...per tornare a vivere la realtà di Cristo
Un convegno a Londra sulla tradizione educativa dei gesuiti. Preparazione globale
(Elena Buia Rutt) L’educazione ignaziana, pur affondando le proprie radici nel passato, si dimostra ancora oggi capace di rispondere, in modo completo ed efficace, alle domande complesse dell’uomo contemporaneo. Un convegno, intitolato «For the Greater Glory of God and the More Universal Good», che si terrà il 19 e 20 giugno prossimi a Senate House (università di Londra), in occasione dei quattrocento anni della fondazione da parte dei gesuiti inglesi del proprio College di Teologia e Filosofia, ora chiamato Heythrop College, ha lo scopo di riflettere sul significato e il valore della tradizione educativa gesuitica, non solo rispetto alla teologia e alla filosofia stesse, ma anche rispetto a scienza, arte e letteratura. Particolarmente interessante, inoltre, la mostra virtuale e in loco (Senate House Library) di libri rari di gesuiti e su gesuiti, allestita con la collaborazione del Warburg Institute e dell’Institute of English Studies, in cui è possibile ammirare incunaboli di fine Cinquecento, come anche antichi volumi di matematica, fisica, numismatica, egittologia, e perfino di magia, interpretazione dei sogni ed astrologia.
L’intendimento di sant’Ignazio, riguardo ai vari campi del sapere, lo conosciamo attraverso il suo segretario Polanco: «Quanto alle lettere, vuole che per prima cosa tutti siano ben preparati nella grammatica e nelle lettere umane (...) Poi non rifiuta nessun genere di cultura ammessa, né poesia né retorica, né logica, né filosofia naturale, né morale, né matematiche (...) perché di tutti i mezzi possibili di edificazione dev’essere provvista la Compagnia».
Una preparazione globale, dunque, quella suggerita dal fondatore della Compagnia di Gesù, imperniata su una formazione umanistica che si apra a quella scientifica, affinché ogni sapere sia al servizio del riconoscimento di Dio come autore di ogni realtà, di ogni verità e di ogni conoscenza, la cui presenza risulti viva e tangibile nella natura, nella storia e nelle singole persone.
Il mondo, restituito dalla “visione” ignaziana, è dunque «carico della grandezza di Dio», per citare un verso del grande poeta gesuita Gerard Manley Hopkins, la cui figura è destinata a ricorrere negli interventi del convegno insieme a quella poeta-teologo John Donne, fortemente influenzato dalla spiritualità ignaziana.
L’apporto dei gesuiti nei vari campi del sapere viene sottolineato dal rettore dell’Heythrop College, il gesuita Michael Holman, che si sofferma sulla rilevanza della Compagnia di Gesù per la spiritualità e cultura nel Regno Unito, poiché capace di mettere al centro «il valore di una formazione umanistica, quando in questo Paese l’istruzione stessa sta diventando sempre più utilitari-stica, focalizzata sulle competenze necessarie per lo sviluppo del business e dell’economia, piuttosto che sulla formazione personale e sullo sviluppo umano». Un tema centrale e controcorrente, quello della formazione umanistica, su cui, al cospetto del superiore generale della Compagnia, padre Adolfo Nicolás, rifletterà anche l’ex-arcivesco-vo di Canterbury, Rowan Williams, introdotto dal vicerettore dell’università di Londra. È inoltre molto significativo come la scelta della sede del convegno, pur dedicato alla celebrazione della fondazione di Heythrop (College dell’università di Londra dal 1970 e dal 2013 Istituto Pontificio), non sia ricaduta sul College stesso, ma sulla prestigiosa e “neutrale” Senate House: «Una scelta — commenta Francesca Knox, del comitato organizzativo — che, anziché porsi come autocelebrativa, ha preferito procedere all’insegna di quel dialogo, di quel confronto aperto, autentico e fecondo, proclamato appassionatamente da Papa Francesco».
Lungi dall’essere un mero insegnamento intellettuale, l’insegnamento gesuitico, infatti, coinvolge tutta la persona, compreso il cuore, cioè la parte affettiva a cui spetta un ruolo di primo piano nel discernimento del volere di Dio, rispetto alla vita di ognuno. La ratio studiorum ignaziana in tutte le discipline insegnate, rifiutando una standardizzazione del sapere, mette una cura particolare nello sviluppo dell’immaginazione, dell’affettività e della creatività del singolo, valorizzandone le caratteristiche personali, originali e irripetibili.
Una spiritualità «conquistata e completa», dunque, che dalla contemplazione spinge all’azione, a capofitto nel mondo. Un habitus esemplificato dalla formula Spiritu, Corde, Practice, cara a Ignazio, che riassume appieno quel modo di procedere della Compagnia, finalizzato al magis, al “sempre di più”, alla partecipazione attiva, dinamica, per una gloria di Dio “sempre maggiore”, dove frontiere e confini non sono ostacoli o punti di arrivo, ma nuove sfide da affrontare, nuove occasioni da cogliere.
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Ieri come oggi, sulle orme del Maestro Ignazio di Loyola.
(Pietro Citati) Ignazio di Loyola, il fondatore della Compagnia di Gesù, aveva un’immensa immaginazione, e la coltivava e la faceva coltivare dai padri gesuiti, quando essi eseguivano gli esercizi spirituali, il cuore dell’insegnamento praticato nella Compagnia.
Imponeva loro di fissare con la mente i grandi e minimi aspetti dell’immaginario cristiano: la nascita di Gesù, la sua infanzia, il battesimo, la tentazione, la passione, la crocifissione, la sepoltura, la resurrezione. I gesuiti dovevano rovistare con un’intensità implacabile ciò che portavano dentro il cuore: niente doveva sfuggire loro, nemmeno un sasso o una pianta o un filo d’erba dei sentieri che Gesù aveva percorso; nemmeno una parola che egli aveva pronunciato nelle sinagoghe o lungo il mare. «Bisognava considerare da lontano la strada da Betania a Gerusalemme, se ampia o stretta, se piana o montuosa»: guardare la tavola a cui Gesù era seduto, i piatti, le bottiglie, i bicchieri. Così la mente dei gesuiti scendeva dentro se stessa; e apprendeva l’insegnamento che Gesù Cristo aveva depositato nel paesaggio che aveva percorso, o nella stanza dove era vissuto.
Quante volte Dio, o Gesù, o lo Spirito era apparso alla mente dei padri gesuiti! La natura di Dio era un dono: pronto a illuminare e perfezionare con i raggi della sua grazia il cuore dei padri. Era disposta a effondersi, sempre più generosa e più vasta; e a ricevere ciò che dagli uomini saliva verso di lui:
«Prendi, Signore, e ricevi/ tutta la mia libertà,/ la mia memoria,/ il mio intelletto,/ e tutta la mia volontà/ tutto ciò che ho e posseggo;/ tu me lo hai dato,/ a te, Signore, lo ridono;/ tutto è tuo».
Dio confortava, consolava, addolciva con una gioia inesauribile. «Ridete, figliolo, Ignazio disse a un novizio, e siate allegri nel Signore, poiché un religioso non ha nessun motivo per essere triste e ne ha mille per gioire».
Quando si voltavano indietro, i padri gesuiti cercavano di ritrovare la natura della propria anima: ciò che essa aveva di autentico, di originario, di puramente spirituale. L’emozione era grandiosa. Ma, al tempo stesso, essi trovavano in sé molte cose diverse: tumulti, peccati, passioni, disordini, sventure; gli effetti che la caduta aveva prodotto su ciascuno di loro. Così condannavano i disordini, le passioni e i capricci. Rafforzavano la volontà della ragione: certi che la ragione, sebbene nata dopo il peccato originale, sarebbe riuscita a salvarli dal peccato. Non temevano di appoggiarsi ad essa e alla sua sostanza umana: anzi cercavano di renderla più robusta e affinata, più solida e complicata.
Qualche volta i padri gesuiti si sentivano soffocare. La vita morale, sia pure virtuosa, costringeva la loro anima; gli altri esseri umani opponevano limiti e negazioni al loro slancio amoroso. Avevano bisogno di spazio. In alcuni testi cristiani trovarono l’invito a una severissima e strettissima condizione ascetica. Ma, proprio in Sant’Ignazio, scoprirono l’invito ad abolire ogni ascetismo e ogni strettezza. Come lui, i padri gesuiti amavano il cosmo: ammiravano tutte le creature, le stelle, le comete, le erbe e gli animali; visitavano le più lontane regioni del mondo; non rifiutavano i piaceri del corpo; e si ergevano sopra i cieli, ascoltando il palpito della creazione.
La Compagnia di Gesù esigeva dai padri attività estremamente complicate: essi dovevano, per esempio, lavorare come economi e amministratori. Sebbene ordini più spirituali condannassero queste attività pratiche, i padri gesuiti le difendevano con cautela e tenacia. Si rendevano conto che il rapporto quotidiano con la realtà allargava la loro mente, rendeva più sinuosa la loro intelligenza e la loro fantasia.
Come Sant’Ignazio, avevano altri timori: l’astrazione dello spirito puro, la follia della mente abbandonata a se stessa. Gli Esercizi spirituali erano strettamente legati al tempo del giorno, della settimana, del mese, dell’anno. La vita di ogni gesuita obbediva al tempo. Un certo esercizio doveva essere compiuto all’alba di ogni giorno: allora bisognava guardarsi con diligenza da un particolare peccato; dopo pranzo un altro esercizio ricordava loro quante volte erano caduti in quel peccato.
Tutti i padri gesuiti conoscevano il tempo proprio di ciascuno di loro: l’ordine temporale conteneva una grande e nascosta sapienza, che essi non avrebbero mai finito di apprendere. Solo coincidendo col tempo, solo facendolo battere regolarmente sugli orologi del cuore, essi tenevano aperta l’anima, e permettevano a Gesù Cristo e allo Spirito Santo di penetrare dentro di essa.
Chi compiva gli Esercizi spirituali correva un rischio: quello degli scrupoli; vale a dire i peccati immaginari, ricordi di peccati passati, dubbi, incertezze, insoddisfazioni, disgusti, torture dell’intelligenza. Da soli, i padri gesuiti non riuscivano a liberarsi dagli scrupoli; e rimanevano invischiati nei relitti della propria anima. Non restava loro che pregare a lungo Gesù e lo Spirito Santo, aprendo l’anima alla sovrabbondante grazia di Dio.
fonte: Corriere - Spogli
Imponeva loro di fissare con la mente i grandi e minimi aspetti dell’immaginario cristiano: la nascita di Gesù, la sua infanzia, il battesimo, la tentazione, la passione, la crocifissione, la sepoltura, la resurrezione. I gesuiti dovevano rovistare con un’intensità implacabile ciò che portavano dentro il cuore: niente doveva sfuggire loro, nemmeno un sasso o una pianta o un filo d’erba dei sentieri che Gesù aveva percorso; nemmeno una parola che egli aveva pronunciato nelle sinagoghe o lungo il mare. «Bisognava considerare da lontano la strada da Betania a Gerusalemme, se ampia o stretta, se piana o montuosa»: guardare la tavola a cui Gesù era seduto, i piatti, le bottiglie, i bicchieri. Così la mente dei gesuiti scendeva dentro se stessa; e apprendeva l’insegnamento che Gesù Cristo aveva depositato nel paesaggio che aveva percorso, o nella stanza dove era vissuto.
Quante volte Dio, o Gesù, o lo Spirito era apparso alla mente dei padri gesuiti! La natura di Dio era un dono: pronto a illuminare e perfezionare con i raggi della sua grazia il cuore dei padri. Era disposta a effondersi, sempre più generosa e più vasta; e a ricevere ciò che dagli uomini saliva verso di lui:
«Prendi, Signore, e ricevi/ tutta la mia libertà,/ la mia memoria,/ il mio intelletto,/ e tutta la mia volontà/ tutto ciò che ho e posseggo;/ tu me lo hai dato,/ a te, Signore, lo ridono;/ tutto è tuo».
Dio confortava, consolava, addolciva con una gioia inesauribile. «Ridete, figliolo, Ignazio disse a un novizio, e siate allegri nel Signore, poiché un religioso non ha nessun motivo per essere triste e ne ha mille per gioire».
Quando si voltavano indietro, i padri gesuiti cercavano di ritrovare la natura della propria anima: ciò che essa aveva di autentico, di originario, di puramente spirituale. L’emozione era grandiosa. Ma, al tempo stesso, essi trovavano in sé molte cose diverse: tumulti, peccati, passioni, disordini, sventure; gli effetti che la caduta aveva prodotto su ciascuno di loro. Così condannavano i disordini, le passioni e i capricci. Rafforzavano la volontà della ragione: certi che la ragione, sebbene nata dopo il peccato originale, sarebbe riuscita a salvarli dal peccato. Non temevano di appoggiarsi ad essa e alla sua sostanza umana: anzi cercavano di renderla più robusta e affinata, più solida e complicata.
Qualche volta i padri gesuiti si sentivano soffocare. La vita morale, sia pure virtuosa, costringeva la loro anima; gli altri esseri umani opponevano limiti e negazioni al loro slancio amoroso. Avevano bisogno di spazio. In alcuni testi cristiani trovarono l’invito a una severissima e strettissima condizione ascetica. Ma, proprio in Sant’Ignazio, scoprirono l’invito ad abolire ogni ascetismo e ogni strettezza. Come lui, i padri gesuiti amavano il cosmo: ammiravano tutte le creature, le stelle, le comete, le erbe e gli animali; visitavano le più lontane regioni del mondo; non rifiutavano i piaceri del corpo; e si ergevano sopra i cieli, ascoltando il palpito della creazione.
La Compagnia di Gesù esigeva dai padri attività estremamente complicate: essi dovevano, per esempio, lavorare come economi e amministratori. Sebbene ordini più spirituali condannassero queste attività pratiche, i padri gesuiti le difendevano con cautela e tenacia. Si rendevano conto che il rapporto quotidiano con la realtà allargava la loro mente, rendeva più sinuosa la loro intelligenza e la loro fantasia.
Come Sant’Ignazio, avevano altri timori: l’astrazione dello spirito puro, la follia della mente abbandonata a se stessa. Gli Esercizi spirituali erano strettamente legati al tempo del giorno, della settimana, del mese, dell’anno. La vita di ogni gesuita obbediva al tempo. Un certo esercizio doveva essere compiuto all’alba di ogni giorno: allora bisognava guardarsi con diligenza da un particolare peccato; dopo pranzo un altro esercizio ricordava loro quante volte erano caduti in quel peccato.
Tutti i padri gesuiti conoscevano il tempo proprio di ciascuno di loro: l’ordine temporale conteneva una grande e nascosta sapienza, che essi non avrebbero mai finito di apprendere. Solo coincidendo col tempo, solo facendolo battere regolarmente sugli orologi del cuore, essi tenevano aperta l’anima, e permettevano a Gesù Cristo e allo Spirito Santo di penetrare dentro di essa.
Chi compiva gli Esercizi spirituali correva un rischio: quello degli scrupoli; vale a dire i peccati immaginari, ricordi di peccati passati, dubbi, incertezze, insoddisfazioni, disgusti, torture dell’intelligenza. Da soli, i padri gesuiti non riuscivano a liberarsi dagli scrupoli; e rimanevano invischiati nei relitti della propria anima. Non restava loro che pregare a lungo Gesù e lo Spirito Santo, aprendo l’anima alla sovrabbondante grazia di Dio.
fonte: Corriere - Spogli