lunedì 18 novembre 2013

Quando Pepe diede buca a Bergoglio...



Su«Abc.es» del 17 novembre l’arcivescovo Rodríguez Carballo racconta il Papa. 

Stiamo assistendo a una primavera della Chiesa. (Juan Vicente Boo) José Rodríguez Carballo, Pepe, come lo chiamano i suoi vecchi amici, deve avere vari cuori, visto che ne ha uno a Gerusalemme, dove ha studiato per cinque anni e dove è stato ordinato sacerdote; un altro nella sua città natale, Lodoselo, dove si reca spesso; un altro ancora a Santiago de Compostela, dove è stato guardiano e rettore del convento di San Francesco, e nella cui cattedrale è stato ordinato vescovo, lo scorso mese di maggio, dal cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone.
Quando ha conosciuto Bergoglio?
È stato a Roma, nel 2004, quando ero ministro generale dei francescani e lui è venuto a farmi visita come presidente della Conferenza episcopale argentina. Abbiamo parlato di progetti a cui partecipava l’ordine. È stato un incontro molto familiare, fraterno e sereno. Ho notato la sua grande capacità di ascolto e di sintesi. In seguito ho visto che affronta le questioni con realismo e sa prendere decisioni. Lo aiutano una grande memoria e una grande sensibilità.

Quando l’ha incontrato per la prima volta come Papa?
Il 19 marzo, visto che mi ha invitato a concelebrare la messa di inaugurazione del suo pontificato, quando ero ancora generale dell’ordine dei frati minori. Gli ho chiesto se si ricordava di me. Mi ha interrotto e mi ha detto che si ricordava perfettamente. «Persino di un appuntamento al quale non sei venuto». Gli ho chiesto: «Santità, quale?». E lui mi ha risposto: «Durante la tua ultima visita a Buenos Aires eravamo rimasti d’accordo di prendere un caffè a casa mia, ma poi non sei potuto venire».
Avevate lavorato insieme prima?
Abbiamo vissuto molti momenti fraterni e familiari durante il sinodo dei vescovi, nel lavoro per gruppi linguistici. E ho anche avuto la gioia di partecipare, per nomina di Benedetto XVI, alla riunione del consiglio episcopale latinoamericano del 2007 ad Aparecida, dove il cardinale Bergoglio ha svolto un ruolo importantissimo come presidente della commissione che ha redatto il documento finale.
Questo documento è diventato un messaggio per il mondo?
Sebbene esamini soprattutto la situazione continentale dell’America latina, dove vive quasi la metà dei cattolici, il suo messaggio è per tutta la Chiesa. L’essere «discepoli missionari» è di un’attualità sorprendente. Il Papa ha esposto queste idee in diverse occasioni, insieme all’appello alla povertà evangelica. L’opzione per i poveri è nel Vangelo. Da lì la prende il Papa.
Lei è stata una delle poche persone invitate ad accompagnarlo ad Assisi il 4 ottobre. Che cosa l’ha colpita di più?
Prima di tutto, la sua resistenza fisica. Non avrei mai immaginato che potesse completare un programma di dodici ore tanto serrato. Alla fine gli ho chiesto se era stanco e lui mi ha detto: «Per la giornata di oggi no. I problemi iniziano domani». Mi ha anche colpito la sua capacità di concentrarsi in preghiera in ogni santuario, sebbene una visita papale sia circondata da molte cose esterne.
Il suo primo appuntamento di quella giornata è stato con persone affette da disabilità gravi... 
Mi ha colpito molto questo incontro con i malati. Tanti non potevano neppure parlare. Li ha salutati uno a uno, si è intrattenuto con ognuno di loro. Ci ha detto che doveva vedere e toccare le piaghe di Cristo in quei malati. Li ha abbracciati e baciati. I suoi gesti vengono dal cuore e ci rimandano a quelli di Gesù. Ad Assisi ho pensato molte volte: «È san Francesco che oggi abbraccia nuovamente i lebbrosi». E la sera c’è stato il grande incontro con i giovani... Quella giornata è stata un pellegrinaggio; il Papa non ha fatto tanti discorsi, ma mi ha colpito molto la chiarezza con cui ha parlato ai giovani invitandoli a uscire dalla cultura del provvisorio, del “qui e ora”. Ha proposto lo ro mete alte. Ha parlato loro del significato della verginità, dell’unità nel matrimonio, nella famiglia, della vocazione della vita consacrata e sacerdotale.
La verità è che è sembrato esigente.
Il Papa ci porta al Vangelo e il Vangelo non ammette sconti. Dobbiamo ascoltarlo attentamente per non limitarci semplicemente all’aspetto esteriore, alle parole belle che dice. Bisogna approfondire per giungere realmente al messaggio che vuole comunicarci.
Qual è questo messaggio?
Innanzitutto di concentrarci su Gesù. Credo che tutto il messaggio del Papa sia profondamente cristologico, e pertanto evangelico. Sottolineerei pure il fatto che vuole una Chiesa povera e più vicina ai poveri. Poi insiste anche molto sull’importanza della preghiera. Nella veglia di preghiera per la pace in Siria è rimasto lì inchiodato quattro ore a pregare con gli altri. Mi ha colpito la sua insistenza sul Dio-amore, il Dio del perdono, della misericordia. E ciò sta producendo molti frutti. La gente lo ascolta, riscopre l’importanza della riconciliazione con Dio e con gli altri. Non dice nulla di nuovo, perché sta tutto nel Vangelo, ma lo dice in modo nuovo e nel contesto di cui l’uomo di oggi ha bisogno: cioè che Dio non si stanca di perdonare perché è amore.
Sente la mancanza di Benedetto XVI
Quando ha rinunciato mi sono sentito quasi orfano, in quanto come ministro generale avevo un rapporto molto stretto con lui. Lo stimavo e lo stimo. Ha saputo affrontare problemi difficilissimi nella Chiesa con una linea molto evangelica e chiara. La mia stima è aumentata di fronte al suo gesto di rinuncia, che ha reso possibile il fenomeno, il miracolo, di un Papa come Francesco. Benedetto XVI è stato un grande Papa, e continua a essere grande nella sua vita nascosta. La sua grandezza verrà riconosciuta.
È stata la sua rinuncia il detonatore della riforma?
Credo che lo shock della rinuncia di Benedetto XVI ha fatto porre domande su quali erano i motivi, su cosa voleva dirci. Il suo gesto ha interrogato molta gente, nella Chiesa e al di fuori. È iniziato così questo movimento di rinnovamento tanto profondo, che non è rivoluzionario nel senso che distrugge tutto ciò che l’ha preceduto. No, no. È continuità, ma con uno stile nuovo e con un’energia nuova. Con un Papa che apporta la sua persona, la sua cultura, la sua formazione. Stiamo assistendo a una primavera della Chiesa, e ciò è motivo di grande gioia.
L'Osservatore Romano