venerdì 5 dicembre 2014

Noi lo chiamiamo miracolo.





di Massimo Gramellini
Ieri i lettori dell’edizione torinese de La Stampa hanno trovato una pagina di pubblicità firmata da due bambine, Sara e Irene, ritratte a carboncino. Erano lì per raccontare una storia di buona sanità. Quella di Stefania, la loro madre, colta da arresto cardiaco nella sala d’attesa del pronto soccorso delle Molinette e sottratta a morte certa dall’intervento immediato del personale di turno e da un’operazione d’urgenza, condotta dall’équipe di Cardiochirurgia «contro ogni logica e con una tenacia fuori dal comune». Il testo rivela la presenza di un adulto dietro le bambine. E la scelta della comunicazione pubblicitaria? Che per leggere una buona notizia bisogna pagarla. Sui media soltanto il male ha diritto a continue citazioni gratuite.  

Però è intorno a un altro sentimento che vorrei concentrare la vostra attenzione. La gratitudine. L’adulto senza nome che parla attraverso le bambine (immagino sia il padre) ha speso tempo e denaro per ringraziare. Una sorta di ex voto postmoderno. Una candela di carta che brucia i cinismi, gli imbarazzi, le autodifese, riportando in auge una pulsione dimenticata. Rendere grazie. Invece di dare tutto per scontato, o per dovuto. «Ringrazia, Massimo» è una voce che mi insegue dall’infanzia, la voce di mia madre. Troppe poche volte le ho prestato ascolto. Ringraziare sempre, chiunque e comunque è impresa da illuminati. Eppure anche noi che ci illuminiamo di rado, e solo a intermittenza, potremmo riscoprire che esprimere gratitudine almeno verso chi ci fa del bene non è solo un sintomo di educazione, ma un balsamo esistenziale, forse addirittura un moltiplicatore di fortuna. 

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Dopo il “miracolo”il grazie sul giornale

“Gli angeli delle Molinette hanno salvato la nostra mamma”

«Attività pre e post operatoria abnormi con una gestione clinica fuori protocollo. Ma noi lo chiamiamo miracolo». Danilo Beltramino ha 42 anni, è padre di due bellissime bambine Sara e Irene, di dieci e otto anni e «ancora felicissimo marito di Stefania a cui hanno salvato la vita alle Molinette. È stato un miracolo, non ci sono altre parole. Per questo abbiamo voluto ringraziare tutti con una pagina sulla “Stampa”».  

In fondo è quasi sempre così: quando si scampa a una tragedia grande, di quelle che sembra ti vogliano gettare in un baratro, si vuole raccontare tutto a tutti: è una forma di esorcismo dal dolore e dalla paura, e Danilo racconta quasi senza prendere respiro. «Quello che è successo a Stefania - dice - è qualcosa che non si può non far sapere, lei è nata una seconda volta, quando è tornata a casa qualche giorno fa abbiamo anticipato il Natale».  

La famiglia abita a Pecetto Torinese, Danilo Beltramino è direttore amministrativo di un’azienda dove gestisce milioni all’anno: «Ma questa cosa non sapevo come affrontarla non avrei saputo cosa fare senza la donna della mia vita, la mia amica, la mia amante tutte in una donna sola. E adesso sì che posso dire di essere un uomo fortunato. E poi Stefania è anche figlia unica e ho pensato molto anche ai suoi genitori». La pagina pubblicata ieri sul giornale è semplice come lo sono i disegni dei bambini, ed è scritta e firmata proprio dalle figlie di Danilo: «Papi ci ha spiegato che per salvare la mamma era necessario un miracolo e che i miracoli avvengono solo se ci sono degli angeli. Nel caso della nostra mamma gli angeli hanno un nome e un cognome».  

I sintomi  
Stefania Lancioni una domenica di un mese fa aveva dei dolori fastidiosi al petto «avevamo fatto tutti i controlli possibili la settimana prima - racconta Danilo -. Poi quella domenica di nuovo i dolori e il malessere e ho deciso di portarla al pronto soccorso». Sono le 9 di sera al Pronto soccorso delle Molinette, Stefania ha una «disseccazione aortica» e va in arresto cardiaco. «Se fosse accaduto per strada o a casa non si sarebbe salvata, io l’ho chiesto ai miei amici medici». In quegli istanti è il finimondo intorno alla disperazione di Danilo, defibrillatore per Stefania, poi coma farmacologico e infine la decisione da prendere: operarla subito o aspettare. «Il cardiochirurgo che mi ha ridato mia moglie si chiama Giovanni Marchetto, si è preso una responsabilità enorme». Un cardiochirurgo che quel giorno ha iniziato a operare all’una di notte e ha finito alle 18 del giorno dopo, e che ha detto: «Sono commosso da quella pagina, davvero. Cose come quelle successe alla signora Stefania sono le uniche per cui vale la pena fare il medico». Poche parole e un sorriso quando gli si dice che Danilo Beltramino lo ha paragonato a «Ice» il pilota tutto d’un pezzo di «Top gun». Giovanni Marchetto ha 44 anni e opera alle Molinette dal 2010. Per la fortuna della famiglia Beltramino.  

Un minuto e venti: «In mezzo a quel corridoio dell’ospedale tanto è bastato per salvare Stefania - racconta ancora Danilo frastornato -. Come posso non parlare di miracolo? E poi abbiamo tanti piccoli segni, io sono credente e quei segni li ho percepiti. In casa abbiamo un calendario con disegni di bambini, e di solito mia moglie gira sempre il mese, lo fa prima che finisca. Invece è fermo a ottobre: c’è il disegno di un pallone su una porta di calcio, rosso come un cuore, il portiere sta parando. Sa qual è il titolo? Miracolo».  
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