martedì 3 dicembre 2013

Papa Francesco: "Se ti chiamano 'Eccellenza' chiedi una tassa per i poveri"




(Luis Badilla) Com'è ben noto, lo scorso giovedì 28 novembre, l'Elemosiniere del Papa, l'arcivescovo Konrad Krajewski, ha incontrato un gruppo di giornalisti per illustrare alcune azioni che l'Elemosineria Apostolica porta avanti dal giorno della sua nomina, il 3 agosto scorso.  Su questo incontro si è fatto un gran parlare raccontando una "non-notizia", e cioè che il "Papa esce la notte per incontrare e offrire aiuto ai poveri e senzatetto di Roma". 
Anche se il fatto non è vero, e ha avuto una chiara smentita da p. Ciro Benedettini, vice direttore della Sala stampa vaticana, si è moltiplicato sul web a dismisura. La cosa più penosa è stata, alla fine, che molte altre cose importanti raccontate da don Corrado sono state oscurate. 
Vorrei richiamare l'attenzione su una in particolare. L'arcivescovo Krajewski ha raccontato: "Il Papa mi ha detto, 'quando qualcuno ti chiama eccellenza chiedi la tassa per i poveri: cinque euro!'" 
Per uno come me, non italiano, sin dal mio arrivo e anche dopo molti anni di residenza in Italia, l'uso - tipico del costume del Paese - di eccessivi titoli tipo "Eccellenza, Eminenza, Cavaliere, Dottore ... " è un qualcosa che lascia perplessi. Ed è una perplessità che condividono molti stranieri che vivono e lavorono in questo grande Paese. 
E' vero che si tratta di “formule” tipiche, e volute, da un certo modo di concepire la deferenza e il rispetto, ma è altrettanto vero che spesso sono diciture ossequiose che possono, in non pochi casi, scivolare verso il servilismo. Questa considerazione si riferisce soprattutto al linguaggio comune, quello di tutti i giorni, tra persone di pari dignità anche se con responsabilità e ruoli sociali diversi. Non ci riferiamo ovviamente alle formalità dei discorsi e degli incontri ufficiali. Pensiamo soprattutto alle parole usate nei rapporti umani spontanei e immediati, come per esempio nel linguaggio giornalistico. Lo diciamo anche perché ogni giorno troviamo notizie che per raccontare le prese di posizioni di un vescovo o di un cardinale ci offrono il solito "Sua Eccellenza” o “Sua Eminenza." 
Non è una cosa piccola o marginale, oppure formale. Non si tratta delle parole in se stesse. La questione riguarda una mentalità, un modello culturale desueto e ancorato a costumi del passato. Le parole del Papa, riferite dal suo Elemosiniere, possono essere inquadrate in quest'ottica: vale a dire un garbato invito a tenere conto anche del linguaggio, delle parole, al quale lui, da sempre, ha attribuito grande rilevanza "perché la parola comunica idee e riflette strutture del pensiero". 
A questo punto si può aggiungere un'ultima osservazione e riguarda il rapporto della stampa, in particolare quella che si occupa di notizie ecclesiali, religiose, e più specificamente vaticane. 
Ci domandiamo: quanto questa stampa ha capito la svolta che Papa Francesco sta dando alla Chiesa anche nelle sue comunicazioni, quindi nel suo modo di rivolgersi ai fedeli e ai non fedeli, per farsi capire, per cambiare anche la percezione cliché dei cattolici e della gerarchia? Ha capito, in particolare una certa stampa cattolica, che a nulla serve raccontare il Papa con stili clericali polverosi? Per quale motivo per illustrare il magistero del Papa si sente il bisogno di abusare a man bassa di aggettivi non necessari. La forza del magistero è nei concetti che esprime, propone e annuncia e non nel contorno di ossequiosità con il quale si presenta e divulga.
Il beato Giovanni Paolo II, parlando sulle comunicazioni della Chiesa, disse una volta ai membri della Pontifica Commissione per l'America Latina (CAL): la forza del messaggio che dobbiamo divulgare non risiede nel potere delle tecnologie bensì nell'annuncio di Gesù. Parafrasandolo si potrebbe dire: la forza del magistero del Papa nell'ambito delle comunicazioni sta nella sua chiarezza, essenzialità e semplicità e non negli artifici retorici del linguaggio mediatico. 
Va tenuta dovuta considerazione di ciò che Papa Francesco, parlando sul rapporto tra vita della Chiesa, eventi e annuncio, e massa-media, chiamò “ermeneutica”. “Siate certi che la Chiesa, da parte sua, -disse il Papa neoeletto rivolgendosi a migliaia di giornalisti - riserva una grande attenzione alla vostra preziosa opera; voi avete la capacità di raccogliere ed esprimere le attese e le esigenze del nostro tempo, di offrire gli elementi per una lettura della realtà. Il vostro lavoro necessita di studio, di sensibilità, di esperienza, come tante altre professioni, ma comporta una particolare attenzione nei confronti della verità, della bontà e della bellezza; e questo ci rende particolarmente vicini, perché la Chiesa esiste per comunicare proprio questo: la Verità, la Bontà e la Bellezza “in persona”. Dovrebbe apparire chiaramente che siamo chiamati tutti non a comunicare noi stessi, ma questa triade esistenziale che conformano verità, bontà e bellezza”. (Discorso, 16 marzo 2013
Usando le parole del Papa ci possiamo domandare: la stampa in generale, e quella cattolica in particolare (e quindi teoricamente più sensibile all’esortazione di Papa Francesco), quando “racconta” il Papa e la Chiesa è veramente capace di “raccogliere ed esprimere le attese e le esigenze del nostro tempo, di offrire gli elementi per una lettura della realtà”, senza mistificare e senza essere “più papista del papa”, tenendo in alta considerazione l’uso e il significato delle parole?