Caso Charamsa, si squarcia il velo sui preti gay
«Dichiarate i vostri conflitti d'interesse». È quanto scrivevo sulla Nuova BQ a proposito dei religiosi di ogni dignità autori di dichiarazioni e scritti eterodossi in senso omosessualista. Ho dovuto aspettare quattro mesi e l'apertura del sinodo ordinario per la famiglia per avere almeno una risposta indiretta a quel mio invito. Monsignor Krysztof Olaf Charamsa ha fatto, come lui stesso ha detto, "coming out" rivelando in un'intervista al Corriere della Sera di essere "un sacerdote omosessuale, felice e orgoglioso della propria identità". "È il momento che la Chiesa apra gli occhi di fronte ai gay credenti e capisca che la soluzione che propone loro, l’astinenza totale dalla vita d’amore, è disumana", ha detto alla giornalista del Corriere.
In realtà non conosco alcun articolo del codice canonico dove la Chiesa imponga a chicchessia l'astinenza totale dalla vita d'amore, a meno che, con un riduzionismo che è abbastanza sintomatico della polarizzazione del pensiero di una componente significativa della popolazione omosessuale, egli non identifichi l'amore con il sesso. Sì, la Chiesa occidentale indica a tutti la castità che per i consacrati consiste nel celibato e dunque l'astinenza dai rapporti coniugali. Non sorprende che ciò che i padri e i santi per millenni hanno tenuto come un dono e una chiamata proveniente dalle labbra stesse del Signore Gesù Cristo, rendersi eunuchi per il regno dei cieli, per la cultura pansessualista omofila costituisca un trattamento disumano, qualcosa dunque di assimilabile alla tortura praticata a Guantanamo.
Alla Chiesa il teologo polacco ha detto in conferenza stampa di "avere dedicato tutta la vita". Non per essere pedanti, né irriconoscenti verso il bene che egli avrà sicuramente compiuto, ma non si può non sottolineare il fatto che, almeno da un certo punto della sua vita, egli ha cominciato a ritagliare dalla sua vita sacerdotale uno spicchio, solo lui sa quanto grande, offerto a qualcun altro, quel compagno che ha dichiarato di avere.
Ordinato sacerdote il 28 giugno 1997, all'intervistatrice che gli domandava come avesse potuto ricevere gli ordini nonostante la sua omosessualità ha detto che l'esclusione dei sacerdoti gay è una "regola introdotta nel 2005 quando io (mons. Charamsa n.d.r.) ero già sacerdote, e che vale solo per le nuove ordinazioni". Il riferimento è all'Istruzione della Congregazione per l'Educazione Cattolica circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al Seminario e agli Ordini sacri.
Si tratta effettivamente di un documento del 4 novembre 2005 approvato da Papa Benedetto XVI che però non faceva altro che confermare e sviluppare le indicazioni dell'esortazione apostolica post-sinodalePastores dabo vobis del 25 marzo 1992 in cui il Papa San Giovanni Paolo II reiteratamente richiamava alla verifica della maturità affettiva del candidato al sacerdozio: "l'educazione all'amore responsabile e la maturazione affettiva della persona risultano del tutto necessarie per chi, come il presbitero, è chiamato al celibato, ossia ad offrire, con la grazia dello Spirito e con la libera risposta della propria volontà, la totalità del suo amore e della sua sollecitudine a Gesù Cristo e alla Chiesa".
Quella norma era perfettamente in vigore quando mons. Charamsa pronunciava i voti solenni e riceveva il sacerdozio, la dottrina morale della Chiesa non è cambiata in corso d'opera dopo la sua ordinazione, dunque quella sua attrazione verso le persone dello stesso sesso era stata al tempo dichiarata al direttore del seminario e al vescovo? L'insegnamento della Chiesa sul celibato e sull'omosessualità era stato compreso ed accolto? C'è stata una metamorfosi in quella che mons. Charamsa concepisce come la propria "natura", oppure, nonostante oggi affermi di avere sempre saputo del proprio orientamento, ci fu sottovalutazione, dissimulazione e omissione?
Si tratta effettivamente di un documento del 4 novembre 2005 approvato da Papa Benedetto XVI che però non faceva altro che confermare e sviluppare le indicazioni dell'esortazione apostolica post-sinodalePastores dabo vobis del 25 marzo 1992 in cui il Papa San Giovanni Paolo II reiteratamente richiamava alla verifica della maturità affettiva del candidato al sacerdozio: "l'educazione all'amore responsabile e la maturazione affettiva della persona risultano del tutto necessarie per chi, come il presbitero, è chiamato al celibato, ossia ad offrire, con la grazia dello Spirito e con la libera risposta della propria volontà, la totalità del suo amore e della sua sollecitudine a Gesù Cristo e alla Chiesa".
Quella norma era perfettamente in vigore quando mons. Charamsa pronunciava i voti solenni e riceveva il sacerdozio, la dottrina morale della Chiesa non è cambiata in corso d'opera dopo la sua ordinazione, dunque quella sua attrazione verso le persone dello stesso sesso era stata al tempo dichiarata al direttore del seminario e al vescovo? L'insegnamento della Chiesa sul celibato e sull'omosessualità era stato compreso ed accolto? C'è stata una metamorfosi in quella che mons. Charamsa concepisce come la propria "natura", oppure, nonostante oggi affermi di avere sempre saputo del proprio orientamento, ci fu sottovalutazione, dissimulazione e omissione?
Oggi il teologo gay formula la richiesta del ribaltamento della dottrina argomentando che "una coppia di lesbiche o di omosessuali deve poter dire alla propria Chiesa: noi ci amiamo secondo la nostra natura". Si tratta della stessa posizione espressa dal cardinale Kasper di cui, in qualche modo, la condotta di mons. Charamsa è lo sviluppo applicativo. Il porporato tedesco ha infatti dichiarato casualmente ancora al Corriere della Sera che "gay si nasce". Non posso che essere stupefatto di fronte a tanta onniscienza. L'intera comunità scientifica mondiale dopo decenni di ricerche e tonnellate di pubblicazioni non sa ancora attribuire una causa all'attrazione sessuale per persone dello stesso sesso, ma Charamsa e Kasper affermano sicuramente che si tratta di una condizione naturale. Categoria, quella di natura, suscettibile di un'interpretazione distorta quale quella di ridurla alla mera dimensione biologica, senza considerare che appartiene alla natura dell'uomo la razionalità e la capacità di sottrarsi agli istinti.
Ed è proprio l'interpretazione dell'omosessualità come fatto innato ed immutabile ad essere smentita dalle evidenze scientifiche che indicano invece un basso tasso di concordanza nell'orientamento sessuale dei gemelli omozigoti di fratelli omosessuali (segno che l'orientamento omosessuale non è governato nei cromosomi) e la significativa fluttuazione spontanea dell'orientamento sessuale rilevata nei cinque anni di osservazione dal gruppo di studio della Cornell University negli oltre dodicimila giovani adulti appartenenti al National Longitudinal Survey of Adolescent Health.
Ed è proprio l'interpretazione dell'omosessualità come fatto innato ed immutabile ad essere smentita dalle evidenze scientifiche che indicano invece un basso tasso di concordanza nell'orientamento sessuale dei gemelli omozigoti di fratelli omosessuali (segno che l'orientamento omosessuale non è governato nei cromosomi) e la significativa fluttuazione spontanea dell'orientamento sessuale rilevata nei cinque anni di osservazione dal gruppo di studio della Cornell University negli oltre dodicimila giovani adulti appartenenti al National Longitudinal Survey of Adolescent Health.
Mons. Charamsa ha definito l'ex Sant'Uffizio "il cuore dell'omofobia della Chiesa cattolica, un'omofobia esasperata e paranoica". Non stupisce nemmeno questa posizione. Per i gay, per gli attivisti omosessualisti (non per le persone omosessuali, categoria sociologica ben più ampia e variegata), tutto ciò che si oppone alla totale omologazione e parificazione del sesso omosessuale a quello eterosessuale costituisce omofobia. Se dunque Scrittura, Tradizione e Magistero condannano gli atti omosessuali, per il gay cattolico che tiene come un dogma di fede che gay è bello e buono, ci deve essere un errore nella esegesi, nel pensiero dei padri e dei santi, nell'insegnamento dei Papi e nei messaggi provenienti dal Cielo riconosciuti come autentici dalla Chiesa. Tutti in errore, tranne lui, il gay credente, che, come previsto da Paul Bourget, incapace di vivere come crede, ha deciso di credere come vive.
Le parole di padre Lombardi che annunciano la rimozione del teologo polacco dai vari incarichi attualmente conferiti non dovrebbero essere recepite come una ritorsione, ma piuttosto come la franca accettazione del libero arbitrio di ogni persona, compresa quello di credere in quello che insegna come Mater et Magistra oppure di credere in ciò che si pensa.
Indipendentemente dai tempi e dalle modalità comunicative scelte, intendo comunque rivolgere a mons. Charamsa il mio personale ringraziamento per avere rivelato il suo conflitto d'interessi. Adesso tifo perché chi è nelle sue condizioni non continui a tradire la Chiesa.
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Pressione gay sul Sinodo
Alcuni osservatori di cose vaticane sembrano molto preoccupati del dibattito mediatico che accompagna il Sinodo, in particolare, a loro giudizio, per l'azione di quelli che si preoccupano della dottrina e ostacolano il dialogo. La pressione mediatica in effetti c'è e avanza con certo clangore, anche con fatti che sembrano artatamente inanellarsi. Ma che ben poco riguardano la discussione nel merito dei contenuti del Sinodo, mentre hanno tutto il sapore dei metodi dei media internazionali che, inevitabilmente, finiscono per fare pressione sui lavori del Sinodo.
Mentre il cardinale Kasper, come riporta il Corriere, dice che “gay si nasce” e che bisogna “accogliere” questa realtà, accadono una serie di episodi che nel loro insieme vanno indubbiamente verso una certa direzione.
Dapprima il caso dell'incontro del Papa in quel di Washington con la signora Kim Davis che, come tutti sanno, è finita in carcere per essersi rifiutata di ratificare, in qualità di funzionario pubblico, un matrimonio omosessuale nel Kentucki (Usa). In questo caso Francesco ha abbracciato la signora e le ha detto, più o meno, di “andare avanti con coraggio”. Subito il New York Times si è prodigato nel buttare acqua sul fuoco, perché l'immagine del Papa che emergeva da questo incontro non corrispondeva propriamente alla narrazione che di lui si vuole tramandare ai posteri.
P. Federico Lombardi, portavoce della Sala Stampa vaticana, in effetti, si è premurato di precisare che l'incontro con Kim Davis non significava un appoggio «alla sua posizione in tutti i suoi risvolti particolari e complessi». Quello con la Davis è stato un incontro come tanti che avvengono durante i viaggi del Papa, “si è trattato – ha spiegato, appunto, Lombardi - di saluti molto brevi di cortesia a cui il Papa si è prestato con la sua caratteristica gentilezza e disponibilità.” Sembra proprio che il New York Times possa dormire sonni tranquilli.
Arriviamo così al secondo fatto. Per una strana eterogenesi dei fini, specificando come sono andate le cose con la funzionaria obiettrice di coscienza, emerge “l'unica udienza concessa dal Papa presso la nunziatura”, cioè quella ad “un suo antico alunno con la famiglia». Ebbene si dà il caso che quell'antico alunno, Yayo Grassi, di origini argentine, sia gay e, nella “famiglia” che lo accompagnava c'era anche il suo convivente, Iwan. È evidente che a livello mediatico questo incontro ristabilisce in pieno la narrazione del Papa tanto cara al New York Times e affini. Che poi le cose siano da specificare, nel senso che il Papa nel 2010 aveva già comunicato all'ex alunno la sua contrarietà ai matrimoni omosessuali, mentre gli confermava l'amicizia, rimane un fatto a margine che non incide sulla narrazione del Papa gay-friendy.
Nel frattempo, dopo che le immagini dell'incontro tra Francesco e Yayo facevano e rifacevano il giro del mondo, P. Lombardi specificava ancora, dicendo che “il Papa conserva molti rapporti personali motivati pastoralmente con un atteggiamento di gentilezza, di accoglienza e di dialogo”. Cioè ribadiva una cosa ovvia, ossia che il Papa è sempre attento alla persona, e non bisogna vederci nulla di più. Certo, dal punto di vista mediatico, la potenza di quelle immagini che facevano e rifacevano il giro del mondo, sono come l'onda di uno tsunami rispetto al ruscello delle sacrosante precisazioni.
Comunque la pressione mediatica sul tema non cede di un millimetro. Con un coming-out che sembra a orologeria ecco il monsignore polacco, Krzysztof Charamsa, officiale della Congregazione per la dottrina della fede e secondo segretario della Commissione teologica internazionale, che dichiara a mezzo mondo di essere felicemente gay. Il coming-out ha un timing perfetto, visto che siamo alle soglie del Sinodo e anche alla vigilia della prima assemblea internazionale dei cattolici LGBT organizzata dal Global Network of Rainbow Catholics a Roma.
Nella conferenza stampa che il monsignore si è prodigato di convocare ha precisato che “ci sono tantissimi gay in Vaticano” e, guarda caso, il covo dell'omofobia sarebbe nell'ex Sant'Uffizio, la congregazione retta dal cardinale tedesco Ludwig Muller. Mentre, specifica Charamsa, Francesco è “fantastico”, perché “ci ha fatto riscoprire la bellezza del dialogo. E ora, dice, “il Sinodo sulla famiglia sia davvero di tutte le famiglie e nessuna sia esclusa”.
Il portavoce della Sala Stampa Lombardi è così dovuto intervenire una terza volta. “La scelta di operare una manifestazione così clamorosa alla vigilia dell’apertura del Sinodo”, ha detto Lombardi, “appare molto grave e non responsabile, poiché mira a sottoporre l’assemblea sinodale a una indebita pressione mediatica.”
Se tre indizi fanno una prova, ci sono davvero tutti gli elementi per ritenere che la pressione mediatica sul Sinodo ci sia davvero. E va in una direzione ben precisa. Semmai ci sarebbe da chiedersi da dove proviene.