martedì 21 ottobre 2014

Diventeremo come gli anglicani?



di Giuseppe Rusconi
Non è stato un Sinodo banale, è stato un Sinodo svoltosi nel contesto di una società che della ‘liquidità’ ha fatto la sua bandiera. Tanto del Sinodo ci ha colpito. Ma – considerando nella sua globalità ciò che è accaduto prima, durante, alla fine del Sinodo – è una domanda quella che sorge in noi spontanea e prepotente: La Chiesa di Roma si sta anglicanizzando? Ovvero: rischia seriamente di imboccare la strada che oggi piace tanto al mondo e alla sua nota lobby, quella della valorizzazione dei ‘nuovi diritti’, con la conseguenza drammatica – proprio come è capitato nella Comunione anglicana – di un doloroso approfondirsi della spaccatura interna tra ‘progressisti’ e difensori a tutto campo della tradizionale dottrina sociale della Chiesa?
Siamo pessimisti? Non lo vorremmo essere, ma la ragione ci rende inquieti. E ci spieghiamo, ricapitolando dapprima i momenti importanti del Sinodo. All’inizio l’intuizione, certo felice, di papa Francesco, che ha voluto una riflessione il più possibile ampia del mondo cattolico sul tema tanto complesso quanto attuale della famiglia. Da ciò il ‘Questionario’ con le 39 domande e le risposte da una larga maggioranza di conferenze episcopali, fondate spesso su quanto emerso da una consultazione del popolo cattolico del proprio Paese. Sono seguiti l’Instrumentum laboris, che ha fatto tesoro di tutto ciò; gli squilli di tromba della fanfara che – grazie anche al contributo di cardinali e vescovi, oltre che di religiosi di gran nome – ha alimentato attese e polemiche;  la nomina papale assai orientata dei membri delle Commissioni per la stesura del ‘Messaggio’ e per quella della Relazione finale, la Relatio Synodi;l’inizio del Sinodo con le relazioni del segretario generale e del relatore generale; la prima settimana di interventi programmati e liberi, con un confronto aperto e franco come voluto dal Papa. Si è poi giunti al lunedì della seconda settimana, con la Relatio post disceptationem, letta dal relatore generale, che però in conferenza-stampa si è distanziato da essa nei punti più delicati. Memorabili quel “cosiddetta mia relazione” e l’invito al segretario speciale a rispondere a una domanda sulle convivenze omosessuali, considerato come il paragrafo l’avesse scritto lui. Memorabile il giorno dopo il comunicato della Segreteria del Sinodo, che declassava a semplice documento di lavoro la stessa Relatio post disceptationem. Intanto i fiati della fanfara inneggiavano alla ‘Chiesa’ finalmente ‘aperta’ verso le richieste concernenti i divorziati risposati e le persone omosessuali (anche verso le unioni con tale caratteristica).
RELAZIONE INTERMEDIA PROFONDAMENTE RIMANEGGIATA 
La Relatiointermedia è stata profondamente rimaneggiata nei giorni seguenti, per volontà della maggior parte dei padri sinodali distribuiti nei dieci gruppi linguistici, i Circuli minores.  Giovedì mattina il malcontento di molti si è clamorosamente espresso con la stroncatura dell’annunciata decisione della Segreteria generale del Sinodo di non pubblicare le relazioni dei Circoli. Non solo: sempre giovedì è stata comunicata la decisione di papa Francesco di integrare la Commissione per la stesura del Messaggio con il cardinale africano Napier e il vescovo australiano Hurt. Domande spontanee: non era possibile inserire un africano già inizialmente nella citata Commissione? Forse non se n’era trovato uno abbastanza ‘progressista’? O forse c’è qualcuno che ritiene che gli africani non abbiano nulla da insegnarci in materia di famiglia e dintorni? Poi si è stati costretti, vista l’aria che tirava in Assemblea o magari anche solo per considerazioni di giustizia distributiva, a inserirlo… e il prescelto è stato uno dei critici più duri della Relatio post disceptationem
Si è così giunti al gran finale di sabato 18 ottobre. Approvato a larga maggioranza  -con un voto unico sull’insieme – il ‘Messaggio’ (che conteneva anche un accenno alla riflessione fatta a proposito di accompagnamento e accesso ai sacramenti per i ‘divorziati risposati’), il pomeriggio si è votato su ogni punto della Relatio Synodi, il documento finale di questa tappa del percorso voluto da papa Francesco. Chi ha letto con attenzione e comparato tra loro la Relatio post disceptationem e la Relatio Synodi non può non aver notato le profonde differenze tra le due. Nel linguaggio, non più ambiguo, melenso, post-sessantottino (si è letto nella relazione di un Circolo minore che la Relatio post disceptationem era caratterizzata da “uno stile ridondante, contorto, troppo verboso e dunque, assai spesso, noioso”). Ma anche nei contenuti. Paragrafi stralciati, paragrafi riscritti, aggiunte sostanziali un po’ ovunque. Insomma: è verosimile che, se la Relatio Synodi (come era nelle intenzioni e nelle speranze di alcuni degli organizzatori del Sinodo) avesse sostanzialmente ricalcato la Relatio post disceptationem , sarebbe stata sonoramente bocciata.
Invece la Relatio Synodiappare molto più equilibrata. Prima di tutto mette in evidenza la bellezza della famiglia formata da uomo e donna e aperta alla procreazione: il concetto viene ribadito più volte. Poi sui temi ‘caldi’ ribadisce certo la necessità di coniugare verità e misericordia, sottolineando più volte che la prima è indispensabile perché la seconda possa esprimersi compiutamente. Netta la correzione di rotta sull’accesso ai sacramenti per i ‘divorziati risposati’. Nella Relatio Synodi si legge tra l’altro, al numero 52 : Diversi (il grassetto è nostro) hanno insistito a favore della disciplina attuale, in forza del rapporto costitutivo fra la partecipazione all’Eucaristia e la comunione con la Chiesa ed il suo insegnamento sul matrimonio indissolubile. Altri si sono espressi per un’accoglienza non generalizzata alla mensa eucaristica, in alcune situazioni particolari ed a condizioni ben precise, soprattutto quando si parla di casi irreversibili e legati ad obblighi morali verso i figli che verrebbero a subire sofferenze ingiuste. (…) Va ancora approfondita la questione (…)”. Non è chi non noti l’estrema cautela nell’affrontare l’argomento, facendo anche notare che diversi padri sinodali sono per la disciplina attuale e altri per una apertura molto condizionata. Da notare anche il numero 48, da cui emerge che “un grande numero di padri ha sottolineato la necessità di rendere più accessibili ed agili, possibilmente del tutto gratuite, le procedure per il riconoscimento dei casi di nullità”: dal che si evidenzia come la larga maggioranza del Sinodo fosse a favore dello snellimento delle procedure nelle cause di nullità, l’opzione preferita nel contesto del problema dei ‘divorziati risposati’.
Nettissime le modifiche nei paragrafi sull’ “attenzione pastorale verso le persone con orientamento omosessuale” (punto 55), in cui – nellaRelatio Synodi – si conferma né più né meno quanto si fa da tempo: da una parte essi “devono essere accolti con rispetto e delicatezza” , dall’altra è forte il richiamo al fatto che “non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote (Ndr: notare quel ‘neppure remote’), tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia”. Sparite in particolare dalla Relatio Synodi le affermazioni “Le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana”, “La questione omosessuale ci interpella in una seria riflessione su come elaborare cammini realistici di crescita affettiva e di maturità umana ed evangelica integrando la dimensione sessuale” (Ndr: ???), “Senza negare le problematiche morali connesse alle unioni omosessuali si prende atto che vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partners”. Onestamente chi ha redatto tale paragrafo della Relatio post disceptationem dovrebbe riconoscere la sonora bocciatura in materia.
RELAZIONE FINALE GLOBALMENTE ‘MODERATA’
Utilizzando una terminologia forse non del tutto adeguata, emerge allora che globalmente la Relatio Synodiva considerata come un documento assai equilibrato, tale in genere da essere votata dai tanti ‘centristi’, alleati a una parte dei ‘conservatori’ (mentre un’altra parte ha votato contro anche la cauta apertura – cauta, ma pur sempre possibile apertura’ – all’accesso alla Comunione per i ‘divorziati risposati’). E’ una Relazione ‘moderata’, di compromesso, in cui i ‘progressisti’ sembrano cedere molto di più dei ‘conservatori’. Valga per tutti un altro esempio chiarissimo ovvero quello della scomparsa nella Relatio Synodi del punto della Relatio precedente in cui si richiama la costituzione Lumen Gentium del Vaticano II per introdurre un’analogia tra il rapporto Chiesa cattolica-Chiese e comunità sorelle e quello matrimonio-unioni imperfette: in sintesi si voleva affermare che sia nelle Chiese e comunità sorelle che nelle unioni imperfette ci sono “parecchi elementi di santificazione e di verità”. Il concetto, ma molto più blandamente, è stato ripreso con altre parole nei punti 25 e 41.
IL SINODO DEI SASSOLINI … E LE TROMBE SI SFIATANO…
Certo i  ‘progressisti’, che avrebbero preferito di gran lunga una Relatio Synodi copia della Relatio post disceptationem, si sono verosimilmente contati soprattutto nel voto di grande importanza simbolica relativo al numero 55, quello riguardante “l’attenzione pastorale verso le persone con orientamento omosessuale”. A quel punto i ‘progressisti’ hanno constatato di essere in 62, poco più di un terzo dell’Assemblea, un numero buono per impedire l’approvazione sinodale con i due terzi richiesti, ma trasparente sulla loro effettiva forza oggi, a dispetto di trombe e tamburi. Diciamo che la ‘gioiosa macchina da guerra’ sinodale si è, in questa occasione, inceppata per i troppi sassolini negli ingranaggi. Dopo il voto sul numero 55, quello sul numero successivo: e qui è emerso qualcosa di quasi incredibile. Se 159 l’hanno approvato, 21 (ventuno) padri sinodali hanno bocciato il seguente testo: “E’ del tutto inaccettabile che i Pastori della Chiesa subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il ‘matrimonio’ fra persone dello stesso sesso”. Ci vedete qualcosa di sconveniente in questo testo, che fotografa soltanto la realtà nuda e cruda? Eppure in 21 l’hanno respinto: chi sono? da quale curva provengono questi ‘ultras’ gaiamente ‘progressisti’?
In sintesi: il Sinodo non si è concluso come avrebbero voluto taluni dei suoi organizzatori e animatori. E’ prevalsa la parte moderata dei padri sinodali, che sempre ha ottenuto almeno un’ampia maggioranza assoluta dei voti. In questo Sinodo, oggi.
… TUTTAVIA IL FUTURO INQUIETA. SARA’ UN FUTURO ‘ANGLICANO’?
Tuttavia consideriamo che:
. alcuni cardinali, vescovi, direttori e massmedia hanno alimentato con insistenza le attese del ‘mondo’;
. i titoli apparsi nella larga maggioranza dei massmedia dopo la presentazione della Relatio post disceptationem (titoli in verità generalmente corrispondenti a quanto prospettato nella Relatio)hanno indotto i lettori a pensare che anche la Chiesa ‘aprisse’ alla comunione per i ‘divorziati risposati’ e agli “elementi di santificazione” presenti nelle unioni gay. Questa impressione resta nelle menti, difficile correggerla;
. nei prossimi dodici mesi il confronto sarà molto intenso a livello locale. Intenso e prevedibilmente aspro, con larga parte dei massmedia – chissà quanto si fregherà le mani la nota lobby!- pronti a emarginare presunti ‘omofobi’ (anche in Italia, dove il caso ha voluto che quasi contemporaneamente sia un Berlusconi pascalizzato che il presidente del Consiglio a rincalzo immediato propugnassero/annunciassero la presentazione a breve di una legge sulle ‘unioni civili’ tra persone dello stesso sesso);
. al prossimo Sinodo i ‘conservatori’ saranno probabilmente di meno. Alcune tra le eminenze forse verranno prima ‘trasferite’. E i vescovi nuovi, nominati da papa Francesco, è difficile siano della stessa tendenza conservatrice, fedele alla dottrina sociale vigente della Chiesa.
Il quadro delineato è complesso e non tranquillizza. Non pochi tra i cattolici praticanti pensano a quanto è successo negli scorsi anni proprio su temi del medesimo ambito dentro la Comunione anglicana. Chi spinge a tutti i costi per conformarsi ai desideri del mondo, chi postula nei fatti una Chiesa sostanzialmente ‘liquida’ è cosciente del rischio di divisioni profonde nel mondo cattolico? Si vuole – da parte di alcuni in buona fede o spinti da interessi mondani – l’anglicanizzazione della Chiesa di Roma? Sarà anche vero che, come ha detto in conferenza-stampa il segretario speciale del Sinodo, i laici cattolici spesso sono “più clericali” dei preti. Forse però quei laici sono soltanto “più cattolici” – espressione corretta, appassionata, impegnata della dottrina sociale della Chiesa – di alcuni di loro.

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Contro i Sinodali


(di Alessandro Gnocchi su Il Foglio del 21-10-2014) Sarà pure il sinodo a essere “mala bestia” pari al senato della Roma d’un tempo. In ogni caso, quanto a dottrina cattolica, riesce difficile dare etichetta di “boni viri” a un buon numero di padri sinodali, come Cicerone poteva fare invece con i suoi senatori.
Non sono “boni” quei “viri” sinodali che, riuniti per parlare della famiglia, hanno pensato, scritto e proclamato al mondo, gaudium magnum, tutta la virulenza rivoluzionaria dell’ormai celebre “Relatio post disceptationem”. Comunque ora la “Relatio” venga emendata, attenuata, purificata, rimane il fatto che vescovi e cardinali di Santa Romana Chiesa abbiano potuto mettere nero su bianco un programma di desistenza alle voglie del mondo capace di sorprendere persino la stampa volterriana e quella cattolaicista.
Prima o poi, doveva venire in superficie quello scisma sommerso di cui tanti bravi cattolici, per amore della chiesa, stentavano ancora a parlare. La spericolata operazione dei presunti “boni viri” sinodali ha quanto meno il pregio involontario di fare chiarezza. Se, in un’assemblea come il Sinodo sulla famiglia, alla presenza del papa, vengono prodotti documenti in cui si certificano semi di santificazione in ogni genere di peccato in materia sessuale, sorge il fondato sospetto che le chiese radunate in quella santa assise siano almeno due. Passati per le maglie magari un po’ strette dell’evangelico “sì sì, no no”, tesi, argomentazioni e programmi si mostrano sempre per quello che sono, cattolici o non cattolici, compatibili o incompatibili con il deposito della fede.
Seppure nella “Relatio Synodi” finale e nella discussione che durerà fino al “Sinodo ordinario” del prossimo ottobre si ricorra all’artificio di salvare la dottrina dedicandosi a “scelte pastorali coraggiose”, rimangono i fatti. Rimane l’evidenza che chi intende mutare la pastorale ha già mutato la dottrina, poiché non è dato di immaginare una prassi sganciata dalla teoria. E i rivoluzionari, che di prassi se ne intendono, lo sanno bene. In tutta parresia, i cosiddetti “boni viri” che hanno redatto la “Relatio” di medio termine difficilmente posso affermare con San Paolo “tradidi quod et accepi”. Non stanno trasmettendo al loro gregge ciò che, viste le date di nascita, hanno ricevuto.
Ma, a questo punto, non regge neanche il tentativo di instillare nel popolo di Dio, che è pecora e non bue, l’ermeneutica delle convergenze teologiche parallele. Diventa grottesco dipingere un orbe cattolico in cui vescovi e cardinali litigano con vescovi e cardinali solo perché non si sono chiariti su certi termini e, alla fine, ciascuno troverà la sua collocazione sotto il misericordioso cupolone della nuova chiesa di papa Francesco. I rivoluzionari non sono anarchici barbuti che hanno esaurito il loro compito una volta gettata la bomba sulla carrozza del re. Sono intellettuali freddi e pazienti consapevoli che, se non è possibile l’immediata presa del palazzo, è buona anche la semina del piccolo germe da cui sorgerà a suo tempo l’alba radiosa.
In tale temperie, l’unica ermeneutica possibile è quella forse un po’ brutale applicata con frutto da Domenico Giuliotti nel ribollire modernista che chiamava “L’ora di Barabba”, pullulante di “sottane di preti, infrittellate di razionalismo, che forse volevan diventare ‘pantaloni ecclesiastici’ evitando la sartoria protestante” e “finirono tra i panni sudici”. In quell’ora rivoluzionaria, pallido presagio di quanto è dato vedere oggi, il gran fustigatore del tiepidume cattomondano diceva: “Ciò che non è assolutamente cristiano, vale a dire assolutamente cattolico, è assolutamente brutto, ingiusto, falso, sporco. Non indulgo a mezze tinte. O bianco o nero, o sì o no. Chi dice: forse mi ripugna”.
Le “scelte pastorali coraggiose” invocate dai novatori sono figlie della dottrina delle “mezze tinte” e di quel “forse” che inquietavano Giuliotti. Solo tre parole, “scelte pastorali coraggiose”, che son ben di più di un prologo alla sequela di casi su cui necessiterebbe un nuovo e più misericordioso sguardo. Portano nel cuore una sorta di liberatoria ribellione contro la presunta ingiustizia di un Dio che ha voluto il mondo così com’è. E non c’è piazza migliore di quella intitolata alle libertà sessuali per dare corpo a tale rivolta. Nel fluviale e labirintico romanzo “Gli strumenti delle tenebre”, Anthony Burgess fa invocare al protagonista, lo scrittore omosessuale Kenneth Marchal Toomey, una “trasformazione del cristianesimo” in cui “i due dèi si fondessero in uno. Il Dio che mi creò malato e il Dio che mi ordina di essere sano. (…) Il Dio della mia natura e il Dio della mia moralità ortodossa”.
Fatta salva la grana letteraria non proprio fina, potrebbe averlo scritto Marchal Toomey che “Le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana”. Ancora lui potrebbe essersi chiesto “Siamo in grado di accogliere queste persone, garantendo loro uno spazio di fraternità nelle nostre comunità?”. Invece, sono parole di vescovi e cardinali a cui non si può perdonare l’uso equivoco del concetto di natura comprensibile nell’urlo senza risposta di un romanziere omosessuale. L’essenza dell’uomo, la natura, precede la persona, ha vincoli e doveri che sopravanzano i diritti dell’individuo, non dipende dalle pulsioni dell’istinto ma da regole razionali che presiedono anche la moralità. Non è invocando l’accordo tra due dèi diversi ed entrambi malvagi, uno della legge e l’altro degli istinti, che l’uomo trova la propria unità. Qualunque sia la sua condizione, l’uomo trova quiete solo riconoscendo la saggezza dell’unico Dio, buono e ragionevole, in cui tutto ha origine e compimento.
Quello del personaggio creato da Burgess non è un equivoco nuovo sotto cielo cristiano. Nel IV secolo Evagrio Pontico diceva nel “De diversis malignis cogitationibus” che “il pensiero demoniaco acceca l’occhio sinistro dell’anima, quello che si dedica alla contemplazione del creato”. Questo, aggiungeva negli “Scholia in Psalmos”, produce una “errata conoscenza della cose stesse o della loro contemplazione, e l’accusa al Creatore di essere ingiusto e non sapiente”. Dunque, toccherebbe all’uomo porre rimedio a una creazione imperfetta attraverso atti misericordiosi che sanino le ferite provocate da una legge dura e ingiusta che condanna invece di salvare.
E’ la buona novella del “Chi sono io per giudicare?”, dell’ospedale da campo in cui i medici non vanno per il sottile, del pascolo in cui il pastore si accontenta di avere lo stesso odore delle pecore. E’ la chiesa che, in nome di papa Francesco e senza mai essere smentita, durante il Sinodo sulla famiglia ha portato in luce la spaccatura che pietosamente per decenni era stata celata. Una chiesa che fa tremare pensando al momento del “Roma locuta”.
Pur gradita al mondo, una chiesa simile difficilmente potrà sanarne le ferite poiché nasconde l’origine della malattia, il peccato. Tolta l’impellenza della conversione e della rinuncia a satana, l’uno e l’altra finiscono per incontrasi in un accidioso convivio sotto il segno del demone meridiano, quel sortilegio in cui si vive solo per compiacersi del proprio malessere. Ma non è colpa del mondo, povera preda di un male che solo l’incisione affilata e incandescente del verbo cristiano sapeva curare chiamandolo con il suo nome. Nella guerra che la chiesa gli muoveva per la sua salvezza, trovava almeno una vena di linfa vitale. Ora, nella pace, non la scorge più, eppure ne ha sete, molto più che della misericordiosa condiscendenza. Ma il cristianesimo mondano, quello delle “scelte pastorali coraggiose” non ha più di questa acqua. Così il secolo, che coltiva nel suo intimo il desiderio di sentirsi peccatore pur negando l’idea del peccato, si trova smarrito davanti a cristiani che non si sentono peccatori perché quell’idea l’hanno dimenticata.
La voglia matta di mondo che oggi non esita a mostrarsi anche nei sacri consessi ha cominciato a fiorire nei giardini segreti delle anime quando i cristiani hanno preso a coltivare i fiori malati dei piccoli reati contro Dio e li hanno concimati con il compiacimento per la propria fragilità. “Quelli che commettono spesso peccati leggeri” ammoniva San Gregorio Magno “non devono considerare la qualità dei loro peccati, ma la loro quantità. Se non li impensierisce la gravità, li spaventerà il numero. (…) chi trascura di piangere e schivare i peccati leggeri cadrà non già di colpo, ma un po’ alla volta, dallo stato di giustizia a quello mortale”.
Il calendario liturgico è un rosario fiorito di santi che hanno fatto della loro vita la lotta anche alla più piccole delle offese a Dio. Fin sul limitare degli Anni Sessanta del secolo scorso, la vita ascetica del fedele ordinario aveva a modello esempi come San Domenico Savio, che avrebbe preferito morire piuttosto che macchiarsi di una sola colpa lieve. La formazione spirituale era fondata sull’alternativa radicale tra salvezza e dannazione eterne e generava pensieri, parole e opere che oggi il mondo vorrebbe tanto ammirare nei cristiani che, invece, ne sono atterriti. Pensieri, parole e opere, per esempio, come quelli che Sant’Ambrogio depose nell’eloquente “De bono mortis”, il bene della morte: “E l’Ecclesiate dice ancora ‘il mio cuore è andato in giro affinché io potessi conoscere la gioia dell’empio e considerassi e cercassi la sapienza e la moderazione, e conoscessi la felicità attraverso il comando, nonché i travagli e gli avvilimenti, e conobbi questa felicità come più amara della morte’: questo non perché la morte sia in sé amara, ma poiché lo è per l’empio. E’ infatti peggio vivere per il peccato che morire nel peccato, poiché quanto più a lungo l’empio vive, tanto più aumenterà il suo peccato, ma se muore cessa di peccare”.
Generazioni di cristiani si sono formate lungo i secoli su questo tema ascetico. Nobili destinati allo splendore delle corti e capaci di portare i cilici sotto vesti da fiaba, contadini, operai e mendici a cui facevano da cilicio i panni e la fatica quotidiani. Tutti animati dallo stesso fervore, segnati dalla stessa luce catturata negli interni del Caravaggio, nel sorriso delle Madonne di Raffaello, nell’immobilità delle scene di Piero della Francesca, negli azzurri di Giotto o negli ori di certe icone dipinte nelle aurore russe. Ma anche il più spirituale dei capolavori, riesce a descrivere solo in piccola parte ciò che il fervore e la purezza producono nelle creature. “Primieramente” scrive Pietro Giacomo Bacci nella biografia di San Filippo Neri “il verginal candore era tale che gli risplendeva anche nel volto, ed in particolare negli occhi: i quali aveva eziandio negli ultimi anni della sua vita, come di giovanetto, così chiari e risplendenti, che non si è trovato mai pittore che gli abbia mai potuti ben esprimere con il pennello, ancorché molti con ogni diligenza vi abbiano provato; non si poteva in oltre così facilmente fissar la vista nella sua faccia; avvegnacché se gli vedeva uscir dagli occhi come una luce che ripercoteva negli occhi di chi lo mirava; sicché alcuni han detto che solamente in guardarlo sembrava un angelo di paradiso”.
Quando usavano ancora dire il buon breviario, i cattolici davano forma liturgica alla necessità di porsi al rifugio dalle colpe anche veniali negli splendidi inni risalenti all’epoca ambrosiana. A ciascuna ora canonica il suo, a seconda di ciò travaglia le anime in quel frangente della giornata. “Lingua refrénans témpert” recita la seconda strofa dell’ora Prima, quando l’astro del giorno è già sorto, “Ne litis horror ínsonet: visum fovéndo cóntegat, ne vanitátes háuriat”, Dio moderi e freni la lingua, affinché non risuoni l’orrore delle liti, custodisca e contenga lo sguardo perché non raccolga alcuna vanità. E a Compieta, subito dopo l’esame di coscienza e il “Confiteor” in cui chiede perdono a Dio onnipotente, alla beata Maria sempre Vergine, a San Michele Arcangelo, a San Giovanni Battista, ai santi apostoli Pietro e Paolo, a tutti i santi e fino all’ultimo dei fratelli, l’orante invoca il soccorso divino in vista del sonno: “Procul recédant somnia, et nóctium phantásmata; hostémque nostrum cómprime, ne polluántur córpora”, fuggano lontano da noi i sogni e i fantasmi della notte, reprimi il nostro nemico affinché il nostro corpo non sia macchiato.
Il cristiano che spia lussuriosamente il mondo, invece, ha finito per convincersi che la fede non sia vera se non si accompagna al dubbio. Un credente autentico, insegnano i pastori che si riconoscono nelle nuove aperture sinodali, deve assaporare dentro di sé l’esistenza dell’ateo: per essere santi bisogna essere anche grandi peccatori. Così, il peccato viene presentato in una nuova e “coraggiosa” valutazione pastorale, assume il nome malaticcio e fascinoso di “fragilità”, scava nelle anime, si fa coccolare e monopolizza la vita e il pensiero, la prassi e la dottrina.
In tal modo, il cerchio si chiude su un panorama in cui fede e ragione hanno intrinsecamente bisogno del negativo: l’errore diventa un valore per la gnoselogia, l’eresia per la dottrina, il peccato per la morale. Non è un caso se uno dei personaggi più luminosi della letteratura come la Lucia dei “Promessi sposi”, esemplare incarnazione letteraria del fervore, è divenuta incomprensibile ai cattolici contemporanei. C.S. Lewis aveva previsto tale esito nelle “Lettere di Berlicche”. Era solo il 1942 quando narrava le istruzioni del diavolo Berlicche al nipote Malacoda, comandato a pilotare la perdizione di un neoconvertito: “In una settimana o due gli metterai il dubbio che forse nei primi giorni della sua vita cristiana egli era un pochino eccessivo. Parlagli della ‘moderazione in tutto’. Se ti riuscirà di condurlo al punto di pensare che ‘la religione, sì, va bene, ma fino a un certo punto’, potrai sentirti felicissimo nei riguardi della sua anima. Per noi una religione moderata vale quanto una religione nulla, ed è più divertente”.
Ma Berlicche e Malacoda, appunto, non erano padri sinodali.