
Come la Chiesa si è liberata dalle influenze secolari.
Al convegno di spiritualità ortodossa. Dal Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa, in corso al monastero di Bose, pubblichiamo stralci della relazione pronunciata dall’archimandrita Cyril Hovorun, studioso di teologia patristica e politica alla Yale Divinity School, dedicata alle relazioni fra Stato e Chiesa.
(Cyril Hovorun) Dall’illuminismo, è diventata convinzione diffusa che il cristianesimo come religione monoteista con pretese universali fosse di norma intollerante e coercitivo verso le altre religioni. Questa convinzione, tuttavia, è un’estensione anacronistica al cristianesimo delle origini dell’attitudine che la Chiesa aveva alla vigilia dell’illuminismo. Il fatto che i cristiani ritengono di essere i soli detentori della piena verità non implica né deve implicare automaticamente la loro intolleranza verso altri credi e il ricorso al potere coercitivo dello Stato per indurre gli altri a cambiare le loro convinzioni, per quanto possano essere erronee. Questo fu in particolare il caso della Chiesa primitiva.
Questo dimostra che la confusione posteriore del non relativismo con l’intolleranza non può reggere il confronto con l’evidenza storica.
La coercizione è emersa nella Chiesa cristiana nel IV secolo. Prima di allora, l’attitudine della Chiesa verso la coercizione è difficilmente identificabile, e questo per la semplice ragione dell’ostilità tra la Chiesa e lo Stato. Persino se la Chiesa avesse voluto, non avrebbe potuto impiegare il potere dello Stato per i propri fini. L’attitudine della Chiesa verso la coercizione potrebbe essere rappresentata attraverso la sua posizione nei confronti della violenza e più specificatamente verso il servizio militare, poiché la coercizione è parte della violenza organizzata dallo Stato. Questo non significa che i cristiani non prestassero servizio nell’esercito, ma almeno teoricamente il servizio militare era considerato non normativo e ci doveva essere qualche argomento teologico per ammetterlo. L’ethos militare era popolare tra i cristiani nell’era precostantiniana, ma era di tipo diverso rispetto all’epoca che seguì. Era l’ethos dell’autosacrificio e di una vera lotta in scala cosmica contro le potenze diaboliche. Non presupponeva la violenza contro coloro con cui i cristiani erano in disaccordo.
La situazione tuttavia cambiò dopo la riconciliazione della Chiesa con l’impero e dopo l’adozione di un modello sinfonico di relazioni tra i due. L’ethos militare del cristianesimo delle origini fu degradato dal livello cosmico a quello politico, dalla battaglia contro le potenze diaboliche alla lotta contro i nemici dello Stato e della Chiesa.
La natura del potere imperiale di Roma era coercitiva, si fondava sui domini militari dell’impero ed era centrata sull’ethos del dominio e della sottomissione. La coercizione toccava tutti gli aspetti della vita pubblica e privata dei romani, inclusa la religione. Il sistema e la cultura romana della coercizione furono gradualmente adottate dalla Chiesa come lo studioso di letteratura classica di Princeton, Brent Shaw, ha dimostrato nella sua recente voluminosa ricerca. Quanto più la Chiesa trovava il suo contesto nell’ambiente romano tanto più diventava intollerante e coercitiva. Questo finì col creare il sistema legale che permise alla Chiesa di lottare contro le eresie, di assicurare la propria unità, e di compiere missioni con l’aiuto del potere coercitivo dello Stato. Questo portò inevitabilmente a un conflitto tra due sistemi etici di convinzioni: quello cristiano, che valorizzava il consenso personale, e il sistema romano, che non teneva conto della libertà umana nel trattare le credenze imposte dallo Stato.
La Chiesa spesso integrò nelle proprie strutture ed ethos modelli tratti dal mondo esterno. Nella situazione di sinfonia o di cristianità, la soggettività della Chiesa si confuse con la soggettività dello Stato: la loro autoconsapevolezza non era così distinta l’una dall’altra come siamo abituati a credere nel nostro tempo.
Nell’Africa settentrionale non furono i cattolici ma i donatisti a contrapporsi alla tendenza a confondere le due identità: ecclesiale e politica. Si dice che Donato, nella sua polemica con i vescovi locali, avesse posto loro una domanda che era per lui retorica: «Che cosa ha a che fare l’imperatore con la Chiesa?». Nelle condizioni della sinfonia avanzata, la risposta dei vescovi cattolici avrebbe dovuto essere come suggerisce Brent Shaw: «Quasi tutto». “Quasi tutto” includeva il sacrosanto dominio della dottrina che era normalmente considerato esclusiva responsabilità della Chiesa. La cultura romana della coercizione tuttavia entrò nelle relazioni tra Chiesa e Stato nella tarda antichità così in profondità che lo Stato non esitò a intervenire in materia dottrinale. A un certo punto, il diritto dello Stato di proteggere la dottrina fu interpretato come il diritto di interferire nella dottrina. Si trattava di una chiara violazione del principio sinfonico, che non fu purtroppo l’unica. L’idea della sinfonia rimase solo un ideale, non la realtà della società bizantina.
Qualcuna delle eresie più importanti nel periodo dopo Costantino fu resa possibile dal fatto di aver ottenuto il supporto politico dello Stato. Ci furono eresie “inventate” dall’ordine immediato dello Stato, come il monoergetismo e il monotelismo, che divennero un progetto politico dell’imperatore Eraclio. Questa fu una forma molto radicale di coercizione quando lo Stato non solo sostenne una dottrina con strumenti politici e militari, ma arrivò a inventarne una e a imporla con la forza alla Chiesa. Questa forma di coercizione fu rifiutata da Massimo il Confessore, il quale si oppose all’idea che lo Stato potesse definire i criteri dell’ortodossia e quindi imporli con la forza, e difese l’autonomia della Chiesa in materia di fede. Più radicale nella difesa dell’autonomia della Chiesa fu Giovanni Crisostomo. A differenza di Massimo, egli rifiutò chiaramente la coercizione. Analogamente ad Agostino e ad altri contemporanei, Crisostomo riteneva fermamente che ci fosse una sola verità, e rimproverava senza esitazioni giudei, pagani ed eretici.
Nonostante voci quali quelle di Massimo e di Crisostomo, la Chiesa sia in Oriente sia in Occidente alla fine cedette alle pratiche e alle teorie della coercizione che divennero una parte essenziale dell’ethos ecclesiale durante il medioevo.
Solo con il processo di secolarizzazione inaugurato dall’illuminismo le teorie e le pratiche della coercizione cominciarono a declinare. Una delle ragioni per questo fu l’emancipazione dello Stato dalla Chiesa, e in seguito della Chiesa dallo Stato. La Chiesa fu privata del supporto dello Stato nell’esercizio della coercizione. Persino quando la Chiesa voleva praticare la coercizione, non lo poteva fare. Come conseguenza della sua emancipazione dallo Stato, la Chiesa cominciò a rendersi conto della propria identità in modo più chiaro: la chiara soggettività della Chiesa riemerse dalle ombre dello Stato. Un altro fattore che costrinse la Chiesa a liberarsi della coercizione fu la società pluralistica. Non c’è possibilità che la Chiesa possa esercitare la coercizione in una società pluralistica, poiché il monopolio in questo campo non le appartiene. Infine, ultimo ma di non minor importanza, i progressi nella comprensione della persona umana e della libertà, della loro fondamentale importanza nei sistemi democratici moderni, che sono basati sul libero consenso dei cittadini, ha collocato la coercizione nella categoria dei mezzi inaccettabili di persuasione, anche da una prospettiva teologica. Miroslav Volf definisce una fede coercitiva «una fede con gravi disfunzioni». La condanna della coercizione, sia nel sapere comune sia nella teologia, ha aiutato la Chiesa a scoprire il suo specifico modo di considerare la fede: non obbligando, ma dialogando con le persone. Proprio come l’ambiente romano aveva fatto sì che la Chiesa nella tarda antichità accettasse strumenti coercitivi, la modernità ha aiutato la Chiesa a liberarsene, e a valorizzare i mezzi della comunicazione della fede offerti dal Vangelo.
L'Osservatore Romano