Papa Giovanni Paolo II ricordato dal suo segretario personale. Eredità del cuore
Il 4 novembre a Roma, presso il rettorato della Chiesa di San Stanislao, viene presentato Ho vissuto con un santo (Milano, Rizzoli, 2013, pagine 220. euro 17), libro che raccoglie una conversazione del cardinale Stanisław Dziwisz, arcivescovo di Cracovia, con il giornalista Gian Franco Svidercoschi. Oltre agli autori, alla presentazione intervengono il cardinale Camillo Ruini, monsignor Paweł Ptasznik, e Andrea Riccardi. Anticipiamo l’incipit del libro.
(Stanislaw Dziwisz e Gian Franco Svidercoschi) La malattia era stata straziante, interminabile, ma io non mi ero preparato alla fine. O forse, dentro di me, non avevo voluto farlo. E così, dopo, i primi giorni furono terribili...
Sembra ieri, e invece sono già passati quasi nove anni. Nove lunghi anni dalla scomparsa di Giovanni Paolo II. È finito il tempo dell’angoscia, della tristezza. Il tempo in cui il senso della mancanza, del vuoto, era talmente forte, insopportabile, che molta gente aveva sentito il bisogno di sfogarsi, di scriverlo. Migliaia di biglietti lasciati in piazza San Pietro o appiccicati al colonnato. Tanto poi lui avrebbe saputo come fare per leggerli. Migliaia di storie di vita quotidiana, dove dominava lo struggimento. Come quella donna, probabilmente giovane, che si firmava Ania. «Sento qualcosa di strano. Come se solo adesso mi rendessi conto che devo arrangiarmi da sola, che tu non ci sei più...».
E i momenti più bui, devo confessare, erano proprio i momenti della preghiera. Sì, certo, capivo che era la volontà del Signore; però facevo fatica, una gran fatica interiore, a convincermi che lui se ne fosse andato. Andato via per sempre. Ma poi, una volta che l’accettai, ecco che cominciai ad avvertire la sua presenza. In un altro modo, ovviamente, rispetto a prima; ma fu subito una sensazione chiara, netta, precisa. E da allora è stato sempre così. In modo diverso, ripeto, ma lui continua a essere con noi, in mezzo a noi. Anzi, bisognerebbe dire, la sua presenza è diventata ancora più profonda, più efficace.
Dunque, finiva il tempo del dolore, e con il passare dei giorni, dei mesi, si apriva — lentamente, insidiosamente — il tempo della nostalgia. Ma come poteva viverlo, questo sentimento, chi per quasi quarant’anni aveva visto ogni giorno Karol Wojtyła, e con lui aveva parlato, pregato, mangiato, sofferto; e in un giorno di maggio del 1981, tenendolo fra le braccia dopo l’attentato, aveva perfino temuto che morisse; e, sempre con lui, aveva girato il mondo, conosciuto tanti Paesi, s’era trovato in mezzo a milioni di persone, e alla fine di ogni giornata, in qualunque posto si trovassero, gli dava la buonanotte?
Nel mio cuore, nella mia memoria, insomma, in tutto me stesso, è rimasto il segno indelebile di quegli anni trascorsi insieme. E non poteva essere altrimenti. S’è trattato della più lunga e importante esperienza della mia vita. E dunque, naturalmente, ne è rimasta una grande nostalgia. Nostalgia di lui e nostalgia di quel periodo accanto a lui. Ma è una nostalgia, per così dire, costruttiva, e che mi è stata di ispirazione nel servizio alla Chiesa. Una nostalgia piena di gratitudine e di speranza, perché il mondo scopre sempre di più la santità di Giovanni Paolo II. Basta infatti osservare quelle lunghe incessanti file alla sua tomba, che prima era nelle grotte vaticane e ora nella basilica di San Pietro, accanto all’altare di San Sebastiano. La gente va lì per parlare con lui, per raccomandargli le proprie cause, affidargli i problemi irrisolti. Per tutte queste persone, il Santo Padre non è morto. Egli è presente nella loro vita spirituale, così come nei fatti di ogni giorno. Vengono anche da me, o mi scrivono, perché intervenga per loro presso di lui. Sono sicuri che il Papa intercederà presso il trono dell’Altissimo. E fanno pellegrinaggi sulle strade della sua vita, per incontrarlo di nuovo, per conoscerlo meglio, per chiedere intercessione. Desidero — ammetto di farlo anch’io — essere loro di aiuto in questo. E non resto deluso.
Tuttavia non finisce mai di stupire che, a nove anni dalla morte, Giovanni Paolo II continui a esercitare un così profondo fascino spirituale su tante persone, anche al di là del mondo cattolico, e specialmente sulle nuove generazioni, su tutti quei giovani che lo considerano il “loro” Papa.
Me ne accorgo ogni volta che viaggio, e soprattutto quando compio una visita in qualche città, in qualche Paese, dove Giovanni Paolo II era stato. È straordinaria la gente che incontro: anche perché — e questo mi mette talvolta in imbarazzo — vedono in me il riflesso della presenza del Santo Padre, o addirittura della sua figura. Il fatto è che ognuno, che l’abbia visto da vicino o anche solo da lontano, ha un ricordo personale di lui, e vuole confidarmelo: «Mi ha cambiato la vita!». Ciascuno ha avuto l’impressione che il Papa lo avesse guardato in modo speciale, quasi avesse guardato soltanto lui in mezzo alla folla. Li posso capire, posso capire le loro sensazioni. Karol Wojtyła parlava di Dio con lo stesso linguaggio dell’uomo d’oggi, con la sua stessa maniera di pensare, e, nel medesimo istante, si lasciava interrogare da quest’uomo, dai suoi problemi, ma anche dalle sue contraddizioni, e finanche dalle sue infedeltà.
Al tempo della sua morte, dei funerali, c’era chi sosteneva che quella massa enorme di gente fosse venuta lì, a San Pietro, per qualcosa di emotivo, di sentimentale, o anche soltanto per quella mania oggi dilagante di essere presenti ai grandi eventi per poi poterlo raccontare. Insomma, si era convinti che tutto sarebbe finito, sarebbe tornato come prima. E invece, in quella folla, molti ritrovarono la gioia di essere cristiani, o almeno cominciarono a guardare la vita con occhi nuovi, a scoprire le ragioni dell’agire morale. Ma un po’ tutti — e anche non credenti — furono contagiati dalla fede, salda come una roccia, di quell’uomo, perché non poteva che esserci una fede straordinaria dietro la serenità con cui era andato incontro alla sofferenza, alla morte.
Solo dopo si è capito. Solo dopo, una volta passato il carattere di eccezionalità che poteva avere una simile manifestazione di massa, s’è capito che al fondo delle coscienze, o almeno di molte coscienze, c’era una voglia di infinito. E cioè, c’era la convinzione che accanto a quell’uomo, a quel Papa, anche dopo la sua morte, fosse possibile percepire più distintamente la vicinanza di Dio. Appunto perché Karol Wojtyła, con la sua fede, la sua vita e la sua missione, aveva legato strettamente la causa del Vangelo alla causa dell’uomo, il primato di Dio alla centralità della persona. E quindi, il fatto che ancora oggi, dalla sua memoria ma anche — vorrei dire — dalla sua tomba, si sprigioni una così abbondante messe di frutti spirituali, non si può spiegare se non alla luce di quella che io chiamo «eredità del cuore». I cuori hanno continuato a parlarsi. Perché i cuori possono attraversare anche le barriere del tempo. Anche le barriere frapposte dalla morte.
Qualcuno storcerà il naso. Ma, pur con tutti i limiti che può avere un fenomeno del genere, questa eredità del cuore spunta fuori singolarmente in una miriade di locali pubblici, specie nei bar, e soprattutto nelle periferie, di città grandi e piccole, in Europa come in America latina. Entri e trovi un’immagine di Giovanni Paolo II, spesso con un cero acceso davanti. Ce ne erano addirittura tre nel baretto accanto alla chiesa di un paesino siciliano sotto Taormina. Al mio sguardo interrogativo, il proprietario ha smesso di farmi il caffè, si è tolto la coppola, e mi ha detto: «Signore, si ricordi che questo Papa ha lasciato un pezzetto di sé nel cuore di ciascuno di noi...». Era un uomo semplice, e serio, convinto.
Molti commentatori ed esperti di questioni religiose ci hanno messo del tempo prima di riuscire a comprendere Giovanni Paolo II, la sua personalità, il suo insegnamento, e il suo modo, tutto particolare, di guidare la Chiesa cattolica. E questo perché pensavano di poterlo giudicare secondo i soliti schemi culturali, un po’ ideologici e un po’ politici. Invece, la gente dalla fede semplice, ma pura, autentica, come il barista siciliano, ha saputo andare subito al «nocciolo», e capire da dove venisse la ricchezza di quell’anima, di quell’essere rimasto così pienamente uomo. Ha capito che veniva dall’esemplarità evangelica di una intera esistenza.
L'Osservatore RomanoE i momenti più bui, devo confessare, erano proprio i momenti della preghiera. Sì, certo, capivo che era la volontà del Signore; però facevo fatica, una gran fatica interiore, a convincermi che lui se ne fosse andato. Andato via per sempre. Ma poi, una volta che l’accettai, ecco che cominciai ad avvertire la sua presenza. In un altro modo, ovviamente, rispetto a prima; ma fu subito una sensazione chiara, netta, precisa. E da allora è stato sempre così. In modo diverso, ripeto, ma lui continua a essere con noi, in mezzo a noi. Anzi, bisognerebbe dire, la sua presenza è diventata ancora più profonda, più efficace.
Dunque, finiva il tempo del dolore, e con il passare dei giorni, dei mesi, si apriva — lentamente, insidiosamente — il tempo della nostalgia. Ma come poteva viverlo, questo sentimento, chi per quasi quarant’anni aveva visto ogni giorno Karol Wojtyła, e con lui aveva parlato, pregato, mangiato, sofferto; e in un giorno di maggio del 1981, tenendolo fra le braccia dopo l’attentato, aveva perfino temuto che morisse; e, sempre con lui, aveva girato il mondo, conosciuto tanti Paesi, s’era trovato in mezzo a milioni di persone, e alla fine di ogni giornata, in qualunque posto si trovassero, gli dava la buonanotte?
Nel mio cuore, nella mia memoria, insomma, in tutto me stesso, è rimasto il segno indelebile di quegli anni trascorsi insieme. E non poteva essere altrimenti. S’è trattato della più lunga e importante esperienza della mia vita. E dunque, naturalmente, ne è rimasta una grande nostalgia. Nostalgia di lui e nostalgia di quel periodo accanto a lui. Ma è una nostalgia, per così dire, costruttiva, e che mi è stata di ispirazione nel servizio alla Chiesa. Una nostalgia piena di gratitudine e di speranza, perché il mondo scopre sempre di più la santità di Giovanni Paolo II. Basta infatti osservare quelle lunghe incessanti file alla sua tomba, che prima era nelle grotte vaticane e ora nella basilica di San Pietro, accanto all’altare di San Sebastiano. La gente va lì per parlare con lui, per raccomandargli le proprie cause, affidargli i problemi irrisolti. Per tutte queste persone, il Santo Padre non è morto. Egli è presente nella loro vita spirituale, così come nei fatti di ogni giorno. Vengono anche da me, o mi scrivono, perché intervenga per loro presso di lui. Sono sicuri che il Papa intercederà presso il trono dell’Altissimo. E fanno pellegrinaggi sulle strade della sua vita, per incontrarlo di nuovo, per conoscerlo meglio, per chiedere intercessione. Desidero — ammetto di farlo anch’io — essere loro di aiuto in questo. E non resto deluso.
Tuttavia non finisce mai di stupire che, a nove anni dalla morte, Giovanni Paolo II continui a esercitare un così profondo fascino spirituale su tante persone, anche al di là del mondo cattolico, e specialmente sulle nuove generazioni, su tutti quei giovani che lo considerano il “loro” Papa.
Me ne accorgo ogni volta che viaggio, e soprattutto quando compio una visita in qualche città, in qualche Paese, dove Giovanni Paolo II era stato. È straordinaria la gente che incontro: anche perché — e questo mi mette talvolta in imbarazzo — vedono in me il riflesso della presenza del Santo Padre, o addirittura della sua figura. Il fatto è che ognuno, che l’abbia visto da vicino o anche solo da lontano, ha un ricordo personale di lui, e vuole confidarmelo: «Mi ha cambiato la vita!». Ciascuno ha avuto l’impressione che il Papa lo avesse guardato in modo speciale, quasi avesse guardato soltanto lui in mezzo alla folla. Li posso capire, posso capire le loro sensazioni. Karol Wojtyła parlava di Dio con lo stesso linguaggio dell’uomo d’oggi, con la sua stessa maniera di pensare, e, nel medesimo istante, si lasciava interrogare da quest’uomo, dai suoi problemi, ma anche dalle sue contraddizioni, e finanche dalle sue infedeltà.
Al tempo della sua morte, dei funerali, c’era chi sosteneva che quella massa enorme di gente fosse venuta lì, a San Pietro, per qualcosa di emotivo, di sentimentale, o anche soltanto per quella mania oggi dilagante di essere presenti ai grandi eventi per poi poterlo raccontare. Insomma, si era convinti che tutto sarebbe finito, sarebbe tornato come prima. E invece, in quella folla, molti ritrovarono la gioia di essere cristiani, o almeno cominciarono a guardare la vita con occhi nuovi, a scoprire le ragioni dell’agire morale. Ma un po’ tutti — e anche non credenti — furono contagiati dalla fede, salda come una roccia, di quell’uomo, perché non poteva che esserci una fede straordinaria dietro la serenità con cui era andato incontro alla sofferenza, alla morte.
Solo dopo si è capito. Solo dopo, una volta passato il carattere di eccezionalità che poteva avere una simile manifestazione di massa, s’è capito che al fondo delle coscienze, o almeno di molte coscienze, c’era una voglia di infinito. E cioè, c’era la convinzione che accanto a quell’uomo, a quel Papa, anche dopo la sua morte, fosse possibile percepire più distintamente la vicinanza di Dio. Appunto perché Karol Wojtyła, con la sua fede, la sua vita e la sua missione, aveva legato strettamente la causa del Vangelo alla causa dell’uomo, il primato di Dio alla centralità della persona. E quindi, il fatto che ancora oggi, dalla sua memoria ma anche — vorrei dire — dalla sua tomba, si sprigioni una così abbondante messe di frutti spirituali, non si può spiegare se non alla luce di quella che io chiamo «eredità del cuore». I cuori hanno continuato a parlarsi. Perché i cuori possono attraversare anche le barriere del tempo. Anche le barriere frapposte dalla morte.
Qualcuno storcerà il naso. Ma, pur con tutti i limiti che può avere un fenomeno del genere, questa eredità del cuore spunta fuori singolarmente in una miriade di locali pubblici, specie nei bar, e soprattutto nelle periferie, di città grandi e piccole, in Europa come in America latina. Entri e trovi un’immagine di Giovanni Paolo II, spesso con un cero acceso davanti. Ce ne erano addirittura tre nel baretto accanto alla chiesa di un paesino siciliano sotto Taormina. Al mio sguardo interrogativo, il proprietario ha smesso di farmi il caffè, si è tolto la coppola, e mi ha detto: «Signore, si ricordi che questo Papa ha lasciato un pezzetto di sé nel cuore di ciascuno di noi...». Era un uomo semplice, e serio, convinto.
Molti commentatori ed esperti di questioni religiose ci hanno messo del tempo prima di riuscire a comprendere Giovanni Paolo II, la sua personalità, il suo insegnamento, e il suo modo, tutto particolare, di guidare la Chiesa cattolica. E questo perché pensavano di poterlo giudicare secondo i soliti schemi culturali, un po’ ideologici e un po’ politici. Invece, la gente dalla fede semplice, ma pura, autentica, come il barista siciliano, ha saputo andare subito al «nocciolo», e capire da dove venisse la ricchezza di quell’anima, di quell’essere rimasto così pienamente uomo. Ha capito che veniva dall’esemplarità evangelica di una intera esistenza.
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Di seguito i servizi dell'Agi in occasione della presentazione oggi del libro "Ho vissuto con un santo", scritto a quattro mani: Stanislao Dziwisz e Gianfranco Svidercoschi.
(Salvatore Izzo) Papa: Dziwisz, canonizzazione doppia mi sconcerto', poi ho capito. Il cardinale di Cracovia, Stanislao Dziwisz, rimase sconcertato dall'annuncio di Papa Francesco di voler canonizzare insieme Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII. Lo ha ammesso nel libro intervista "Ho vissuto con un santo" rispondendo al giornalista Gianfranco Svidercoschi che aveva definito la decisione di Bergoglio "singolare" e "non del tutto capita". "Posso averlo pensato anch'io. Ma poi, ragionandoci - ha confidato lo storico segretario di Karol Wojtyla - sono arrivato alla conclusione che un simile intreccio di storie e di pontificati, unendo idealmente il Papa che ha convocato e aperto il Concilio Vaticano II e il Papa che ne e' stato il piu' interprete ed esecutore, non potra" non rinsaldare e far rifulegere una continuita che invece le vicende eccleesiali degli ultimi tempi avevano messo in cri troppo spesso".
Analoga reazione prima di sconcerto e poi di accettazione come "provvidenziale", Dziwisz ha raccontato nel libro di averla avuta anche davanti al rifiuto di Papa Ratzinger di canonizzare direttamente Wojtyla senza un secondo miracolo, come alcuni chiedevano. "Cosi' ha messo il processo al riparo da ogni possibile critica", ha spiegato il cardinale a Svidercoschi. (AGI)
Wojtyla: dopo elezione scherzo' con Stanislao sui cardinali, "li possino"Prima di uscire dal Conclave, il 16 ottobre del 1978 Karol Wojtyla commento' la propria elezione con "un'incredibile battuta in romanesco sui cardinali: 'li possano', o qualcosa del genere". A riferirlo e' il suo storico segretario, Stanislao Dziwisz, nel libro "Ho vissuto con un santo", scritto a quattro mani per la Rizzoli, con il principale biografo di Giovanni Paolo II, Gianfranco Svidercoschi.
Nel volume, l'attuale arcivescovo di Cracovia ricorda particolari della vita dell'uomo di cui e' stato per quasi 40 anni segretario e che il prossimo 27 aprile sara' canonizzato. Il racconto inizia con don Wojtyla docente di etica al seminario frequentato da Dziwisz. Ma gli episodi piu' ghiotti riguardano proprio l'elezione e l'inizio del Pontificato: don Stanislao rivela ad esempio il suo primo pensiero quando in piazza S. Pietro udi' la voce del protodiacono Felici pronunciare il nome del suo arcivescovo: "pensai maliziosamente - ammette - al primo segretario del Partito Comunista della Slesia che aspettava il rientro del cardinale Wojtyla dal Conclave per fare i conti con lui" in quanto era uscito dal Paese con un semplice visto turistico e senza chiedere le autorizzazioni allora prescritte. "Se avessi potuto - racconta oggi Dziwisz - avrei mandato al signor segretario un telegramma: 'Mi dispiace, ma la Provvidenza ha disposto diversamente...'". Dziwisz confida anche il nervosismo del cardinale Wojtyla nel viaggio verso Roma, quando gli apparve "pensieroso, assorto, chiuso": un atteggiamento spiegabile proprio col timore di essere eletto (infatti aveva ricevuto diversi voti al Conclave che un mese prima aveva eletto Luciani). Serafico, invece, il Papa polacco si mostro' davanti alle informazioni relative alla presenza di agenti collocati in Vaticano per spiarlo.
Giovanni Paolo II, racconta il cardinale Dziwisz, "sapeva delle azioni intraprese dalle autorita' e delle manovre dei servizi segreti" contro di lui. "Ma - assicura l'antico segretario - non aveva paura. La fedelta' alla verita', la consapevolezza di combattere per una causa giusta, la trasparenza della sua vita e della sua attivita', tutto questo lo rendeva tranquillo, sereno". Purtroppo i colpi di pistola di Ali' Agca, il 13 maggio 1981, segnarono poi l'inizio del suo Calvario: Stanislao, quel giorno, "tenendolo fra le braccia dopo l'attentato - rivela Svidercoschi - aveva perfino temuto che morisse".
Nel libro si intrecciano i ricordi dei momenti 'storici' vissuti da don Stanislao accanto al Papa, con quelli del suo profondo amore a Cristo, di attenzione alle persone, di preghiera. Al centro soprattutto la messa. "Si capiva bene - ricorda il porporato nel testo - che non era solo il momento centrale di ogni sua giornata... ma il bisogno piu' profondo della sua anima".
La collaborazione con Karol Wojtyla, confida Stanislao nel libro, ha rappresentato "la piu' lunga e importante esperienza della mia vita. E dunque, naturalmente, ne e' rimasta una grande nostalgia. Nostalgia di lui e nostalgia di quel periodo accanto a lui. Ma e' una nostalgia, per cosi' dire, costruttiva, e che mi e' stata di ispirazione nel servizio alla Chiesa. Una nostalgia - concluse - piena di gratitudine e di speranza". (AGI)
(Salvatore Izzo) Papa: Dziwisz, canonizzazione doppia mi sconcerto', poi ho capito. Il cardinale di Cracovia, Stanislao Dziwisz, rimase sconcertato dall'annuncio di Papa Francesco di voler canonizzare insieme Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII. Lo ha ammesso nel libro intervista "Ho vissuto con un santo" rispondendo al giornalista Gianfranco Svidercoschi che aveva definito la decisione di Bergoglio "singolare" e "non del tutto capita". "Posso averlo pensato anch'io. Ma poi, ragionandoci - ha confidato lo storico segretario di Karol Wojtyla - sono arrivato alla conclusione che un simile intreccio di storie e di pontificati, unendo idealmente il Papa che ha convocato e aperto il Concilio Vaticano II e il Papa che ne e' stato il piu' interprete ed esecutore, non potra" non rinsaldare e far rifulegere una continuita che invece le vicende eccleesiali degli ultimi tempi avevano messo in cri troppo spesso".
Analoga reazione prima di sconcerto e poi di accettazione come "provvidenziale", Dziwisz ha raccontato nel libro di averla avuta anche davanti al rifiuto di Papa Ratzinger di canonizzare direttamente Wojtyla senza un secondo miracolo, come alcuni chiedevano. "Cosi' ha messo il processo al riparo da ogni possibile critica", ha spiegato il cardinale a Svidercoschi. (AGI)
Wojtyla: dopo elezione scherzo' con Stanislao sui cardinali, "li possino"Prima di uscire dal Conclave, il 16 ottobre del 1978 Karol Wojtyla commento' la propria elezione con "un'incredibile battuta in romanesco sui cardinali: 'li possano', o qualcosa del genere". A riferirlo e' il suo storico segretario, Stanislao Dziwisz, nel libro "Ho vissuto con un santo", scritto a quattro mani per la Rizzoli, con il principale biografo di Giovanni Paolo II, Gianfranco Svidercoschi.
Nel volume, l'attuale arcivescovo di Cracovia ricorda particolari della vita dell'uomo di cui e' stato per quasi 40 anni segretario e che il prossimo 27 aprile sara' canonizzato. Il racconto inizia con don Wojtyla docente di etica al seminario frequentato da Dziwisz. Ma gli episodi piu' ghiotti riguardano proprio l'elezione e l'inizio del Pontificato: don Stanislao rivela ad esempio il suo primo pensiero quando in piazza S. Pietro udi' la voce del protodiacono Felici pronunciare il nome del suo arcivescovo: "pensai maliziosamente - ammette - al primo segretario del Partito Comunista della Slesia che aspettava il rientro del cardinale Wojtyla dal Conclave per fare i conti con lui" in quanto era uscito dal Paese con un semplice visto turistico e senza chiedere le autorizzazioni allora prescritte. "Se avessi potuto - racconta oggi Dziwisz - avrei mandato al signor segretario un telegramma: 'Mi dispiace, ma la Provvidenza ha disposto diversamente...'". Dziwisz confida anche il nervosismo del cardinale Wojtyla nel viaggio verso Roma, quando gli apparve "pensieroso, assorto, chiuso": un atteggiamento spiegabile proprio col timore di essere eletto (infatti aveva ricevuto diversi voti al Conclave che un mese prima aveva eletto Luciani). Serafico, invece, il Papa polacco si mostro' davanti alle informazioni relative alla presenza di agenti collocati in Vaticano per spiarlo.
Giovanni Paolo II, racconta il cardinale Dziwisz, "sapeva delle azioni intraprese dalle autorita' e delle manovre dei servizi segreti" contro di lui. "Ma - assicura l'antico segretario - non aveva paura. La fedelta' alla verita', la consapevolezza di combattere per una causa giusta, la trasparenza della sua vita e della sua attivita', tutto questo lo rendeva tranquillo, sereno". Purtroppo i colpi di pistola di Ali' Agca, il 13 maggio 1981, segnarono poi l'inizio del suo Calvario: Stanislao, quel giorno, "tenendolo fra le braccia dopo l'attentato - rivela Svidercoschi - aveva perfino temuto che morisse".
Nel libro si intrecciano i ricordi dei momenti 'storici' vissuti da don Stanislao accanto al Papa, con quelli del suo profondo amore a Cristo, di attenzione alle persone, di preghiera. Al centro soprattutto la messa. "Si capiva bene - ricorda il porporato nel testo - che non era solo il momento centrale di ogni sua giornata... ma il bisogno piu' profondo della sua anima".
La collaborazione con Karol Wojtyla, confida Stanislao nel libro, ha rappresentato "la piu' lunga e importante esperienza della mia vita. E dunque, naturalmente, ne e' rimasta una grande nostalgia. Nostalgia di lui e nostalgia di quel periodo accanto a lui. Ma e' una nostalgia, per cosi' dire, costruttiva, e che mi e' stata di ispirazione nel servizio alla Chiesa. Una nostalgia - concluse - piena di gratitudine e di speranza". (AGI)
Papa: Ruini, Francesco grande evangelizzatore come Wojtyla
"Papa Francesco e' molto diverso per storia personale e cultura da Giovanni Paolo II, ma entrambi hanno una caratteristica fondamentale in comune: sono due grandi evangelizzatori, direi instancabili nel loro impegno per la diffusione del Vangelo". Lo ha affermato il cardinale Camillo Ruini, che di Papa Wojtyla fu tra i piu' stretti collaboratori come presidente della Cei e vicario di Roma.
"Entrambi - inoltre - hanno sentito fin dal primo momento con molta forza il loro radicamento nella diocesi di Roma, concependo l'essere Papa proprio come conseguenza dell'essere vescovi di Roma", ha aggiunto l'anziano porporato a margine della presentazione del libro-intervista "Ho vissuto con un santo", nel quale Gianfranco Svidercoschi, il principale biografo di Giovanni Paolo II, ha raccolto la testimonianza di Stanislao Dziwisz, lo storico segretario del Papa polacco, oggi suo successore come cardinale di Cracovia. Ruini ha parlato anche di "sogni" che Giovanni Paolo II coltivava e che non pote' realizzare, che sembra possano invece divenire realta' con Francesco. "A cominciare - ha detto il cardinale - dalla collegialita' episcopale voluta dal Concilio Vaticano II e che Giovanni Paolo II pote' solo cominciare ad abbozzare".
- "Sarebbe comunque un grosso abbaglio - ha spiegato Ruini - individuare nei limiti dell'azione di Giovanni Paolo II per la riforma interna della Chiesa, il segno di una scarsa incidenza concreta del suo Pontificato". Secondo Ruini, "in realta' il suo influsso e la sua eredita' sono stati e rimangono giganteschi: da lui, per Grazia del Signore e' nato il 'suo' popolo, il popolo che Giovanni Paolo II ha accompagnato verso una nuova esperienza di fede: il popolo delle Gmg e dei nuovi movimenti che ha saputo accogliere con gioia e aiutare a crescere" ma anche, "piu' in generale, il popolo di tutti quei credenti che hanno condiviso con lui il senso della fede e della missione della Chiesa, nella quale c'e' per tutti un grande spazio, dove possono trovare posto le caratteristiche di ciascuno". "Anzi, come e' diventato manifesto alla sua morte e ai suoi funerali, Karol Wojtyla - ha concluso il cardinale che insieme a Ratzinger gli fu piu' vicino - e' riuscito a trasmettere speranza e a offrire punti di riferimento interiori anche a moltissime persone non credenti, o che comunque hanno incominciato a interrogarsi su Dio". (AGI)
Wojtyla: Ptasznik, "mea culpa" perche' il bene si difende da solo
Davanti alla marea montante delle critiche e degli attacchi dall'interno della Chiesa per la sua iniziativa dei "mea culpa" pronunciati in occasione del Grande Giubileo del 2000, Giovanni Paolo II confido' ai suoi piu' stretti collaboratori (che riferivano delle "voci contrarie", mosse dalla convinzione di alcuni che sarebbe stato meglio parlare invece del bene compiuto dalla Chiesa nei secoli, a favore dei deboli ma anche sul piano della cultura e dell'arte) che la propria decisione di concentrarsi sui peccati compiuti dagli uomini della Chiesa era stata presa perche' "il bene si difende da solo". Lo ha rivelato l'attuale responsabile della sezione polacca della Segretria di Stato, monsignor Pawel Ptasznik, intervenuto alla presentazione del libro-intervista "Ho vissuto con un santo" scritto a 4 mani dallo storico segertario di Wojtyla, il cardinale di Cracovia Stanislao Dziwisz, e dal giornalista Gianfranco Svidercoschi.
Secondo monsignor Pawel Ptasznik, "la Santita' di Giovanni Paolo II, si esprime con l'invito pronunicato all'inizio del Pontificato: 'Non abbiate paura, aprite le porte a Cristo'". "Per lui - ha spiegato il sacerdote che ha collaborato alla stesura di discorsi e documenti di Wojtyla, che gli dettava i suoi testi - quell'esortazione aveva non solo aspetto un politico e sociale che tutti hanno colto, ma soprattutto un valore spirituale: il Papa chiedeva davvero di aprire i cuori a Gesu', di impegnarsi cioe' a risolvere i problemi alla luce della sua parola". Monsignor Ptasznik, ha raccontato anche dell'impressione da lui avuta guardando Papa Wojtyla mentre pregava. "La sua - ha spiegato - era una preghiera costante e vera. Anche durante i viaggi normalmente voleva rispettare ad esempio "l'ora santa" dedicata all'adorazione eucaristica, e cosi'la via crucis del venerdi' sera". "Le intenzioni concrete per le quali pregava - ha ricordato il collaboratore - erano spesso quelle inviate dalla gente, noi in Segretria di Stato - ha spiegato - facevamo una lista delle richieste. E allegavamo le lettere, che lui poteva consultare per capire bene le richieste di preghiera".
"Una volta che sono entrato in cappella - ha raccontato don pawel - ho trovato che il Papa aveva l'Osservatore Romano con le foto dei prelati di Curia: pregava per i suoi collaboratori e pregava dunque anche per me. Non astrattamente". Inoltre seguiva una sorta di geografia della preghiera: sull'Atlante guardava una parte concreta del mondo e della Chiesa e tutto il giorno pregava per questa gente. Questo, diceva, gli avrebbe permesso di conoscere davvero la Chiesa". Ptasznik ha rivelato anche che Papa Wojtyla si confessava regolarmente ogni due settimane, e che dettava a memoria le citazioni bibliche, quelle dei padri e i testi tratti dal Concilio. E infine che chiedeva il suo parere sulle cose che dettava: "all'inizio - ha concluso il sacerdote - mi sentivo in imbarazzo davanti a queste domande di un Papa a un giovan prete inesperto, poi ho capito che era una richiesta di aiuto sincera: non chiedeva per dire qualcosa". (AGI)
"Entrambi - inoltre - hanno sentito fin dal primo momento con molta forza il loro radicamento nella diocesi di Roma, concependo l'essere Papa proprio come conseguenza dell'essere vescovi di Roma", ha aggiunto l'anziano porporato a margine della presentazione del libro-intervista "Ho vissuto con un santo", nel quale Gianfranco Svidercoschi, il principale biografo di Giovanni Paolo II, ha raccolto la testimonianza di Stanislao Dziwisz, lo storico segretario del Papa polacco, oggi suo successore come cardinale di Cracovia. Ruini ha parlato anche di "sogni" che Giovanni Paolo II coltivava e che non pote' realizzare, che sembra possano invece divenire realta' con Francesco. "A cominciare - ha detto il cardinale - dalla collegialita' episcopale voluta dal Concilio Vaticano II e che Giovanni Paolo II pote' solo cominciare ad abbozzare".
- "Sarebbe comunque un grosso abbaglio - ha spiegato Ruini - individuare nei limiti dell'azione di Giovanni Paolo II per la riforma interna della Chiesa, il segno di una scarsa incidenza concreta del suo Pontificato". Secondo Ruini, "in realta' il suo influsso e la sua eredita' sono stati e rimangono giganteschi: da lui, per Grazia del Signore e' nato il 'suo' popolo, il popolo che Giovanni Paolo II ha accompagnato verso una nuova esperienza di fede: il popolo delle Gmg e dei nuovi movimenti che ha saputo accogliere con gioia e aiutare a crescere" ma anche, "piu' in generale, il popolo di tutti quei credenti che hanno condiviso con lui il senso della fede e della missione della Chiesa, nella quale c'e' per tutti un grande spazio, dove possono trovare posto le caratteristiche di ciascuno". "Anzi, come e' diventato manifesto alla sua morte e ai suoi funerali, Karol Wojtyla - ha concluso il cardinale che insieme a Ratzinger gli fu piu' vicino - e' riuscito a trasmettere speranza e a offrire punti di riferimento interiori anche a moltissime persone non credenti, o che comunque hanno incominciato a interrogarsi su Dio". (AGI)
Wojtyla: Ptasznik, "mea culpa" perche' il bene si difende da solo
Davanti alla marea montante delle critiche e degli attacchi dall'interno della Chiesa per la sua iniziativa dei "mea culpa" pronunciati in occasione del Grande Giubileo del 2000, Giovanni Paolo II confido' ai suoi piu' stretti collaboratori (che riferivano delle "voci contrarie", mosse dalla convinzione di alcuni che sarebbe stato meglio parlare invece del bene compiuto dalla Chiesa nei secoli, a favore dei deboli ma anche sul piano della cultura e dell'arte) che la propria decisione di concentrarsi sui peccati compiuti dagli uomini della Chiesa era stata presa perche' "il bene si difende da solo". Lo ha rivelato l'attuale responsabile della sezione polacca della Segretria di Stato, monsignor Pawel Ptasznik, intervenuto alla presentazione del libro-intervista "Ho vissuto con un santo" scritto a 4 mani dallo storico segertario di Wojtyla, il cardinale di Cracovia Stanislao Dziwisz, e dal giornalista Gianfranco Svidercoschi.
Secondo monsignor Pawel Ptasznik, "la Santita' di Giovanni Paolo II, si esprime con l'invito pronunicato all'inizio del Pontificato: 'Non abbiate paura, aprite le porte a Cristo'". "Per lui - ha spiegato il sacerdote che ha collaborato alla stesura di discorsi e documenti di Wojtyla, che gli dettava i suoi testi - quell'esortazione aveva non solo aspetto un politico e sociale che tutti hanno colto, ma soprattutto un valore spirituale: il Papa chiedeva davvero di aprire i cuori a Gesu', di impegnarsi cioe' a risolvere i problemi alla luce della sua parola". Monsignor Ptasznik, ha raccontato anche dell'impressione da lui avuta guardando Papa Wojtyla mentre pregava. "La sua - ha spiegato - era una preghiera costante e vera. Anche durante i viaggi normalmente voleva rispettare ad esempio "l'ora santa" dedicata all'adorazione eucaristica, e cosi'la via crucis del venerdi' sera". "Le intenzioni concrete per le quali pregava - ha ricordato il collaboratore - erano spesso quelle inviate dalla gente, noi in Segretria di Stato - ha spiegato - facevamo una lista delle richieste. E allegavamo le lettere, che lui poteva consultare per capire bene le richieste di preghiera".
"Una volta che sono entrato in cappella - ha raccontato don pawel - ho trovato che il Papa aveva l'Osservatore Romano con le foto dei prelati di Curia: pregava per i suoi collaboratori e pregava dunque anche per me. Non astrattamente". Inoltre seguiva una sorta di geografia della preghiera: sull'Atlante guardava una parte concreta del mondo e della Chiesa e tutto il giorno pregava per questa gente. Questo, diceva, gli avrebbe permesso di conoscere davvero la Chiesa". Ptasznik ha rivelato anche che Papa Wojtyla si confessava regolarmente ogni due settimane, e che dettava a memoria le citazioni bibliche, quelle dei padri e i testi tratti dal Concilio. E infine che chiedeva il suo parere sulle cose che dettava: "all'inizio - ha concluso il sacerdote - mi sentivo in imbarazzo davanti a queste domande di un Papa a un giovan prete inesperto, poi ho capito che era una richiesta di aiuto sincera: non chiedeva per dire qualcosa". (AGI)