giovedì 4 settembre 2014

Cristiani iracheni: quale futuro

Louis Raphael I Sako

di Stefano Magni
L’ultimo appello del patriarca caldeo Raphael Sako riflette la costernazione della comunità cristiana irachena di fronte alla passività del mondo.
Sako parla esplicitamente di genocidio della minoranza cristiana e delle altre minoranze etniche e religiose ad opera dell’Isis. La risposta della comunità internazionale è pressoché nulla. Sono 120mila i cristiani scacciati dalle loro case e costretti a trovare rifugio in Kurdistan, spesso in improvvisate tendopoli. Eppure la macchina umanitaria non si è messa in moto. E anche per i cristiani che sono rimasti sotto il governo riconosciuto iracheno non c’è pace: si moltiplicano violenze e intimidazioni nella stessa capitale Baghdad. L’esecutivo di unità nazionale, formatosi lo scorso 14 agosto, non riesce a far rispettare la legge e l’ordine neppure nella sua capitale. Sako teme un’emigrazione di massa della popolazione cristiana, che la allontani definitivamente da una delle prime terre in cui il cristianesimo si è diffuso duemila anni fa.
Nel vertice della Nato iniziato ieri in Galles, Regno Unito, l’Alleanza Atlantica ha incominciato (a tre mesi dall’inizio dell’espansione dell’Isis) ad affrontare il problema iracheno. Sono numerose le ipotesi sul terreno. Si parla di un intervento aereo congiunto dei membri dell’alleanza e dell’invio di corpi speciali in Iraq, soprattutto per liberare gli ostaggi occidentali nelle mani degli jihadisti che rischiano di essere decapitati, di fare la stessa fine dei giornalisti Foley e Sotloff. L’area dell’intervento Nato comprenderà tutta la zona in cui l’Isis opera, sia in Iraq che in Siria. L’azione scatterà anche senza attendere il consenso di Bashar al Assad. Il quale, comunque, ha tutto l’interesse che si bombardi uno dei suoi nemici più pericolosi.
Quel che manca è un piano internazionale per la liberazione e messa in sicurezza delle aree abitate dalle minoranze. Ai cristiani iracheni, quasi del tutto dimenticati persino nell’ultimo rapporto di Amnesty International, non ha ancora pensato nessuno. Eppure la grande sfida dell’Iraq è proprio questa: liberare la provincia di Ninive dall’Isis e creare le condizioni per un ritorno dei cristiani, degli yezidi e delle altre minoranze ai loro villaggi e alle loro case. L’esercito irregolare curdo consiste in una milizia di autodifesa, quella dei peshmerga. Difficilmente potrà condurre azioni su larga scala nella piana di Ninive, a meno che non venga appoggiato massicciamente da un’offensiva aerea alleata. Che finora non c’è stata. Reportage condotti sul posto testimoniano la difficoltà a combattere degli irregolari curdi, dotati di armi antiquate (non sono ancora arrivate le forniture europee, evidentemente), soverchiati per potenza di fuoco da un nemico molto meglio equipaggiato. In uno scontro, documentato di recente da un reporter americano, una decina di peshmerga, rimasti privi di ufficiali, dovevano tenere testa a una cinquantina di jihadisti appoggiati da due carri armati. Questi, all’incirca, sono i rapporti di forza sul terreno.
L’alternativa ai curdi sono i militari dell’esercito regolare iracheno. Ma, in questo caso, oltre alla manifesta debolezza dimostrata lo scorso giugno, quando l’esercito si è squagliato di fronte all’offensiva dell’Isis, c’è anche un problema politico. I sunniti che abitano sotto il governo del Califfato hanno mostrato, finora, di preferire gli jihadisti sunniti alle truppe sciite del governo di Baghdad. Difficilmente questa percezione cambierà nel prossimo futuro, dal momento che l’esercito iracheno ottiene rinforzi dall’Iran (sciita). Non a caso, l’unico generale che fu in grado di riportare l’ordine in Iraq, David Petraeus, dovette avvalersi dell’appoggio milizie insurrezionali sunnite per scacciare i sunniti estremisti di Al Qaeda. E lo poté fare solo dopo il 2005, quando, dopo tre anni di soprusi, violenze e imposizione della legge coranica, la popolazione locale non ne poteva più dei seguaci di Bin Laden. Oggi non sembrano esserci le stesse condizioni.
La liberazione della piana di Ninive, essenziale per il ritorno dei cristiani nelle loro case, può dunque avvenire solo per mano di truppe straniere. O di truppe locali fortemente sostenute da uomini, consiglieri e mezzi occidentali. Ammettiamo che la provincia venga liberata. Che fare dopo? Nel paper “Finding Safety”, redatto dalla Christian Political Foundation for Europe (Fondazione politica cristiana per l’Europa) si afferma che la difficoltà principale sia nella ricostruzione del tessuto sociale, ormai distrutto dalla guerra civile. Manca la fiducia necessaria a ricostituire comunità multi-religiose. Nel paper si sottolinea come, all’arrivo delle milizie dell’Isis nelle città a popolazione mista cristiana e musulmana sunnita, i sunniti (salvo eroiche eccezioni di chi ha difeso i concittadini di altre religioni) abbiano partecipato attivamente al saccheggio, alle atrocità contro i cristiani e si siano impossessati dei loro beni. Difficile, dunque, pensare a un ritorno pacifico dei cristiani in mezzo ai loro volenterosi carnefici. Che magari si sono impossessati delle loro case. Il patriarca Sako chiede l’istituzione di una commissione per la restituzione dei beni sequestrati. Anche in questo caso, comunque, è necessaria una massiccia presenza di forze di pace internazionali. Difficile pensare, infatti, che un governo iracheno che non ha neppure saputo difendere un terzo del suo paese da un invasore esterno, ora possa restituire proprietà a chi le ha perdute: ci vorrebbe un capillare controllo del territorio che Baghdad non ha mai avuto.
Allo stesso tempo, accettare che i cristiani non possano tornare nelle loro case e nelle loro città sarebbe un’umiliante ammissione di sconfitta. Il terrorismo e la pulizia etnica l’avrebbero vinta. Difficile anche pensare ad una delle proposte, avanzata tante volte anche dal governo iracheno negli anni pre-crisi: la costituzione di un’enclave cristiana auto-amministrata nella provincia di Ninive, protetta da un contingente internazionale. Sarebbe un’auto-ghettizzazione, inaccettabile per chi, come i cristiani iracheni, ha sempre vissuto pacificamente nel proprio paese. Un’altra proposta, elaborata dalla Christian Political Foundation for Europe, consiste nella frammentazione dell’Iraq. Se il Kurdistan ottiene l’indipendenza, le province a maggioranza cristiana (previo rientro della loro popolazione) potrebbero votare in un referendum per decidere la loro annessione al nuovo Stato. La costituzione provvisoria del Kurdistan è l’unica, infatti, che ammette piena libertà di culto e pari diritti per cristiani, yezidi e musulmani sciiti e sunniti. Anche questa soluzione, tuttavia, contiene numerose trappole. Prima di tutto, né il governo centrale di Baghdad, né la Turchia accetterebbero l’indipendenza del Kurdistan. E con Baghdad, almeno, bisogna trattare finché la crisi non si sarà risolta, essendo l’unico governo riconosciuto internazionalmente in tutto l’Iraq. Il Kurdistan e con esso la provincia di Ninive potrebbero ottenere una indipendenza “de facto”, un’ampia autonomia di diritto.
A meno di non voler prendere in considerazione il ghetto cristiano, qualunque soluzione territoriale e amministrativa, qualunque forza multinazionale eventualmente presente, risolverebbe solo una piccola parte del problema. Rimarrebbe insuperato lo scoglio di una convivenza che non c’è più, di una fiducia reciproca che è venuta a mancare dopo i massacri di questi mesi. Solo un’offensiva culturale, sul terreno, condotta con estrema pazienza, può sanare la ferita. Convincere gli iracheni sunniti a disconoscere gli jihadisti, far capire loro che il totalitarismo islamico è un nemico dell’umanità, è un lavoro lento, che produce effetti solo nel lungo periodo. Ma è possibile.

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Cristiani in Iraq, scelte decisive per salvarsi dall'estinzione
di Louis Raphael I Sako*

È trascorso un mese intero da che è iniziata la drammatica situazione dei cristiani, degli yezidi e di altre minoranze irachene, e il tempo è trascorso come se tutto ciò fosse naturale. È calato un velo su questi eventi dolorosi, e 120mila cristiani sono stati sradicati dalla loro storica madrepatria perché l'islam politico non li vuole lì, mentre il mondo resta in silenzio, tentenna, forse perché approva o forse perché è incapace di agire. Tutto ciò incoraggia le milizie dello Stato islamico dell'Iraq e del Levante (Isis, che non ha nulla a che vedere con l'antica divinità egizia Isis, della natura e della fertilità) ad andare avanti con la sua guerra feroce contro la cultura e la diversità, mettendo a rischio la sicurezza sociale e intellettuale. Le sofferenze dei cristiani sfollati, assieme a quelle delle altre minoranze, stanno crescendo sempre più: i loro bisogni aumentano e i loro timori per l'incertezze sul futuro dei loro figli traumatizzati, delle città depredate, e delle case svuotate, li lascia senza sonno! Queste persone vivevano nelle loro cittadine di origine in prosperità, orgoglio e dignità; in un batter d'occhio, essi sono stati scacciati dalle loro case, terrorizzati e hanno dovuto fuggire a piedi in tutta fretta, in cerca di un riparo. Sono scene che ci riportano ai secoli bui del passato, sebbene tutto questo sia diventato una orribile realtà della nostra attuale civiltà.
Questi pacifici e fedeli cittadini cristiani stanno vivendo un vero genocidio, una fine terribile, oltre che la prova di una privazione dei valori religiosi, umani, morali e nazionali. Per questo siamo al cospetto di una macchia vergognosa nel cammino della storia. Ognuno dovrebbe sapere che questa è una minaccia concreta per tutti!
Alcuni giorni fa abbiamo potuto vedere, sul canale satellitare Ishtar, una ragazzina di soli 13 anni urlare: "Voglio tornare nella mia città natale, Qaraqosh. Sono stanca di questa vita qui; piuttosto, preferisco morire per questo, che vivere in queste condizioni umilianti". Questa è una invocazione profonda alle coscienze del mondo!
L'incapacità dello Stato iracheno: Ciò che ci ferisce maggiormente è l'incapacità della macchina governativa di imporre il rispetto della legge e dell'ordine, di fronte al continuo e significativo deterioramento della sicurezza, che alimenta una cultura della violenza, la quale a sua volta fornisce ai gruppi estremisti un terreno fertile sul quale proliferare! A Baghdad, cristiani e altri sono rapiti e gettati all'interno di auto blindate e con i vetri oscurati in pieno giorno, vengono minacciati affinché lascino le proprie case, vittime di assalti in alcune scuole o uffici pubblici, dove sono costretti a subire oltraggi. È giusto che simili comportamenti barbari possano continuare impuniti, o senza un processo di rieducazione?
La gente soffre e i politici lottano per il loro tornaconto personale, invece di restare uniti per sviscerare le cause che hanno portato all'estremismo, alla violenza e all'ingiustizia, per cercare soluzioni radicali al problema, prima che sia davvero troppo tardi! Nutriamo la speranza che il nuovo Primo Ministro e il nuovo governo siano in grado di riconoscerlo, in quanto loro responsabilità storica, nazionale e morale!
Emigrazione: dopo essere stati derubati di tutti i loro beni, compresi i documenti ufficiali, e in assenza di una soluzione immediata unita alla mancanza di fiducia nella attuali autorità, i profughi cristiani restano in perenne attesa al cospetto di un futuro incerto. Per questo, molti di loro cercano un rifugio in una nazione occidentale, perché nel loro Paese, nella nazione di Manna e Quail, emergono solo disastri. Ma la soluzione non dovrebbe consistere nell'emigrazione!
Al fine di salvarsi dall'estinzione, e per continuare a essere lievito della terra, i cristiani d'Iraq devono affrontare la situazione per quella che è, in special modo perché essi recano con sé il messaggio di speranza, attraverso il quale possono mantenere in vita la fiammella della vita. In modo attivo e vitale, i gruppi cristiani devono darsi da fare per costruire il futuro, perché le sfide della vita vanno affrontate con coraggio, piuttosto che vigliaccheria. Essi devono compiere passi decisivi per mettere pressione alle autorità competenti, in patria e all'estero, perché assicurino condizioni di vita - libere e sicure - per loro, nella loro terra d'Iraq.
Ecco qui, di seguito, alcuni suggerimenti concreti che, spero, il nostro popolo, ovunque si trovi, possa sforzarsi di mettere in pratica e farli diventare realtà:
- Dar vita a una organizzazioni cristiana competente, sia di carattere politico che indipendente, con un personale qualificato che intraprenda sessioni permanenti di analisi e studio della situazione e che sia in grado di avanzare soluzioni e modellare piani per fronteggiare le crescenti conseguenze tanto della presente crisi, quanto degli imprevisti!
- Creare un Team di gestione della crisi (Cmt) per preparare un rapporto accurato sulle famiglie di sfollati, al fine di chiedere risarcimenti adeguati al governo per i danni e la perdita di proprietà, e per aiutare casi specifici con soluzioni e proposte. 
- Organizzare una Commissione educativa per tenere traccia dello status accademico e dei numeri degli studenti universitari fra gli sfollati; al contempo chiedere al governo del Kurdistan di ospitarli nelle proprie scuole e università, per evitare che possano perdere il loro futuro scolastico. Anche in considerazione del fatto che il numero è considerevolmente basso.
- Chiedere alle Nazioni Unite e ad altri Paesi finanziatori un aiuto per costruire complessi residenziali, decenti e appropriati, per quanti non vogliano tornare nei loro villaggi di origine, in sostituzione alle attuali tende che finiscono per essere inadeguate.
- Lanciare un appello al Consiglio di sicurezza Onu perché dia vita a una forza di pace in seno alle Nazioni Unite, che collabori con le Forze di sicurezza irachene e i peshmerga curdi per la liberazione della piana di Ninive e garantire un margine di sicurezza adeguato per un ritorno degli sfollati nei loro villaggi nativi, dove hanno vissuto per migliaia di anni.
- Stabilire una forza di polizia locale, formata dalle diverse anime che abitano la piana di Ninive, per proteggere i villaggi, come peraltro previsto nel nuovo progetto di legge presentato al nuovo governo, che garantisca di nuovo interazione sociale fra cristiani e i loro concittadini.
- Chiedere al Consiglio Onu per i diritti umani di indagare sulle violazioni ai diritti umani commesse in Iraq, dando vita a una speciale commissione di inchiesta sulle atrocità e i crimini commessi dal cosiddetto "Stato islamico". E consegnare alla giustizia quanti si sono macchiati di questi "crimini contro l'umanità".
Non dobbiamo smettere di far sentire la nostra voce contro gli estremisti e lavorare per creare una nuova mentalità basata sulla convivenza in pace e armonia fra sciiti, sunniti, arabi, turcomanni, curdi, turcmeni, cristiani, yezidi. Dunque anche noi dobbiamo agire con un'offensiva sul piano ideologico nei confronti del mondo islamico, per fermare la patina di legittimità religiosa [dell'estremismo], il sostegno finanziario e l'invio di militanti. Ci rivolgiamo al governo centrale iracheno e al governo regionale del Kurdistan perché sappiano diffondere una cultura dell'apertura, della diversità, della pluralità e dell'uguaglianza, in opposizione a una cultura dell'estremismo, dell'eliminazione, emarginazione e dell'arretratezza sociale, unite a una consapevolezza personale e collettiva dei suoi limiti. Questo obiettivo può essere raggiunto prima di tutto cambiando il curriculum scolastico e universitario. Solo l'istruzione può dare il via a questa trasformazione e costruire una società dove regni l'uguaglianza fra cittadini. Per garantire una migliore convivenza è necessario creare una società civile che rispetti ciascuna religione e che non politicizzi le religioni per tornaconto personale.
* Patriarca caldeo di Baghdad e presidente della Conferenza episcopale irachena

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