lunedì 11 novembre 2013

Le donne nella Chiesa




In un’intervista a Maria Voce. 

(Lucetta Scaraffia) L’intervista di Maria Voce alla rivista «Città Nuova» sul tema donne e Chiesa è di grande interesse, sia per l’importanza della persona — certo la donna più eminente del mondo cattolico in quanto presidente del movimento che vi è più diffuso, i Focolari — sia per il coraggio e la lucidità delle sue proposte.Inizia con un cenno alla Mulieris dignitatem, finora scarsamente attuata, ma che deve essere considerata per il suo valore profetico: «Si vedrà una progressiva attuazione nella misura in cui i tempi matureranno e le donne sapranno offrire adeguati contributi». È molto interessante questo modo di rovesciare il problema: invece di incolpare gli uomini di non avere fatto posto alle donne, l’intervistata parla di un momento in cui le donne daranno «adeguati contributi», dando per scontato che il cambiamento ci sarà.
Del resto, ci sono già donne capaci di collaborare, come si evince dalle risposte successive, in cui Maria Voce si preoccupa che la questione non venga risolta con l’assegnazione di qualche posto decisionale a due o tre donne, ma piuttosto che «tutta la compagine ecclesiale sia disposta ad accogliere l’autorevolezza di persone di sesso femminile anche laddove si prendono le decisioni più importanti per la Chiesa». Senza questo cambiamento di mentalità, non vi sarà un vero cambiamento nella condizione delle donne, ma solo qualche «fiore all’occhiello» da esibire per salvare l’immagine.
La presidente dei Focolari auspica invece un cambiamento vero e profondo: vuole non soltanto che le caratteristiche femminili — da lei definite come una relazione di amore e distacco con gli altri esseri umani — siano apprezzate veramente, ma che venga ricercato e ascoltato anche il pensiero delle donne.
Ammette però che le donne sono almeno in parte responsabili di questa situazione, per aver accettato senza protestare ruoli subalterni in cambio della protezione. Ma oggi la situazione è in veloce cambiamento, tanto che si può pensare a un ingresso non troppo esiguo di donne negli organismi di consultazione, di pensiero e di decisione, e anche a un organismo di consulenza del Papa di cui facciano parte uomini e donne insieme. E non ha remore nell’affermare: «Un organismo del genere mi entusiasmerebbe».
La sua esperienza di governo al femminile, caratterizzata dall’amore, viene proposta come modello per tutta la Chiesa, ricordando che questa esperienza — specifica del movimento dei Focolari — si rifà a un aspetto della figura di Maria «che è ancora poco considerato, quella di Madre della Chiesa, cioè colei che contiene tutte le realtà della Chiesa stessa».
Di fatto però questo tipo di governo femminile non è ancora completamente riconosciuto. Lo rivela un particolare significativo che Maria Voce evoca con «perplessità», cioè la mancata possibilità di incardinare nel movimento sacerdoti già ordinati. Forse perché — qualcuno potrebbe pensare — si troverebbero in una posizione di subalternità nei confronti di una donna: la presidente del movimento.
I Focolari — è un aspetto che salta agli occhi di chiunque si trovi a entrare in contatto con loro — sono uno dei pochi spazi del mondo cattolico dove donne e uomini collaborano insieme per il bene della Chiesa, dove la differenza fra i generi diventa collaborazione e non contrapposizione. Ed è proprio per questo motivo che Maria Voce è una delle persone più autorizzate a parlare della collaborazione necessaria fra donne e uomini, a proporre la presenza di donne almeno nelle fasi preparatorie del conclave, a consigliare Papa Francesco di affidarsi alle sue esperienze domestiche con la mamma e la nonna, alle donne che ha conosciuto in passato e con le quali ha costruito «contatti profondi e autentici», per pensare a un ruolo nuovo per le donne nella Chiesa.
Le parole di Maria Voce fanno comprendere chiaramente come le giuste richieste di un riconoscimento vero della presenza femminile nella Chiesa non vengano solo da gruppi radicali che chiedono l’ordinazione femminile, ma da figure autorevoli e moderate. Dietro le quali c’è sicuramente la maggioranza delle donne che fanno parte della Chiesa.
L'Osservatore Romano

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Davvero liberi!
di Costanza Miriano
Per chi mi conosce la cosa ha dell’incredibile, e, in caso di processo di beatificazione di Bergoglio, l’episodio verrà certo catalogato come miracolo: per la prima volta in tutta la mia vita sono arrivata in anticipo a un appuntamento, e con tutta la mia famiglia. Non c’è proprio alcuna spiegazione umana a questo fenomeno. L’appuntamento era per entrare in udienza dal Papa, e l’evento – avere infilato sei vestiti e dodici scarpe con ben quarantacinque minuti di anticipo – ha del soprannaturale.
Ho avuto l’onore di partecipare al seminario di studi con cui il Pontificio Consiglio per i Laici ha ricordato i venticinque anni della Mulieris Dignitatem. Il Papa ha fatto uno strappo alla regola e ha ricevuto i partecipanti, ci ha detto, perché tiene molto alle donne, e voleva dirci qualcosa di importante. “Siate serve, non schiave” – si è raccomandato prendendo la parola. Ma che significa, questo?
Qual è la differenza fra l’essere servi – la cosa riguarda in modo diverso anche l’uomo – e l’essere schiavi? Io credo che la differenza stia nella libertà. Qualcuno che serve lo fa perché ha deciso di farlo, chi è schiavo non è libero di dire “oggi non mi va”. Le donne, che per secoli sono state a volte costrette ad accogliere la vita, a mediare, smussare gli angoli, mettere se stesse per ultime, e che poi a un certo punto, con il femminismo, si sono ribellate a questo, oggi possono di nuovo scegliere di essere accoglienti e docili non perché obbligate ma per amore, e moltissime già lo fanno.
Questo è vero per ogni cristiano. Noi siamo davvero liberi, della libertà dei figli di Dio, un Dio che abbiamo l’enorme privilegio di chiamare Padre, e dunque non ne abbiamo paura. Quando ci invita a servire dobbiamo pensare che, visto che è il babbo, sicuramente quello che ci sta dicendo è una cosa che ci conviene, ci fa felici. Non siamo costretti, come schiavi, a metterci per ultimi, ma quando riusciamo a farlo siamo i primi a capire quanto la cosa ci sia “utile”, cioè ci faccia fare passi in avanti sulla via della santità, che poi sarebbe quella della gioia.
fonte> Credere