domenica 15 giugno 2014

Serietà machiavellica



Idee religiose nel Cinquecento italiano. 

(Giovanni Cerro) Nel 1925 Federico Chabod pubblicò sulla «Nuova rivista storica» un lungo articolo intitolato Del «Principe» di Niccolò Machiavelli, in cui un breve ma significativo paragrafo era dedicato al rapporto tra il segretario fiorentino e la religione. Chabod sosteneva che per Machiavelli la religione costituiva il fondamento della nazione, insieme alle buone leggi e alla milizia, anche se nelle sue opere non emergeva mai il valore del sentimento religioso in sé, ma soltanto il suo carattere pratico-politico, cioè il suo essere un freno alla corruzione e un elemento fondamentale per lo svolgersi ordinato della vita civile. 

Secondo Chabod, Machiavelli identificava la religione con le sue istituzioni, limitandone il valore morale a una sorta di «forza coattiva che scende dall’alto», ricordando ai cittadini di adempiere i loro doveri civili. Per chi come Machiavelli ignorava «l’eterno e il trascendente» la religione era solo un instrumentum regni.
Nel 1960 Delio Cantimori, ripercorrendo l’itinerario degli studi di Chabod sulla vita religiosa italiana del Cinquecento, rimproverava allo storico valdostano di essere ancora legato, in quel suo scritto su Machiavelli, a una concezione della religione tradizionale permeata da motivi romantici e irrazionali e perciò non distante da quella dei liberali dell’epoca, Croce compreso. 
Da questa impostazione rigida — che Chabod avrebbe superato soltanto nel 1938 con il volume Per la storia religiosa dello Stato di Milano durante il dominio di Carlo V — derivava l’idea della religione come fatto privato e personale, la cui vera essenza non consisteva nelle espressioni storiche e istituzionali, ma in quel «residuo irriducibile» sentimentale e mistico presente in Savonarola e nei riformatori, ma assente in Machiavelli. 
Dal canto suo, Cantimori era su posizioni opposte: nel 1953, recensendo il libro Italia religiosa di Raffaele Pettazzoni, ricordava che Machiavelli era l’esponente di una tradizione repubblicana e civica, che poteva definirsi «propriamente religiosa» e che, dopo essere attecchita in Olanda, Inghilterra e Francia, era giunta fino a Mazzini. Cantimori aveva pensato addirittura di dedicare a Machiavelli il primo capitolo di un’opera sulla vita religiosa italiana in età moderna, mai terminata a causa della sua morte prematura. 
Il saggio su Machiavelli — apparso postumo nel 1966 nel quarto volume della Storia della letteratura italiana per Garzanti — è ora ripubblicato insieme ai due studi Vita e discussioni religiose e Francesco Guicciardini, anch’essi parte del progetto editoriale incompiuto di Cantimori (Machiavelli, Guicciardini, le idee religiose del Cinquecento, postfazione di Adriano Prosperi, Pisa, Edizioni della Normale, 2013, pagine 256, euro 10).
Prendendo le distanze dalla visione di Chabod, Cantimori sosteneva che l’interesse e l’attenzione di Machiavelli per gli affari della Chiesa e della religione fossero seri e non potessero ridursi a mero strumento politico, cioè a «calcolo sul contributo che il cristianesimo cattolico avrebbe potuto dare alla formazione di popolazioni sostanzialmente morali, unite, disciplinate, sane ed energiche». 
Attraverso una rilettura meticolosa dei suoi scritti Cantimori riteneva sì che il sarcasmo di Machiavelli contro il clero cattolico fosse l’espressione di una «sconsolante amarezza particolare fiorentina e se si vuole italiana» e al tempo il riflesso di un sentimento anticlericale europeo di marca umanistica, ma che tuttavia non potesse essere ridotto a nessuna di queste due posizioni. Si trattava, infatti, di un modo di sentire profondo, pervaso da un’ironia così «seria e attenta» da riuscire originale e da attrarre gli italiani fuggiti all’estero per motivi religiosi, alcuni dei quali avrebbero tradotto o fatto stampare il Principe.
Questa serietà machiavelliana contrastava in primo luogo con le forme prevalenti nella vita religiosa italiana del Cinquecento, che agli occhi di Cantimori si presentava «fervida e intensa». Il trattatello del Beneficio di Cristo, già allora al centro di controversie interpretative, diventava così il simbolo del clima di rinnovamento dottrinale ed ecclesiastico, caratterizzato da una devozione e da una spiritualità appassionata, non scevra da accenti mistici e ascetici. Ma la «serietà» machiavelliana appariva anche come il contraltare del «disinteresse completo e sereno» di Guicciardini per le questioni religiose. A Guicciardini, scriveva Cantimori, la religione non sembrava un argomento meritevole di essere trattato probabilmente perché «cosa privata e umile» o perché egli stesso, estraneo a studi di teologia, credeva di non possedere gli strumenti per occuparsene. In Guicciardini, quindi, mancava quell’interesse per la religione «perplesso e curioso, attento e vivo», tipico di Machiavelli.
L'Osservatore Romano