venerdì 30 settembre 2011

La schedina di genere: maschio, femmina o X?





Arriverà presto il momento in cui alla dogana di un paese straniero alla domanda: “Qualcosa da dichiarare?” dovremmo rispondere: “Sono maschio!”. Eh sì, perché ormai nulla è più certo nemmeno il nostro aspetto fisico che sino a ieri era rivelatore anche del nostro sesso. Infatti, e ormai da tempo, c’è chi viaggia per il mondo e nel frattempo intraprende ben altri viaggi che lo condurranno a “cambiar sesso” (le virgolette sono d’obbligo dato che i geni che determinano il nostro sesso almeno per il momento non si cambiano).

Allora può nascere il seguente problema: Marco, che già si sente Anna anche se non ha ancora
affrontato l’operazione, percepisce come una discriminazione che sui suoi documenti ci sia scritto ancora “maschio” e non “femmina”. Oltre a ciò fa osservare la senatrice laburista Louise Pratt, il cui compagno è un transessuale nato femmina (lo sappiamo: c’è da perdersi…), esiste il rischio che una giunonica ma apparente donna con decolté e gonna a fiori presenti all’ufficiale della dogana un passaporto in cui compare come “maschio”, ma le fattezze sono di altro tipo. E magari la foto era di qualche anno fa in cui il transessuale andava ancora fiero della sua folta barba e dei suoi neri mustacchi. Insomma una fisiognomica ambigua può creare un certo imbarazzo e talvolta, racconta la cronaca, l’imbarazzo si è mutato in un fermo di polizia, tanto per dare il tempo alle forze dell’ordine di apprezzare e condividere le scelte di genere del futuro trans.

La questione per il suo indiscusso peso antropologico è stata vagliata dal governo australiano il quale ha escogitato una trovata degna del miglior Kafka: sul passaporto della persona in attesa dell’operazione accanto ai simboli “M” e “F” si potrà apporre una bella “X”. Ovviamente solo dopo aver presentato certificato medico attestante la futura operazione. Avvenuta l’operazione, Mr. X potrà optare a suo piacere per le altre due rimanenti lettere dell’alfabeto.

Qualche considerazione. In primis non vorremmo essere nei panni di quel transessuale
in fieri che si troverà ad esempio in qualche aeroporto dell’Arabia Saudita o dell’Iran. Non solo perché crediamo che certi panni stiano bene solo alle fanciulle naturalmente pettorute, ma perché presentarsi come membro del gentil sesso pur non facendone parte è operazione a dir poco ardimentosa in alcune parti del mondo, soprattutto di area islamica, nelle quali non si riesce sempre a spiegarsi con agio su tali questioni che appaiono per lo più indigeste alla sensibilità musulmana. I transessuali avranno pure il loro orientamento sessuale, ma lasciamo che anche gli islamici abbiano i loro orientamenti culturali.

In secondo luogo la vicenda dei trans-frontalieri,
che girano per il mondo con tanto di timbro X attestante la loro sessualità ad interim, è assai significativa della strategia del mondo gay. La faccenda è sottile. Qui non si vogliono indicare sui documenti identificativi le proprie preferenze sessuali: etero, omo-gay, omo-lesbo, bisex. Questa è una meta che sicuramente ingolosisce la galassia dei diversamente etero, ma che non appare realisticamente raggiungibile nell’immediato. Nel caso di specie - se vogliamo - la posta è ben maggiore, perché in ballo non c’è il gusto sessuale, il “mi piace la donna o l’uomo”, ma l’identità, il “chi sono io”. Come in grammatica greca c’è il genere maschile, femminile e quello neutro, così anche per la sessualità ci deve essere una condizione di neutralità (che tra l’altro profuma intensamente di politicamente corretta perché super partes). Da una parte quindi quella X indica la volontà di creare un nuovo sesso che in realtà non c’è, perché appunto né maschio né femmina. E’ la perfetta declinazione sessuale della rivoluzione comunista che vuole abbattere ogni differenza specifica. In questo senso è la situazione di vita eccellente che dovrebbe essere preferita alle altre perché sublimazione dei vincoli materiali-biologici, superamento dello status quo e quindi espressione della massima libertà. Pienamente realizzato e felice perché sono nessuno, sono indistinto, e quindi aperto a qualsiasi possibilità futura.

Dall’altro quella X fotografa esattamente la psicologia del transessuale
che di suo è appunto in transito da un luogo A ad un luogo B. L’aspirante trans che, non ancora operato, è in viaggio verso B, non vive più la condizione di maschio ma non è ancora femmina ed è quindi per paradosso più trans degli altri suoi “colleghi” già approdati al cambiamento.

In terzo luogo è curioso, ma se vogliamo anche corretto, che si sia scelta la lettera X,
la quale in matematica indica l’incognita, un fattore che ha una sua identità e che allo stato attuale però non conosciamo. Ma se nella scienze matematiche il valore è già dato, sebbene non ancora scoperto, nelle scienze alchemiche che interessano il cambiamento di sesso, il simbolo che si cela dietro alla X è già deciso dal transessuale. Insomma una gestibilità della propria e cosiddetta “identità di genere” che pare un’applicazione da iphone, un’”app-trans” .

Ma la X rimanda anche ai cromosomi, che guarda caso sono XX nella donna e XY nell’uomo, le lettere fondamentali del nostro essere persona, cifre biologiche immutabili nonostante tutte le operazioni chirurgiche e tutte le terapie ormonali del mondo. Allora la scelta della lettera X compiuta dal Dipartimento degli Esteri australiano forse inconsapevolmente vuole minare sostituendola la grammatica genetica che forma il racconto di tutta la nostra esistenza. Come Voltaire incoraggiò a bruciare tutte le leggi finora esistenti per farne delle nuove, così questa X artificiale dovrebbe spazzar via quelle X e Y vergate nelle nostre carni da madre natura come leggi perenni.

Tale tesi è comprovata dal fatto che questa vicenda inverosimile
ha già avuto un seguito inquietante. Sempre il Dipartimento degli Esteri fa sapere che in alcune nazioni il passaporto è documento identificativo secondario. Più spesso fa fede il certificato di nascita. Si suggerisce quindi di importare anche per questo documento l’espediente disneyano della X. Le comunità transgender e intersex esultano. Allora viene da domandarsi: ma c’è qualcuno che nasce con già la volontà di cambiare sesso? E’ innata la condizione di non essere né maschio né femmina? Ma se è solo l’adulto che decide di cambiar sesso, come si fa a retrodatare alla nascita questa stessa decisione? Siamo in piena retroattività sessuale.

E dunque in conclusione il trinomio “M-F-X” diventa l’innovativa schedina della sessualità
non più declinata secondo la biologia, ma secondo l’ideologia. E dato che il “pensiero gaio” brilla nel partorire sempre nuovi neologismi, per non sentirci discriminati anche noi ne vogliamo coniare uno di zecca: la biodeologia. Il tentativo studiato a tavolino di sovvertire le regole di natura al fine di creare l’uomo nuovo, tanto nuovo da non avere identità alcuna, ricondotto ad una chimerica condizione di neutralità e quindi plasmabile come si vuole. Come il fango da cui Dio trasse il maschio, materia inerte che poteva diventare un qualsiasi oggetto o rimanere fango. Idea questa però per niente nuova come insegna il Faust di Goethe.
Fonte: T. Scandroglio, in "La Bussola Quotidiana" del 30 settembre 2011

Per chi vieta le campane




«Stette attento, e riconobbe uno scampanare a festa lontano; e dopo qualche momento, sentì anche l’eco del monte, che ogni tanto ripeteva languidamente il concento, e si confondeva con esso. Di lì a poco, sente un altro scampanio più vicino, anche quello a festa; poi un altro. – Che allegria c’è? cos’hanno di bello tutti costoro?». Qualche lettore attento avrà riconosciuto la citazione tratta dal capitolo XXI de I promessi sposi. A suggello della notte che lo porterà alla conversione, l’Innominato ode suonare le campane all’alba per salutare l’arrivo del cardinale Federigo Borromeo. Ora, a parte conversioni e santi, la questione è un’altra: che livello di decibel raggiungeva quello scampanio? Forse il volume era eccessivo, anche per celebrare un così lieto evento. Forse era un poco disturbante alle orecchie di qualche ateo od agnostico lombardo.

Ce lo chiediamo,
ovviamente non senza qualche ironia, dopo aver letto una notizia proveniente da San Benedetto del Tronto. Nella città marchigiana dedicata al santo martirizzato sotto Diocleziano una parrocchia è stata multata per “disturbo della quiete pubblica” a causa di uno scampanio troppo rumoroso. Un solerte cittadino, che lasceremo innominato, ha segnalato ai vigili la bronzea cacofonia ed i tutori della legge hanno accertato che le emissioni sonore andavano oltre il limite consentito, al pari di alcuni locali del paese che sono stati multati nell’estate per far ballare il latino-americano a volume troppo alto.

Non si tratta nemmeno di un caso isolato, giungono notizie simili da altri borghi d’Italia: Città di Castello (dove il parroco ha risposto alle proteste dei cittadini chiudendo “per lutto” la chiesa), Niscemi (due cittadini hanno denunciato il parroco perché il rumore delle vicine campane “arrecava disturbo alla loro vita di coppia”), Zizzoli (un tempo “paese delle Campane”), Siracusa (in questo caso lo scampanio, così dice il verbale, “comprometteva seriamente il riposo e le occupazioni di chi risiedeva nei pressi della chiesa”. Ma c’è anche un significativo caso all’estero, in Norvegia per la precisione: i soci della Società Pagana Norvegese hanno chiesto ed ottenuto par condicio, ovvero possono collocare altoparlanti sui tetti per pubblicizzare le riunioni della Società e lanciare messaggi sull’inesistenza di Dio.

Tutte queste simpatiche notizie
le abbiamo attinte dal sito dell’Unione Atei Agnostici e Razionalisti, giustamente preoccupati per il martellante suono dei campanili, “retaggio di un’epoca in cui il cattolicesimo era l’unico orizzonte culturale”. Ora che le magnifiche sorti e progressive della modernità razionalista possono mettere le chiese nella soffitta della storia, bisognerebbe (a sentir loro) impedire ai parroci tutta questa “libertà di esibizione con frequenze e orari talvolta assurdi”. Dunque l’Uaar informa il cittadino su cosa fare contro il suono delle campane: rivolgersi alla Asl o all’Agenzia Regionale per la Prevenzione Protezione Ambientale (ARPA). “Nel caso il rumore superi la soglia di tolleranza stabilita fissata dal DPCM 11 novembre 1997, è possibile passare alle vie legali nei confronti della parrocchia: questo, ovviamente, qualora l’organismo di controllo non proceda d’ufficio”.

E va bene, avranno ragione loro; il tocco delle ore o delle mezz’ore sarà inquinamento acustico per le orecchie dei non credenti, ma tutto ciò pare a noi credenti il segnale di una grande perdita. Culturale, non solo liturgica. Siamo ormai abituati a tutti i rumori, al rombo dei motori, alla musichette sparate da I-pod ed autoradio, agli schermi con gli spot pubblicitari che ci perseguitano fin nelle stazioni ferroviarie, alle urla sguaiate dei talk-show, ai boati degli stadi. Va tutto bene, è la modernità che si stordisce compiaciuta. L’unica cosa che disturba è il tocco della campana.

E quello che disturba, più meno consciamente, è proprio ciò che esaltava la poetessa e saggista Cristina Campo in un suo breve scritto dedicato alla “voce del Tempio”. La campana, ricordava, è «mediatrice tra cielo e terra, strumento di lode e sollecitazione delle forze celesti e insieme oggetto esorcistico per eccellenza, le cui onde sonore creano e dilatano uno spazio privilegiato, spezzando le energie negative». Ecco, lode ed esorcismo. Anche se faranno tacere le campane a forza di verbali, le Chiese cattoliche continueranno a lodare il bene ed esorcizzare il male. A costo di turbare, come avviene da duemila anni, la quiete pubblica.


Fonte: L. Negri, in "La Bussola Quotidiana" del 30 settembre 2011