Lettera di Papa Francesco a due associazioni di diritto penale e criminologia. La vera giustizia. Non poche volte la delinquenza affonda le radici nelle diseguaglianze economiche e sociali
«La vera giustizia non si accontenta di castigare semplicemente il colpevole. Bisogna andare oltre e fare il possibile per correggere, migliorare ed educare l’uomo affinché riesca a reimpostare la sua vita senza restare schiacciato dal peso delle sue miserie». Lo ha scritto Papa Francesco in un messaggio ai partecipanti al XIX congresso internazionale dell’Associazione internazionale di diritto penale e al III congresso dell’Associazione latinoamericana di diritto penale e criminologia. Eccone una nostra traduzione italiana.Vaticano, 30 maggio 2014
Signor Presidente e signor Segretario Esecutivo,
Con questo messaggio, desidero far giungere il mio saluto a tutti i partecipanti al XIX Congresso Internazionale dell’Associazione Internazionale di Diritto Penale e al III Congresso dell’Associazione Latinoamericana di Diritto Penale e Criminologia, due importanti fori che permettono a professionisti della giustizia penale di riunirsi, scambiare punti di vista, condividere preoccupazioni, approfondire temi comuni e trattare problematiche regionali, con le loro particolarità sociali, politiche ed economiche. Insieme ai migliori auspici affinché i vostri lavori rechino abbondanti frutti, desidero esprimervi il mio ringraziamento personale, e anche quello di tutti gli uomini di buona volontà, per il vostro servizio alla società e il vostro contributo allo sviluppo di una giustizia che rispetti la dignità e i diritti della persona umana, senza discriminazioni, e tuteli dovutamente le minoranze.
Sapete bene che il Diritto Penale richiede una messa a fuoco multidisciplinare, che cerchi di integrare e di armonizzare tutti gli aspetti che confluiscono nella realizzazione di un atto pienamente umano, libero, consapevole e responsabile. Anche la Chiesa vorrebbe dire una parola come parte della sua missione evangelizzatrice, e in fedeltà a Cristo, che è venuto per «proclamare ai prigionieri la liberazione» (Lc 4, 18). Perciò, desidero condividere con voi alcune idee che serbo nell’animo e che fanno parte del tesoro della Scrittura e dell’esperienza millenaria del Popolo di Dio.
Fin dai primi tempi cristiani, i discepoli di Gesù hanno cercato di far fronte alla fragilità del cuore umano, tante volte debole. In modi diversi e con svariate iniziative, hanno accompagnato e sostenuto quanti soccombono sotto il peso del peccato e del male. Nonostante i cambiamenti storici, tre elementi sono stati costanti: la soddisfazione o riparazione del danno causato; la confessione, attraverso la quale l’uomo esprime la propria conversione interiore; e la contrizione per giungere all’incontro con l’amore misericordioso e risanante di Dio.
1. La riparazione. Il Signore ha poco a poco insegnato al suo popolo che esiste un’asimmetria necessaria tra il delitto e la pena, che non si pone rimedio a un occhio o un dente rotto rompendone un altro. Si tratta di rendere giustizia alla vittima, non di giustiziare l’aggressore.
Un modello biblico di riparazione può essere il Buon Samaritano. Senza pensare a perseguitare il colpevole perché si assuma le conseguenze del suo atto, assiste colui che è rimasto ferito gravemente sul ciglio della strada e si fa carico dei suoi bisogni (cfr. Lc 10, 25-37).
Nelle nostre società tendiamo a pensare che i delitti si risolvano quando si cattura e condanna il delinquente, tirando dritto dinanzi ai danni provocati o senza prestare sufficiente attenzione alla situazione in cui restano le vittime. Ma sarebbe un errore identificare la riparazione solo con il castigo, confondere la giustizia con la vendetta, il che contribuirebbe solo ad accrescere la violenza, pur se istituzionalizzata. L’esperienza ci dice che l’aumento e l’inasprimento delle pene spesso non risolvono i problemi sociali, e non riescono neppure a far diminuire i tassi di criminalità. E inoltre si possono generare gravi problemi per la società, come sono le carceri sovrappopolate e le persone detenute senza condanna... In quante occasioni si è visto il reo espiare la sua pena oggettivamente, scontando la condanna senza però cambiare interiormente né ristabilirsi dalle ferite del cuore.
A tale proposito, i mezzi di comunicazione, nel loro legittimo esercizio della libertà di stampa, svolgono un ruolo molto importante e hanno una grande responsabilità: sta a loro informare correttamente e non contribuire a creare allarme o panico sociale quando si danno notizie su fatti delittuosi. A essere in gioco sono la vita e la dignità delle persone, che non possono diventare casi pubblicitari, spesso addirittura morbosi, condannando i presunti colpevoli al disprezzo sociale prima che vengano giudicati, o forzando le vittime, per fini sensazionalistici, a rivivere pubblicamente il dolore provato.
2. La confessione è l’atteggiamento di chi riconosce e si rammarica della propria colpa. Se il delinquente non viene sufficientemente aiutato, se non gli viene offerta un’opportunità perché possa convertirsi, finisce con l’essere vittima del sistema. È necessario fare giustizia, ma la vera giustizia non si accontenta di castigare semplicemente il colpevole. Bisogna andare oltre e fare il possibile per correggere, migliorare ed educare l’uomo affinché maturi da ogni punto di vista, di modo che non si scoraggi, affronti il danno causato e riesca a reimpostare la sua vita senza restare schiacciato dal peso delle sue miserie.
Un modello biblico di confessione è quello del buon ladrone, al quale Gesù promette il paradiso perché è stato capace di riconoscere il suo errore: «Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male» (Lc 23, 41).
Siamo tutti peccatori; Cristo è l’unico giusto. Anche noi qualche volta corriamo il rischio di farci trascinare dal peccato, dal male, dalla tentazione. In tutte le persone la capacità di fare molto bene convive con la possibilità di causare tanto male, anche se lo si vuole evitare (cfr. Rm 7, 18-19). E dobbiamo domandarci perché alcuni cadono e altri no, essendo della stessa condizione umana.
Non poche volte la delinquenza affonda le sue radici nelle disuguaglianze economiche e sociali, nelle reti della corruzione e nel crimine organizzato, che cercano complici tra i più potenti e vittime tra i più vulnerabili. Per prevenire questo flagello, non basta avere leggi giuste, è necessario formare persone responsabili e capaci di metterle in pratica. Una società retta solamente dalle regole del mercato e che crea false aspettative e bisogni superflui, scarta quanti non sono all’altezza e impedisce ai lenti, ai deboli e ai meno dotati di farsi strada nella vita (cfr. Evangelii gaudium, n. 209).
3. La contrizione è il portico del pentimento, è quel sentiero privilegiato che porta al cuore di Dio, che ci accoglie e ci dà un’altra opportunità, sempre che ci apriamo alla verità della penitenza e ci lasciamo trasformare dalla sua misericordia. Di essa ci parla la Sacra Scrittura quando descrive l’atteggiamento del Buon Pastore, che lascia le novantanove pecore che non hanno bisogno delle sue cure e va a cercare quella errante e sperduta (cfr. Gv 10, 1-15; Lc 15, 4-7), o quella del Padre buono, che accoglie il figlio minore senza recriminazioni e con il perdono (cfr. Lc 15, 11-32). Significativo è anche l’episodio della donna adultera, alla quale Gesù dice: «va’ e d'ora in poi non peccare più» (Gv 8, 11). E allude al contempo al Padre comune, che fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e piovere sui giusti e sugli ingiusti (cfr. Mt 5, 45), Gesù invita i suoi discepoli a essere misericordiosi, a fare il bene a chi fa loro del male, a pregare per i nemici, a porgere l’altra guancia, e a non serbare rancore...
L’atteggiamento di Dio, che primerea l’uomo peccatore offrendogli il suo perdono, si presenta così come una giustizia superiore, allo stesso tempo equanime e compassionevole, senza che ci sia contraddizione tra questi due aspetti. Il perdono, di fatto, non elimina né sminuisce l’esigenza della correzione, propria della giustizia, e non prescinde neppure dal bisogno di conversione personale, ma va oltre, cercando di ristabilire i rapporti e di reintegrare le persone nella società. Mi sembra che sia qui la grande sfida, che tutti insieme dobbiamo affrontare, affinché le misure adottate contro il male non si accontentino di reprimere, dissuadere e isolare quanti lo hanno causato, ma li aiutino anche a riflettere, a percorrere i sentieri del bene, a essere persone autentiche che, lontane dalle proprie miserie, diventino esse stesse misericordiose. Pertanto, la Chiesa propone una giustizia che sia umanizzatrice, genuinamente riconciliatrice, una giustizia che porti il delinquente, attraverso un cammino educativo e di coraggiosa penitenza, alla riabilitazione e al totale reinserimento nella comunità.
Quanto sarebbe importante e bello accogliere questa sfida, perché non cadesse nell’oblio. Che bello sarebbe se si compissero i passi necessari affinché il perdono non restasse unicamente nella sfera privata, ma raggiungesse una vera dimensione politica e istituzionale per creare così rapporti di convivenza armoniosa. Quanto bene si otterrebbe se ci fosse un cambiamento di mentalità per evitare sofferenze inutili, soprattutto tra i più indifesi.
Cari amici, procedete in questa direzione, poiché comprendo che in ciò sta la differenza tra una società includente e una escludente, che non mette al centro la persona umana e prescinde dagli avanzi che non le servono più.
Mi congedo da voi affidandovi al Signore Gesù, che nei giorni della sua vita terrena, fu arrestato e condannato ingiustamente a morte e s’identificò con tutti i detenuti, colpevoli e non («carcerato e siete venuti a trovarmi», Mt 25, 36). Discese anche su quelle oscurità create dal male e dal peccato dell’uomo per portarvi la luce di una giustizia che nobilita ed esalta, al fine di annunciare la Buona Novella della salvezza e della conversione. Egli, che fu ingiustamente spogliato di tutto, vi conceda il dono della saggezza, affinché i vostri dialoghi e le vostre considerazioni si vedano ricompensati dal successo.
Vi chiedo di pregare per me, perché ne ho tanto bisogno.
Cordialmente,
Francesco
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Fare giustizia non è solo punire l’autore di un crimine, né vendicarsi di lui, ma aiutarlo a riabilitarsi dentro di sé e nella società, così come prendersi cura con scrupolo delle vittime. Lo afferma Papa Francesco in un lungo messaggio inviato sia ai partecipanti del 19.mo Congresso internazionale dell'Associazione internazionale di Diritto penale – che si svolgerà tra fine agosto e i primi di settembre a Rio de Janeiro – sia a coloro che prenderanno parte al terzo Congresso dell'Associazione latinoamericana di Diritto Penale e Criminologia.
Tre modelli biblici – Il Buon samaritano, il Buon ladrone e il Buon Pastore – per penetrare fin nelle pieghe del diritto a comprendere che amministrare la giustizia è più che mettere le mani sul colpevole ed emettere contro di lui una sentenza, se tale giustizia non dà spazio e precedenza alle vittime perché essa è prima di tutto rispetto per “la dignità” e i “diritti della persona umana, senza discriminazioni e con le debite tutele verso le minoranze”.
Papa Francesco si addentra con precisione e la consueta chiarezza nel regno dei codici, che rischiano di far rispettare la lettera e la ratio della legge dimenticando l’anima. Tre gli elementi sui quali concentra l’attenzione: la “soddisfazione o riparazione del danno provocato”, la “confessione, con cui – dice – l'uomo esprime la sua conversione interiore”, e la “contrizione” che lo porta a incontrare “l’amore misericordioso e guaritore di Dio”.
Al suo popolo, ricorda, il Signore “ha insegnato poco a poco” che “esiste una asimmetria necessaria tra delitto e castigo, per cui a un occhio o a un dente rotto non si rimedia rompendone un altro. Si tratta di rendere giustizia alla vittima, non di giustiziare l'aggressore”. Un “buon modello” di ciò, afferma, lo si ravvisa nel comportamento del Buon Samaritano che prima di mettere il colpevole di fronte alle conseguenze del suo atto, si china su “chi è stato ferito lungo la strada e si prende cura dei suoi bisogni”.
Una sensibilità poco presente nella nostra società, nella quale – osserva Papa Francesco – “si tende a pensare che i crimini siano risolti quando si cattura e condanna l'autore del reato, tralasciando il danno commesso o senza prestare sufficiente attenzione alla situazione in cui versano le vittime. Ma sarebbe un errore – asserisce – identificare la riparazione solo con la punizione, confondere la giustizia con la vendetta, che aumenterebbe solo la violenza, anche se è istituzionalizzata”. E del resto, soggiunge, aumentare o inasprire le pene non è che risolva i problemi sociali, “né porta a una diminuzione dei tassi di criminalità”, senza contare le ricadute sociali come le carceri sovraffollate o i prigionieri detenuti senza processo... “In quante occasioni – è la considerazione di Papa Francesco – si è visto il reo espiare la pena oggettivamente, scontando la propria condanna ma senza cambiare interiormente né sanare le ferite del suo cuore”.
Il Papa si appella ai media perché, nel “loro legittimo esercizio della libertà di stampa”, siano scrupolosi nell’“informare correttamente e non creare allarme o panico sociale quando si hanno notizie di fatti criminali”. Sono in gioco, scandisce, “la vita e la dignità delle persone, che non possono trasformarsi in casi clamorosi, spesso anche morbosi, che condannano i presunti colpevoli al discredito sociale prima di essere stati giudicati o costringono le vittime, mirando al sensazionalismo, a rivivere pubblicamente il dolore patito”.
Sull’aspetto della confessione, Papa Francesco sostiene che “se l'autore del reato non è sufficientemente aiutato, non gli si offre l'occasione perché possa convertirsi e finisce per essere una vittima del sistema”. “È necessario fare giustizia – ripete – ma la giustizia vera non si accontenta di punire solo i colpevoli”. Si deve fare “tutto il possibile per correggere, migliorare ed educare l'uomo a maturare in tutte le sue forme, perché non si scoraggi, faccia fronte al danno causato e riesca a rilanciare la sua vita senza essere schiacciato dal peso delle sue miserie”.
In questo caso, il modello biblico della confessione è il Buon ladrone, al quale “Gesù promette il Paradiso, perché fu capace di riconoscere la sua colpa”, rammenta Papa Francesco, che poi constata come “non di rado” il reato sia “radicato nelle disuguaglianze economiche e sociali, nelle reti di corruzione e del crimine organizzato”, che cerca i propri complici “tra i più forti” e le proprie vittime “tra i più vulnerabili”. “Non basta avere leggi giuste” per combattere un tale “flagello”, ravvisa il Papa, ma “è necessario formare persone responsabili e capaci di attuarle”.
Terzo aspetto, la “contrizione”, definita da Papa Francesco, “la porta del pentimento” e la “via privilegiata che conduce al cuore di Dio, che ci accoglie e ci offre un'altra possibilità, se ci apriamo alla verità della penitenza e ci lasciamo trasformare dalla sua misericordia”. Qui l’esempio è dato dal Buon Pastore, che va in cerca della pecora perduta. Quando si riferisce al Padre che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti, Gesù – indica il Papa, “invita i suoi discepoli a essere misericordiosi, a fare del bene a coloro che fanno del male, a pregare per i nemici, a porgere l'altra guancia, non a serbare rancore”... In questo modo, “l'atteggiamento di Dio che anticipa l'uomo peccatore offrendogli il perdono”, si presenta “come una giustizia superiore, allo stesso tempo leale e compassionevole, senza alcuna contraddizione tra questi due aspetti”. Il perdono – sottolinea Papa Francesco, “non elimina né diminuisce la necessità di correzione, propria della giustizia, né prescinde dalla necessità della conversione personale, ma va oltre, cercando di restaurare le relazioni e reintegrare le persone nella società”.
Non si tratta allora di trovare mezzi in grado di “sopprimere, scoraggiare e isolare” gli autori del male, ma che li aiutino a “camminare per i sentieri del bene” ed è per questo, nota ancora Papa Francesco, che la Chiesa invoca una “giustizia che sia umanizzante” e “realmente capace di riconciliare”.
Tutto questo, conclude il Papa, si condensa in “una sfida da raccogliere”, perché non cada nel dimenticatoio”. Perché ci siano misure che consentano al perdono di “rimanere non solo nella sfera privata”, ma di raggiungere “una vera dimensione politica e istituzionale”, creando “relazioni di armoniosa convivenza”.
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Lettera del Santo Padre Francesco ai partecipanti al XIX Congresso Internazionale dell’Associazione Internazionale di Diritto Penale e del III Congresso dell’Associazione Latinoamericana di Diritto Penale e Criminologia
[Text: Español]
Sala stampa della Santa Sede
[Text: Español]
Sala stampa della Santa Sede
Pubblichiamo di seguito la Lettera che il Santo Padre Francesco ha inviato ai partecipanti al XIX Congresso Internazionale dell’Associazione Internazionale di Diritto Penale e del III Congresso dell’Associazione Latinoamericana di Diritto Penale e Criminologia: (...)