Riconoscimento internazionale al movimento Silsilah per la pace tra cristiani e musulmani nelle Filippine. La strada stretta del dialogo
«Abbiamo scelto la strada stretta di chi vive e promuove una cultura del dialogo a partire da una trasformazione personale, in mezzo alle divisioni e conflitti. Questo è per noi il modo migliore di lavorare insieme per la trasformazione sociale, verso una visione di pace». Parola di padre Sebastiano D’Ambra, missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime), promotore dal 1984 del movimento Silsilah per la pace tra cristiani e musulmani, organizzazione attiva nelle Filippine meridionali, in particolare nella regione del Mindanao, teatro negli anni di sanguinosi scontri etnici. Al sacerdote è stato assegnato il prestigioso Goi Peace Award 2013. Il riconoscimento è stato consegnato nei giorni scorsi nella capitale giapponese nel corso di una cerimonia organizzata dalla Goi Foundation, e intitolata «Costruire una cultura del dialogo per la pace».
Fra i numerosi promotori di una cultura di pace che hanno operato nel movimento Silsilah (che significa «catena»), padre D’Ambra, ricevendo il premio, ha citato il confratello del Pime padre Salvatore Carzedda, ucciso a Zamboanga il 20 maggio 1992, proprio durante un corso estivo per il dialogo islamo-cristiano, organizzato da Silsilah. Ha ricordato, poi, tutti gli altri soci, operatori e volontari che in quasi trent’anni di attività hanno profuso impegno, energie e tutta la vita per l’opera del movimento. Il motto del Silsialh è «Padayon!», che significa «Andiamo avanti!», per esprimere la determinazione a vivere e promuovere la cultura del dialogo nella società.
La Fondazione Goi ha riconosciuto a Silsilah di aver non solo contribuito a «far progredire il processo verso una pace duratura nelle vostre comunità», ma anche di aver ispirato molte persone in tutto il mondo «con l’esempio di vero dialogo basato su valori spirituali».
Padre D’Ambra, da parte sua, ha affermato di continuare «a credere che il dialogo e la pace devono basarsi su valori spirituali. Il dialogo spesso è considerato una strategia, ma per noi il dialogo è, prima di tutto, una spiritualità perché riteniamo il dialogo un’espressione dell’amore in azione, del silenzio e dell’armonia». In questo senso, «guidati dalla consapevolezza che il dialogo parte da Dio e conduce le persone a Dio, promuoviamo una spiritualità della “vita-in-dialogo”, che sfida tutti noi, persone di diverse culture e religioni, a camminare i insieme per l’armonia, la solidarietà e la pace». Il missionario ha ricordato quanti soffrono per la violenza in Siria, in Egitto, in Pakistan e in molte altre parti del mondo dove «l’avidità di potere, spesso aggravata da differenze culturali e religiose, sta trasformando la casa comune di questo mondo in una casa divisa. Il grido dei poveri e le tante vittime della violenza ci ricordano l’urgente necessità di lavorare insieme per il bene comune».
Padre D’Ambra ha quindi lanciato un appello: «È tempo per noi di ricominciare a invitare musulmani e cristiani a ricostruire la cultura del dialogo basato su valori spirituali. La cultura del dialogo è dinamica, ma inizia dal punto in cui ci troviamo, la nostra cultura e dalla nostra religione, e va oltre la paura e il conflitto».
In questo spirito, il movimento Silsilah ha anche lanciato un invito ai cristiani a trascorrere il tempo di Avvento e il Natale in piena solidarietà con i fedeli musulmani. «L’Avvento è uno degli eventi storici che uniscono i cristiani nella convinzione che Dio è venuto in un momento particolare della storia come l’Emmanuele, il Dio-con-noi. Il Natale è la festa della presenza visibile di Dio che ha preso la forma di uomo in Gesù Cristo». Per i cristiani si tratta di un invito a raggiungere tutti, «perché tutti noi siamo creature di Dio e tutti sono amati da Dio, senza distinzioni di cultura e religione».
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Concluso il Forum islamico-cristiano di Lione. Lettera aperta ai giovani
«Uomini e donne di ogni generazione e cultura, promuoviamo insieme una società dove la libertà, l’uguaglianza e la fraternità sono al servizio di un umanesimo che leghi spiritualità e ragione, giustizia e solidarietà»: si conclude così la lettera aperta ai giovani francesi diffusa al termine del terzo Forum islamico-cristiano che si è tenuto dal 29 novembre al 1° dicembre a Lione.
Monsignor Michel Dubost, vescovo di Evry-Corbeil-Essonnes e presidente del Consiglio episcopale per le relazioni interreligiose, e padre Christophe Roucou, direttore del Servizio nazionale per le relazioni con l’islam, assieme a numerosi delegati diocesani, compaiono tra i firmatari di questo appello indirizzato ai giovani affinché siano credenti attivi nella società.«Non siate ingenui. Siate vigilanti. Nella prova rimanete coerenti con i vostri valori umani e fedeli alla vostra fede. Contando sulla fedeltà di Dio, siate artigiani di pace», si legge nel testo, che invita a essere cittadini responsabili, ad esercitare la libertà personale in maniera attiva e riflessiva, a creare legami nel rispetto dei valori che fondano la Repubblica francese. In un periodo di grandi mutamenti — affermano i partecipanti al Forum islamico-cristiano — «siamo coscienti delle difficoltà che incontrano la Francia e il mondo, in particolare la crisi economica e l’impoverimento di una gran parte della popolazione. Inoltre constatiamo lo sviluppo di propositi radicali, fondamentalisti e carichi di odio. Si manifestano violenze, gravi attentati al rispetto delle persone e ai simboli dei nostri valori repubblicani e spirituali. Li denunciamo con forza», promuovendo al contempo una convivenza più matura all’interno di una società multiculturale e pluriconfessionale.
Tra i partecipanti all’incontro di Lione anche Anouar Kbibech, presidente del Raggruppamento dei musulmani di Francia, e la pastora protestante Anne Thöni.