martedì 5 novembre 2013

Quella carità che si inginocchia



Incontro a Trieste del Consiglio delle Conferenze episcopali europee. 

«Una carità, che non si inginocchia davanti a Dio e che non tiene presente la sorgente da cui scaturisce e a cui deve essere indirizzata ogni azione di bene, rischia di essere mera filantropia e puro “attivismo moralista”». Pertanto occorre «riportare la pastorale della carità» a quella sorgente originaria, per non ridurla a «una specie di attività di assistenza sociale o a semplice solidarietà umana».
È questo secondo il cardinale Robert Sarah, presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum, il compito che spetta oggi ai vescovi e a quanti sono da loro delegati agli interventi caritativi. Lo ha detto nel pomeriggio di lunedì 4 novembre, aprendo a Trieste l’incontro promosso dal Consiglio delle Conferenze episcopali europee (Ccee) a conclusione dell’Anno della fede.
Fino a mercoledì 6 una cinquantina di presuli del vecchio continente si confrontano sul tema «Testimoniare la fede attraverso la carità». Il responsabile del dicastero vaticano è intervenuto con una relazione dedicata al rapporto tra «servizio della carità della Chiesa e nuova evangelizzazione», nella quale ha evidenziato come nel mondo occidentale persista «una secolarizzazione che tende a svuotare la Chiesa della sua dimensione trascendente. Il resto di questa spoliazione è la riduzione della Chiesa a un’agenzia etica oppure di assistenza umanitaria e sociale che si prende cura dei poveri, soprattutto in quelle situazioni che la mano pubblica non riesce a raggiungere». Per questo il cardinale Sarah ha esortato a non sottovalutare la portata di questo fenomeno, che dà alla Chiesa «un riconoscimento pubblico per ciò che fa», ma «svuotandola di fatto della sua essenza». Una tendenza, ha denunciato, «visibile persino tra i battezzati e i discepoli di Cristo», protagonisti di «una sorta di “apostasia silenziosa”» che comporta «un rifiuto di Dio e della fede cristiana nella politica, nell’economia, nella dimensione etica e morale e nella cultura post-moderna occidentale. Involontariamente, respiriamo a pieni polmoni dottrine che sono contrarie all’uomo e generano nuove politiche che hanno un effetto di erosione, distruzione, demolizione e grave aggressione, lente ma costanti, soprattutto sulla persona umana, la sua vita, la sua famiglia, il suo lavoro e i suoi rapporti interpersonali».
Del resto, ha aggiunto il porporato, all’origine dell’attuale crisi economica c’è una crisi di valori «nella quale la schiavitù del denaro, la sbagliata interpretazione della libertà, la pretesa di fare a meno di Dio, lo sfruttamento a fini commerciali o egoistici del sogno segreto che è nel cuore dell’uomo, il disconoscimento del suo vero valore di creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio, il dimenticare le finalità fondamentali della società» hanno condotto a «una nuova era culturale, definita “post-moderna”, che propone, nella migliore delle ipotesi, un umanesimo senza Dio, abbinato a un soggettivismo esacerbato». Ideologie, queste «che vengono veicolate dai mezzi mediatici e da gruppi estremamente influenti e finanziariamente potenti, nascosti dietro le apparenze del servizio internazionale e che operano anche nell’ambiente ecclesiale e nelle nostre agenzie di carità».
Da qui l’esigenza, avvertita da Benedetto XVI, di riorganizzare il servizio caritativo della Chiesa attraverso il motu proprio Intima ecclesiae natura dell’11 novembre 2012, per ricondurlo alla sua più intima essenza di attività strettamente connessa con l’annuncio della parola di Dio e la celebrazione dei sacramenti. «La carità — ha puntualizzato il cardinale Sarah — si accompagna per intrinseca logica all’evangelizzazione e alla liturgia. Vangelo e opere vanno insieme». Perché con la nostra opera «raggiungiamo persone che, insieme al pane, al cibo, alle medicine e alla loro dignità e diritti umani, hanno bisogno di conoscere Cristo». Ciò implica anche che i valori cristiani alla base dell’attività caritativa della Chiesa «non sono negoziabili» e che quindi va respinta «qualunque ideologia contraria all’insegnamento divino trasmesso dalla Chiesa», rifiutando «categoricamente qualunque sostegno economico o culturale che imponga condizionamenti ideologici contrapposti alla visione cristiana dell’uomo».
Alla fine del suo intervento il porporato si è rivolto direttamente ai vescovi europei presenti, cui spetta una serie imprescindibile di doveri. Anzitutto, «si tratta di definire correttamente la natura dell’attività caritativa, per non trasformarla in intervento di tipo politico, sociale o umanitario»; in secondo luogo, occorre puntare a una «promozione umana integrale, per non ridurre l’attività caritativa a una società di servizi che fornisca attività professionali competenti e specifiche per ogni tipo di disagio, anche se competenza ed efficacia sono essenziali e costituiscono un primo soccorso». Da ultimo, poiché «la pratica della carità si può paragonare a una predicazione silenziosa ma viva ed efficace, una testimonianza del nostro incontro personale e intimo con Cristo», quanti operano in questo settore e in particolare i vescovi «debbono essere testimoni credibili di Cristo». Ecco allora la conclusione del cardinale Sarah: prima di essere «azione sociale» l’attività caritativa deve avere «una dimensione ecclesiale, una missione evangelizzatrice che rechi all’uomo l’amore di Dio».
A Trieste è presente anche il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei e vicepresidente del Ccee, che ha svolto una relazione su «“La fede cresce quando è vissuta come un’esperienza di amore ricevuto”: il rapporto tra fede e carità». A margine dei lavori il porporato ha reso noto come siano molto più che raddoppiati, anzi siano “moltiplicati” in Italia gli interventi della Chiesa a favore delle persone che bussano alla porta delle parrocchie per chiedere un aiuto; segno di «una crisi molto grande, che persiste». Le parrocchie italiane — ha spiegato il cardinale Bagnasco — con le associazioni e le aggregazioni laicali e altre istituzioni sono «un presidio fondamentale in questo periodo». Del resto «la Chiesa vive per sua vocazione laddove la gente vive, quindi conosce i problemi, le gioie e le sofferenze». Ecco allora la necessità di intervenire sui fronti del lavoro, attraverso un piano industriale più efficace da avviare «con urgenza», di «una fiscalità più equa» e di «una riforma della politica e di una burocrazia che aiuti e non blocchi, non rallenti fino a scoraggiare le diverse fasce imprenditoriali». A livello continentale invece, la crisi non deve incoraggiare vani populismi, perché «non c’è alternativa oggi in Europa» alla scelta di camminare insieme come popoli «dentro a un’unione che però sia veramente tale». In particolare il porporato ha fatto riferimento al tema dell’immigrazione: «Non si può affrontare la sorte di tanta povera gente che qui approda disperata — ha concluso — senza una politica unitaria ed efficace».
L'Osservatore Romano