Egitto, coraggio, tenerezza e tenacia delle donne copte
I racconti di Alessandra Buzzetti e Cristiana Caricato in “Tenacemente donne” . Storie ed esperienze al femminile nella Chiesa cristiana d'Egitto
ROBERTA LEONE
Shobra El Kheima, periferia nord del Cairo. Non porta un velo che le copra il capo e mostra, tatuata su un braccio, una croce: Mona è una cattolica copta. La sua storia e quella della sua amica più cara, Sohar, è quella di due donne che vivono sulle rive del Nilo. Donne cristiane come molte altre nel mondo: entrambe madri, entrambe povere e semianalfabete. Tra i rivoli di strada sterrata della capitale egiziana, in un quartiere di caseggiati sbiaditi e pascoli urbani, il loro passo a due è anche un pezzo di cammino ecumenico così come lo si vive oggi fra le chiese d’Oriente: Sohar è copta ortodossa.
Mona vive in un due stanze di una palazzina fatiscente, ha tre figli e un marito alcolista. Quando ha lasciato il suo villaggio dell’Alto Egitto per seguire Suleiman Said al Cairo, non immaginava che avrebbe trascorso la sua giovinezza in un misero scantinato, con un uomo ubriaco e violento accanto. Già una volta lo ha denunciato per percosse e da allora, per difendere da lui se stessa e i figli, ogni sera deve chiudere con un lucchetto la porta della camera in cui dorme con i bambini. Il marito di Sohar non c’è quasi mai. Torna a farsi vivo sporadicamente e la donna alleva i loro tre figli pressoché sola, in una società in cui essere donna e cristiana ha un costo sempre più alto.
Nell’Egitto della primavera araba, le violenze che hanno accompagnato la transizione dal regime di Hosni Mubarak all’elezione e destituzione di Mohamed Morsi hanno significato, per le minoranze religiose, la rarefazione della sicurezza sociale. A pochi chilometri dall’abitazione di Mona, nel quartiere di Khusus, quando alcuni bambini hanno imbrattato i muri di un istituto islamico la chiesa ortodossa, poco distante, è stata data alle fiamme. In cinque, quattro copti e un musulmano, sono rimasti uccisi. Per sopravvivere, cristiani cattolici, ortodossi e protestanti si aiutano a vicenda, si stringono tra loro. “Ecumenismo della sofferenza”, lo ha definito papa Francesco durante la visita in Vaticano di Tawadros II, papa dei copti ortodossi, il 10 maggio scorso.
Dopo la nascita del primo figlio, Sohar non ne avrebbe voluti altri. A diciassette anni si ritrovava per strada, sola con un bambino e in preda alla miseria. È la Caritas locale a ridarle speranza: iscrive la giovane madre all’anagrafe, le insegna a leggere e scrivere, le offre un lavoro.
La contabile di Caritas, Hanaa, è una cattolica copta, amica d’infanzia di Mona. Ai tempi della scuola, il vescovo Marcos Hakim aveva proposto ad Hanaa e ai giovani della sua diocesi un’esperienza con il movimento dei Focolari.
La ragazza era rimasta conquistata dal carisma dell’unità. La prospettiva di vivere in una piccola comunità mimetizzata nel mondo e lì portare Dio agli uomini la avvinceva. Così, pur fra le proteste dei genitori, dopo tre anni Hanaa era volata in Italia, a Loppiano, per prepararsi a vivere da consacrata nella sua terra natale. Tornata in Egitto, la ragazza ha preso a lavorare per Caritas, ed è lì che le strade sua e di Mona incrociano quella di Sohar.
Quando, come è avvenuto per i bambini di Mona, Hanaa propone a Sohar un’adozione a distanza dall’Italia per il suo primo figlio, la donna resta incredula all’idea che qualcuno, non conoscendola, sia disposto a prendersi cura della sua famiglia. Custodisce la gratuità di quel gesto e sceglie di riaccogliere da quel momento in poi un marito che, sapeva, non sarebbe stato presente più che in passato: da lui avrà altri due figli.
Oggi che il suo primogenito, Mina, ha sedici anni, Sohar rilegge la sua storia: «Dio mi ha ricompensata, proprio per la gioia che mi danno oggi i miei tre figli». Nei giorni della rivoluzione, di notte, Mina ha vegliato sulla sua casa per difenderla dagli squadroni di carcerati liberati nell’ultima fase del regime. All’Istituto Don Bosco del Cairo dove, su una parete, cristiani e musulmani hanno dipinto insieme la scritta Abbiamo il diritto di sognare, il ragazzo ha imparato la lingua italiana e vinto una borsa di studio. Con l’associazione Kozkazah, fondata da Hanaa e da altri amici focolarini, il figlio di Sohar oggi fa servizio volontario per i ragazzi di strada, suoi coetanei, tutti musulmani.
Le storie di queste donne, l’incrociarsi delle orme di Mona, di Sohar e dei loro figli, di Hanaa e dei ragazzi di Kozkazah nel difficile cammino dei cristiani d’Egitto, sono raccontati nel volume “Tenacemente donne”, recentemente pubblicato da Alessandra Buzzetti e Cristiana Caricato per le Edizioni Paoline.
Dodici ritratti di donne cristiane nella Chiesa, madri in una fraternità al centro di una favela haitiana, in case della provincia italiana o per le strade di una metropoli occidentale; storie di fede “ordinaria” e del tutto feriale vissute con fedeltà, ad ogni latitudine. Coraggio, tenerezza, tenacia: è un variopinto donarsi per amore il “genio femminile” che, a suo modo, si manifesta in ciascun capitolo e che – suggerisce nella prefazione la presidente dei Focolari, Maria Voce, – lascia trasparire in filigrana la maternità della vergine Maria.
Alla presentazione di “Tenacemente donne”, in calendario a Milano il prossimo 27 novembre al Centro San Fedele, ci sarà anche Hanaa Kayser. Dalle strade del Cairo porterà il cammino e le speranze di una Chiesa che, come Mona e Sohar, ha il volto di madre.