spazi di libertà, o dove i fenomeni di rottura erano guadagnati come gesti di liberazione. Il secolo appena trascorso può essere valutato, anche nella storia della Chiesa, con la misurazione di questi diversi dosaggi.
Eppure, trasmettere la qualità umana della vita “di generazione in generazione” ha oggi motivi di crisi veramente nuovi. Proprio sul merito del generare alla vita e alla vita in formato adulto. Il mito dell’eterna giovinezza, anzi forse oggi è meglio dire dell’interminabile adolescenza (dallo spensierato happy hour che si prolunga per i più grandi nell’elettrizzante notte del wine bar) non tenta forse anche l’immaginario di noi adulti? Se la denatalità denuncia il clima di deperimento della speranza, il tema dell’educazione — all’inizio descritta come un’“emergenza”, poi come una “sfida” — non dovrà essere finalmente definito un “lavoro”, un’“impresa comune”, dove tutti devono concorrere a generare la vita in formato “grande”, un’impresa almeno pari a quella della creazione di nuovi posti di lavoro e al rilancio dell’economia? Il tema dell’educazione non ne annuncia forse la posta in gioco, senza della quale tutto il nostro “patrimonio di umanità” potrebbe andare disperso? “Patrimonio” significa appunto patris munus, il compito, la forma generativa propria del padre che, nell’intreccio inestricabile con la nascita dalla madre, in-segna che la vita trasmessa e donata (di cui il padre è l’origine nascosta e di cui immediatamente il bimbo ha notizia solo attraverso la madre che gli dice: ecco il papà!) deve diventare una vita accolta e scelta, anzi propriamente voluta. E voluta come il senso del cammino che è la via per diventare adulti. Il padre in-segna il senso di responsabilità di fronte alla vita tutta. E se il secolo Novecento è il secolo “senza padri” o dell’“evaporazione del padre” (Lacan), non potrà questo nuovo inizio di secolo (e di millennio) essere contrassegnato da un “ritorno del padre”, o almeno da «quel che resta del padre» (Massimo Recalcati), che rimetta in asse il carattere “puerocentrico” del secolo appena finito?
Accanto a questa difficoltà educativa, divenuta gravissima, di carattere familiare, culturale e sociale insieme, ve n’è una che proviene dalla mentalità scientifica dominante, che produce un «riduzionismo dell’umano all’organico, e dell’organico a materia prima per la costruzione e la ricostruzione del singolo», trasformando il problema etico in problema limite. Fino a che punto è lecito intervenire sulla trasformazione del figlio voluto e desiderato, senza porsi la domanda cruciale circa la qualità umana di ciò che è il figlio voluto a ogni costo? Anzi, la disponibilità tecnica dei mezzi che non solo controllano la generazione (il “quando” e il “quanti” dei figli), ma ormai ne prefigurano anche la trasformazione organica (il “come” del figlio), configurano quel «figlio del desiderio» che Marcel Gauchet, in un lucido saggio (Il figlio del desiderio. Una mutazione antropologica, Milano, Vita e pensiero, 2011), ha descritto come la questione nodale del futuro prossimo. Il figlio di domani è un figlio sospeso al “desiderio” dei genitori che non solo l’hanno voluto, ma l’hanno voluto così, non solo l’hanno generato in un tempo determinato e in un numero controllato, ma anche con qualità scelte, quasi fosse un figlio “da catalogo”. Al “figlio del desiderio” non basterà una vita per sapere se ha corrisposto al sogno di chi l’ha voluto, come fosse un bene privato e non gesto di generosità e di consegna nei confronti del mondo, della società, della vita futura.
Su ambedue i lati, dei genitori e dei figli, e su entrambi gli scenari, della società consumistica e della mentalità scientifica, occorre preservare lo spazio di generazione dell’umano, perché sia possibile la condizione della trasmissione della fede. La generazione dell’umano dovrà assumere i tratti della cura, che ritorna ad abitare le forme pratiche della vita come spazi di consegna del suo carattere buono (penso a cinque elementi essenziali: la vita, la casa, gli affetti, la lingua, la fede). È solo abitando in modo nuovo questi elementi che trasmettono il sapere della vita, che questa può essere trasmessa, lasciando lo spazio e soprattutto il tempo per essere ereditata. Naturalmente con il senso storico del travaglio presente, che è segnato da una particolare evanescenza della figura paterna. Mi ha colpito quanto ha scritto recentemente Recalcati riguardo al «fraintendimento fatale dell’autentica funzione simbolica del Padre» (Cosa resta del padre?, Milano, Cortina, 2011, p. 38). Questo va collocato sullo sfondo di una società consumistica che «alimenta astutamente (...) il carattere artificiosamente salvifico dell’iperconsumo. (...) L’oggetto del godimento si profila come consistente, solido, non riducibile alle parole, affidabile, non sottoposto all’aleatorietà contingente dell’incontro con l’Altro, partner sempre presente, asessuato, feticcio, sganciato dalla scena dello scambio simbolico e sessuale con l’Altro» (p. 44-45).
Si tratta allora di passare da una libertà dissipativa a una libertà generativa, introducendo un nuovo legame tra il desiderio e la legge, la legge della parola, che il Padre appunto rappresenta simbolicamente. È la legge della parola che, mentre vieta al desiderio vorace di ottenere semplicemente la propria saturazione, lo rimanda a una promessa che fa cercare il senso del pane, «di cui l’uomo vive», in una Parola vivente, che «esce dalla bocca di Dio». Non una Legge contrapposta al desiderio, ma una Parola che è istruzione sul cammino della vita e che rimanda di continuo il “desiderio” alla “promessa” del dono della terra. Così dice in modo splendido il testo del Deuteronomio che Gesù cita, e non è per caso, come risposta alla prima e originaria tentazione: «Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore» (8, 3). Si noti che il «provare la fame» (la mancanza del bene fondamentale) è una privazione per far riconoscere il carattere umile, legato alla terra (humus), la percezione del proprio limite, che solo è capace di tenere (strutturalmente) aperto il desiderio a un altro tipo di bene (la manna: il cui nome è una domanda: «che cos’è?»), che non è disponibile e nutre l’uomo dando sapore al pane di ogni giorno («Non di solo pane!») e a ogni altro bene, e che va riconosciuto e accolto nell’affidamento alla Parola che esce dalla bocca di Dio.
Desiderio, Legge e Promessa, insieme si tengono o insieme decadono. Le forme di generazione dell’umano devono stare nella relazione virtuosa di questi tre elementi, dove la legge («se tu avresti osservato o no i suoi comandi», Deuteronomio, 8, 2) custodisce il carattere di promessa («perché viviate, diveniate numerosi ed entriate in possesso della terra», Deuteronomio, 8, 1), per il desiderio dell’uomo («per sapere quello che avevi nel cuore», Deuteronomio, 8, 2). È interessante notare che questo splendido testo della Torah promette in dono che l’uomo non soccomba al tempo disteso della vita, introducendo le due metafore più belle della scrittura («Il tuo mantello non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant’anni», Deuteronomio, 8, 4), e riferendosi insieme alla generazione come atto paterno e alla prossimità di Dio che istruisce sul cammino della vita («Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio, così il Signore, tuo Dio, corregge te», Deuteronomio, 8, 5).
Allora generazione dell’umano e trasmissione della fede devono stare entro questa circolarità virtuosa che superi le attuali separazioni di desiderio e legge, pensando a un’illusoria immagine del desiderio salvificamente legato all’oggetto mercificato, e di legge e promessa (della vita), proponendo un impossibile ritorno del padre e del generare (alla vita), che ricuperi solo il lato autoritario della legge, senza mostrare che proprio l’interdizione della legge è per custodire il dono della promessa.
Perché solo in essa si muove il desiderio (de-sidus) alla ricerca della stella nella navigazione dell’avventura della vita e del mondo, di generazione in generazione. Ma alla stella della promessa si accede nella forma dell’affidamento (la fede!) a un dono che ci precede, ci avvolge e che ci chiama. Non è questo lo spazio reale oggi per la trasmissione della fede? E allora non si richiede una comprensione del comandamento di Dio, che custodisca il desiderio dell’uomo nello spazio della promessa?
Proviamo nel secondo momento a verificare questa possibilità sul versante del comandamento riferito al padre e alla madre. Il comandamento di Dio è promessa e compito, grazia e impegno etico. Anzi, come dice il salmo 119 (118), 105: «Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino». Il linguaggio della Scrittura riconosce al comandamento di essere la luce che illumina il cammino, la lampada che basta per rischiarare passo dopo passo l’avventura della vita. Non è solo legge o divieto, o meglio è “istruzione” sul cammino della vita, perché non si perda la gioia di riconoscere la prossimità graziosa di Dio e il sostegno nel momento della prova e della distretta. Il comandamento si presenta anche nella forma di un imperativo apodittico (non avrai altro Dio, non nominare invano, non uccidere, non dire falsa testimonianza, non rubare, non desiderare la donna d’altri, e in ogni caso non desiderare in modo vorace: non concupisces), ma in questo modo è strada sbarrata per il desiderio onnipotente, concupiscente, che desidera semplicemente saturare se stesso. Perché se la libertà diventa la misura di ogni cosa, allora il comandamento gli vieta di sostituire l’io a Dio (e all’altro) e con questo di mettere l’io (il proprio io) al centro del mondo, senza che esso possa e debba riconoscere il debito che ha nei confronti di (ogni) altro, dell’altro che vede e dell’Altro che sta all’origine e alla fine della vita.
Il comandamento, dunque, sbarra la strada al desiderio onnipotente, ma diventa luce e guida per il desiderio duttile e sciolto sul cammino della vita. Ti fornisce la lampada che porti con il tuo bastone per farti strada tra i pericoli, per diradare le ombre dell’esistenza e imparare il sapere della vita. Il saper-vivere è diverso dal saper-fare, cioè dal sapere tecnico che elabora i mezzi in ordine agli scopi (di cui il sapere scientifico rappresenta la funzione indiscutibile del sapere cosiddetto oggettivo): il sapere della vita deve riconoscere il senso delle cose, decidersi di fronte alla chiamata del domani, dar ascolto alla voce di Dio. Il saper vivere deve attraversare il deserto meraviglioso e struggente, ma anche “grande e spaventoso” dove la forma del mondo che vedi cambia alla prima folata di vento. Se non c’è una roccia fissa sicura sulla via, una lampada che illumina e una fonte a cui dissetarti, tu puoi soccombere e perire. Questo dunque è il comandamento: esso è prima grazia che legge o, meglio, è legge per preservare la grazia della promessa che tu possa entrare nella terra dove «scorre latte e miele». Non bisogna contrapporre grazia e legge: la prima è l’orizzonte che illumina sempre la seconda, la seconda custodisce il carattere di promessa del dono di Dio. Anzi, più francamente, la legge proibisce alla libertà di essere onnivora, perché così non solo perde la (terra) promessa, ma alla fine distrugge anche se stessa come desiderio. Il comandamento custodisce il desiderio dell’uomo e della donna. Promessa e legge hanno, dunque, a che fare con il cammino della vita, con la libertà distesa nel tempo, con il sapere che s’impara avventurandosi e decidendosi sui passi della vicenda umana.
Da ambedue i lati del nostro percorso, come è facile intuire, si tratta di problemi di grande momento che esigerebbero un vero e proprio “pensiero della generazione”. L’asserto centrale del Credo cristiano professa in modo sorprendente a proposito de «il Figlio»: «generato, non creato». L’apparente opposizione che la lingua della fede pone tra la forma della creazione dell’umano e l’affermazione della generazione del Figlio non deve nasconderne le profonde e carsiche connessioni. Del resto la stessa Scrittura sa che non è possibile descrivere la realtà dell’essere creato (non semplicemente dell’essere “gettato nel mondo”) se non con linguaggi diversi: plasmazione, uscita dal grembo, lotta cosmogonica, fino alla forma più alta della creazione mediante la Parola. E quando la regola della fede parla della generazione del Figlio, ritagliandone il senso rispetto alla “effezione” delle creature, non vuole nasconderne la continuità, ma inverarne la promessa. Nella creazione del mondo e dell’uomo, anzi del mondo umano, è contenuta una promessa che solo nella generazione del Figlio, della «stessa sostanza del Padre» (homooùsion to Patrì), trova il suo senso compiuto, quando viene la pienezza del tempo. Il tempo compiuto, la vita promessa che entra nella terra dove scorre latte e miele, è la storia del Figlio, è la vicenda della libertà di Gesù di Nazaret che, generata dal Padre, fa del tempo il luogo reale perché non solo si sappia, ma “accada” quella forma della vita buona, che è nientemeno che la vita risorta del Crocifisso. Luogo inesauribile per venire a sapere e soprattutto che muove ad agire, perché i figli di Adamo possano con-formarsi all’Immagine visibile del Dio invisibile. I quali non da carne né da sangue, ma da Dio sono generati, prendendo i contorni della generazione del Figlio.
Mi piace terminare ricordando il sommo poeta italiano, Dante, negli endacasillabi finali di tutta la sua Divina Commedia, nel trentatreesimo canto del Paradiso: «O luce etterna che sola in te sidi, / sola t’intendi, e da te intelletta / e intendente te ami e arridi! / Quella circulazion che sì concetta / pareva in te come lume reflesso, / da li occhi miei alquanto circunspetta, / dentro da sé, del suo colore stesso, / mi parve pinta de la nostra effige: / per che ’l mio viso in lei tutto era messo».
La generazione del Figlio “accade” nella carne della libera vicenda di Gesù di Nazaret. Questa storia è rivelazione del mistero di Dio, perché «dentro da sé, del suo colore stesso, / mi parve pinta de la nostra effige / per che ’l mio viso in lei tutto era messo». Nel volto di Cristo e nel suo agire tra noi prende i colori il volto dell’uomo, la qualità del suo umano vivere nel tempo. Del suo essere generato e della sua capacità di ereditare, di generazione in generazione.