Nella familiarità nata tra cattolici ed ebrei per far fronte alla persecuzione nazista in Italia
Proprio a proposito di Roma il lavoro recente di Andrea Riccardi ha messo in luce molti aspetti importanti di questa vicenda, dalle modalità con cui fu portata avanti l’opera di ricovero e salvataggio dei perseguitati, che erano tali da non poter essere il frutto soltanto di “iniziative dal basso” ma erano chiaramente coordinate oltre che consentite dai vertici della Chiesa, al fatto che essa non si limitava agli ebrei, più a rischio degli altri, ma si estendeva a tutti coloro che erano in pericolo (la mezza Roma che nascondeva l’altra mezza), al fatto evidente che i nazisti erano ben consapevoli di quello che succedeva nei conventi: la partita si giocava sul filo del rasoio e non riguardava solo la possibilità di dar rifugio agli ebrei, ma il rapporto tra Chiesa e nazisti, e cioè la possibilità che il regime nazista ponesse d’un colpo fine alla presenza di uno Stato neutrale, il Vaticano, nel cuore della Roma occupata. Si cancella così l’immagine proposta negli anni Sessanta di un Papa indifferente alla sorte degli ebrei o addirittura complice dei nazisti.
Antonio Berti, bozzetto per una statua mai realizzata di Pio XII (1961)
Vorrei mettere qui in rilievo che questa più recente immagine dell’aiuto prestato agli ebrei dalla Chiesa nasce non da posizioni ideologiche filocattoliche, ma soprattutto da ricerche puntuali sulla vita degli ebrei durante l’occupazione, dalla ricostruzione di storie di famiglie o di individui. Dal lavoro sul campo, insomma. Il rifugio nelle chiese e nei conventi emerge in continuazione dai racconti dei sopravvissuti, percorre come un filo rosso le testimonianze orali raccolte negli anni in Italia (come il corpo vastissimo delle testimonianze di ebrei italiani rese alla Shoah Foundation), si ritrova presente nella maggior parte delle memorie dei contemporanei. È raccontato come un dato di fatto, appartiene al campo delle evidenze, con tutte le diversità delle situazioni, dai conventi che chiedono una retta a quelli che accolgono gratis gli ebrei, che a loro volta danno una mano nel lavoro quotidiano come nel caso delle ragazze ebree che aiutano a fare scuola ai bambini nella scuola delle Maestre Pie Filippini a Roma Ostiense, raccontato da Rosa Di Veroli. È insomma un’immagine che è il frutto non del dibattito sul tema Chiesa e Shoah ma anche e soprattutto della ricerca volta ad illuminare la vita e il percorso degli ebrei sotto l’occupazione nazista.
La dibattuta quaestio storiografica su Pio XII e gli ebrei ha per molti decenni frenato la ricerca e spostato sul terreno ideologico ogni tentativo di fare chiarezza sui fatti storici. Penso che per fare storia del rapporto della Chiesa con gli ebrei nell’Italia occupata sia innanzi tutto necessario sgombrare il campo da questa questione. Cioè, la domanda principale non può essere quella del rapporto tra lo “spirito profetico” di un Papa e i compromessi diplomatici di un altro Papa, ma quella su quanto e fino a che punto e anche con quante opposizioni interne la Chiesa e il Papa fossero alla guida dell’opera di salvataggio degli ebrei italiani. Le due questioni sono distinte e vanno, io credo, tenute distinte.
L’indagine sulle modalità concrete dell’aiuto agli ebrei, sulla presenza degli ebrei nei conventi e nelle chiese, sulla vita degli ebrei dentro i rifugi ecclesiastici, comincia a mettere in luce un aspetto su cui, mi sembra, poco si è riflettuto finora, quello del cambiamento di mentalità che ne può essere derivato, un tema su cui qualche spunto si può trovare nel libro di Andrea Riccardi su Roma. Infatti, è vero che ebrei e cristiani avevano convissuto per secoli, tra le mura dei ghetti e nelle antiche giudecche, in Italia e particolarmente a Roma, ma questa convivenza aveva raramente coinvolto degli ecclesiastici. Ora, di necessità per l’urgenza della persecuzione, preti ed ebrei dividevano lo stesso cibo. Le donne ebree passeggiavano nei corridoi dei conventi di clausura, gli ebrei imparavano il Padre Nostro e si infilavano la tonaca come precauzione in caso di irruzioni tedesche e fasciste. Rosa Di Veroli, richiesta di pregare insieme con gli altri in chiesa, lo faceva ma recitando sottovoce lo Shemà. C’era un’effettiva speranza da parte cristiana di toccare il cuore indurito degli ebrei e spingerli al battesimo? E quegli ebrei che si battezzarono, lo fecero in seguito ad una vera richiesta o per il fascino di un mondo che non conoscevano e che offriva loro protezione? E ci viene in mente la Lia Levi di Una bambina e basta, attratta per un breve momento dal battesimo. Parliamo ovviamente dei casi di conversione nei conventi, non di quelle conversioni, vere o simulate che fossero, fatte nel 1938 nella speranza di evitare i rigori delle leggi razziste, quando il cardinal Schuster battezzava all’alba gli ebrei in Duomo e i giornali antisemiti più radicali, con Farinacci, vedevano in questi battesimi “il cavallo di Troia degli ebrei nella società ariana e cristiana“.
Tutto questo mette certamente in moto nelle due parti esitazioni e timori nei confronti di un rapporto tanto stretto e quotidiano. Nei sacerdoti e soprattutto nelle suore questi timori possono prendere la strada dell’impulso verso la conversione, inserendosi così su un filone più consolidato e tradizionale di rapporto. Così, la quotidianità e l’attenzione trovano giustificazione e conforto nella speranza di portare un ebreo al battesimo. Negli ebrei, invece, il timore direi atavico di essere spinti verso la conversione porta talvolta (emergono casi del genere nella documentazione orale) a non prendere nemmeno in considerazione l’idea di trovare rifugio in un’istituzione ecclesiastica. Ma può succedere che nulla di tutto questo si realizzi. Che dire, a Roma, della chiesa di San Benedetto al Gazometro, dove molti ebrei trovarono rifugio, e del suo parroco allora giovanissimo, don Giovanni Gregorini, che trovava il tempo di fare ogni giorno due chiacchiere con uno dei rifugiati ebrei, uomo di una certa età e molto religioso, parlando con lui delle rispettive religioni, e dei loro rapporti? Qui, dalle due parti, c’è rispetto reciproco e curiosità dell’altro.
Insomma, io credo che questa familiarità nuova e improvvisa, indotta senza preparazione dalle circostanze, in condizioni in cui una delle due parti era braccata e rischiava la vita ed era quindi bisognosa di maggior “carità cristiana”, non sia stata senza conseguenze sull’avvio e sulla recezione del dialogo. Un dialogo molto più tardo, certo, e avviato soprattutto a livello teorico (pensiamo a Jules Isaac e all’insegnamento del disprezzo), mentre questo ci appare come un dialogo dal basso, fatto di pasti consumati insieme e di discorsi senza pretese, anche per superare le ansie di un rapporto sconosciuto fino a quel momento. Così, le suore di un altro convento romano aggiungevano il lardo alla zuppa comune solo dopo averla distribuita alle ebree rifugiate da loro. Anche questa è una forma di dialogo dal basso, mi sembra.
Nel primo dopoguerra, nel momento in cui prevaleva la rimozione, questo processo dialogico è stato in parte bloccato, da una parte perché gli ebrei erano intenti a ricostruire il proprio mondo e la propria identità dopo la catastrofe, dall’altra perché i cattolici sembravano esser tornati sulle posizioni tradizionali in cui la speranza della conversione era più forte del rispetto. È forse questa chiusura dei primi anni dopo la Shoah ad impedire lo sviluppo di quel dialogo dal basso, alla pari di quello ai livelli più alti, come dimostra il fallimento dell’incontro di Jules Isaac con Pio XII. Comunque fosse, agli inizi degli anni Sessanta, con Il vicario di Hochhuth, su questo processo sarebbe stata proiettata l’ombra della leggenda nera di Pio XII, con il risultato di intralciare e opacizzare la memoria e il peso di quel primo percorso comune. Oggi è il momento giusto per riprendere a indagarlo.
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Skorka e gli archivi di Pio XII
Il rabbino torna a parlare dell'accesso ai documenti del pontificato di Pacelli, che Benedetto XVI aveva fatto studiare prima di chiudere il processo di beatificazione
ANDREA TORNIELLICITTÀ DEL VATICANO
Il tema dell'apertura agli studiosi dell'archivio vaticano contenente l'enorme mole di documenti relativi al pontificato di Pio XII è fonte di polemiche ormai da decenni. In un'intervista con il «Sunday Times» è tornato sulla questione anche il rabbino argentino Abraham Skorka, rettore del Seminario rabbinico di Buenos Aires e amico di Papa Francesco, con il quale ha dialogato a lungo confrontandosi su molti temi d'attualità. Skorka ha dichiarato: «Credo che aprirà gli archivi. La questione è molto delicata e dobbiamo continuare ad analizzarla». Sempre secondo quanto affermato dal rabbino, l'intenzione di Francesco sarebbe di procedere con l'apertura prima di proseguire nel processo di canonizzazione di Pio XII.
A Skorka ha risposto il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, ricordando che «l'orientamento all'apertura degli archivi vaticani, man mano, e dei diversi fondi riguardanti il pontificato di Pio XII ancora chiusi, è un orientamento seguito da decenni dalla Santa Sede e più volte ribadito». «L'apertura, che è in programma da anni - ha aggiunto Lombardi - richiede però tempi tecnici per il lavoro di ordinamento dei documenti, prima di permetterne la consultazione. Gli archivi, insomma, dovrebbero essere aperti una volta che, completato l'ordinamento, siano effettivamente consultabili».
Vale la pena ricordare che per volontà di Paolo VI - il quale da Sostituto della Segreteria di Stato aveva avuto modo di vivere accanto a Pacelli il dramma della guerra, e da Papa lo difese pubblicamente durante il pellegrinaggio in Terra Santa avvenuto cinquant'anni fa - una significativa e corposa selezione di documenti relativi a quel periodo è già stata resa disponibile agli studiosi e pubblicata in una serie di undici volumi (in dodici tomi): sono gli «Actes et Documents du Saint Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale» (abbreviato in ADSS). La selezione venne effettuata da un team di storici gesuiti, composto dai padri Pierre Blet, Angelo Martini, Burkhart Schneider e Robert A. Graham. I volumi, spesso ignorati dai polemisti, sono stati pubblicati dalla Libreria Editrice Vaticana tra il 1965 e il 1981.
La volontà di procedere con l'apertura degli archivi ha caratterizzato tutti gli ultimi pontefici. Nel giugno 2009, il Prefetto dell'Archivio Segreto, il vescovo Sergio Pagano, annunciava che sarebbero stati necessari ancora cinque o sei anni prima di rendere disponibili le carte del pontificato pacelliano: si tratta di circa 16 milioni di documenti che vanno dal 1939 al 1958. Prima di rendere accessibile agli studiosi questo archivio è necessario che tutto sia perfettamente catalogato secondo criteri scientifici. Questo richiede tempo e denaro. Non si deve poi dimenticare che, una volta aperti, gli archivi vengono molto spesso disertati dato che non sempre coloro che chiedono a gran voce la loro apertura sono poi disposti a dedicare il tempo necessario, e necessariamente lungo, alla consultazione delle carte.
Per quanto riguarda infine il processo di beatificazione di Pio XII, non va dimenticato che nel maggio 2007 i cardinali e vescovi della Congregazione delle cause dei santi si espressero a favore della proclamazione dell'eroicità delle virtù di Pacelli. Ma Benedetto XVI non promulgò subito il decreto, affidando un'inchiesta storica supplementare proprio sulle carte e sui documenti degli archivi vaticani. Un lavoro durato oltre due anni, le cui conclusioni sono state ancora una volta positive per la causa. Così, a sorpresa, nel dicembre 2009, Papa Ratzinger ha promulgato il decreto su Pacelli, concludendo il processo. Ciò che manca per l'eventuale beatificazione è il riconoscimento di un miracolo attribuito all'intercessione di Pio XII.
Nel luglio 2013, in occasione del settantesimo anniversario del bombardamento del quartiere romano di San Lorenzo, Papa Francesco ha citato il predecessore Pio XII in una lettera al cardinale vicario di Roma, ricordando che anche in quella occasione «si mostrò pastore premuroso che sta in mezzo al proprio gregge, specialmente nell’ora della prova, pronto a condividere le sofferenze della sua gente».
L'11 ottobre scorso, ricevendo in Vaticano una delegazione della comunità ebraica di Roma venuta per commemorare la deportazione degli ebrei del ghetto nel 1943, Francesco, oltre a lanciare un appello perché «l’antisemitismo sia bandito dal cuore e dalla vita di ogni uomo e di ogni donna», aveva ricordato l'azione di aiuto agli ebrei promossa da cristiani e da uomini di Chiesa con il beneplacito di Pio XII. E aveva rievocato come «nell’ora delle tenebre la comunità cristiana di questa città abbia saputo tendere la mano al fratello in difficoltà. Sappiamo come molti istituti religiosi, monasteri e le stesse basiliche papali, interpretando la volontà del Papa, abbiano aperto le loro porte per una fraterna accoglienza, e come tanti cristiani comuni abbiano offerto l’aiuto che potevano dare, piccolo o grande che fosse».
Gli studi in proposito procedono non senza difficoltà, perché raramente coloro che accoglievano i perseguitati tenevano una documentata contabilità delle loro azioni. Ciononostante, le ricerche della storica suor Grazia Loparco attestano che soltanto in Italia, in più di 100 città e in 102 paesi, 500 case religiose maschili e femminili hanno nascosto degli ebrei. Solo a Roma, i religiosi - a rischio della vita - hanno ospitato circa 4500 ebrei. Uno sforzo che non si spiega senza la tacita benedizione del Papa. Del resto, molti ebrei sono stati nascosti in istituti di clausura e solo un ordine speciale del Pontefice poteva permettere di violarla.
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Come agì la Santa Sede durante la Shoah? Il Papa riapre gli archivi vaticani
Il rabbino Skorka ha rivelato la volontà di Bergoglio di far luce sul comportamento della Chiesa e di Pio XII negli anni dell'Olocausto. Padre Lombardi: "Nessuna novità. Il Vaticano ci lavora da anni"
In attesa di conoscere gli esiti dell’inchiesta su Medjugorje della Commissione internazionale capitanata dal cardinale Runi, si apre uno spiraglio su un altro affaire vaticano rimasto in sospeso nel tempo: l’operato della Chiesa durante la tragedia della Shoa. È notizia recente, infatti, che Papa Francesco abbia deciso di aprire al più presto gli archivi segreti della Santa Sede relativi al periodo dell’Olocausto, in modo da chiarire come si comportò la Chiesa in quel periodo di di buio e, soprattutto, in che modo agì il pontefice allora regnante, Pio XII. Un tema, questo, al centro di una aspra diatriba tra critici e storici lunga decenni.
A riverare le intenzioni del Santo Padre è stato nei giorni scorsi il rabbino Abraham Skorka alla rivista Sunday Times. Il rettore del Seminario rabbinico di Buenos Aires, da tempo amico intimo di Bergoglio, dopo aver incontrato il Pontefice venerdì, ha affermato: “Credo che aprirà gli archivi, la questione è molto delicata e dobbiamo continuare ad analizzarla”.
Nonostante la dichiarazione del rabbino abbia catturato l’attenzione della stampa mondiale, in realtà non rivela nulla di nuovo, considerando che sono ormai più di sei anni che il Vaticano lavora per rendere disponibili tali carte. “Mi sembra che non ci sia nessuna particolare novità”, ha minimizzato infatti il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi: “L'orientamento all'apertura degli archivi vaticani, man mano, e dei diversi fondi riguardanti il pontificato di Pio XII ancora chiusi, è un orientamento seguito da decenni dalla Santa Sede e più volte ribadito”.
“L’apertura - ha tuttavia precisato Lombardi – richiede, però, tempi tecnici per il lavoro di ordinamento dei documenti, prima di permetterne la consultazione”. D’altronde si tratta ‘solo’ di circa sedici milioni di fogli, più di 15 mila buste, 2.500 fascicoli, provenienti da fonti diverse: Segreteria di Stato, Congregazioni della Curia romana e nunziature. “Gli archivi – conclude il portavoce vaticano - dovrebbero essere aperti una volta che, completato l'ordinamento, siano effettivamente consultabili”.
La decisione di Francesco sembra essere l’ennesimo segnale della volontà di ridare alla Chiesa un’immagine totalmente trasparente. Già da cardinale aveva espresso il desiderio di rischiarare le zone d’ombra di questa dolorosa vicenda. Nel libro del 2010 “Il cielo e la terra”, stilato a quattro mani proprio con il rabbino Skorka, l’arcivescovo di Buenos Aires scriveva infatti: “Quello che lei dice sugli archivi della Shoah mi sembra giustissimo. È giusto che si aprano gli archivi e si chiarisca tutto. Che si scopra se si sarebbe potuto fare qualcosa e fino a che punto. E se abbiamo sbagliato in qualcosa dovremo dire: ‘Abbiamo sbagliato in questo’. Non dobbiamo avere paura di farlo”.
“L’obiettivo – proseguiva Bergoglio - deve essere la verità. Se iniziamo a occultare la verità neghiamo la Bibbia. Bisogna conoscere la verità e aprire quegli archivi. Bisognerebbe leggere cosa c’è scritto... Capire se si trattò di un errore di visione o cosa accadde realmente. Non sono in possesso di dati concreti. Finora le argomentazioni che ho sentito a favore di Pio XII mi sono sembrate forti, ma devo ammettere che non sono stati esaminati tutti gli archivi”. L’allora porporato si riferiva naturalmente a quella parte degli archivi che – come diceva padre Lombardi – sono ancora in ‘disordine’ e che, proprio per questo, potrebbero generare ulteriore confusione. In ogni caso, secondo Bergoglio, la Chiesa, “non deve aver paura della verità, che è l’unico fine”.
Stando sempre alle dichiarazioni di Skorka, l’urgenza del Pontefice di riaprire il caso, è dovuta al fatto che il Papa vorrebbepubblicare i documenti riservate in modo da dare il via libera al processo di canonizzazione di Pacelli, evitando inutili polemiche circa la sua posizione negli anni della “soluzione finale” nazista. Come nel 2009, quando il riconoscimento delle “virtù eroiche” di Pio XII fu una ‘miccia che fece esplodere dure critiche sulla sua inadempienza e sul suo “silenzio” durante la Shoah. Addirittura, lo Yad Vashem (il museo dell’Olocausto a Gerusalemme) giudicò “deplorevole” che venissero riconosciute tali “virtù” prima della pubblicazione di “tutti i documenti”.
Ma la discussione va avanti da anni e anni: da un lato, c’è chi accusa Pio XII di aver fatto poco e nulla per contrastare la Germania nazista e il suo piano di annientamento della popolazione ebraica, e di non aver impedito la deportazione degli ebrei romani, il 16 ottobre 1943. Dall’altro lato, c’è chi difende a spada tratta il Pontefice – non si può non citare a riguardo il lavoro decennale svolto da suor Margherita Marchione - e ricorda come, su indicazione del Vaticano, chiese e conventi salvarono migliaia di vite, nascondendo e assistendo nelle loro strutture donne, uomini, famiglie, anziani e bambini ebrei sfuggiti al Terzo Reich.
L’esame finale voluto da Francesco probabilmente decreterà quale delle due fazioni abbia ragione. Secondo studiosi e insiders vaticani non si aggiungerà molto alla già ampia “sintesi” pubblicata in dodici volumi nel 1965, dal titolo Actes et documents du Saint Siège relatifs à la Seconde guerre mondiale. Intanto tutto ciò dovrebbe accadere prima del viaggio papale in Terra Santa, in programma dal 24 al 26 maggio, durante il quale Bergoglio visiterà proprio lo Yad Vashem. Si spera quindi che avrà ‘le carte in regola’ per pronunciare una parola di rammarico o di plauso per l’azione dello Santa Sede in quegli anni di nefandezze.
S. Cernuzio (Zenit)