Approfittiamo di questa pagina anche per segnalare anche l’incontro di domenica a Milano,
Chiesa di Santa Maria degli Angeli – piazza Sant’Angelo ore 20:30
*
Costanza Miriano da facebook
Sul sito di Repubblica dicono “a parte che chi le ha consigliato il titolo è un genio del marketing, per il resto no comment”. Vorrei chiarire che:
a) Obbedire è meglio è preso dal Primo libro di Samuele, che è parola di Dio. Direi che Dio è un genio, sì, come minimo.
b) Di usare queste parole me lo ha suggerito Roberto Dal Bosco, che anche lui è un genio, seppure leggermente meno.
c) Non avevo intenti di marketing, e vorrei chiarire qui una volta per tutte che si guadagna decisamente di più facendo la baby sitter che la scrittrice, quanto al rapporto ore di lavoro/reddito, e che il marketing è l’ultimo, diciamo il penultimo dei miei pensieri (appena prima del calciomercato).
***
Sempre da facebook, pagina di D di Repubblica, riportiamo questo botta e risposta perché Monica Boccardi è stata bravissima.
Monica Boccardi – Magari leggere il libro, prima di commentare e dimostrare a) che non lo si è letto, b) che non si è capito praticamente nulla dell’intervista, c) che si deve essere ben felici di sottomettersi al capoufficio, o al bel ragazzo che schiocca le dita, ma non agli affetti più vicini, con una coerenza davvero brillante, d) che come sempre la malizia è nell’occhio di chi guarda, e) che l’invidia è una brutta bestia…
Joseph Pima – Monica Boccardi, magari per una volta prendersi una bella responsabilità di quello che si dice, anzicchè accusare sempre gli altri di aver frainteso (Berlusconi Miriano)ed ammettere che:
1. Si sono chiamati gli omosessuali OGM
2. Si continuano ad insultare le donne che lavorano insinuando continuamente che sono pessime madri
3. Si generalizzano in maniera ridicola i ruoli di uomini e donne come se la vita si potesse affrontare con il libretto delle istruzioni del DVD player.
1. Si sono chiamati gli omosessuali OGM
2. Si continuano ad insultare le donne che lavorano insinuando continuamente che sono pessime madri
3. Si generalizzano in maniera ridicola i ruoli di uomini e donne come se la vita si potesse affrontare con il libretto delle istruzioni del DVD player.
Monica Boccardi – Joseph Pima. Scusa, prima di tutto: che c’entra “Berlusconi”? dove lo trovi citato, nel libro, nell’articolo o nel mio post? questa “merenda” non prevede cavoli, mi pare….
Poi, proprio non capisco il senso della tua frase “accusare sempre gli altri di avere frainteso”?
Io non accuso, sostengo, che è cosa diversa. Ed è evidente che non sia stato letto il libro (nemmeno da te), altrimenti sarebbe chiaro che:
1) Nel libro non si parla di omosessuali, né tanto meno li si insulta (e questo nemmeno altrove, dove sarebbe stato detto che sono OGM? la fonte, diretta, please, non un richiamo da qualche giornalista che riporta il sentito dire dall’amico dell’amico…);
2) Chi, e dove, ha detto che le donne che lavorano siano pessime madri? nel libro anzi si inneggia proprio la capacità delle donne di lavorare ed essere contemporaneamente “ottime” madri e mogli, proprio grazie alla “obbedienza” alla propria vocazione femminile, cioè alla forza di non rinnegare il proprio istinto protettivo, accogliente, empatico ecc. (quindi proprio il contrario, guarda un po’), nonché alla caparbietà di stare sulla strada che si è scelta anche nelle difficoltà, nei problemi, nel dolore, con l’aiuto della Fede, invece di scappare alla prima occasione;
3) Le generalizzazioni sono indispensabili, se non si vuole scrivere un tomo di cento pagine moltiplicato per qualche milione di persone, visto che siamo in tanti… ma guarda caso, invece, il libro è impostato proprio su capitoli dedicati, ciascuno, alla storia di una persona diversa, per esaltare, proporre e presentare capacità differenti, in base al carisma proprio di ciascuno, di affrontare diversi “accidenti” della vita, esempi di obbedienza che dimostrano come sia possibile essere agnelli anche nel mondo moderno, senza contraddire la propria origine e la propria Fede, ma immersi nel mondo senza essere del mondo.
4) I ruoli esistono, e non se ne può fare a meno. Il problema sorge quando chi se ne è assunto uno, improvvisamente lo trova scomodo e se ne spoglia.
Proprio qui sta la differenza: chi è agnello, una volta che si è assunto un ruolo e la relativa responsabilità, non molla tutto, ma resiste. Soffre, fatica, ma resiste, e ritrova la gioia proprio grazie alla soddisfazione di essere riuscito a rimanere nell’obbedienza.
Fare sempre e solo quel che piace è molto bello e molto comodo, ma non c’è alcun merito in questo. E’ una felicità effimera, senza fondamenta, alla prima tempesta crolla, perché prima o poi qualcosa arriva e scombina tutto, che sia un nuovo capoufficio, un crack in borsa, un coniuge che vuole il divorzio, un terremoto o una malattia. Ecco: gli agnelli raccolgono quel che resta e ripartono da dove si sono trovati.
Inoltre, ma tu pensa, nel libro c’è anche un capitolo dedicato all’obbedienza di un “agnello” maschio, mollato dalla moglie, che ha deciso di mantenere intatto il proprio voto matrimoniale e di obbedire alla propria vocazione di marito, anche in assenza di una moglie e di padre, anche part-time.
Per non dire che ognuno dei capitoli, anche quelli al femminile, possono tranquillamente essere letti al maschile, perché l’obbedienza sesso non ne ha.
Scrivi ” prendersi una bella responsabilità di quello che si dice”.
Se avessi letto il libro, sapresti che non solo, se si è obbedienti, ci si prende la responsabilità di quello che si dice, ma che ci si assume anche la responsabilità di ciò che si fa, di ciò che si pensa e di ciò che si sceglie. L’obbedienza sta proprio in questo: nell’assunzione di responsabilità e nella fermezza necessaria a mantenere se stessi nelle responsabilità che ci si è assunte. Il che è proprio il contrario di ciò che insinui.
Quel che proprio non è stato capito, nemmeno da te, è che l’obbedienza è la più alta forma di libertà esistente. Perché obbedire non significa rinnegare i propri disagi, i propri desideri, le responsabilità quotidiane, né, tanto meno, abdicare a se stessi: obbedire vuol dire conoscere se stessi e i propri limiti, conoscere il bene e il male, e liberamente, convintamente, scegliere di fare ciò che è giusto, anche se costa, ciò che è meglio, anche se si fa fatica, ciò che conta, anche se sarebbe più facile non farlo.
Non perché ci viene imposto (oggi come oggi, nelle civiltà occidentali, non esiste più nulla che possa essere imposto…), ma perché si vuole farlo.
Il che ovviamente non è garanzia di avere fatto, detto o scelto la cosa giusta.
Ma in quel caso, pensa un po’ che strano, non si dirà: io ho o fatto il possibile, e se ho sbagliato non è colpa mia. Anzi, si studierà la questione per comprendere dove stava l’errore e per non commetterlo mai più.
Obbedire non è da vigliacchi, ma da coraggiosi, non è da deboli, ma da forti, non è perdere se stessi, ma ritrovarsi.
Poi, proprio non capisco il senso della tua frase “accusare sempre gli altri di avere frainteso”?
Io non accuso, sostengo, che è cosa diversa. Ed è evidente che non sia stato letto il libro (nemmeno da te), altrimenti sarebbe chiaro che:
1) Nel libro non si parla di omosessuali, né tanto meno li si insulta (e questo nemmeno altrove, dove sarebbe stato detto che sono OGM? la fonte, diretta, please, non un richiamo da qualche giornalista che riporta il sentito dire dall’amico dell’amico…);
2) Chi, e dove, ha detto che le donne che lavorano siano pessime madri? nel libro anzi si inneggia proprio la capacità delle donne di lavorare ed essere contemporaneamente “ottime” madri e mogli, proprio grazie alla “obbedienza” alla propria vocazione femminile, cioè alla forza di non rinnegare il proprio istinto protettivo, accogliente, empatico ecc. (quindi proprio il contrario, guarda un po’), nonché alla caparbietà di stare sulla strada che si è scelta anche nelle difficoltà, nei problemi, nel dolore, con l’aiuto della Fede, invece di scappare alla prima occasione;
3) Le generalizzazioni sono indispensabili, se non si vuole scrivere un tomo di cento pagine moltiplicato per qualche milione di persone, visto che siamo in tanti… ma guarda caso, invece, il libro è impostato proprio su capitoli dedicati, ciascuno, alla storia di una persona diversa, per esaltare, proporre e presentare capacità differenti, in base al carisma proprio di ciascuno, di affrontare diversi “accidenti” della vita, esempi di obbedienza che dimostrano come sia possibile essere agnelli anche nel mondo moderno, senza contraddire la propria origine e la propria Fede, ma immersi nel mondo senza essere del mondo.
4) I ruoli esistono, e non se ne può fare a meno. Il problema sorge quando chi se ne è assunto uno, improvvisamente lo trova scomodo e se ne spoglia.
Proprio qui sta la differenza: chi è agnello, una volta che si è assunto un ruolo e la relativa responsabilità, non molla tutto, ma resiste. Soffre, fatica, ma resiste, e ritrova la gioia proprio grazie alla soddisfazione di essere riuscito a rimanere nell’obbedienza.
Fare sempre e solo quel che piace è molto bello e molto comodo, ma non c’è alcun merito in questo. E’ una felicità effimera, senza fondamenta, alla prima tempesta crolla, perché prima o poi qualcosa arriva e scombina tutto, che sia un nuovo capoufficio, un crack in borsa, un coniuge che vuole il divorzio, un terremoto o una malattia. Ecco: gli agnelli raccolgono quel che resta e ripartono da dove si sono trovati.
Inoltre, ma tu pensa, nel libro c’è anche un capitolo dedicato all’obbedienza di un “agnello” maschio, mollato dalla moglie, che ha deciso di mantenere intatto il proprio voto matrimoniale e di obbedire alla propria vocazione di marito, anche in assenza di una moglie e di padre, anche part-time.
Per non dire che ognuno dei capitoli, anche quelli al femminile, possono tranquillamente essere letti al maschile, perché l’obbedienza sesso non ne ha.
Scrivi ” prendersi una bella responsabilità di quello che si dice”.
Se avessi letto il libro, sapresti che non solo, se si è obbedienti, ci si prende la responsabilità di quello che si dice, ma che ci si assume anche la responsabilità di ciò che si fa, di ciò che si pensa e di ciò che si sceglie. L’obbedienza sta proprio in questo: nell’assunzione di responsabilità e nella fermezza necessaria a mantenere se stessi nelle responsabilità che ci si è assunte. Il che è proprio il contrario di ciò che insinui.
Quel che proprio non è stato capito, nemmeno da te, è che l’obbedienza è la più alta forma di libertà esistente. Perché obbedire non significa rinnegare i propri disagi, i propri desideri, le responsabilità quotidiane, né, tanto meno, abdicare a se stessi: obbedire vuol dire conoscere se stessi e i propri limiti, conoscere il bene e il male, e liberamente, convintamente, scegliere di fare ciò che è giusto, anche se costa, ciò che è meglio, anche se si fa fatica, ciò che conta, anche se sarebbe più facile non farlo.
Non perché ci viene imposto (oggi come oggi, nelle civiltà occidentali, non esiste più nulla che possa essere imposto…), ma perché si vuole farlo.
Il che ovviamente non è garanzia di avere fatto, detto o scelto la cosa giusta.
Ma in quel caso, pensa un po’ che strano, non si dirà: io ho o fatto il possibile, e se ho sbagliato non è colpa mia. Anzi, si studierà la questione per comprendere dove stava l’errore e per non commetterlo mai più.
Obbedire non è da vigliacchi, ma da coraggiosi, non è da deboli, ma da forti, non è perdere se stessi, ma ritrovarsi.