domenica 11 ottobre 2015

La missione della Chiesa non ha bisogno di nemici



La famiglia agli occhi di Dio 

S’intitola “Avec Dieu chemin faisant” (Éditions de La Martinière) l’ultimo libro, uscito l’8 ottobre, del vicedecano del collegio cardinalizio, un testo non lungo ma fitto di riflessioni, testimonianze personali, spunti attualissimi. In una nostra traduzione pubblichiamo il capitolo dedicato alla famiglia di Gesù.
(Roger Etchegaray) Gesù, Maria e Giuseppe mi fanno spesso pensare a Nazaret, il loro villaggio in Galilea. Hanno trascorso lì quelli che Robert Aron ha chiamato gli «anni oscuri» di Gesù, in cui nulla li distingueva dalle altre famiglie ebree, al punto che il Vangelo presenta spesso Gesù come «il Nazareno». Trent’anni di vita privata in famiglia per tre anni appena di vita pubblica, vale a dire l’estrema importanza della famiglia agli occhi di Dio.
Non dimentico Betlemme, ciò che deve essere stato per loro tre l’inizio della loro vita familiare lungo i sentieri dell’esilio in Egitto. Una famiglia resta sempre segnata dalle sue origini. Era già la “santa famiglia”, non solo per l’origine divina del neonato, ma anche perché quei mesi di vita errante furono i più difficili per dei genitori aperti alla voce dell’angelo che aveva detto a Giuseppe: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre…».
Fu anche il tempo della più grande intimità familiare, quello in cui, sotto lo sguardo attento di Giuseppe, Maria faceva deliziosamente l’esperienza del suo ruolo materno, con quei mille piccoli gesti di giorno e di notte che ogni mamma conosce bene.
Nel corso dei secoli si sono diffuse deliziose leggende. Quando lo stemma di papa Francesco è stato reso noto, il 19 marzo 2013, giorno scelto per l’inaugurazione del suo pontificato, molti hanno avuto difficoltà a decifrare il fiore di nardo, pianta aromatica citata nel Vangelo. Secondo la tradizione, tutti i giovani di Nazaret, sospirando dietro la bella Maria, portavano in mano un ramo di nardo, e fu quello di Giuseppe che iniziò a fiorire. Il nostro papa si è sempre sentito sotto la sua protezione paterna!

L'Osservatore Romano


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La famiglia via per la Chiesa
Avvenire
(Stefania Falasca) «Non esiste il “Vangelo della famiglia”, come si sente spesso dire, ma le persone e le famiglie che si lasciano illuminare dal Vangelo» ha voluto chiarire uno dei padri sinodali biblista intervenuti in aula sinodale. Settantacinque sono stati gli interventi ascoltati ieri e oggi in assemblea, compresi quelli che hanno espresso il proprio pensiero nell’ora di discussione libera, come ha riferito sabato padre Lombardi nel corso del briefing in Sala Stampa vaticana.

Gli interventi hanno riguardato tutti la seconda parte dell’Instrumentum laboris: «Il discernimento della vocazione familiare» e sulla quale lunedì si riuniranno i Circoli minori delle diverse aree linguistiche. A questi interventi, secondo quanto ha riferito padre Lombardi, nella tarda mattinata di oggi se ne sono già aggiunti anche una decina riguardanti la terza parte del testo base del Sinodo: «La missione della famiglia oggi», quella che comprende anche i noti punti sui divorziati risposati.
Ad esprimere il proprio pensiero in aula sono stati in gran parte europei e tra questi anche un certo numero di curiali, quindici dall’Asia e quindici dall’Africa. Diversi gli argomenti trattati. Molti interventi hanno messo in luce la famiglia come via della Chiesa, per essere prossima alla realtà e come scuola di umanità. Altri hanno messo in rilievo la spiritualità familiare, la vocazione al matrimonio, che non deve essere considerata di secondo ordine rispetto a quella sacerdotale o religiosa. Altri ancora si sono incentrati sulla misericordia sotto diversi aspetti e come la Chiesa sempre deve proclamare il Vangelo e abbracciare chiunque. Alcuni hanno parlato dell’indissolubilità del matrimonio e come questo sia presentato positivamente e non come un giogo. Un padre sinodale spagnolo, è stato riferito nel corso della conferenza stampa, ha rivolto su questo punto all’assemblea alcune osservazioni partendo dai testi biblici. Ed ha ricordato ai padri «di non ridurre la questione del Sinodo solo alla questione del matrimonio ma di considerare che la famiglia esiste anche senza matrimonio perché ci sono i vedovi e le vedove o le situazioni monoparentali che sono considerate anche nel Vangelo».
Si è trattato anche dei matrimoni interreligiosi, tra coniugi di diverse fedi e un certo numero di interventi hanno riguardato ancora il problema delle migrazioni e della povertà.
Tra le proposte arrivate dai relatori in aula anche quella di prepararsi ai lavori dei prossimi sinodi ordinari attraverso la convocazione di sinodi o riunioni continentali. «È bene che la discussione inizi a livello locale per portarsi a livello universale» ha aggiunto l’arcivescovo siro-malankarese Baselios Cleemis Thottunkal, presidente della Conferenza episcopale indiana. «Si potrebbe iniziare a discutere a livello di conferenza episcopale o di diocesi» ha proseguito il reverendo Javier Alvarez-Ossorio, segretario generale della Congregazione dei Sacri Cuori presente al briefing. «Ma questa è solo una proposta, avanzata da uno dei padri sinodale in aula, non è un punto all'ordine del giorno» ha tenuto a precisare Lombardi. Lunedì parleranno al briefing due coppie che partecipano al Sinodo. «Sono molti i padri che hanno fatto richiesta di intervenire sulla terza e ultima parte dell’Instrumentum Laboris, che è la più lunga e articolata e affronta temi molto attesi» informa il direttore della Sala Stampa vaticana.
Il punto sull’ultima giornata di lavori dell’assemblea ha offerto ancora l’opportunità per precisare il metodo seguito nel confronto in atto tra i duecentosettanta padri sinodali. Rispondendo ad una richiesta di bilancio sulla prima delle tre settimane, Lombardi ha evidenziato che «il processo sinodale va avanti e si taglia con soddisfazione il traguardo della prima settimana dei lavori». «Tuttavia – ha precisato rispondendo a una domanda sul procedimento – non abbiamo indicazione su come avverrà la conclusione, se ci sarà o meno un documento finale. Su questo dobbiamo attendere il Papa».

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La missione della Chiesa non ha bisogno di nemici

Messa del Papa in S. Pietro


Una riflessione di Gilfredo Marengo, ordinario di Antropologia teologica al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II sulla famiglia, a 50 anni dal Concilio Vaticano II

GILFREDO MARENGO*

Una diffusa sensibilità antimoderna e dottrinalista, presente in molte realtà ecclesiali, caratterizza in maniera evidente lo scorcio degli ultimi vent’anni. Essa certamente sta alla base di molte istanze polemiche che si agitano in questa stagione sinodale e non è solamente espressa da teologi o uomini di chiesa, ma si coglie bene in non poche espressioni della base: basta dare un’occhiata alla caotica comunicazione del web, siti e blog di svariata ispirazione, con un certa prevalenza dell’ambiente statunitense.

Il fenomeno pone delle domande e apre qualche interessante pista di riflessione rispetto al percorso di rinnovamento pastorale che segna il cuore del cammino ecclesiale a partire dalla celebrazione del Vaticano II di cui a breve si ricorderà il cinquantesimo della solenne conclusione dei lavori.

Massimo Faggioli in un suo recente intervento ha invitato a prendere in considerazione che «tra le tante differenze tra la Chiesa dei primi anni Sessanta e quella di oggi vi è una concezione di unità della Chiesa molto diversa, ovvero una ecclesiologia pratica diversa. Nel corso del secondo post-concilio (che a mio parere inizia a metà del pontificato di Giovanni Paolo II e culmina con Benedetto XVI) sono emerse tendenze a un'ideologizzazione del cattolicesimo anche grazie alla sua inculturazione con la mentalità pseudo-calvinista e vagamente settaria del cristianesimo nordamericano».

Il rilievo merita attenzione, soprattutto per il suggerimento a cogliere qualche tratto originale di quello che viene segnalato come secondo post-concilio: esso si può collegare – con tutta la cautela da usare quando si scandiscono i periodi di una storia – alla cesura operata nell’epoca contemporanea dal 1989: caduta del Muro, fine delle ideologie!

Il panorama seguito a quegli eventi si presentava alla Chiesa come una grande opportunità: se essa stessa era ormai ben consapevole che occorreva abbattere i bastioni elevati in passato per difendersi dal mondo, ora si poteva registrare – non senza un pizzico di compiacimento – che anche i muri costruiti da altri erano crollati. Tutti si trovavano situati in campo aperto: ciascuno poteva mettersi in gioco senza preclusioni in un confronto e dialogo, forse finalmente libero da esasperati pregiudizi.

La storia recente insegna che le cose non sono andate esattamente così e un’indagine approfondita è ancora tutta da elaborare e scrivere.

Ritornando alla questione da cui siamo partiti, può essere utile qualche elemento di riflessione.

Di fronte alla fine delle ideologie, molti cristiani hanno ritenuto che il compito della Chiesa fosse riproporre e formalizzare un modello forte di uomo e di società, capace di misurarsi con l’inevitabile frammentazione culturale e sociale (il post-moderno!) seguita alla crisi dei paradigmi dominanti il secolo breve.

Senza mettere in discussione il compito della Chiesa di rendersi presente e proporre integralmente il suo annuncio, nella certezza che esso è davvero per tutti, converrà chiedersi se la scelta di comunicarsi attraverso la proposta di un modello sia stata la più adeguata alle circostanze. Una società in cui ognuno si sente legittimato a decidere di se stesso, a immaginare e realizzare in totale autonomia la propria identità di uomo (l’uomo è il suo proprio esperimento), una tale proposta ha patito il rischio di essere offerta e recepita secondo due prospettive equivoche.

Da una parte l’annuncio cristiano ha potuto essere ridotto a una delle tante opzioni presenti sulla piazza, annegata in un banale relativismo, perdendo così il suo essere davvero per tutti. D’altra parte la coscienza della sua singolarità e gli esiti drammatici dell’attuale frammentazione sociale e ideale hanno sviluppato in molti cristiani la tentazione di rinfocolare una decisa presa di distanza da un mondo, ormai considerato perduto alla causa del bene.

Va anche ricordato che quando si è pensato un percorso di dialogo, gli strumenti messi in gioco non sono stati sempre i più adeguati.

L’esigenza di mostrare la ragionevolezza dell’annuncio cristiano a un mondo non solo secolarizzato, ma che sembra aver perduto la memoria stessa del fatto cristiano, può avere favorito un certo sbilanciamento delle argomentazioni alla ricerca di nuovi (o forse antichi) preambula fidei, intesi come un terreno comune d’incontro con l’uomo laico del presente, lasciando sullo sfondo la già ricordata urgenza di recuperare lo specifico dell’antropologia e dell’etica cristiane. Si è insistito molto sulle categorie di «ragione» e «natura», non cogliendo quanto la loro comprensione nella mentalità e nella cultura contemporanea sia molto distante dal patrimonio tradizionale del pensiero cristiano. Per questo motivo l’appello a convenire in uno spazio comune di razionalità naturale può correre il rischio di mancare l’interlocutore: per paradosso nello stesso punto di avvio di un’istanza di dialogo si pongono le premesse per sancire in qualche modo l’impossibilità della sua esecuzione.

Per questi motivi è ragionevole segnalare il rischio di una deriva ideologizzante del cristianesimo, quando si voglia mettere in luce la fragilità della comunicazione tutta giocata sulla proposta di un modello, in sé compiuto, di fronte al quale esiste un’unica alternativa: prendere o lasciare.

Non si tratta certamente di immaginare schematicamente la solita «terza via»: proprio il cammino seguito alla svolta del 1989 documenta la fragilità di questo indirizzo.

La domanda piuttosto è se lo specifico della presenza del cristiano nel mondo coincida con la proposta di un modello a cui aderire senza se e senza ma. Converrà interrogarsi se questo modo di procedere, più che salvare l’irrinunciabile profilo identitario della chiesa e della sua missione, non collabori a rialzare barriere e a favorire - quasi inconsapevolmente - la ricerca di un «nemico» da combattere come fattore di legittimazione della propria presenza nel mondo.

Non si può non ricordare che molti dei tratti più nuovi del magistero di papa Francesco sembrano indicare un’altra strada: basterebbe rileggere con attenzione il corpus dei suoi interventi nel recente viaggio a Cuba e negli Stati Uniti. Un testo fra tutti ne evoca in maniera suggestiva la tonalità dominante: «Dobbiamo condannare i nostri giovani per essere cresciuti in questa società? Dobbiamo scomunicarli perché vivono in questo mondo? Essi devono sentirsi dire dai loro pastori frasi come: “Una volta era meglio”; “il mondo è un disastro e, se continua così, non sappiamo dove andremo a finire”? Questo mi suona come un tango argentino! No, non credo, non credo che sia questa la strada. Noi pastori, sulle orme del Pastore, siamo invitati a cercare, accompagnare, sollevare, curare le ferite del nostro tempo. Guardare la realtà con gli occhi di chi sa di essere chiamato al movimento, alla conversione pastorale. Il mondo oggi ci chiede con insistenza questa conversione pastorale. «È vitale che oggi la Chiesa esca ad annunciare il Vangelo a tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni, senza indugi, senza repulsioni e senza paura. La gioia del Vangelo è per tutto il popolo, non può escludere nessuno» (Evangelii gaudium, 23). Il Vangelo non è un prodotto da consumare, non rientra in questa cultura del consumismo» (Ai vescovi, Philadelphia, 27 settembre 2015).

* Ordinario di Antropologia Teologica, Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su Matrimonio e Famiglia - Roma