GIOTTO, L'elemosina del mantello, 1290-95, affresco. Assisi, Basilica superiore di San Francesco
San Francesco e l’elemosina.
(Felice Accrocca) Alcuni recenti gesti di Papa Francesco hanno alimentato una riflessione sul senso dell’elemosina e sulla sua pratica nella vita della Chiesa. La questione, in realtà, è sempre stata viva, perché aspetto essenziale del più ampio problema relativo al rapporto del cristiano con la ricchezza e i beni temporali, temi sui quali Gesù ha insistito con forza. I Padri della Chiesa espressero la convinzione che Dio avesse destinato i beni della terra a tutti gli uomini, non solo ad alcuni; per questo, molti di loro ritennero che il superfluo dei pochi fosse stato in qualche modo sottratto alle necessità dei molti. Basilio il Grande l’affermava con chiarezza: «I beni che hai ricevuto per distribuirli a tutti, te li sei accaparrati. Chi spoglia un uomo dei suoi vestiti è chiamato predone, e chi non veste l’ignudo, potendolo fare, quale altro nome merita? All’affamato appartiene il pane che tu nascondi; dell’ignudo è il mantello che tu conservi nei tuoi armadi; dello scalzo i sandali che ammuffiscono presso di te; del povero il denaro che tu rinchiudi. Così tu commetti altrettanta ingiustizia quanti sono i poveri che avresti potuto aiutare» (Omelia VI, 7; da Povertà e ricchezza nel cristianesimo primitivo, a cura di Maria Grazia Mara, Roma 1980).
Tale insegnamento è stato tenuto ben presente al concilio Vaticano II. I padri conciliari, in un passo della Gaudium et spes, espressero infatti la convinzione che i beni creati debbono «secondo un equo criterio essere partecipati a tutti, avendo come guida la giustizia e compagna la carità. (…) L’uomo, usando di questi beni, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede, non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano giovare non unicamente a lui ma anche agli altri. (…) Questo ritenevano giusto i padri e dottori della Chiesa quando hanno insegnato che gli uomini hanno l’obbligo di aiutare i poveri, e non soltanto con il loro superfluo. Colui che si trova in estrema necessità, ha diritto di procurarsi il necessario dalle ricchezze altrui. Considerando il fatto del numero assai elevato di coloro che sono oppressi dalla fame, il sacro concilio richiama urgentemente tutti, sia singoli che autorità pubbliche, affinché — memori della sentenza dei padri: “Nutri colui che è moribondo per fame, perché se non l’hai nutrito, l’hai ucciso” — realmente mettano a disposizione e impieghino utilmente i propri beni, ciascuno secondo le proprie risorse, specialmente fornendo ai singoli e ai popoli i mezzi con cui essi possano provvedere a se stessi e svilupparsi» (n. 69).
L’elemosina, in tal modo, viene a qualificarsi come restituzione: restituzione ai poveri di quanto è stato loro indebitamente tolto. L’eredità della grande tradizione patristica risalta anche dai gesti e dall’insegnamento di Francesco d’Assisi. Nella Regola non bollata, egli chiese a quei frati ai quali le necessità imponevano di andare per l’elemosina, di non vergognarsene, ma di ricordare «piuttosto che il Signor nostro Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo onnipotente, rese la sua faccia come pietra durissima, né si vergognò. E fu povero e ospite, e visse di elemosine lui e la beata Vergine e i suoi discepoli. E quando gli uomini li facessero arrossire e non volessero dare loro l’elemosina, ne ringrazino Iddio, poiché per tali umiliazioni riceveranno grande onore presso il tribunale del Signore nostro Gesù Cristo. E sappiano che l’umiliazione è imputata non a coloro che la ricevono, ma a quelli che la fanno. E l’elemosina è l’eredità e la giustizia che è dovuta ai poveri; l’ha acquistata per noi il Signore nostro Gesù Cristo» (IX, 4-8).
L’elemosina, dunque, come giustizia dovuta ai poveri. Anche per l’Assisiate il superfluo veniva così a qualificarsi come un furto. L’idea ritorna in un detto a lui attribuito da frate Leone, il quale assicura che Francesco «ripeteva spesso ai frati queste parole: “Non sono stato mai un ladro. Voglio dire che delle elemosine, le quali sono l’eredità dei poveri, ho preso sempre meno di quanto mi bisognasse, allo scopo di non defraudare gli altri poveri della parte loro dovuta. Fare diversamente sarebbe rubare”» (Compilazione di Assisi, n. 15: Fonti Francescane, n. 1561).
È vero, certo, che molti dei brani cosiddetti “leonini” si caratterizzano per un forte contenuto polemico: in effetti, il loghion di Francesco sulle elemosine è un evidente richiamo contro il pericolo derivante dalla questua, allora divenuta — e già da tempo — il mezzo di sussistenza ordinario dei frati, grazie al quale era loro possibile ammassare riserve anche considerevoli, senza temere più la precarietà quotidiana. Esso, tuttavia, rivela una straordinaria consonanza, non solo contenutistica, ma persino terminologica, con quanto si afferma nella Regola non bollata.
Concetti simili, espressi anche con alcune consonanze verbali, sono stati attribuiti pure a Chiara di Assisi, come rivela quanto attestò al processo di canonizzazione Cristiana di Bernardo da Suppo. La testimone disse infatti che quando la santa, desiderosa di seguire le orme di Cristo, si apprestava a vendere la propria eredità, i suoi parenti «le vollero dare più prezzo che nessuno de li altri, e che essa non volle vendere a loro, ma vendette ad altri, ad ciò che li poveri non fussero defraudati. E tutto quello che recevette de la vendita de essa eredità, lo distribuì alli poveri». Ciò suor Cristiana asseriva di saperlo «perché lo vide et udì» (Fonti Francescane, n. 3104).
È dunque così lontano dal vero pensare che nel detto sopra riportato Leone possa aver riferito parole effettivamente pronunciate, almeno nella loro sostanza, da Francesco stesso? Tale convinzione, peraltro, appare confermata da una serie di episodi riferiti dalle fonti dei quali appare arduo dubitare.
Affermazioni forti, quindi, sia da parte dei Padri che dei santi dell’Età di mezzo, come dal recente magistero della Chiesa. Qualcuno le riterrà forse esagerate, nella convinzione che i santi, spesso, finiscono per mancare di buon senso. In realtà, siamo piuttosto noi, uomini comuni, pur credenti e praticanti, che con la scusa del buon senso rischiamo spesso di metterci il Vangelo sotto i piedi.
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