mercoledì 11 giugno 2014

Nelle grandi città più angeli che demoni



Congresso internazionale di Barcellona sulla pastorale delle aree metropolitane. 

Appuntamento a novembre. Il prossimo appuntamento è già fissato a Barcellona dal 24 al 25 novembre. In quella occasione i presuli delle maggiori città mondiali si confronteranno sulle prospettive della pastorale delle aree metropolitane, raccogliendo e valutando i risultati della prima fase del congresso svoltosi nei giorni scorsi sempre nella città catalana. Pubblichiamo ampi stralci dell’intervento conclusivo di questa prima sessione dei lavori tenuto dal cardinale arcivescovo della città ospitante.

(Lluís Martínez Sistach) Nell’aprire la prima fase del congresso internazionale di pastorale delle grandi città ho detto una cosa che desideravo profondamente: «Penso che il nostro congresso metta in pratica il programma che Papa Francesco ci propone nella sua esortazione apostolica Evangelii gaudium. Il compito della Chiesa nelle grandi città — come in ogni luogo dove essa è presente — è chiaro: evangelizzare, perché il Vangelo, oltre a essere capace di offrire un incontro con Cristo, è capace di restaurare la dignità umana e il tessuto sociale».
Al termine di questa prima fase, rendo grazie a Dio perché il congresso ha mostrato un’entusiastica adesione al programma di Papa Francesco. Ciò mi riempie di gioia perché fin dal principio il Papa ha sostenuto con paterna benevolenza l’iniziativa. Oserei dire che, forse per la prima volta, da una tribuna internazionale di sociologi, teologi e pastoralisti sono stati identificati i fondamenti dell’esortazione Evangelii gaudium, che è come dire il programma di Francesco.
La conferenza di Manuel Castells ha dettato il tono delle tre giornate (20-22 maggio) con realismo e fiducia. «Angeli e demoni delle grandi città» è stato il suo bel titolo. Castells è stato molto realista nel parlare di «demoni quali la disoccupazione, l’inquinamento ambientale, la povertà fino a giungere alla miseria, la mancanza di alloggi e di trasporti, la disintegrazione del tessuto sociale, la sfiducia verso il prossimo e la società in generale, l’individualismo, la frustrazione dinanzi agli inviti al consumismo, alla violenza e alla paura».
Ma ci sono anche angeli nelle grandi aree metropolitane moderne. Uno di questi angeli è la famiglia. Un altro è la religione — fenomeno crescente nel mondo secolarizzato — che offre rifugio, consolazione e protezione. Ci sono Paesi, come il Brasile e la Spagna, dove però il numero dei cattolici sta diminuendo. Che cosa dobbiamo fare? Manuel Castells, da una prospettiva sociologica, ha dato una forte scossa dicendoci: «Portate avanti il programma di Papa Francesco. Leggete il suo discorso ai vescovi brasiliani. E, se necessario, siate disponibili al martirio, come ha fatto il vescovo Óscar Romero». È stato il momento più toccante di tutto il congresso. Castells ha detto ai cristiani che possono essere angeli in quella grande metropoli che sta diventando ogni giorno di più il mondo.
Javier Elzo ha completato il quadro sociologico della città moderna. Si è soffermato sui concetti di città globale e di mondo rurale con i suoi rapporti con quello urbano, sulla paura e la «dittatura tecnologica», con particolare enfasi sui giovani, internet e i suoi modi di comunicare. Elzo ha anche espresso grande fiducia nella capacità umanizzatrice della Chiesa, poiché ritiene che essa si trovi di fronte a una «occasione d’oro», in quanto unica istituzione mondiale a essere strutturata e gerarchizzata e a formare un’unità. Non ce n’è un’altra che possa opporsi in egual modo al «capitalismo selvaggio». Perciò consiglia alla Chiesa di passare a un modello di decentramento in rete, con un punto centrale che è il Papa. In termini più classici: unità, collegialità e sussidiarietà.
Nella seconda giornata, dedicata all’innesto del cristianesimo nel mondo urbano, Angelo Di Berardino ha illustrato il modo in cui il cristianesimo si diffuse nell’impero, soffermandosi sulla capillarità del fenomeno: la fede si propagò come un’epidemia. Contribuirono a ciò i mezzi dell’epoca, come la nascita dei codici. E anche le sedi episcopali che si estesero a macchia d’olio. Ma decisive nella diffusione del cristianesimo furono le donne. «Molte famiglie di allora — ha detto — erano di religione mista — è il pluralismo attuale — con una forte predominanza delle donne cristiane rispetto agli uomini, ossia, ai mariti». Di Berardino non ha esulato dal suo ambito storico, ma le sue parole hanno introdotto il tema della donna e della sua scarsa presenza istituzionale o in posizioni di responsabilità della Chiesa.
Di Berardino ha poi affermato che un motivo del declino del cattolicesimo è che «la Chiesa non accetta pienamente i diritti delle donne come esse li esprimono». Ci si aspetta molto da Papa Francesco su questo punto che si considera improrogabile e urgente.
Il tema dell’evoluzione dell’esperienza pastorale nelle chiese diocesane dell’America latina ha avuto nel congresso un cronista rigoroso e convinto, addirittura appassionato. Sto parlando del professor Benjamín Bravo, della Pontificia Università di Città del Messico. Ancora una volta la presenza di Papa Francesco, con quanto afferma nei numeri 71 e 75 della Evangelii gaudium, si è sentita nel congresso. «La Chiesa vive nella città, ma non è urbana», ha detto il relatore, che ha poi esposto i punti a cui è giunta la Chiesa latinoamericana nella sua «esperienza storica» dal concilio fino a oggi. In sintesi, si tratta di far sì che la Chiesa accolga la sfida che le pone la «cultura urbana». Dietro questa relazione c’era tutto il documento di Aparecida.
La terza giornata del congresso si è incentrata sul tema «Il Vangelo comunicato nella grande città» e ha messo in primo piano quello che gli esperti hanno chiamato il «fondamento cristologico» di ogni evangelizzazione. A proporlo, partendo dalla profonda esperienza delle Chiese diocesane in Africa, è stato un sacerdote, esperto di Bibbia, Jean-Bosco Matand Bulembat, rettore delle Facoltà cattoliche di Kinshasa. Nel suo intervento ha esaminato i rapporti di Gesù con le città del suo tempo: Nazaret, Cafarnao e in particolare Gerusalemme. Nelle città e nelle loro periferie Gesù cerca le persone, laddove esse si trovano. Oggi, in una società segnata dall’assenza di Dio, l’evangelizzazione implica soprattutto la proclamazione della vera identità di Gesù a tutti, senza paura e senza esclusione. «Così come Gesù è andato incontro a tutti — ha affermato — la Chiesa dovrebbe avere il coraggio, come dice Papa Francesco, di andare ad annunciare la Buona Novella a tutti coloro che abitano le città, le strade, i luoghi di lavoro. A mio parere, la pastorale delle grandi città ci obbliga ad andare fino alle periferie e ai margini che facilmente creano le nostre metropoli, per proclamare Cristo morto e risorto».
Il «fondamento ecclesiale» per una pastorale urbana che risponda ai bisogni dell’homo urbanus è stato presentato da Alphonse Borras, docente dell’Università Cattolica di Lovanio, che ha proposto una lettura pastorale dell’esortazione Evangelii gaudium, nella sua lettera e nel suo spirito. Partendo dall’analisi dettagliata della cultura urbana, il relatore ha sottolineato alcune caratteristiche dell’«uscita» della Chiesa per andare «incontro» ai cittadini: esprimere l’amore salvifico di Dio prima di qualsiasi obbligo morale e religioso; non imporre la verità; fare appello alla libertà personale; vivere una vicinanza paziente; e vivere un’accoglienza caratterizzata dalla gioia, dalla parola d’incoraggiamento, dalla vitalità. Nell’ambito religioso, i cittadini cercano di soddisfare i propri bisogni e per farlo desiderano qualità e personale competente. E a volte, bisogna riconoscerlo, la tattica dei fedeli si contrappone di fatto a quella dei sacerdoti. Borras ha ricordato che «il primo soggetto dell’evangelizzazione è la Chiesa stessa, in tutte le sue componenti: laici, consacrati e clero». Ma occorre anche tener presenti la figura del forestiero, dello straniero, e il fenomeno del meticciato, tanto diffuso nella città moderna globalizzata. Bella è stata la sua dettagliata descrizione delle caratteristiche della presenza ecclesiale soprattutto nel mondo urbano: una presenza che è allo stesso tempo plurale, accogliente, umile e solidale. Proprio la presenza solidale — che possiamo definire anche come «samaritana» — è stata presentata da Carlos María Galli, decano della Facoltà di teologia dell’Università Cattolica Argentina. La sua relazione, dal titolo «La misericordia materna della Chiesa verso le persone povere, dimenticate ed escluse nella pastorale urbana», è stata un’analisi di quello che va chiamato «fondamento sociale» della pastorale urbana e si è conclusa facendo un paragone tra il documento di Aparecida e il programma missionario e sociale di Papa Francesco.
Finale significativo, in quanto l’intero intervento è stato una lettura profonda del magistero e dell’operato del Papa, che ci sono già familiari e che stanno suscitando l’ammirazione di molti, sia dentro sia fuori la Chiesa.
L'Osservatore Romano