giovedì 22 maggio 2014

Aspettando Papa Francesco...




Popoli
Papa Francesco si recherà in Terra Santa dal 24 al 26 maggio. Il programma della visita prevede tappe ad Amman (Giordania), Betlemme (Autorità nazionale palestinese) e Gerusalemme (Israele). Nel corso del viaggio il Pontefice incontrerà nuovamente Bartolomeo I, il patriarca ecumenico di Costantinopoli (si erano già incontrati nella Santa Sede pochi giorni dopo l’elezione di papa Bergoglio). La visita assumerà così una forte valenza ecumenica, cinquant’anni dopo lo storico abbraccio di Paolo VI con Atenagora, l’allora Patriarca di Costantinopoli. In occasione di questa visita, Popoli.info ha raccolto in questo Speciale alcuni degli articoli sulla Terra Santa publlicati dalla rivista negli ultimi anni. (...)

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Quando al Muro del Pianto Wojtyla chiese perdono


Il pellegrinaggio di san Giovanni Paolo II in Terra Santa nel marzo del 2000: un viaggio difficile, non privo di polemiche. Ma fu una svolta nel rapporto con gli ebrei

MARCO TOSATTIROMA
A distanza di quasi quattordici anni i ricordi del viaggio di Giovanni Paolo II in Terra Santa si sono addolciti, rivestiti da un’aura soffusa di benevolenza. Ma in realtà fu un viaggio difficile, tempestoso, pieno di spigoli  e polemiche. Sei anni prima la Santa Sede aveva iniziato a stabilire rapporti diplomatici con lo Stato di Israele; una decisione certamente sofferta, e coraggiosa, che poteva porre in difficoltà molti cristiani nel mondo arabo. Giovanni Paolo II era stato l’artefice di quella svolta diplomatica, che ancora – a vent’anni di distanza! – attende la completa realizzazione, con una trattativa infinita, per quanto riguarda lo status della Chiesa in Israele. Ma a dispetto di quella volontà così precisa, e del fatto che probabilmente San Wojtyla è il pontefice romano più amato in ambiente ebraico, il primo impatto non fu di cordialità. Chi era presente ricorda che Giovanni Paolo giunse sotto una pioggia rada e nel vento all’aeroporto di Tel Aviv, accolto non solo dal Presidente dello Stato di Israele, Ezer Weizman, ma anche dal premier, Ehud Barak. Una cerimonia molto formale, scandita da secchi comandi militari urlati per altoparlante. L’impressione fu di molta cortesia, poco calore, avvalorata dal tono dei discorsi. “Molte generazioni si sono avvicendate dall’inizio della storia del mio popolo – disse il presidente - ma ai miei occhi è come se fossero trascorsi pochi giorni. Solo 200 generazioni sono trascorse da quando un uomo di nome Abramo lasciò la sua patria per dirigersi verso la terra che oggi è il mio paese. Solo 150 generazioni separano la colonna di fuoco salvifico dell’uscita dall’Egitto dalle colonne del fumo annientatore della Shoah. Oggi non siamo più ebrei esiliati e erranti”.


Poche furono le parole che si potevano interpretare come un benvenuto: “Apprezziamo il contributo di Sua Santità alla condanna dell’antisemitismo come ‘peccato contro il cielo e l’umanità’, e la sua richiesta di perdono per le azioni contro il popolo ebraico perpetrate in passato dalla Chiesa”.  L’accento fu posto subito sul “contenzioso” esistente fra la Santa Sede e lo Stato di Israele, Gerusalemme in particolare per cui il Vaticano suggeriva in base alle risoluzioni dell’ONU, uno “status” garantito internazionalmente. “Gerusalemme è il cuore del popolo d’Israele di tutte le generazioni - disse Weizman - la fonte della nostra forza spirituale. Gerusalemme è la città dell’eternità, la città riunificata, la città dei giudici d’Israele, dei re d’Israele e dei profeti d’Israele, capitale e vanto dello Stato d’Israele”. 


Il Papa ricordò “Quanto sia urgente la necessità di pace e di giustizia, non solo per Israele, ma anche per tutta la regione”. “Giustizia per tutti”, ha ripetuto perché cristiani ed ebrei, “devono compiere sforzi coraggiosi per rimuovere tutte le forme di pregiudizio”. All’aeroporto non c’era, fra gli altri capi religiosi, il Gran Muftì di Gerusalemme, (per ragioni politiche, verso il governo israeliano) né i due rabbini capo di Israele, quello sefardita e quello ashkenazita. Motivazione ufficiale: ieri era Purim, una festa che ha analogie con il nostro carnevale. A Gerusalemme un solitario striscione dava il benvenuto: «Gerusalemme accoglie il suo Santo Padre». Un clima ben diverso dalla messa del giorno precedente ad Amman, dove la folla ha rotto i cordoni di sicurezza pur di avvicinarsi al Papa.


E certamente sembra che siano passati ben più di quattordici anni se il ricordo va all’incontro con il presidente dell’Autorità Palestinese, Arafat, che ricevette il Papa come se la Palestina fosse già uno Stato. Giovanni Paolo II ha baciato, come all’arrivo a Tel Aviv, una ciotola di terra. E ha ricordato che “La Santa Sede ha sempre riconosciuto che il popolo palestinese ha il diritto naturale ad avere una patria, e il diritto a poter vivere in pace e tranquillità con gli altri popoli di quest’area”. Ribadendo il concetto: non si può “porre fine al conflitto in Terra Santa senza salde garanzie per tutti i popoli coinvolti, sulla base della legge internazionale e delle importanti risoluzioni e dichiarazioni delle Nazioni Unite”.   Sembrava che molto fosse a portata di mano: e invece. “Noi siamo alla vigilia della Resurrezione”, disse Arafat.  Alla messa celebrata a Betlemme Arafat, musulmano, era in prima fila con la moglie Suha cristiana. “Betlemme è al centro del mio pellegrinaggio giubilare disse papa Wojtyla -. I sentieri che ho seguito mi hanno condotto a questo luogo e al mistero che esso proclama. Questo è un luogo che ha conosciuto il giogo e il bastone dell’oppressione. Quante volte si è udito in queste strade il grido degli innocenti”. Durante la messa invece tacque la voce del mu’azin. “Un segno della cooperazione fra religioni”, commentò Michel Sabbah, patriarca latino di Gerusalemme.

Un viaggio storico; ma non privo di polemiche, frutto di una lettura storica, in particolare su Pio XII, che probabilmente adesso – anche grazie al lavoro compiuto da istituzioni guidate da ebrei americani – trova molte minori condivisioni di una volta. Il giorno in cui papa Wojtyla entrò a Yad Vashem, il memoriale della Shoah, sul “Jerusalem Post” è apparsa - a pagamento - una pagina intera critica verso Giovanni Paolo II e Pio XII; il rabbino Meir Lau, che ha avuto parole di elogio per il Papa “un ponte per la comprensione e la speranza”, ha lamentato che il Papa non abbia chiesto scusa “per la Chiesa in quanto tale, che spesso ha attizzato l’odio contro gli ebrei”, e ha auspicato che non siano beatificate “persone che hanno taciuto mentre il sangue ebraico veniva versato”.  “Costruiamo un futuro nuovo nel quale non vi siano più sentimenti antiebraici fra i cristiani o sentimenti anticristiani fra gli ebrei” chiese Giovanni Paolo II; e gli rispose il premier Ehud Barak, accettando la mano tesa. Ha ricordato che fra i “gentili” molti cattolici hanno “rischiato la vita per salvare le vite degli altri”. Ha elogiato il Papa: “Lei ha fatto più di chiunque altro per compiere la storica modifica di atteggiamento della Chiesa verso gli ebrei...lei ha inalberato al punto più alto la bandiera della fratellanza chiedendo perdono per i torti commessi da membri della sua fede contro gli ebrei. Apprezziamo profondissimamente questo atto nobile. Naturalmente non è possibile superare da un giorno all’altro tutti i dolori del passato”.


Da Yad Vashem, si può forse dire, è cominciata la svolta che ha portato – con la visita al Muro del Pianto – Giovanni Paolo II a godere di una popolarità senza precedenti nel mondo ebraico. Neanche a lui però è riuscito il miracolo di un incontro interreligioso nella città della Pace, ma che da sempre conosce più lacerazioni di qualunque altra. Il Gran Muftì non si è presentato, accusando i rabbini di avallare l’occupazione israeliana; e ha parlato al suo posto Tasiir al Tamimii, Responsabile della Giustizia per i palestinesi. Il rabbino Meir Lau ha ringraziato il Pontefice per aver riconosciuto “Gerusalemme come capitale eterna e indivisibile dello Stato di Israele”. Qualcuno fra gli astanti ha protestato, ma è stato zittito. Ma Tamimii ha cambiato l’intervento previsto. Ha dato il benvenuto “al grande ospite, il Papa, a nome del popolo palestinese e in terra palestinese”; ha gridato contro “l’oppressione”; fra gli applausi degli arabi presenti ha definito Al Quds (La Santa, il nome musulmano di Gerusalemme, N.D.R) parte della nazione islamica, capitale eterna dello stato palestinese guidato da Yasir Arafat”; ha ricordato che «la giustizia è un dovere verso gli amici e i nemici». Ha invitato cristiani e musulmani a cooperare; ma quando si è trattato di annaffiare un olivo in segno di pace, se ne è andato.


Giovanni Paolo II celebrò una messa al Cenacolo; e allora c’era la speranza che quei locali potessero tornare di proprietà dei francescani. Fallace, come molte altre legate a quella terra e quel Paese. Era dal 1583 che non vi si celebrava la messa. Giovanni Paolo II era molto emozionato. E poi Korazym, il monte delle Beatitudini, e Nazareth; un pellegrinaggio sempre punteggiato qua e là da dichiarazioni polemiche relative alla Shoah, al fatto che papa Wojtyla non chiese scusa per la Shoah, a Pio XII…E per la prevedibile violazione del riposo sabbatico di quanti accompagnano il Papa in Galilea. E infine, si è giunti al gran giorno.



Il pellegrinaggio del Papa si è concluso, come non poteva non essere, nella città che porta impressa nelle pietre la sua santità, benedizione e condanna allo stesso tempo. E si è concluso davanti alle pietre. Alla pietra della Moschea della Roccia, che il Papa non ha potuto vedere, la Roccia su cui Abramo stava per sacrificare Isacco, e da cui, nel giorno del Giudizio, suoneranno le trombe, secondo l’islam; alla pietra del Muro del Pianto, dove Giovanni Paolo II ha lasciato una richiesta di perdono; e alle pietre del Santo Sepolcro: il masso dove fu piantata la croce, la lastra dell’unzione su cui fu deposto il corpo di Gesù, e la tomba. Il Pontefice si è inginocchiato alla Pietra dell’Unzione; ma ha soprattutto forzato il suo povero corpo stanco e malato a piegarsi, per entrare nel cubicolo che protegge da secoli il Sepolcro, e poggiare due volte le labbra sulla pietra “della tomba vuota, testimone silenziosa dell’evento centrale della storia umana - ha detto -. Con la Chiesa in ogni tempo e in ogni luogo, anche noi rendiamo testimonianza”.


Il cuore del pellegrinaggio giubilare del Papa è raggiunto, il suo desiderio compiuto. A Gerusalemme splendeva il sole, dopo una settimana di vento, freddo e pioggia. Il Pontefice ha iniziato il suo giro nella Città Vecchia, alla Porta di Giaffa, e subito si è recato al Patriarcato armeno, dove il patriarca Manoukian gli ha mostrato gli oggetti religiosi salvati durante il Genocidio del 1915, il primo del secolo, e che per motivi di  “realpolitik” nei confronti della Turchia il governo di Israele non riconosce. Per l’occasione i muri del quartiere erano tappezzati di manifesti che ricordavano i massacri, ancora oggi negati dagli eredi dei responsabili. Poi è salito alla spianata delle moschee; e proprio in quel momento si è levata in volo, sopra la cupola della Roccia scintillante nel sole una grande bandiera palestinese, portata da un grappolo di palloncini. La spianata delle Moschee è a un tiro di pietra dal Muro Occidentale, ma il giro del Papa, in una grossa vettura chiusa, è stato più lungo. Lo spazio davanti al muro era stato diviso in tre parti: una per le donne, una centrale per gli uomini, e una terza per il Papa. Il rabbino del luogo, Michael Melchior, che è anche Ministro per la Diaspora, lo ha ricevuto ricordandogli l’Inquisizione e la Shoah, e in un tono di voce altissimo,  ha parlato di pace. “Siamo tornati alla nostra eterna terra e capitale. Diamo il benvenuto qui alla vostra visita come a un impegno da parte della Chiesa cattolica a terminare gli anni di odio, umiliazione e persecuzione del popolo ebreo. In nome del governo di Israele e del popolo ebraico siamo qui oggi a gridare con la più forte e la più chiara delle voci. Mai più! Mai più possiamo pervertire i sublimi valori della religione per giustificare la guerra! Mai più dobbiamo invocare il nome di Dio mentre colpiamo le creature del Signore create a sua immagine! Diciamo mai più, perché questo giorno comincia una nuova era”.


Mentre un ragazzo del “Kach”, il movimento iper-ortodosso, riccioli e cappello nero gridava: “Il Monte del Tempio è nostro”, e veniva portato via di peso dagli agenti, il Papa si avvicinava al Muro del Pianto, e leggeva sottovoce un foglio, per poi appoggiarlo fra le pietre, come fanno i fedeli ebrei. “Dio dei nostri padri - questa era la preghiera -, tu che hai scelto Abramo per portare il tuo nome fra le Nazioni, siamo profondamente rattristati da coloro che nel corso della storia hanno provocato sofferenze a questi tuoi figli, e chiedendoti perdono vogliamo impegnarci in una genuina fratellanza verso il popolo dell’Alleanza”. Poi, infine, il Santo Sepolcro. Una visita alla Tomba insieme ai patriarchi, che papa Wojtyla ha voluto replicare da soli, nel pomeriggio. Un fuoriprogramma sbocciato dal cuore e dalla fede di Karol Wojtyla.

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Il viaggio di Paolo VI. Fatto singolare e spirituale

(Leonardo Sapienza)
«Dopo lunga riflessione... sembra doversi studiare positivamente e come possibile una visita del Papa ai Luoghi Santi nella Palestina». In un appunto autografo del 21 gennaio 1963 Paolo VI segna la decisione di porre in atto l’ardita idea fiorita già nei primi giorni di pontificato e maturata nella preghiera e nella riflessione, di visitare la Terra Santa. Un pellegrinaggio dal 4 al 6 gennaio 1964 che stupì tutti, e commosse per l’esempio di umiltà, semplicità e carità di Papa Montini. Ancora oggi provocano emozione le immagini del Papa che procede solo tra la folla, senza protezione e senza onori. Sarà così grande l’amore di Paolo VI per i luoghi santi, e il ricordo di quel primo viaggio, da farne memoria anche nel Testamento: «Alla Terra Santa, alla Terra di Gesù, dove fui pellegrino di fede e di pace, uno speciale benedicente saluto».
Nel marzo del 2000 Giovanni Paolo II compirà il suo novantunesimo viaggio internazionale in Terra Santa. Anche Benedetto XVI nel maggio del 2009 tornerà nei luoghi santi. E a cinquant’anni esatti dal viaggio di Paolo VI, Papa Francesco si reca in Terra Santa con il proposito di «commemorare lo storico incontro tra il Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora».
Il viaggio di Paolo VI rimarrà nella storia, perché il Successore di Pietro tornava per la prima volta alle origini, alle radici della fede e della Chiesa. Così ne parlava Paolo VI: «Esso è stato come un colpo d’aratro, che ha smosso un terreno ormai indurito e inerte, e ha sollevato la coscienza di pensieri e di disegni divini che erano stati sepolti, ma non spenti, da una secolare esperienza storica, che ora sembra aprirsi a voci profetiche». Consapevole dell’importanza e del profondo significato del pellegrinaggio, Paolo VI lo volle preparare anche con una giornata di ritiro spirituale, predicato da Padre Giulio Bevilacqua, al quale furono invitati tutti i membri del Seguito papale.
Paolo VI manifestava la precisione teologica perfino nei gesti; convinto che è meglio insegnare con l’esempio prima ancora che con le parole. Per il Pontefice il viaggio si concentra su Cristo; vuole essere un ritorno alle fonti e un messaggio per tutta la Chiesa e soprattutto per il Concilio, perché le riforme che esso avvierà dovranno andare nel senso di centrare l’attenzione della Chiesa su Cristo.
E la visione del Papa in preghiera nei vari luoghi visitati è stato uno spettacolo commovente ed un insegnamento sublime per tutti. Ha pregato sempre: al fiume Giordano, a Betania, lungo la Via dolorosa, al Sepolcro, al Calvario, al Getsemani, nella grotta di Nazareth, a Tabga, a Cafarnao, sul monte delle Beatitudini, sul Tabor, al Cenacolo, alla Dormizione, nella grotta di Betlem. Egli ha espresso la sua personale devozione nel modo più semplice, baciando la pietra del Santo Sepolcro, la roccia del Getsemani, la roccia del Primato, segnandosi con l’acqua del lago di Genezaret.
Nel breve tempo trascorso in Terra Santa si è visto unicamente preoccupato di onorare, nei luoghi dove si sono svolti, i misteri principali della salvezza: l’Incarnazione e la Redenzione. Ha onorato questi misteri anche in modo sensibile, secondo il suo stile raffinato, lasciando doni preziosi e ricchi di significato. Anche in questo Paolo VI mostra la sua concretezza, la semplicità e spontaneità della sua spiritualità.
Fra i tanti “segni” voluti dal Papa è da sottolineare il desiderio di indossare, durante la visita ai Luoghi Santi, la croce pettorale detta di San Gregorio Magno, custodita nel tesoro del Duomo di Monza, contenente un frammento della Croce di Cristo.
E, ancora, dopo il rientro a Roma, Paolo VI pubblicò l’esortazione apostolica E peregrinatione reversi, nella quale, oltre a ricordare le profonde emozioni provate nel visitare i Luoghi Santi, invitava la Chiesa — sull’onda dell’entusiasmo suscitato dall’abbraccio con il Patriarca ecumenico — a moltiplicare le preghiere per l’unità dei cristiani.
Un acuto osservatore scrisse: «Paolo VI, nel suo pellegrinaggio ai luoghi santi, è andato personalmente incontro ai fratelli separati. E andato a cercarli».
È interessante riascoltare la riflessione che faceva Paolo VI, parlando alla Curia romana il 24 dicembre 1963: «Che cos’è questo viaggio? È un’escursione turistica? Un espediente politico? Un’evasione dai doveri, che qui ci vogliono e ci legano? No. (...) Noi speriamo di incontrare il Signore nel nostro viaggio (...). Un pellegrinaggio di preghiera e di penitenza, per una partecipazione più intima e vitale ai Misteri della Redenzione».
Aveva pensato il pellegrinaggio con «lo scopo di rendere onore a Gesù Cristo», e così lo effettuò. La sua fu una partecipazione intensa e commossa in tutti i momenti, nei vari luoghi, con tutte le persone incontrate.
Grande fu la sua emozione nel celebrare la Santa Messa nella Basilica del Santo Sepolcro. Lo confessò lui stesso: «Vi dirò che il momento in cui mi sono sentito soffocare dalla commozione e dal pianto è stato quello della Santa Messa sul Santo Sepolcro, nel proferire le parole della consacrazione e nell’adorare la presenza sacramentale di Cristo là dove Cristo consumò il suo sacrificio».
I discorsi pronunciati in quei giorni rispecchiano la sua profonda spiritualità, la sua fede, la sua poesia. Tanto che una parte del discorso a Nazareth il 5 gennaio 1964 ha meritato di essere inserita nella Liturgia delle Ore, nella festa della Santa Famiglia.
A cinquanta anni dallo storico viaggio, è utile riascoltare le profetiche parole di Paolo VI.
Rientrato a Roma, Paolo VI viene accolto dal calore e dall’entusiasmo dei romani. A loro confida: «Il mio viaggio non è stato soltanto un fatto singolare e spirituale: è diventato un avvenimento, che può avere una grande importanza storica. È un anello che si collega ad una tradizione secolare; è forse un inizio di nuovi eventi che possono essere grandi e benefici per la Chiesa e per l’umanità».
Da quel lontano gennaio 1964 siamo stati tutti testimoni di eventi grandi e stupendi, suscitati dalla lungimiranza profetica di Paolo VI.
L'Osservatore Romano

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Teofilo III: «L’incontro tra Paolo VI e Atenagora aprì il dialogo tra cattolici e ortodossi»

A pochi giorni dall'incontro del Papa con Bartolomeo il patriarca greco ortodosso di Gerusalemme racconta il percorso tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa sulla difficile via dell’unità

ANDREA AVVEDUTOGERUSALEMME


“L’incontro che ebbe luogo nel 1964 fu fondamentale, perché aprì le strade al dialogo tra la Chiesa Cattolica di Roma e quella Ortodossa”. Teofilo III, patriarca greco ortodosso di Gerusalemme in carica da dal 2005, non era presente cinquant’anni fa all’abbraccio tra Paolo VI e Atenagora, ma oggi dice di “assaporare ancora i frutti di quel gesto coraggioso e rivoluzionario”. A pochi giorni dalla visita di papa Francesco e dell’incontro con Bartolomeo al Santo Sepolcro - fulcro del viaggio - Sua Beatitudine racconta il percorso della Chiesa cattolica di  Gerusalemme e quella ortodossa nella difficile via dell’unità nella terra della Rivelazione.

Cos’è realmente cambiato da quell’incontro nel dialogo tra i cattolici e gli ortodossi?
“Prima di tutto io penso che da quel momento abbiamo veramente cominciato a parlare di dialogo. Abbiamo iniziato a pregare per l’unità, ci siamo accorti di avere persino un obbligo in questo senso imposto dalla Divina Liturgia. Però, prima di porre l’Unità dei cristiani in termini amministrativi, che è sempre molto rischioso, io credo che dovremmo fissare le nostre preghiere  per trovare l’unità dello spirito, della mente e del cuore”.

Oggi, alla vigilia dell’incontro tra papa Francesco e Bartolomeo, che bilancio ci offre di questi cinquant’anni di ecumenismo?
“Il dialogo continua, ed è sorprendente notare come abbiamo raggiunto certi risultati.  A distanza di anni ci ha abbandonato tutto quel bigottismo, i sospetti  e le incomprensioni che ci accomunavano. A Gerusalemme, per esempio, quando veniva celebrato un matrimonio tra un cattolico e un ortodosso le campane suonavano a morto. Oggi è festa per entrambi”.

Tra pochi giorni papa Francesco e Bartolomeo si incontreranno, non più sul monte degli Ulivi come i loro predecessori ma nel luogo della Risurrezione, al Santo Sepolcro. Cosa succederà?
“Prima di tutto io credo che non possiamo metterci a fare dei calcoli su come andrà quest’incontro, quali risultati porterà a livello reale nel dialogo ecumenico, e tutte le altre congetture di cui troppo spesso ci riempiamo la bocca. L’incontro tra il Papa e il patriarca Bartolomeo è innanzitutto un incontro voluto dallo Spirito Santo, e perciò –ultimamente  -  non si può comprendere fino in fondo. Forse riusciremo a raccoglierei i frutti solo tra diversi anni. Ma c’è un aspetto di cui sono certo: l’incontro in quel luogo così importante dell’intera Cristianità mette l’esito nelle mani dello Spirito: sarà lui a lavorare e darci i risultati in futuro”.

Come riesce a trasmettere questa prospettiva ecumenica alla sua Chiesa, tra la gente che abita nella Città Santa?
“E’ difficile, ma non impossibile. Anzi direi che è un compito fondamentale. Il dialogo è la via che dobbiamo stabilire per affrontare le difficoltà di questa terra. Richiede sacrificio, perché ognuno deve rinunciare a qualcosa – e sappiamo bene cosa significhi rinunciare a qualcosa qui a Gerusalemme – ma io non vedo altre strade da seguire se non seguendo l’esempio che ci daranno tra pochi giorni questi due grandi uomini di fede”.

Quali sono le sue aspettative per l’incontro di domenica pomeriggio?
“Più che sulle mie aspettative vorrei dire che la mia gioia più grande è l’affermazione che entrambi vogliono dare in questo incontro: siamo sulla buona strada, continuiamo a camminare insieme. Litigheremo ancora, senza dubbio, ma se camminiamo insieme, sulla stessa via, uniti prima di tutto nello Spirito, potremo finalmente rileggere il passato in modo redento e affrontare il futuro in modo sereno. E saremo una presenza tangibile in Terra Santa e in tutto il Medio Oriente. Questa terra ne ha bisogno, e io per primo”.