Nel discorso alla città per Sant'Ambrogio l'arcivescovo di Milano parla di Expo 2015: la fame, l'ecologia, la regolamentazione dei mercati finanziari
ANDREA TORNIELLI
«Solo il riferimento all’uomo» permette di non «cadere in opposti estremismi nella considerazione dell’ambiente», evitando sia la logica «predatoria» nello sfruttamento delle risorse, sia la «sacralizzazione» dell'ambiente stesso che finisce per considerare gli esseri umani una minaccia per l'ecologia. E la grande «tragedia della fame» nel mondo non si risolve con la «tecnocrazia», con le radicali ricette dei super-esperti, ma soltanto riscoprendosi famiglia umana.
Sono alcuni degli spunti presenti nell'articolato discorso alla città pronunciato - com'è ormai tradizione - dall'arcivescovo di Milano alla vigilia della festa di Sant'Ambrogio. Quest'anno il cardinale Angelo Scola ha incentrato il suo intervento sul tema dell'Expo 2015, «Nutrire il pianeta. Energia per la vita». Tutte parole che riconducono all’uomo. «Solo il riferimento all’uomo - spiega Scola - consente una riflessione che eviti di cadere in opposti estremismi nella considerazione dell’ambiente».
L'arcivescovo critica sia la «logica “predatoria” o di sfruttamento» nei confronti dell'ambiente, ancora diffusa; sia dall’altra parte, «quella che ne propugna una sorta di “sacralizzazione” che, alla fine, rivendica pari diritti per ogni forma di vita» considerando l'uomo stesso al pari di qualsiasi altro animale: una posizione quest'ultima, riscontrabile in certo ecologismo. Il superamento di queste due posizioni antitetiche in una nuova sintesi che parta dalla centralità dell'uomo, alla sua responsabilità di custode del creato affidatogli da Dio, «consente di pensare un rapporto con il pianeta responsabile e capace di cura», ma «domanda un deciso cambio di rotta in campo economico e tecnologico».
È quell'«ecologia dell'uomo» di cui ha parlato Benedetto XVI e della quale ora parla Francesco, ricordando l'importanza di «avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. È il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore».
Scola passa quindi in rassegna «alcune questioni ecologiche globali di grande attualità», a partire dalla «tragedia della fame, cui si lega il problema dell’alimentazione, dell’acqua e dell’aria, al degrado ambientale e alla questione energetica». Legandole alla gestione dei sistemi economico-finanziari e alla politica internazionale, per arrivare alla richiesta di «nuovi stili di vita del singolo e della comunità».
Il cardinale critica «il prevalere della tecnocrazia», l’affidarsi «soprattutto ad una classe dirigente di persone altamente specializzate» – nei vari settori della scienza, della tecnica e, più in generale, della vita economica e sociale, a livello nazionale e internazionale – che conduce spesso «a semplificare la realtà e costringe a soluzioni che, per funzionare, esigerebbero non solo decisioni politiche ad altissimo livello, ma la loro effettiva attuazione da parte di tutti gli Stati». Magari oscillando, in «letture tecno-scientifiche “estreme”», tra chi «minimizza i rischi e chi paventa catastrofi».
Trattando la «tragedia della fame», Scola, citando un memorandum FAO, ricorda come «siamo ancora in tempo per cambiare le cose, anche se la situazione è molto seria». La battaglia contro la fame può ancora essere vinta, ma per farlo occorre un rilancio del settore agricolo e rurale e un sostegno concreto ai due miliardi di piccoli agricoltori» della terra. Il cardinale ricorda che «la crescita economica è sì necessaria, ma non sufficiente a contrastare fame e malnutrizione», per eliminare le quali serve «un forte impegno in più direzioni per promuovere le opportunità dei poveri sia in senso materiale, sia per quanto attiene ai servizi sociali, ma anche alla qualità della direzione (governance) dei processi, al rispetto dei principi dello stato di diritto (rule of law) e della dignità umana, con particolare riferimento al ruolo della donna e della famiglia».
Insomma, ancora una volta è centrale il fattore uomo e l'uomo che si percepisce in relazione con gli altri. Per questo «le buone politiche perché ciascuno abbia accesso al pane quotidiano non possono limitarsi ad una distribuzione più equa ma anonima degli alimenti, slegata dal contesto comunitario in cui la persona bisognosa di aiuti alimentari vive». Non basta la distribuzione di aiuti alimentari, che può portare a disincentivare «la produzione ed è una causa non trascurabile dell’inurbamento delle popolazioni rurali». Le forme di aiuto più efficaci, nei Paesi dove si soffre la fame, «sono legate alla presenza reale sul territorio, all’ascolto dei bisogni, all’individuazione di modalità che emancipino l’“assistito” e lo rendano protagonista della sua autonoma capacità di sostenersi con la propria famiglia e la propria comunità di riferimento».
L'arcivescovo di Milano critica anche «l’asservimento alla logica finanziaria dei prezzi dei prodotti alimentari ed energetici», così dannoso per i più poveri, che è connesso «al più ampio tema della finanziarizzazione dell’intera economia, in un mondo dove il rapporto medio globale fra l’indebitamento e il capitale a disposizione è aumentato vertiginosamente». Questa «finanziarizzazione esasperata» rappresenta «la causa prossima, tecnica, della crisi finanziaria iniziata nel 2007 e dalla quale si stenta ad uscire. Tuttavia, la finanziarizzazione si è potuta sviluppare perché è stata tollerata o addirittura facilitata in un contesto culturale che favoriva una diffusa deregolamentazione delle operazioni finanziarie».
Infine, Scola accenna all'utile cerniera «tra il livello globale e quello personale e delle comunità intermedie» che è rappresentata da quelle politiche – normalmente regionali o nazionali – tese ad incidere sulle decisioni quotidiane. «È innegabile però che l’elemento determinante di tali decisioni dipende dalla persona, dai suoi valori di riferimento, dal suo stile di vita. Insomma, nutrire il pianeta, energia per la vita è essenzialmente una questione di educazione». Nessun cambiamento, neppure quello degli stili di vita, «si verifica solo sotto il ricatto della paura, neanche di quella della morte del pianeta».
L'unica ragione adeguata per proporre nuovi stili di vita sta nel fatto che questo «corrisponde all’esperienza comune a tutti gli uomini e a tutte le donne, cioè che è capace di soddisfare non solo i suoi bisogni, ma il suo desiderio costitutivo». Attuare nuovi stili di vita significa «perseguire simultaneamente la verità della propria persona, dei suoi rapporti primari, del bene comune a tutta la società civile». Infatti, «non si è uomini compiuti se si lavora per la sostenibilità, per il bilancio di giustizia, per le banche etiche, per il bilancio sociale delle imprese e dei comuni e non si protegge, nello stesso tempo, la vita più debole e più indifesa o non si promuovono i corpi intermedi – autentiche ricchezze della società civile – a cominciare dalla famiglia».
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Un nuovo umanesimo
è possibile
se ascoltiamo la vita
è possibile
se ascoltiamo la vita
L'arcivescovo di Milano dedica un'originale riflessione ai temi che saranno al centro di Expo 2015: "Ritorna la domanda antropologica, la domanda sull'uomo: chi è l'uomo, per cosa vive, a cosa tende, come vive i rapporti con gli altri. Per questo motivo, la formula coniata da Benedetto XVI di 'ecologia dell'uomo' come condizione per la vera ecologia del pianeta, a me sembra molto appropriata e chiede di essere approfondita"
Ilaria Nava
“In verità, nutre la vita solo ciò che la rallegra”: è la proposta di un nuovo umanesimo, attraente e in armonia con il pianeta, quella contenuta nel libro “Cosa nutre la vita?”, che l’arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, ha dedicato ai temi dell’Expo 2015 intitolato “Nutrire il pianeta. Energia per la vita”. Il volume è in uscita lunedì 9 per le Edizioni centro ambrosiano e in ebook nella collana ‘I corsivi’ del Corriere della Sera.
Eminenza, come mai quest’anno ha scelto di trattare alcuni dei temi contenuti nel volume anche nel discorso alla città pronunciato ieri?
“Il discorso ha inteso approfondire i termini chiave del titolo dell’Expo, che sono l’alimentazione, la vita, l’energia e il pianeta, cercando di coniugarli e di comporli in unità, in modo che si veda la sorgente che li ispira che, in ultima analisi, è la concezione dell’uomo e della vita comune. Nello stesso tempo, è stato un modo per interrogarci sulla grande importanza di questo avvenimento per Milano e per il suo futuro”.
Come deve essere, secondo lei, un rapporto con il pianeta davvero rispettoso della natura?
“È fuori dubbio che in passato abbiamo ampiamente corso il rischio di considerare il creato come una risorsa inesauribile, quasi come una miniera da cui cavare tutto, e la nascita dell’ecologia ci ha messo in guardia da tale rischio. Talune critiche al libro della Genesi, che starebbe alla base di questa concezione ‘dominatrice’ del pianeta, sono ingiustificate. Così come è ingiustificata, dall’altra parte, una sacralizzazione eccessiva del pianeta, come se l’uomo non abbia da sempre interferito con la sua cultura al fine di rendere la vita di tutti più degna e in armonia con il pianeta stesso. Quindi, dobbiamo affrontare il rapporto con il cosmo dentro una situazione di interscambio, di equilibrio tra tutti gli esseri viventi e con il cosmo stesso”.
Quali riduzionismi possiamo evitare per arrivare in profondità trattando la questione ecologica?
“Se con l’indubbia ricchezza di proposte che si possono prevedere, l’Expo si limitasse soltanto a fornire con tutti i mezzi oggi possibili dati tecnici su questi temi, mancherebbe il bersaglio perché è evidente che sotto l’analisi di questi aspetti, che interessano la vita di tutta l’umanità, alla fine ritorna la domanda antropologica, la domanda sull’uomo: chi è l’uomo, per cosa vive, a cosa tende, come vive i rapporti con gli altri. Per questo motivo, la formula coniata da Benedetto XVI di ‘ecologia dell’uomo’ come condizione per la vera ecologia del pianeta, a me sembra molto appropriata e chiede di essere approfondita in se stessa, e nel suo legame con i temi dell’Expo”.
Nel libro affronta anche alcune questioni piuttosto controverse, può darci qualche anticipazione?
“Le questioni scottanti sviluppate sono solo alcune: si incomincia con una notazione sulla tecnocrazia, mettendo in evidenza il rischio di una visione e di una gestione tecnocratica di un ordine mondiale e dei singoli Paesi; questa visione, senza voler ovviamente svalutare il peso degli esperti e dei competenti, rischia però di mettere ai margini il soggetto e i corpi intermedi. Un’altra questione che viene affrontata alla luce degli ultimi dati a nostra disposizione è il grande problema della fame. Ad essa connessi sono anche il problema della sovranità alimentare e delle piante geneticamente modificate, infine quello relativo all’applicazione sempre più radicale dei sistemi finanziari generali al mondo dell’agricoltura. Quest’ultima questione, oltre a portare con sé tutti gli inconvenienti della cosiddetta ‘finanziarizzazione’ dell’economia, si rivela ancora più gravosa nel momento in cui tratta il cibo come pura merce”.
In che modo l’Expo può incidere in termini di possibile, reale e duraturo miglioramento per la vita dell’uomo?
“Il grande cambiamento che è domandato dal tema dell’Expo, e comunque da un’autentica ecologia umana, non è soltanto a livello delle macro-strutture, ossia dei sistemi politici, finanziari e delle modalità di produzione degli alimenti, ma è realmente un tema molto esigente perché attende da miliardi di persone piccoli cambiamenti a proposito di migliaia e migliaia di comportamenti. Quindi, porta in sé un’urgenza educativa realmente imponente ma necessaria. Bisogna evitare che l’Expo sia soltanto l’occasione per riposizionare Milano con un brand rinnovato sulla scena del mondo. Bisogna che Milano prenda su di sé la sfida che tutta l’umanità di oggi si trova di fronte: nel passaggio al nuovo millennio vediamo la presenza di tanti frammenti positivi che abbiamo ereditato dalla modernità, ma manca un punto unificante, un punto di sintesi. È come se la nostra fosse una civiltà piena di buone schegge, ma che domanda unità. Questa può venire da un nuovo umanesimo, ossia da un tentativo di mettere in evidenza la bontà di un io che si concepisce in relazioni: in relazione con gli altri, in relazione equilibrata col cosmo e in relazione con l’Altro. Da qui fa discendere stili di vita, pratiche di vita buona mediante le quali valorizzare la persona e tutti i soggetti intermedi. Da questo punto di vista, Milano può offrire a tutto il mondo esempi significativi, perché nel suo Dna e nella sua storia ci sono molti elementi che possono consentire questa nuova prospettiva futura”.
Sir