QUELLI CHE CAMBIANO IDEA
di Mario Adinolfi
Nelle storia di uteri affittati, bambini comprati, genitorialità inventate (pessima parola, genitorialità, esistono solo la maternità e la paternità) quelle che non vengono mai alla luce in questo momento in Italia, perché infastidiscono i teorici della stepchild adoption, sono le vicende tipiche di coloro che considerano i figli come fossero un bene di consumo. Non vi raccontano mai di quelli che si stufano. Sono tanti, sapete? Negli Stati Uniti ieri una conduttrice televisiva multimilionaria, la 48enne Sherri Shepherd, si è molto arrabbiata perché un tribunale l'ha obbligata al mantenimento di un bimbo da lei "ordinato" un paio d'anni fa. All'ottavo mese di gravidanza della "madre surrogata" la conduttrice s'era stancata sia del marito che dell'idea di avere un figlio. E così quando il bimbo è nato a prenderselo al volo è stato il marito che le ha chiesto poi soldi, tanti soldi, usandolo come una cosa per arricchirsi. La signora conduttrice ha affermato: "Non ho nessun legame biologico con quel bambino, non l'ho partorito io, non è mio figlio". La Corte, insensibile al grido di dolore, l'ha condannata a versare oltre quattromila dollari al mese all'ex marito per il mantenimento e lui si frega le mani. Lei si lamenta: "Questo giochino mi è già costato più di centomila dollari per affittare l'utero". E ha proposto appello alla sentenza, chiedendo che il suo nome sia cancellato dal certificato di nascita del bambino dove è scritto nella casella "madre". Davvero noi vogliamo far diventare i figli oggetti di contese del genere? Davvero non capiamo che commercializzare la maternità genera disastri, peraltro anche giuridicamente penosi?
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L'utero in affitto e i neuroni in saldo
di Diego Fusaro
Meno di vent’anni fa sarebbe parso impossibile. Oggi appare invece impossibile che vi sia chi si opponga a tale pratica: subito è bersagliato dal coro virtuoso dei benpensanti come retrogrado, oltranzista, antimoderno e, naturalmente, “omofobo”, l’etichetta più in voga nel tempo della neolingua e della polizia dei costumi.
Alludo alla nuova pratica dell’“utero in affitto”, che l’ipocrisia del pensiero unico e l’astuzia della neolingua hanno scelto di chiamare, con discrezione, “maternità surrogata”. A un primo sguardo, sembrerebbe una pratica emancipativa, da salutarsi con gioia: “La maternità surrogata – si legge su ad esempio sul sitomaternitasurrogata.info – permette di diventare genitore anche a chi non riesce a portare a termine una gravidanza, grazie ad una donna che accetta di affrontare gestazione e parto per altri”.
Sembra, a tutti gli effetti, una pratica emancipativa: che permette di diventare mamma anche a chi, per vari motivi, non potrebbe diventarlo. Se non fosse che, nel tempo dell’ipocrisia universale, si omette – guarda caso – di specificare l’aspetto fondamentale e cioè che a regolare questo passaggio, per cui una donna cede il proprio utero a un’altra, è la fredda logica del do ut des liberoscambista. Utero in affitto, appunto. Mercificazione del corpo.
Il capitale, che un tempo si arrestava ai cancelli delle fabbriche, oggi si è impadronito della nuda vita: utero compreso. L’economia si è impadronita della vita, facendosi bioeconomia: ha rimosso il confine tra ciò che è merce e ciò che non lo è né può esserlo.
Il vecchio slogan femminista “l’utero è mio, me lo gestisco io”, frutto di una stagione di lotte e di benemerite rivendicazioni dell’emancipazione femminile, è oggi stato riadattato dal capitale in funzione della sua sola norma, la valorizzazione del valore: l’utero è tuo e “puoi” affittarlo a chi vuoi.
Il vecchio slogan femminista “l’utero è mio, me lo gestisco io”, frutto di una stagione di lotte e di benemerite rivendicazioni dell’emancipazione femminile, è oggi stato riadattato dal capitale in funzione della sua sola norma, la valorizzazione del valore: l’utero è tuo e “puoi” affittarlo a chi vuoi.
Nessun vincolo, nessun limite, nessuna religione: puoi farne ciò che vuoi. Sei libera da Dio e dalle vecchie morali borghesi. Ma il “puoi” in questione è sempre quello della società di mercato: “puoi”, in realtà “dovrai”. “Puoi”, perché nessuno te lo impone, né te lo vieta. “Dovrai”, perché sarà la tua condizione socio-economica a importi di farlo per poter sopravvivere, per poter arrivare a fine mese. Le donne indigenti diventeranno – non è difficile prevederlo – i luoghi futuri della maternità, di quella pratica che richiede troppa responsabilità e fatica per la società di mercato, per i suoi ritmi e le sue carriere di manager rampanti. Vivranno mettendo in affitto il loro corpo. La logica del capitale è, in fondo, questa: abbattere ogni limite etico, morale e religioso, per poi imporre ovunque, senza barriere residue che possano frenarla, la legge dell’onnimercificazione e del valore di scambio. Tutto diventa merce, aveva avvertito Marx nel 1847, inMiseria della filosofia. Perfino l’utero, dobbiamo riscontrare noi.
E così la pratica dell’utero in affitto rivela l’usuale sporcizia di cui gronda il capitale: mercificazione dei corpi, offesa della dignità umana, riduzione della generazione della vita a mercimonio. E tutto questo verrà definito progressivo ed emancipativo: oltre al danno, la beffa, con la piena connivenza da parte delle usuali forze passate armi e bagagli dalla lotto contro il capitale alla lotta per il capitale.
Pasolini è passato invano in questo Paese, che pure continua ipocriticamente a celebrarlo come una “star”. Pasolini aveva pienamente compreso i dilemmi della modernizzazione capitalistica, il falso mito del progresso come cavallo di Troia con cui il capitale si sarebbe preso tutto, compreso la nuda vita e gli uteri, oltre che, naturalmente, le nostre teste.
Ed ecco, allora, la “maternità surrogata”: un’altra categoria della neolingua orwelliana per non dire “utero in affitto”, ossia mercificazione dell’umano e profitto ai danni della nuda vita. E’ progresso? Sì, per l’economia di mercato. A uscirne offesa, umiliata, svilita e mortificata è, una volta di più, l’essenza dell’essere umano, che non ha prezzo ma solo dignità.
Ed ecco, allora, la “maternità surrogata”: un’altra categoria della neolingua orwelliana per non dire “utero in affitto”, ossia mercificazione dell’umano e profitto ai danni della nuda vita. E’ progresso? Sì, per l’economia di mercato. A uscirne offesa, umiliata, svilita e mortificata è, una volta di più, l’essenza dell’essere umano, che non ha prezzo ma solo dignità.
E dopo l’utero in affitto, presto avremo il cervello in prestito, il rene in comodato d’uso, il polmone in comproprietà: per non tacere, poi, dei neuroni, che sono in saldo già da un pezzo.
http://www.ilfattoquotidiano.it/
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"Attenti, le unioni civili hanno serie conseguenze culturali e sociali".
di Giovanni Maddalena | 14 Gennaio 2016 "Il Foglio".
di Giovanni Maddalena | 14 Gennaio 2016 "Il Foglio".
Questo articolo è l'esempio lampante di come basterebbe guardare le cose per quello che sono, senza lasciarsi abbagliare da ideologie per capire le ragioni per le quali diciamo che questo testo sulle unioni civili va RI-TI-RA-TO!
"...Più a fondo, però, c’è una questione culturale che, eliminati gli spettri di mostri da ogni parte, non bisogna occultare, perché ovviamente un diritto assoluto varrebbe a prescindere dall’impatto sulla società.
Qui si gioca il contrasto fra una cultura di liberalismo radicale, che per qualche motivo non del tutto cogente è sposata spesso dalle sinistre (che dovrebbero essere più sensibili delle destre al fattore sociale, come ha scritto intelligentemente Fusaro) e una cultura conservatrice.
La prima sottolinea l’autonomia dell’individuo come sorgente assoluta di valori e libertà, l’altra considera la persona come parte di una realtà che non può cambiare a proprio piacimento e che è libera quando rispetta tale realtà.
La prima tende a considerare ciò che è nuovo, spontaneo, autonomo come buono in quanto affrancamento da legami oppressivi, l’altra a salvare ciò che viene ricevuto dalla tradizione, come parte di una realtà da cui si dipende".
Qui si gioca il contrasto fra una cultura di liberalismo radicale, che per qualche motivo non del tutto cogente è sposata spesso dalle sinistre (che dovrebbero essere più sensibili delle destre al fattore sociale, come ha scritto intelligentemente Fusaro) e una cultura conservatrice.
La prima sottolinea l’autonomia dell’individuo come sorgente assoluta di valori e libertà, l’altra considera la persona come parte di una realtà che non può cambiare a proprio piacimento e che è libera quando rispetta tale realtà.
La prima tende a considerare ciò che è nuovo, spontaneo, autonomo come buono in quanto affrancamento da legami oppressivi, l’altra a salvare ciò che viene ricevuto dalla tradizione, come parte di una realtà da cui si dipende".
"Per un principio di prudenza, invece di una legge affrettata, preferirei mettere un po’ di studiosi a confronto sulle conseguenze sociali in senso ampio di certe scelte (soprattutto quelle che riguardano i bambini) laddove leggi simili sono state approvate, e cercare di creare spazi pubblici – anche nei partiti – per pensare a quale bene vogliamo per l’intera società sospingendo l’una o l’altra versione di libertà.
E nel frattempo, promuovere innanzi tutto una legislazione completa di aiuto alle famiglie e alle unioni eterosessuali (27 milioni di persone), valore sociale consolidato.
Certo, ciò vorrebbe dire dare tempo al tempo, al pensiero e alla ricerca, al dialogo forte fra idee e ideali, un’opzione politica che distingue le personalità che pensano al bene comune prima che alle prossime elezioni.
Speriamo che in Parlamento ce ne sia qualcuna, non importa se progressista o conservatrice".