mercoledì 17 settembre 2014

Dopo le «guerre» preventive, la parola al Sinodo...



La linea dell’accoglienza chiesta da Bergoglio su famiglia e sacramenti. L'invito alla Chiesa a non chiudersi in se stessa    

(Gian Guido Vecchi) «Vicinanza e compassione: così il Signore Gesù visita il suo popolo. Quando noi vogliamo annunziare il Vangelo, questa è la strada. L’altra strada è quella dei dottori della legge, degli scribi... Parlavano bene, insegnavano la legge bene. Ma lontani. Mancava la compassione e cioè patire con il popolo ».
C’è una coerenza profonda nelle parole di Francesco. Quelle pronunciate ieri a Santa Marta richiamano innumerevoli interventi, a cominciare dalla prima domenica del suo pontificato, il 17 marzo 2013, la misericordia di Dio come «abisso incomprensibile» contrapposto all’ipocrisia dei «puri», «Il Signore mai si stanca di perdonare: mai! Siamo noi che ci stanchiamo di chiedergli perdono». Fu allora che il Papa - cosa più unica che rara, all’Angelus - citò ai fedeli «un libro che mi ha fatto molto bene», scritto dal cardinale teologo Walter Kasper. Quel libro si intitolava, appunto, Misericordia . 
Meno di un anno più tardi, a febbraio, Francesco avrebbe affidato a Kasper la relazione introduttiva, davanti ai cardinali, al Sinodo sulla famiglia di ottobre. In questo contesto, il tema dei divorziati risposati, cui è tuttora negata la comunione, non sarà l’unico né il più importante ma certo è diventato esemplare dell’atteggiamento che avrà la Chiesa. Non è un mistero che tra i cardinali si confrontino da mesi due linee: quella più conservatrice, rappresentata dal prefetto dell’ex Sant’Uffizio Gerhard Müller, per il quale «la misericordia di Dio non è una dispensa dai comandamenti di Dio» e non si può andare contro l’indissolubilità del matrimonio; e la linea di Kasper che nella sua relazione, elogiata da Bergoglio come esempio di «teologia in ginocchio», suggeriva di «valutare con misericordia caso per caso» e un «cammino penitenziale» per riammettere i divorziati risposati all’eucarestia, senza per questo cambiare la dottrina dell’indissolubilità. 
Francesco vuole che se ne discuta liberamente, tanto che tra i 191 padri sinodali ha voluto pure i più conservatori. Ma ha ammonito i vescovi a guardare all’essenziale e a non cadere in una «casistica» astratta. Domenica il Papa ha sposato anche coppie conviventi e con figli, non c’erano impedimenti canonici ma la scelta di Francesco era un segnale: «Il matrimonio non è una fiction !». La Chiesa deve guardare alla realtà concreta, chinarsi sui feriti del mondo. «Tenerezza», «carezza», «accoglienza». Soprattutto no alle «dogane pastorali». Pochi giorni fa, Kasper ha usato un’immagine analoga: «La Chiesa non può dare l’impressione di essere un castello con il ponte levatoio tirato su e le porte serrate, postazioni e sentinelle». 
Ma le parole più chiare sono arrivate ancora da Francesco, in tema di «correzione fraterna», nell’Angelus del 7 settembre: «Tra le condizioni che accomunano i partecipanti alla celebrazione eucaristica, due condizioni sono fondamentali per andare bene a Messa: tutti siamo peccatori e a tutti Dio dona la sua misericordia». Una posizione sul senso dei sacramenti che ricorda quella espressa dal cardinale Carlo Maria Martini, confratello gesuita di Bergoglio, nella sua ultima intervista: «I sacramenti non sono uno strumento per la disciplina, ma un aiuto per gli uomini nelle debolezze della vita. Portiamo i sacramenti agli uomini che necessitano una nuova forza? Io penso a tutti i divorziati, alle coppie risposate, alle famiglie allargate... Prima della Comunione noi preghiamo: Signore, io non sono degno. Noi sappiamo di non essere degni. L’amore è grazia. La domanda se i divorziati possano fare la Comunione dovrebbe essere capovolta: come può la Chiesa arrivare in aiuto, con la forza dei sacramenti, a chi ha situazioni familiari complesse?».  
fonte

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«No alla comunione ai divorziati». Cinque cardinali contro le aperture   
Corriere della Sera
 

(Maria Antonietta Calabrò) «Non possumus», la celebre risposta di papa Clemente VII a Enrico VIII, all’origine dello scisma della Chiesa anglicana, quando il Pontefice non assecondò la richiesta di scioglimento di un singolo matrimonio, sia pure reale e nonostante le conseguenze, riecheggia più volte in un volume molto atteso in vista del prossimo Sinodo dei vescovi sulla famiglia. Già il titolo dice tutto: Permanere nella verità di Cristo. Matrimonio e comunione nella Chiesa cattolica. Il libro (esce quasi in contemporanea in Italia, il 1° ottobre, e negli Stati Uniti) riunisce assieme gli scritti di cinque cardinali e di altri quattro studiosi, in risposta a quanto sostenuto nella relazione tenuta da un altro cardinale, Walt (...)


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Quel fronte conservatore. Un'ostilità venuta allo scoperto come ai tempi di Paolo VI   

(Alberto Melloni)  Verso il Sinodo. Nell'avvicinarsi all'appuntamento del Sinodo era ragionevole attendersi qualche sorpresa -- I concili e i sinodi hanno una così lunga tradizione nella storia cristiana non perché hanno ridotto la discussione, ma perché hanno aumentato la comunione. La sinodalità infatti non accelera le decisioni, ma le fa maturare. 
Questo era ed è lo scopo dei due sinodi consecutivi sulla famiglia che il Papa ha convocato: uno composto dai presidenti delle conferenze episcopali nel 2014 (in termine tecnico «straordinario») e uno formato da vescovi eletti nel 2015 (cioè «ordinario»). Preparato da un questionario che ha mostrato come la Chiesa, quando vuole, sa farsi domande scomode e introdotto da un documento base teologicamente esile, il Sinodo è stato individuato da alcuni porporati come l'occasione per una rivincita sul Papa.
Lo si era capito a febbraio, quando nel concistoro il cardinale Camillo Ruini aveva fatto davanti a tutti il conto dei pareri espressi sulla relazione del cardinale Walter Kasper che riguardava appunto la famiglia: 15 a favore, 85 contro, disse allora l'ex Vicario. Il che faceva intravvedere la possibilità di una manovra: mandare il Papa in minoranza al Sinodo e trattare così da posizioni di forza le molte e decisive nomine in agenda. 
A febbraio il Papa fece scudo alla relazione Kasper: la lodò come un esempio di «teologia in ginocchio», il che non esclude che si possa fare buona teologia anche seduti, ma diceva la serietà del suo intento. Perfino Ratzinger, allora, intervenne: indicando pubblicamente come suo unico compito quello di pregare per il successore, si sottrasse al sogno di chi gli chiedeva di assumere una funzione moderatrice e dar corda alla tesi bislacca di tal Stefano Violi secondo cui le dimissioni di Benedetto XVI riguardavano l'esercizio e non il ministero petrino. 
Nell'avvicinarsi del Sinodo, dunque, era ragionevole attendersi qualche sorpresa: e la sorpresa è arrivata. Cinque cardinali, un arcivescovo, e tre professori hanno scritto per l'editore Cantagalli di Siena un «libro bianco sulla famiglia», in uscita il 1° ottobre, curato dal rettore dell'Istituto Augustinianum, che chiede fin dal titolo di «Permanere nella verità di Cristo»: come se su questo Francesco avesse bisogno di sorveglianti. Sono interventi diversi disposti attorno alla disciplina della penitenza dei divorziati risposati: e vedono sfilare i cardinali Carlo Caffarra, Walter Brandmüller, Velasio De Paolis, Raymond Leo Burke, e soprattutto Gerhard Ludwig Müller — prefetto della Congregazione per la dottrina della fede che deluse Ratzinger nella trattativa coi lefebvriani. 
Tesi in gran parte conosciute. L'effetto deflagrante che l'operazione si proponeva di ottenere a ottobre è stato forse favorito dalla decisione di non render note le risposte delle conferenze episcopali al questionario dell'anno scorso: far vedere, senza infingimenti, criticità e diversità avrebbe ridimensionato la posizione di chi non è tanto in disaccordo su soluzioni (che non ci sono), quanto piuttosto lo è sull'idea stessa di ascoltarsi. 
Ma la scelta di uscire con un «non possumus» — sorprendente non certo per le tesi, ma per le firme di chi le sostiene, i tempi in cui le enuncia e il coordinamento che le ispira — indica meglio di altre cose il grado di affettuosa ostilità che circonda Santa Marta. Ostilità che il Papa ha mostrato di accogliere con gesuitica indifferenza riservando circa metà dei posti di sua nomina speciale in Sinodo ai suoi avversari. 
L'idea di rimproverare al Papa una scarsa adesione alla tradizione, di insinuare che cattivi consiglieri gli suggeriscono soluzioni pericolose è cosa tutt'altro che nuova. Cinquant'anni fa esatti, attorno a Paolo VI, fu stesa una cortina di ansietà e di sospetti logoranti perché fermasse quei passi del Concilio che, pur nella loro timidezza, indicavano la via della collegialità e della comunione. Paolo VI, nel clima di quegli anni e nella temperie conciliare, era meno difeso di quanto non sia oggi Francesco: ma i «buoni» risultati ottenuti allora, che poi si riducevano alla perdita di fiducia reciproca fra la maggioranza conciliare e il Pontefice, rimangono il sogno nascosto di alcuni gruppi nella Chiesa. Un sogno che non disdegna una manovra dai fini politici chiari. E sbagliati. 
Perché la Chiesa non ha il problema di mettere la propria morale alla luce della modernità, per tenerla immobile o per cambiarla a basso prezzo; ma di mettere tutto alla luce del Vangelo. In quel tutto non esiste «la» famiglia ma esistono «le» famiglie, che come diceva il Papa nella sua omelia ai nubendi di domenica sono storia e vita, caduta e cammino, fatica e gioia, dolore e tenerezza infinita. 
Tutte cose a cui solo il Vangelo può parlare: non le morali a basso prezzo, non quelle eccitate del rigorismo, e tanto meno le paure di coloro che quando temono un papato che dice il Vangelo, in fondo, mostrano di aver indovinato quel che di quel papato è il centro.
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