lunedì 9 giugno 2014

Al tramonto del sole

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(Giovanni Maria Vian) Un suggestivo commento ebraico del sogno di Giacobbe sottolinea che per miracolo quel giorno il sole tramontò prima perché Dio ardeva dal desiderio di manifestarsi a chi era in cammino. Alla luce di questa antica interpretazione assume un significato profondo che proprio sul finire del giorno si sia svolto l’incontro nei giardini vaticani tra il vescovo di Roma, i presidenti israeliano e palestinese, il patriarca di Costantinopoli e rappresentanti delle tre fedi monoteiste. E in molti netta è stata la sensazione di assistere a un momento storico di svolta.Svolta perché forte si è levata da donne e uomini di fede diverse un’invocazione di pace rivolta a una terra che è santa per miliardi di persone, ma innalzata anche per tutto il Medio oriente e per il mondo, dove però non cessano le avidità, le ingiustizie, le ostilità, le guerre. Desiderata da mesi, questa triplice preghiera è anche un momento importante del dialogo, difficile ma irrinunciabile, tra israeliani e palestinesi, dialogo che nello stesso tempo è parte di quel “trialogo” tra ebrei, cristiani e musulmani evocato da Benedetto XVI per la Terra santa.
Da molto tempo Jorge Mario Bergoglio crede fermamente, come ha ripetuto ieri, nella «ricerca di ciò che unisce, per superare ciò che divide», in coerenza con la storia migliore dei tre monoteismi che si richiamano ad Abramo e nel Novecento con la lunga preparazione di molti pionieri appartenenti a fedi diverse. In particolare, guardando al cattolicesimo degli ultimi decenni, in coerenza con una ricerca di amicizia tra le confessioni cristiane e tra le religioni che si fonda sulle aperture dei Papi del Vaticano II e dei loro successori, che sempre hanno guardato a un futuro possibile e sperato.
Gli ostacoli su questo cammino impervio sono molti, in apparenza insormontabili. Da qui i toni realistici, che a volte sfiorano lo scetticismo, di alcuni commenti sui media internazionali. Essi sono gli stessi protagonisti a essere consapevoli delle difficoltà. Ma queste non sono decisive né devono avere l’ultima parola. Così pensano Francesco e i due amici, l’uno ebreo l’altro musulmano, che da anni in Argentina hanno lavorato con lui per il dialogo, che lo hanno accompagnato nel viaggio in Terra santa e che erano nei giardini vaticani. E di questo sono convinti i presidenti israeliano e palestinese, insieme al patriarca Bartolomeo, «mio fratello» ha ripetuto ancora il vescovo di Roma.
Quante divisioni ha il Papa? La celebre domanda torna ogni volta che la sua voce si leva di fronte alla potenza di questo mondo. Innumerevoli si potrebbe rispondere, come soltanto poco tempo fa ha dimostrato l’eco internazionale della giornata per la Siria e come ieri ha confermato Francesco, cioè «tantissime persone, appartenenti a diverse culture, patrie, lingue e religioni: persone che hanno pregato per questo incontro e che ora sono unite a noi nella stessa invocazione». Eccole, le divisioni del Papa.
Sostenuti da una preghiera davvero universale, Francesco, Shimon Peres, Mahmoud Abbas e Bartolomeo si sono così incamminati con sereno coraggio su una strada antica e sempre nuova. E questa è la via di Abramo che, secondo la parola dell’apostolo Paolo, credette «nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli».

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Abraham Skorka: Resta piantato un ulivo   

(Abraham Skorka) Pregare è un esercizio spirituale che richiede un forte e critico sguardo introspettivo. È cercare Dio attraverso un incontro con se stessi. Secondo la tradizione ebraica, pregare insieme rafforza enormemente questa ricerca, e anzi il credente proietta sullo scettico un’immagine capace persino di fargli scoprire la propria spiritualità nascosta.
Così la preghiera per la Siria convocata da Papa Francesco ne è stata una prova inconfutabile.
Nei giardini vaticani ognuno ha pregato a suo modo, nell’incontro con lo stesso Dio, quello del patto con Abramo, patriarca comune di ebrei, cristiani e musulmani. Pregare così non mette fine alle situazioni di conflitto — per questo servono le azioni — ma ha la forza di ispirare cambiamenti di mentalità che sicuramente, con la benedizione di Dio, permetteranno la costruzione di un mondo migliore.
Anche la presenza del Papa in Terra santa deve essere interpretata come una vasta e intensa preghiera. Chi l’ha accompagnato e chi da lontano vi ha preso parte possono testimoniarlo.
Per comprendere il significato dell’invocazione per la pace occorre tener conto delle molte e grandi difficoltà che è stato necessario superare. L’essenza dell’evento si trova al di là di quello che gli occhi hanno visto e le orecchie hanno udito. Si è dovuto lavorare strenuamente per concretizzare questa preghiera degli uni che tiene conto degli altri e dei loro sentimenti.
Questa preghiera va letta come un esercizio spirituale che inizia con il ritrarsi di ognuno per fare spazio all’altro. Per i credenti che fondano la loro fede sulla Bibbia ebraica, è il primo passo per giungere a un avvicinamento a Dio, che creò un solo essere umano, per indicarci il sentimento di fratellanza che deve unire tutti gli individui.
Per quanti sono alla ricerca del religioso, ma che per affrontare l’esistenza fondano il proprio credo su quei valori che formano la visione umanista, l’incontro in Vaticano ha avuto la virtù di diventare un atto in cui tutti, nonostante le differenze, hanno dichiarato che la pace è il bene supremo. Ci sono state visioni discordanti su molteplici aspetti, ma il denominatore comune del rifiuto della guerra è stato accolto da tutti con convinzione. Sono state così gettate delle basi per la costruzione di una realtà in grado di sradicare dal suo interno ogni espressione fondamentalista.
Dietro di noi resta piantato un ulivo. Che un giorno probabilmente vedrà una realtà diversa, frutto di quanti non hanno rinunciato alla fede e alla speranza.

L'Osservatore Romano