Una Chiesa missionaria sulle orme di Paolo VI. Gesù in città
«Quest’opera desidera pensare una nuova pastorale urbana basata su Dio, che si è manifestato con volto umano e urbano in Gesù Cristo, alla luce della Conferenza latinoamericana di Aparecida e del progetto missionario di Papa Francesco». Lo scrive Carlos María Galli nel nuovo prologo alla terza edizione del volume Dio vive in città (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2014, pagine 407, euro 22) del quale anticipiamo uno stralcio. L’autore parte da cinque domande fondamentali nella sua ricerca: «Come annunciare il Vangelo di Gesù Cristo in, per e dalle città? Come comunicare la Buona Novella della salvezza dell’uomo, che è filiazione divina, fraternità umana e dominio sul mondo in, per e dalla città? Come promuovere la liberazione, la comunione e la felicità completa degli uomini e dei popoli, in conformità al messaggio del Regno di Dio e alle esigenze dell’ethos urbano? Come instaurare un dialogo evangelizzatore tra la Chiesa locale e la cultura urbana?
Come aiutare i cristiani a vivere la fede e a formare comunità quando sono membri del Popolo di Dio e cittadini partecipi di una determinata cultura urbana?». Interrogativi formulati nel 1986 e ripensati lungo i decenni anche grazie al confronto con il pensiero di diversi studiosi. In primo luogo con quello di padre Lucio Gera, che già nel 1962, nella presentazione del primo numero della rivista «Teología» della Pontificia Universidad Católica Argentina sottolineava tra l’altro come «un teologo deve parlare e farsi ascoltare. È maestro. Tutto ciò strappa il teologo dal suo deserto, dal suo silenzio e dalla sua solitudine, per trasformarlo in un uomo con funzioni pubbliche, abitante del centro della città, che rappresenta una Chiesa che milita all’interno di una cultura».
(Carlos María Galli) Francesco delinea la figura di una Chiesa missio-centrica, centrata sulla realizzazione della missione di Cristo. Presenta, pertanto, un’ecclesiologia pastorale nella quale si nota il forte influsso che l’esortazione Evangelii nuntiandi (En) esercita su di essa. Quel magistrale documento di Paolo VI pose al centro della missione evangelizzatrice il Popolo di Dio: «La Chiesa esiste per evangelizzare» (En 14). Il primo capitolo espone «la trasformazione missionaria della Chiesa» con diverse espressioni innovatrici (Evangelii gaudium [Eg] 19-51). La frase «una Chiesa in uscita» (Eg 20-24) riflette il suo appello a essere una Chiesa statica, basata su Cristo e l’uomo, in esodo per annunciare il Vangelo.
L’attenzione posta sulla missione concorda pienamente con la visione papale di ciò che è un cristiano presentata a Rio: «Il discepolo-missionario è un de-centrato: il centro è Gesù Cristo che convoca ed invia. Il discepolo è inviato alle periferie esistenziali». Secondo il Papa anche il gesuita vive in tensione dinamica verso la missione. Lo afferma Francesco a proposito di san Pietro Favre: «solamente se si è centrati in Dio è possibile andare verso le periferie del mondo».
Il vescovo di Roma ritorna sul tema dell’autoreferenzialità ecclesiale. Nel concistoro previo al conclave l’aveva vincolata alla dimenticanza di un’immagine dei Santi Padri che paragonava la Chiesa alla Luna. La Chiesa, quando è autoreferenziale, crede di avere luce propria e smette di essere il mysterium Lunae che riflette il fulgore di Dio. La luce della Chiesa proviene dal Sole, che è Cristo, l’unica Luce del mondo che illumina tutti gli uomini e i popoli (Lumen gentium, 1).
Francesco invita a superare la tentazione di diventare una Chiesa che esiste in sé e per sé. Avverte del pericolo della mondanità spirituale (Eg 93-97). Un variante dell’ecclesiocentrismo è il clericalismo, la pretesa di «dominare lo spazio della Chiesa» (Eg 95), la disposizione di esercitare l’autorità apostolica non da una forma evangelica, come un servizio al Popolo di Dio, ma come un potere autoritario che si serve del popolo. Nell’omelia iniziale del pontificato, seguendo Gesù (Marco, 10, 45), disse: «il vero potere è il servizio» (Santa Messa per l’inizio del ministero del Sommo Pontefice Francesco, 19 marzo 2013).
Il primo capitolo ricorre a una frase ingegnosa: la «pastorale in conversione» (Eg 25-33). In tal modo Francesco assume e rielabora le proposte del nostro Documento di Aparecida (Da) sulla conversione pastorale e sul rinnovamento missionario (Da, 365-372). Lo «stato permanente di missione» (Eg 25) esige la riforma di tutte le strutture «affinché diventino più missionarie» (Eg 27). Il Papa dà l’esempio parlando anche di una riforma del Papato e delle strutture centrali della Chiesa (Eg 32). Si potrebbe affermare che, su questo punto decisivo, la dinamica della conversione voluta fortemente dalla missione continentale dalla periferia latinoamericana contribuisce alla riforma missionaria della Chiesa in tutto il mondo.
La Chiesa è «una madre dal cuore aperto» (Eg 46-49). Il Papa guarda alla Chiesa dall’esperienza materna. Dice che la maternità pastorale è di tutto il Popolo di Dio, il soggetto comunitario della missione (Eg 112-126). Già Aparecida insegnò che la Chiesa è «come una Madre che ci viene incontro» (Da 370). La Chiesa è una madre che apre le porte della sua casa non soltanto perché entrino più figli ma perché altri vadano incontro a tutti (Eg 46).
La casa della Madre è come un “ospedale da campo” dopo la battaglia che raccoglie, dà sollievo, e cura i figli feriti nella vita e nella fede (cfr. Intervista a Papa Francesco di padre Antonio Spadaro, «La Civiltà Cattolica»). Le metafore riferite alla Chiesa come madre, casa e ospedale sono eloquenti. Ricordando le sue massime pronunciate ai presbiteri di Buenos Aires, Francesco insiste sul fatto che preferisce una Chiesa che esca e sia itinerante e di strada, sebbene possa essere accidentata, e non paurosa, tranquilla e chiusa, portandola alla malattia (Eg 49).
Il documento nomina cinque volte Paolo VI e contiene venticinque sue citazioni, di cui quattordici tratte dall’Evangelii nuntiandi; due dalla Ecclesiam suam (1964); quattro dalla Populorum progressio (1967); due dalla Octogesima adveniens (1971); infine, due dalla Gaudete in Domino (1975). Parimenti all’“annuncio del Vangelo” di Paolo VI che assunse contributi dal Sinodo dei vescovi del 1974, “la gioia del Vangelo” riprende molti contributi dall’assemblea celebrata nel 2012 sulla nuova evangelizzazione. Nelle note vi sono trenta citazioni esplicite raccolte dalle Proposizioni finali, che sono state elaborate dai padri sinodali e affidate, poi, a Benedetto XVI.
Il testo di Paolo VI è un documento pastorale molto articolato teologicamente che presenta l’evangelizzazione come un’azione comunicativa attraverso la quale la Chiesa-Popolo di Dio, seguendo il modello di Cristo e con la totalità dei suoi membri, trasmette la Buona Notizia del Regno di Dio all’umanità, costituita da persone e popoli con le loro culture, per rinnovarli con il Vangelo della salvezza mediante le sue disposizioni soggettive e le sue forme oggettive. Questa struttura dinamica articola i diversi capitoli: gli operatori (I; VI) e i destinatari (V) interagiscono (II) per mezzo di contenuti (III), attitudini (VII) e mezzi (IV).
La “struttura” dell’esortazione di Francesco non segue letteralmente la stessa articolazione ma la presuppone, la amplia, l’approfondisce e la rende attuale. Menziono tre esempi di verifica: a) il primo capitolo sviluppa un’ecclesiologia missionaria avendo come presupposto l’insegnamento di Paolo VI sulla Chiesa evangelizzata ed evangelizzatrice, chiamata alla conversione e al rinnovamento (En 13-16; 15 citato da Eg 24); b) il quarto capitolo sviluppa approfonditamente la dimensione sociale dell’evangelizzazione tracciata nel terzo capitolo da Papa Montini (En 29-39); c) il quinto capitolo contempla gli evangelizzatori con Spirito in linea con il VII capitolo, scritto nel 1975 e avente come tema lo spirito dell’evangelizzazione (74-80).
Entrambi i documenti indicano la novità assoluta di Gesù Cristo che rinnova l’umanità (En 18, 23, 75; Eg 11-13). Cristo rende «nuove tutte le cose» (Apocalisse, 21, 5) ed è il «Vangelo eterno» (14, 6). Francesco afferma: «Egli è sempre giovane e fonte costante di novità»; pertanto «ogni autentica azione evangelizzatrice è sempre “nuova”» (Eg 11).
Con la sua ecclesiologia pastorale e la chiamata alla spiritualità missionaria, Francesco desidera realizzare «la riforma della Chiesa sognata dal Concilio Vaticano II». Nell’intervista rilasciata a «La Civiltà Cattolica» ha affermato come il concilio abbia effettuato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea e che questa dinamica è assolutamente irreversibile. Nell’intervista al giornale «la Repubblica» ha asserito che il concilio decise di guardare al futuro con spirito moderno e di aprirsi alla cultura moderna. Inoltre ha aggiunto che da allora poco è stato fatto in questa direzione.
Il Papa risale al concilio per fondare il rinnovamento della Chiesa. Afferma che «il Concilio Vaticano II ha presentato la conversione ecclesiale come apertura a una permanente riforma di se stessa per fedeltà a Gesù Cristo» (Eg 26). Con tale disposizione promuove la riforma missionaria dei membri, delle comunità e delle strutture della Chiesa. Francesco ha un sogno: «Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa (...) La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie» (Eg 27). Come esposto da Aparecida e riproposto dal Papa a Rio, la Chiesa deve animare «una pastorale in chiave missionaria» (Eg 35). Papa Francesco propone un messaggio chiaro per tutti: «la missione è la fonte e il cammino della riforma della Chiesa».