mercoledì 30 gennaio 2013

Degno della fiamma che ci consuma

Di seguito il Vangelo di oggi, 31 gennaio, giovedi della III settimana del T.O., con un commento.



Siate uomo, Pietro.
Siate degno della fiamma che vi consuma.
E se bisogna essere divorati,
sia ciò su un candelabro d'oro
come il Cero Pasquale in mezzo al coro
per la gloria di tutta la Chiesa
Paul Claudel, "L'Annuncio a Maria"






Dal Vangelo secondo Marco 4,21-25.
Diceva loro: «Si porta forse la lampada per metterla sotto il moggio o sotto il letto? O piuttosto per metterla sul lucerniere? Non c'è nulla infatti di nascosto che non debba essere manifestato e nulla di segreto che non debba essere messo in luce. Se uno ha orecchi per intendere, intenda!». Diceva loro: «Fate attenzione a quello che udite: Con la stessa misura con la quale misurate, sarete misurati anche voi; anzi vi sarà dato di più. Poiché a chi ha, sarà dato e a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha». 


Il commento

Per amore Dio si è fatto carne, ha vinto la morte e il peccato, e ha scelto un manipolo di uomini per inviarli ad annunciare il Kerygma, la Notizia della loro liberazione. Ha chiamato gli Apostoli innanzi tutto perché stessero con Lui, gli amici intimi ai quali, come ad Abramo “confidare i misteri del regno di Dio”; la Scrittura, infatti, profetizzava già questa amicizia tra Dio e i suoi eletti: "Ma tu, Israele mio servo, tu Giacobbe, che ho scelto, discendente di Abramo mio amico" (Isaia 41,8). Gli Apostoli sono la discendenza di Abramo, chiamati come lui a dare origine ad una storia di salvezza per tutte le genti. Ma ora Dio ha carne e ossa, un volto, due occhi, una voce, è accanto a loro a parlare del Cielo, del Padre, dell'amore infinito che si compirà sul Golgota. E' Gesù che, giorno dopo giorno, con parole e segni, educa e forma nella fede i suoi Apostoli, la sua Chiesa. Esattamente come continua a fare da secoli, scegliendo dal mondo quelli che Egli vuole, per plasmarli nell'incontro profondo ed esistenziale con Lui, per conoscere intimamente il “tutto ciò” di cui essi sarannotestimoni (cfr Lc 24,48), la fiamma che arde nella “lampada”: "tutto ciò vuole dire innanzitutto la Croce e la Risurrezione; i discepoli hanno visto la crocifissione del Signore, vedono il Risorto e così cominciano a capire tutte le Scritture che parlano del mistero della Passione e del dono della Risurrezione.Tutto ciò è il mistero di Cristo, attraverso il quale – questo è il punto essenziale - conosciamo il volto di Dio". Ma "come possiamo noi essere testimoni di tutto ciò? Possiamo essere testimoni solo conoscendo Cristo, solo se lo conosciamo di prima mano e non solo da altri, dalla nostra propria vita, dal nostro incontro personale con Cristo. Incontrandolo realmente nella nostra vita di fede diventiamo testimoni e possiamo così contribuire alla novità del mondo, alla vita eterna" (Benedetto XVI). E’ Cristo dunque la lucerna portata, "che viene sul lucerniere”, secondo l'originale greco. E' Cristo che viene nei suoi Apostoli, risorto e vivo nella sua Chiesa: "Cristo è la luce delle genti, e questo sacro concilio, adunato nello Spirito Santo, ardentemente desidera che la luce di Cristo, riflessa sul volto della Chiesa, illumini tutti gli uomini" (Lumen Gentium). Il Vangelo odierno rivela il desiderio di Cristo per gli Apostoli di ogni tempo, anche per noi. Non siamo stati chiamati nella Chiesa per vedere risolti i problemi; Dio non ha moltiplicato segni e prodigi d'amore e misericordia perché li “nascondessimo sotto il moggio”. I talenti del suo Spirito, le opere che Lui ha compiuto e sta compiendo in noi e nella sua Chiesa, sono per essere poste sul candeliere, uno spettacolo per il mondo. “Nessun segreto sarà tenuto nascosto”, il nostro Dna è lo stesso di Cristo, ed una vita vissuta contro la sua natura diviene immediatamente uno scandalo: un cristiano che vive come un pagano è la caricatura più ridicola che il mondo abbia visto. Come i preti che si infilano giacca e cravatta per compromettersi col mondo, mentre tutto di loro ne svela inesorabilmente l'identità.

Non possiamo continuare a fuggire come Giona, perché sono le cellule che abbiamo ricevuto, la Grazia infinita di una vita salvata e riscattata, a testimoniare per noi. Certo, passiamo e passeremo per molte crisi, la paura e il richiamo del mondo sono forti. Così come "la stanchezza e il disincanto, la routine e il disinteresse, e, soprattutto, la mancanza di gioia e speranza" (Paolo VI). Come Giona siamo spesso perfino invidiosi dell'amore di Dio, perché esso contrasta con i nostri criteri carnali. Allora, come Giona, dovremo entrare mille volte nel ventre della balena, e restare in quel buio di angoscia, per sperimentare, sempre più profondamente, che la fuga, la tiepidezza e il compromesso spalancano sempre le fauci del fallimento e della solitudine. Scenderemo ancora fin sull'orlo del baratro per sperimentarvi la Grazia della misericordia, la risurrezione delle nostre esistenze che ci catapulteranno, più maturi e consapevoli, nell'ineludibilità della missione a cui siamo stati destinati. Per giungere alla certezza d'essere chiamati davvero ad essere il riflesso splendente della Luce di Cristo. Scriveva Sant'Ambrogio della Chiesa: “fulget Ecclesia non suo sed Christi lumine - splende non di propria luce, ma di quella di Cristo”. Per questo Gesù ci ammonisce a ben “guardare” la Parola che ascoltiamo, secondo l'originale greco tradotto con "fate bene attenzione". Ed è un verbo legato all’esperienza della risurrezione, usato nel Vangelo per definire l'esperienza visiva dei discepoli dinnanzi a Cristo risorto. Guardare Cristo, fissarlo, contemplarlo “senza misura”, per lasciarsi immergere nella sua luce vittoriosa. “Misurare” bene l'amore significa rendersi conto che non v'è misura per misurarlo, e sperimentare nella propria debolezza, come la luna, tra i crateri affettivi e le fasi dell'umore, la sorpresa di una Luce che non ha inizio né fine, e che aumenta e ci viene “data” sempre più: «La Chiesa prende il proprio splendore dal Sole di giustizia, così che può dire “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. Davvero sei felice tu, o luna, che hai meritato un segno così grande!» (Sant'Ambrogio). Siamo dunque chiamati ad “avere” questo amore, ad essere ricolmi della sua Luce. Chi non ha Cristo, non ha nulla, e vedrà evaporare nel nulla anche ciò che crede di possedere. Sarebbe stolto, infatti, avere un tesoro e nasconderlo, essere avvolti dal buio e, possedendo una “lampada”, metterla sotto il moggio o sotto il letto. Eppure è una stoltezza diffusa. Nella parabola dei talenti Gesù definisce malvagio il servo che, per paura, ha nascosto il talento. Si tratta della malvagità pensata nel cuore, che scaturisce dall'ignoranza di Lui, del suo amore, della sua missione. E' la condizione del mondo, affogato nell'oscurità del suo Principe: non può comprendere le parabole, i misteri del Regno che in esse vi sono celati perché sia svelato il cuore di chi le ascolta. Quando è semplice e umiliato nella propria debolezza che fa urgente il bisogno di salvezza e libertà, esso riesce a intercettare l’amore che le parabole annunciano, riconoscendo in esse la profezia del Messia. Coloro, invece, che, orgogliosi e schiavi della propria presunta giustizia, “misurano” con avarizia l’amore di Dio, non possono accettare la sua gratuità, “guardano, ma non vedono, ascoltano, ma non intendono”, perché significherebbe accettare i propri limiti: si mettono “fuori” dal raggio della Grazia, e si vedono “tolti” il “perdono e la conversione” che, gratuitamente, “hanno” già ricevuto da Gesù. Così tutti quelli che ascoltano senza “guardare” intensamente Cristo per accogliere la sua vittoria sul peccato, sono “misurati con la stessa misura con la quale misurano”: non si tratta di durezza e severità, ma dell’estremo atto d’amore con il quale Dio cerca di scuoterli perché riconoscano la propria stolta durezza di cuore e si aprano alla sua misericordia. Ma noi siamo chiamati anche oggi a fissare Cristo per rimanere “dentro” il suo amore, a essere crocifissi con Lui ogni giorno sul “candelabro” della storia che ci attende; spesso sembra che gli eventi e le persone che ci crocifiggono ci assorbano al punto di toglierci la vita: è vero, per essi perdiamo la vita della carne, ma, come il roveto ardente dal quale Mosè ha ascoltato la Parola, la Croce ci brucia senza consumarci, e ci chiama inviandoci nella missione più urgente. Così ogni evento, difficoltà, sofferenza, angoscia che incontriamo nel fluire dei giorni, costituiscono la Croce benedetta dove vivere l'intimità con Cristo, il candelabro prezioso sul quale risplende il suo amore; in esso viviamo la vita di un Altro, per non essere "evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti o ansiosi", bensì "ministri del Vangelo la cui vita irradii fervore e che abbiano per primi ricevuto in loro stessi la gioia di Cristo" (Paolo VI): la gioia di “guardare” con gli occhi della fede e scoprire che tutto è santo, e “ascoltare” l’infinita misura del suo amore nei sussurri della storia.

Culture giovanili emergenti




Che c’è di nuovo nel mondo dei giovani? Cosa dicono le ricerche e gli studi sociologici sulla loro condizione? Quali sono le principali sfide che caratterizzano questa età? Sono alcuni degli interrogativi ai quali tenterà di rispondere la prossima assemblea plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura, in programma dal 6 al 9 febbraio, per una più piena integrazione delle nuove generazioni nella vita della Chiesa. 
E se l’accesso ai lavori sul tema «culture giovanili emergenti» sarà riservato ai membri e ai consultori del dicastero — una sessantina, provenienti dai cinque continenti — è però prevista anche una seduta pubblica il giorno dell’apertura. Tutti i dettagli saranno resi noti giovedì 31 gennaio, nella Sala Stampa della Santa Sede, nel corso di una conferenza di presentazione (con la partecipazione del cardinale presidente Gianfranco Ravasi, del vescovo delegato Carlos Alberto de Pinho Moreira Azevedo, e di due giovani, Alessio Antonielli e Farasoa Mihaja Bemahazaka), ma è già disponibile su internet il documento preparatorio.
Nell’Anno della fede, a pochi mesi dalla Giornata mondiale della gioventù che sarà celebrata a Rio de Janeiro dal 23 al 28 luglio prossimi, la «questione giovanile» è dunque al centro della riflessione della Chiesa. E la specifica lente con cui il Pontificio Consiglio mette a fuoco il fenomeno è quello dell’analisi culturale. Il quadro delineato rimanda a una condizione di frammentarietà, in cui manca un modello omogeneo di riferimento; una realtà insomma molto variegata, condizionata com’è da vari fattori quali l’influsso familiare, quello economico, l’ambiente sociale e quello formativo. Lo studio prende in considerazione le culture adolescenziali e giovanili — riferite a soggetti tra i 15 e i 29 anni — caratterizzate dalle enormi possibilità comunicative offerte dalla cultura visiva dominante. Ciò provoca il paradosso della contemporanea anticipazione dell’uscita dall’ambito parentale, da un lato, e dal posticipo del raggiungimento della vera indipendenza, soprattutto per mancanza di occupazione, dall’altro. 
Il Pontificio Consiglio della Cultura nel documento si sofferma in particolare sull’evidente difficoltà nella trasmissione della fede ai giovani. Per questo, «al fine di produrre buone pratiche evangelizzatrici», rilancia la necessità di una visione completa dei problemi della famiglia e dei conflitti intergenerazionali, perché i giovani sono «spie sensibili» delle contraddizioni in cui viviamo e non degli «analfabeti emotivi», come troppo riduttivamente e semplicisticamente vengono descritti. Il loro disagio è alimentato infatti da due fattori: le trasformazioni in atto e l’inadeguatezza delle idee e dei discorsi degli adulti per interpretare tali cambiamenti. Ecco allora l’urgenza di interrogarsi su alcune questioni cruciali: come il mutamento culturale investe le nuove generazioni, quanto si sa delle loro logiche esistenziali, come comunicano, quali sono i valori, le tendenze, nella ricerca di identità e nelle relazioni col mondo adulto, quale modello di vita viene imposto loro, come si sviluppa il rapporto con la fede e in che modo esse con il loro protagonismo possono costituire una risorsa strategica per la società e per la Chiesa.
E proprio per cercare di capire il fenomeno a partire dai giovani, il Pontificio Consiglio della Cultura rende noti dati particolarmente interessanti, secondo i quali più della metà dei 5 miliardi di persone che vivono nei Paesi in via di sviluppo hanno meno di 25 anni e costituiscono il 50 per cento della popolazione; in pratica l’85 per cento dei giovani del mondo vive in tali nazioni. Al contempo essi risultano il gruppo più vulnerabile della società: circa 238 milioni di loro sopravvivono con meno di un dollaro al giorno, costituendo così il 25 per cento degli individui che vivono in condizioni di estrema povertà. 
I dati rivelano che 133 milioni di persone tra i 15 e i 24 anni non sanno leggere né scrivere; tra un terzo e la metà dei giovani della stessa età non ha impiego in molti Paesi in via di sviluppo; mentre a livello globale, i giovani costituiscono il 41 per cento del totale dei disoccupati. Non va meglio sul fronte sanitario, visto che la metà dei nuovi infettati dal virus Hiv hanno meno di 25 anni e 12 milioni di essi sono sieropositivi o ammalati di Aids. 
Dagli elementi in mano al dicastero appare chiaramente come in questi tempi fluidi, fugaci, di instabilità politica, educativa ed economica, non è troppo lontana dalla realtà la caratterizzazione dell’essere umano contemporaneo come «uomo alle intemperie»; espressione coniata dalla letteratura per descrivere quel sentimento di angoscia e smarrimento, le cui conseguenze più negative ricadono sulla vita delle persone particolarmente deboli e svantaggiate, tra le quali ci sono appunto i giovani. Di contro, l’essere «giovane» si è trasformato in uno dei grandi referenti quasi mitici della cultura contemporanea, praticamente l’unico modello socialmente disponibile, specie in Occidente. Tuttavia, il primato simbolico del giovanilismo nasconde una società che invece abbandona i giovani, confinandoli agli ultimi posti nella gerarchia di interessi che la muovono. Tra i motivi di preoccupazione, la crisi del sistema educativo, gli abbandoni scolastici, le difficoltà del mercato del lavoro. 
Sul versante più psicologico le cronache presentano una generazione attraversata da dolorose tensioni e da profondi turbamenti, descrivendo teenager annoiati che danno fuoco ai barboni, ragazze che vendono le proprie fotografie intime per una ricarica del cellulare, adolescenti che si impasticcano il sabato sera. Per questo il Pontificio Consiglio della Cultura esorta ad aprire una breccia nel pessimismo, forte della convinzione che «le nuove generazioni sono una preziosa opportunità e un’esigenza per gli adulti e per le comunità cristiane». Anche per questo il cardinale presidente ha aperto un dialogo su Twitter tramite l’hashtag #Reply2Ravasi, dove è possibile inviare domande e osservazioni sulle culture giovanili emergenti.
L'Osservatore Romano, 30 gennaio 2013.

Il senso della preghiera




Una della conseguenze della concezione luterana della giustificazione è lo svuotamento del senso e della stima per la preghiera. Lutero certo pregava, e anche fervorosamente, ma più che altro per quel poco di infanzia evangelica che, nonostante tutto, è rimasta in lui e sotto la spinta della sua precedente abitudine di cattolico o, si potrebbe dire, più per forza di inerzia, che per un’intima convinzione fondata sulla sua nuova concezione della salvezza.
Infatti, in questa visuale, come è noto, la fede di essere perdonati garantisce il fatto di essere effettivamente perdonati, al di là e nonostante qualunque rimorso o rimprovero possa venire dalla coscienza. Infatti, prendere in considerazione questi stati della coscienza sarebbe, per Lutero, mancanza di fede.
Il che vuol dire che Lutero confonde la coscienza della colpa, che è un principio di salvezza in quanto dispone a ricevere il perdono di Dio, con quello che i maestri classici chiamano “scrupolo”e nel linguaggio psicanalitico freudiano si chiama “senso di colpa”. Ora, siccome già nell’ascetica classica lo scrupolo dev’essere semplicemente eliminato, così Lutero non dà alcuna importanza salvifica al rimprovero della coscienza per aver commesso un peccato.
Questo dunque vuol dire che il peccatore, per Lutero, non deve chiedere a Dio di giustificarlo, perché è già giustificato e salvo nel momento in cui crede di essere già stato giustificato. Ma allora, se è già giustificato, che bisogno c’è di pregare Dio per chiedere di essere giustificato? Ecco dunque annullata la preghiera come richiesta di aiuto in una situazione di bisogno o di sofferenza.
Nella visione di Lutero restano indubbiamente alcuni valori fondamentali della vita cristiana: la fede in Dio e nella sua Parola, che è Cristo stesso; la redenzione ad opera del Crocifisso; il desiderio della salvezza, la coscienza del peccato, la grazia che giustifica. Manca invece la fiducia nelle opere e nel libero arbitrio.
In tal modo nella giustificazione il solo agente motore, l’unico attore è Dio, senza che vi sia collaborazione da parte dell’uomo. Non si dà quindi un moto dell’uomo verso Dio mediante le opere, qui, nella fattispecie, la preghiera. Ma si dà solo la precedente elezione o predestinazione divina alla salvezza dell’uomo, oggetto della fede. L’uomo resta peccatore, per cui la grazia resta al di fuori del peccatore come grazia di Cristo (“extra nos”). Eppure il peccatore è giustificato con la stessa grazia di Cristo (“simul iustus et peccator”).
Si ha così il paradosso di un Dio che è da una parte salvatore trascendente, perché la grazia non è nel peccatore, ma è la grazia di Cristo e il peccatore non è evidentemente Cristo. Ma d’altra parte il peccatore è giustificato per la grazia stessa di Cristo (“giustificazione forense”: essere “contato come giusto”), per cui Dio vede nel peccatore Cristo stesso. Ora lo sguardo divino vale ben più dello sguardo umano, del peccatore che vede sé come peccatore.
Ma per Lutero non importa: basta credere di essere sqlvo per esser salvo, per cui se il peccatore, secondo la testimonianza della sua coscienza, e quindi allo “sguardo umano” resta peccatore, in base invece alla sua coscienza di fede, cioè nello “sguardo di Dio”, si sente identificato a Cristo agli occhi di Dio, e quindi si sente salvo. Cioè per Lutero la fede dice il contrario di ciò che dice la ragione. E questa, secondo lui, è la vera fede.
Questo sentirsi intimamente uguale a Cristo era già comparso due secoli prima con Meister Eckhart, il quale, tuttavia, intendeva solo enfatizzare in modo mistico ed entusiasta la soprannaturalità della vita di grazia (la “divinizzazione”), mentre si guardava bene, formato com’era alla scuola di S.Tommaso, dal concepire la grazia come semplice imputazione dall’esterno e non, come risulta dal dogma cattolico, come accidente o qualità dell’anima intrinseca o inerente all’anima stessa. Per il cattolicesimo la grazia è trascendente nella sua essenza divina, ma intimamente aderente all’anima nel suo modo di essere nell’anima stessa.
Gli sviluppi seguenti del luteranesimo porteranno per logica conseguenza ad un ulteriore dissesto dell’organismo spirituale cristiano, secondo due aspetti diversi. Innanzitutto si accentuerà l’opposizione, nell’opera della salvezza, tra l’opera dell’uomo, d’ora innanzi chiamata “religione”, dove rientra la preghiera, e la “fede”, che sarebbe invece la visione di ciò che Dio opera nell’uomo.
Il primo aspetto apparirà più evidente nel protestantesimo ecclesiale dei secoli seguenti fino ai nostri giorni. Un esponente di questa impostazione nel sec.XX è Dietrich Bonhöffer, il quale, nello sforzo di integrare nella vita cristiana la moderna secolarità dell’uomo che ha coscienza della propria autonomia, rifiuta di vedere in Dio colui che colma le lacune dell’uomo e lo soccorre nei propri bisogni e nelle proprie sofferenze. “Con e al cospetto di Dio, dice stranamente il Bonhöffer, noi viviamo senza Dio”: noi crediamo in Dio, sembra dire l’autore, ma ci arrangiamo da soli. Sarebbe questo il vero rapporto con Dio? Come il ritratto del nonno nella stanza da pranzo?
Come si esprime un teologo cattolico filoprotestante a suo riguardo: “Per Bonhöffer un Dio che rappresenta semplicemente il limite della nostre capacità o l’Oltre che invochiamo quando le nostre forze vengono meno, non è Dio. E’ un puro ‘tappabuchi’; è il deus ex machina della religione. … Occorre riscoprire la dimensione non-religiosa di Cristo. Nel Cristo crocifisso, Dio si manifesta come colui che ha abbandonato l’uomo a se stesso e al suo mondo. … La fede cristiana è il superamento della religione e della religiosità”, e quindi della preghiera come richiesta di aiuto e di soccorso.
L’uomo, sembra dire Bonhöffer, deve vivere la sua croce, ossia la sua tragedia senza chiedere nulla a Dio, perché la stessa tragedia dell’uomo vissuta nella fede è già salvezza, è già “vivere davanti a Dio”. Ma non bisogna far niente contro il peccato? Dio non toglie i peccati? Se tutto si riduce ad accettare la vita com’è con tutte le sue miserie, che differenza passa tra la vita mondana e quella cristiana?
L’uomo dunque, per Bonhöffer, è salvo anche senza le opere, nel caso senza la preghiera, il culto, la religione, opere nelle quali sotto un’apparente umiltà l’uomo pretende ancora di elevarsi a Dio. Occorre invece ricordare che è Dio che salva per mezzo della croce. L’uomo non può far nulla per la propria salvezza, se non credere di essere salvo. E’ ancora Lutero che funziona.
In Lutero resta l’istanza cristiana della salvezza, anzi questa istanza occupa tutto il campo della teologia, lasciando in ombra l’orientamento contemplativo ed adorante del cristianesimo. Nel luteranesimo non esiste alcuna adorazione eucaristica, perchè la “Cena del Signore”, il rito protestante, è soltanto la memoria di un pasto conviviale di addio a Cristo che sta per salire sulla croce ed un ricordo del suo sacrificio.
Senonchè siamo daccapo: per Lutero non si tratta di chiedere a Dio di salvarci, ma semplicemente di prender atto nella fede che siamo già salvi: Dio è con noi, Gott mit uns, come diranno poi quattro secoli dopo i nazisti. Il panteismo idealista è la conseguenza estrema dello interiorismo luterano che è a sua volta un’adulterazione immanentistica dell’interiorismo agostiniano.
Si capisce allora come il protestantesimo, a partire dal sec.XVII, dopo aver già abbandonato con Lutero la scolastica tomista, assumerà come referente filosofico il falso interiorismo cartesiano, che, per il suo idealismo, si rivelava più consono al soggettivismo ed immanentismo protestante.
Il secondo aspetto è caratterizzato dall’aumento del contrasto fra l’io peccatore e l’io divinizzato dalla grazia. Il primo nell’idealismo tedesco diventerà l’“io empirico”, il secondo, l’“Io trascendentale o assoluto”. Tale aspetto apparirà nello sviluppo immanentistico ed idealistico del protestantesimo a partire dal sec.XIX con Fichte sino ad Hegel, per sfociare in un sistema panteista preannunciato da Kant, che quasi nulla conserva dell’originale dogmatica luterana, improntata al realismo biblico ed alla trascendenza divina, residui in Lutero del suo precedente cattolicesimo.
Elementi invece del luteranesimo originario si ritroveranno in Kierkegaard, vivacemente sensibile alla dialettica tra l’io peccatore e il Tu divino contro il panlogismo hegeliano per una rivalutazione dell’esistenza della persona singola, come hanno illustrato efficacemente gli studi di Cornelio Fabro che tra l’altro ha mostrato anche una certa affinità del luterano danese con Tommaso d’Aquino. Kierkegaard, col suo “stadio religioso” del “cavaliere della fede” sembra recuperare  in qualche modo il concetto cattolico della vita religiosa e quindi della preghiera.
Bisogna dire, in conclusione, che la preghiera, come risulta dalla stessa religione naturale e come è costantemente inculcato dalla Bibbia, è radicalmente ed innanzitutto richiesta di aiuto e di salvezza fatta a Dio, da parte dell’uomo sofferente o in pericolo di morte.
Il rifiuto della preghiera così da parte protestante per sostituirla con un atto di “fede” nella propria salvezza, può sembrare un atteggiamento disinteressato e sublime, ma in realtà, così come si mostra nell’esito panteistico dell’idealismo trascendentale tedesco, ricorda curiosamente la meditazione trascendentale del buddismo e dell’induismo, per la quale tutto il problema della vita e della salvezza non stanno nella richiesta di soccorso fatta a un Dio onnipotente e misericordioso da parte di una creatura fragile e peccatrice, quanto piuttosto nella presa di coscienza che il proprio io empirico non è che una parvenza di essere ex parte hominis, la quale si mostra come divina se vista come trasparenza dell’Assoluto ex parte Dei. Quindi la soluzione del problema del male si configura come sua serena accettazione per la quale il male viene assorbito spinozisticamente nell’infinita positività del Tutto e dell’Essere.
Ma una visione del genere rivela ad un esame oggettivo tutta la sua inconsistenza ed illusorietà. La salvezza è possibile, ci dice il vero Vangelo, ma solo a patto che l’uomo peccatore si riconosca bisognoso di questa salvezza, si converta e non creda di esserne già in possesso, ma al contrario si adoperi per ottenerla con la preghiera e l’esercizio delle buone opere, che non costituiscono affatto la pretesa dell’uomo di salire a Dio e di gloriarsi davanti a lui con i propri meriti, ma al contrario sono e devono essere la risposta d’amore a un Dio che ci ha amati per primo e giustamente vuole che noi facciamo la nostra parte, senza la quale non possiamo salvarci, come avverte il sommo Agostino: “chi ti ha creato senza di te, non ti salva senza di te”, un Dio che al termine de nostro faticoso e accidentato  cammino troviamo già presente in noi all’alba della nostra coscienza ad aspettarci e che ci dice amichevolmente: “finalmente sei  giunto; era da tempo che ti attendevo!” (P. Giovanni Cavalcoli O.P.)

Benedetto XVI: "Credo in Dio Padre Onnipotente"




Proseguendo nel suo ciclo di catechesi sul Credo iniziato mercoledì scorso, nell'udienza generale di questa mattina, 30 gennaio 2013, Benedetto XVI ha proposto una meditazione sulla prima parola che viene dopo «Io credo in Dio»: «Padre». «Io credo in Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra». Che Dio sia padre è dunque la prima informazione che il Credo ci dà sul Creatore del cielo e della terra.
«Non è sempre facile oggi - commenta il Papa - parlare di paternità. Soprattutto nel mondo occidentale, le famiglie disgregate, gli impegni di lavoro sempre più assorbenti, le preoccupazioni e spesso la fatica di far quadrare i bilanci familiari, l’invasione distraente dei mass media all’interno del vivere quotidiano sono alcuni tra i molti fattori che possono impedire un sereno e costruttivo rapporto tra padri e figli».
Il quadro non è ottimistico. «La comunicazione si fa a volte difficile, la fiducia viene meno e il rapporto con la figura paterna può diventare problematico; e problematico diventa così anche immaginare Dio come un padre, non avendo modelli adeguati di riferimento». E da un punto di vista psicologico, «per chi ha fatto esperienza di un padre troppo autoritario ed inflessibile, o indifferente e poco affettuoso, o addirittura assente, non è facile pensare con serenità a Dio come Padre». La Sacra Scrittura non ignora queste difficoltà, che non sono esclusive dei nostri tempi, ma aiuta a superarle. «Chi di voi, – dice Gesù cercando di spiegare ai discepoli in che senso Dio è «il» Padre – al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? E se gli chiede un pesce, gli darà una serpe? Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono» (Mt 7,9-11; cfr Lc 11,11-13).
Dio ci è Padre perché «ci ha benedetti e scelti prima della creazione del mondo» (Ef 1,3-6), e «ci ha resi realmente suoi figli in Gesù» (cfr 1Gv 3,1). Dio è - prosegue la Scrittura - quel Padre che nutre gli uccelli del cielo senza che essi debbano seminare e mietere, e riveste di colori meravigliosi i fiori dei campi, con vesti più belle di quelle del re Salomone (cfr Mt 6,26-32; Lc 12,24-28); «e noi – aggiunge Gesù - valiamo ben più dei fiori e degli uccelli del cielo!». E se Il Padre fa «sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e … piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45), allora davvero «potremo sempre, senza paura e con totale fiducia, affidarci al suo perdono di Padre quando sbagliamo strada», come c'insegna anche la vicenda del figliol prodigo.
È vero che di Dio come Padre parla soprattutto Gesù. Ma già il protagonista del Salmo 27, assediato dai nemici, si rivolge a Dio affermando: «Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto» (v. 10). Il Salmo 103 proclama: «Come è tenero un padre verso i figli, così il Signore è tenero verso coloro che lo temono, perché egli sa bene di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere» (vv. 13-14). E il Salmo 136 ripete «in modo litanico, ad ogni versetto»: «Perché il suo amore è per sempre». L'amore paterno di Dio comincia dunque già a emergere nel Vecchio Testamento. Ma certo «è nel Signore Gesù che si mostra in pienezza il volto benevolo del Padre che è nei cieli. È conoscendo Lui che possiamo conoscere anche il Padre (cfr Gv 8,19; 14,7), è vedendo Lui che possiamo vedere il Padre, perché Egli è nel Padre e il Padre è in Lui (cfr Gv 14,9.11)».
Gesù c'insegna anche che alla comprensione della paternità di Dio non è mai estraneo lo Spirito Santo: «Dio ci è Padre donandoci lo Spirito che ci rende figli e ci permette di chiamarlo, in verità, "Abbà, Padre" (cfr Rm 8,15)». E tutto questo si compendia nella preghiera che Gesù ci ha insegnato, il Padre nostro. Con la sua morte e resurrezione Gesù ci offre la rivelazione definitiva del mistero del Padre. «Ma potremmo chiederci: come è possibile pensare a un Dio onnipotente guardando alla Croce di Cristo? A questo potere del male, che arriva fino al punto di uccidere il Figlio di Dio?».
Tutta la nostra logica umana è sfidata dalla Croce. «Noi vorremmo certamente un’onnipotenza divina secondo i nostri schemi mentali e i nostri desideri: un Dio "onnipotente" che risolva i problemi, che intervenga per evitarci le difficoltà, che vinca le potenze avverse, cambi il corso degli eventi e annulli il dolore». Addirittura tra gli stessi cristiani «oggi diversi teologi dicono che Dio non può essere onnipotente altrimenti non potrebbe esserci così tanta sofferenza, tanto male nel mondo». E non si tratta solo dei teologi: «davanti al male e alla sofferenza, per molti, per noi, diventa problematico, difficile, credere in un Dio Padre e crederlo onnipotente; alcuni cercano rifugio in idoli, cedendo alla tentazione di trovare risposta in una presunta onnipotenza "magica" e nelle sue illusorie promesse».
Ma Dio segue una logica diversa dalla nostra «e anche la sua onnipotenza è diversa: non si esprime come forza automatica o arbitraria, ma è segnata da una libertà amorosa e paterna. In realtà, Dio, creando creature libere, dando libertà, ha rinunciato a una parte del suo potere, lasciando il potere della nostra libertà». E anche nel grande ordine cosmico «la sua onnipotenza non si esprime nella violenza, non si esprime nella distruzione di ogni potere avverso come noi desideriamo, ma si esprime nell’amore, nella misericordia, nel perdono, nell’accettare la nostra libertà e nell’instancabile appello alla conversione del cuore, in un atteggiamento solo apparentemente debole».
Solo apparentemente, perché in realtà «solo chi è davvero potente può sopportare il male e mostrarsi compassionevole; solo chi è davvero potente può esercitare pienamente la forza dell’amore. E Dio, a cui appartengono tutte le cose perché tutto è stato fatto da Lui, rivela la sua forza amando tutto e tutti, in una paziente attesa della conversione di noi uomini, che desidera avere come figli».
Proprio per questo «Gesù, il Figlio di Dio, rivela al mondo la vera onnipotenza del Padre dando la vita per noi peccatori. Ecco la vera, autentica e perfetta potenza divina: rispondere al male non con il male ma con il bene, agli insulti con il perdono, all’odio omicida con l’amore che fa vivere. Allora il male è davvero vinto». Nel Credo, dunque, quando ripetiamo «Io credo in Dio Padre onnipotente», «noi esprimiamo la nostra fede nella potenza dell’amore di Dio che nel suo Figlio morto e risorto sconfigge l’odio, il male, il peccato e ci apre alla vita eterna». (M. Introvigne)


Di seguito il testo della catechesi.

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Cari fratelli e sorelle, nella catechesi di mercoledì scorso ci siamo soffermati sulle parole iniziali del Credo: “Io credo in Dio”. Ma la professione di fede specifica questa affermazione: Dio è il Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra. Vorrei dunque riflettere ora con voi sulla prima, fondamentale definizione di Dio che il Credo ci presenta: Egli è Padre.

Non è sempre facile oggi parlare di paternità. Soprattutto nel mondo occidentale, le famiglie disgregate, gli impegni di lavoro sempre più assorbenti, le preoccupazioni e spesso la fatica di far quadrare i bilanci familiari, l’invasione distraente dei mass media all’interno del vivere quotidiano sono alcuni tra i molti fattori che possono impedire un sereno e costruttivo rapporto tra padri e figli. La comunicazione si fa a volte difficile, la fiducia viene meno e il rapporto con la figura paterna può diventare problematico; e problematico diventa così anche immaginare Dio come un padre, non avendo modelli adeguati di riferimento. Per chi ha fatto esperienza di un padre troppo autoritario ed inflessibile, o indifferente e poco affettuoso, o addirittura assente, non è facile pensare con serenità a Dio come Padre e abbandonarsi a Lui con fiducia.
Ma la rivelazione biblica aiuta a superare queste difficoltà parlandoci di un Dio che ci mostra che cosa significhi veramente essere “padre”; ed è soprattutto il Vangelo che ci rivela questo volto di Dio come Padre che ama fino al dono del proprio Figlio per la salvezza dell’umanità. Il riferimento alla figura paterna aiuta dunque a comprendere qualcosa dell’amore di Dio che però rimane infinitamente più grande, più fedele, più totale di quello di qualsiasi uomo. «Chi di voi, – dice Gesù per mostrare ai discepoli il volto del Padre – al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? E se gli chiede un pesce, gli darà una serpe? Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono» (Mt 7,9-11; cfr Lc 11,11-13). Dio ci è Padre perché ci ha benedetti e scelti prima della creazione del mondo (cfr Ef 1,3-6), ci ha resi realmente suoi figli in Gesù (cfr 1Gv 3,1). E, come Padre, Dio accompagna con amore la nostra esistenza, donandoci la sua Parola, il suo insegnamento, la sua grazia, il suo Spirito.
Egli - come rivela Gesù - è il Padre che nutre gli uccelli del cielo senza che essi debbano seminare e mietere, e riveste di colori meravigliosi i fiori dei campi, con vesti più belle di quelle del re Salomone (cfr Mt 6,26-32; Lc 12,24-28); e noi – aggiunge Gesù - valiamo ben più dei fiori e degli uccelli del cielo! E se Egli è così buono da far «sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e … piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45), potremo sempre, senza paura e con totale fiducia, affidarci al suo perdono di Padre quando sbagliamo strada. Dio è un Padre buono che accoglie e abbraccia il figlio perduto e pentito (cfr Lc 15,11ss), dona gratuitamente a coloro che chiedono (cfr Mt 18,19; Mc 11,24; Gv 16,23) e offre il pane del cielo e l’acqua viva che fa vivere in eterno (cfr Gv 6,32.51.58).
Perciò l’orante del Salmo 27, circondato dai nemici, assediato da malvagi e calunniatori, mentre cerca aiuto dal Signore e lo invoca, può dare la sua testimonianza piena di fede affermando: «Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto» (v. 10). Dio è un Padre che non abbandona mai i suoi figli, un Padre amorevole che sorregge, aiuta, accoglie, perdona, salva, con una fedeltà che sorpassa immensamente quella degli uomini, per aprirsi a dimensioni di eternità. «Perché il suo amore è per sempre», come continua a ripetere in modo litanico, ad ogni versetto, il Salmo 136 ripercorrendo la storia della salvezza. L’amore di Dio Padre non viene mai meno, non si stanca di noi; è amore che dona fino all’estremo, fino al sacrificio del Figlio. La fede ci dona questa certezza, che diventa una roccia sicura nella costruzione della nostra vita: noi possiamo affrontare tutti i momenti di difficoltà e di pericolo, l’esperienza del buio della crisi e del tempo del dolore, sorretti dalla fiducia che Dio non ci lascia soli ed è sempre vicino, per salvarci e portarci alla vita eterna.
È nel Signore Gesù che si mostra in pienezza il volto benevolo del Padre che è nei cieli. È conoscendo Lui che possiamo conoscere anche il Padre (cfr Gv 8,19; 14,7), è vedendo Lui che possiamo vedere il Padre, perché Egli è nel Padre e il Padre è in Lui (cfr Gv 14,9.11). Egli è «immagine del Dio invisibile» come lo definisce l’inno della Lettera ai Colossesi, «primogenito di tutta la creazione… primogenito di quelli che risorgono dai morti»,  «per mezzo del quale abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati» e la riconciliazione di tutte le cose, «avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli» (cfr Col 1,13-20).
La fede in Dio Padre chiede di credere nel Figlio, sotto l’azione dello Spirito, riconoscendo nella Croce che salva lo svelarsi definitivo dell’amore divino. Dio ci è Padre donandoci il suo Figlio per noi; Dio ci è Padre perdonando il nostro peccato e portandoci alla gioia della vita risorta; Dio ci è Padre donandoci lo Spirito che ci rende figli e ci permette di chiamarlo, in verità, «Abbà, Padre» (cfr Rm 8,15). Perciò Gesù, insegnandoci a pregare, ci invita a dire “Padre nostro” (Mt 6,9-13; cfr Lc 11,2-4).
La paternità di Dio, allora, è amore infinito, tenerezza che si china su di noi, figli deboli, bisognosi di tutto. Il Salmo 103, il grande canto della misericordia divina, proclama: «Come è tenero un padre verso i figli, così il Signore è tenero verso coloro che lo temono, perché egli sa bene di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere» (vv. 13-14). E’ proprio la nostra piccolezza, la nostra debole natura umana, la nostra fragilità che diventa appello alla misericordia del Signore perché manifesti la sua grandezza e tenerezza di Padre aiutandoci, perdonandoci e salvandoci.
E Dio risponde al nostro appello, inviando il suo Figlio, che muore e risorge per noi; entra nella nostra fragilità e opera ciò che da solo l’uomo non avrebbe mai potuto operare: prende su di Sé il peccato del mondo, come agnello innocente, e ci riapre la strada verso la comunione con Dio, ci rende veri figli di Dio. È lì, nel Mistero pasquale, che si rivela in tutta la sua luminosità il volto definitivo del Padre. Ed è lì, sulla Croce gloriosa, che avviene la manifestazione piena della grandezza di Dio come “Padre onnipotente”.
Ma potremmo chiederci: come è possibile pensare a un Dio onnipotente guardando alla Croce di Cristo? (...) Noi vorremmo un’onnipotenza divina secondo i nostri schemi mentali e i nostri desideri: un Dio “onnipotente” che risolva i problemi, che intervenga per evitarci ogni difficoltà, che vinca tutte le potenze avverse, cambi il corso degli eventi e annulli il dolore. (...) Così, davanti al male e alla sofferenza, per molti diventa problematico credere in un Dio Padre e crederlo onnipotente; alcuni cercano rifugio in idoli, cedendo alla tentazione di trovare risposta in una presunta onnipotenza “magica” e nelle sue illusorie promesse.
Ma la fede in Dio onnipotente ci spinge a percorrere sentieri ben differenti: (...) le vie e i pensieri di Dio sono diversi dai nostri (cfr Is 55,8) e anche la sua onnipotenza è diversa: non si esprime come forza automatica o arbitraria, ma è segnata da una libertà amorosa e paterna.(...) Come Padre, Dioi desidera che noi diventiamo suoi figli e viviamo come tali nel suo Figlio, in comunione, in piena familiarità con Lui. La sua onnipotenza (...) si esprime dunque nell’amore, nella misericordia, nel perdono, nell’instancabile appello alla conversione del cuore, in un atteggiamento solo apparentemente debole, (...) fatto di pazienza, di mitezza e di amore. (...) Il saggio del Libro della Sapienza così si rivolge a Dio: «Hai compassione di tutti, perché tutto puoi; (...) chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento. Tu infatti ami tutte le cose che esistono… Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita» (11,23-24a.26).
Solo chi è davvero potente può sopportare il male e mostrarsi compassionevole; solo chi è davvero potente può esercitare pienamente la forza dell’amore. E Dio, a cui appartengono tutte le cose perché tutto è stato fatto da Lui, rivela la sua forza amando tutto e tutti, in una paziente attesa della conversione di noi uomini, che desidera avere come figli.(...) L’amore onnipotente di Dio non conosce limiti, tanto che «non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi» (Rm 8,32). L’onnipotenza dell’amore non è quella del potere del mondo, ma è quella del dono totale, e Gesù, il Figlio di Dio, rivela al mondo l a vera onnipotenza del Padre dando la vita per noi peccatori. Ecco la vera, autentica e perfetta potenza divina: rispondere al male con il bene, agli insulti con il perdono, all’odio omicida con l’amore che fa vivere. Allora il male è davvero vinto, perché lavato dall’amore di Dio; allora la morte è definitivamente sconfitta perché trasformata in dono della vita. Dio Padre risuscita il Figlio: la morte, la grande nemica (cfr 1 Cor 15,26), è inghiottita e privata del suo veleno (cfr 1 Cor 15,54-55), e noi, liberati dal peccato, possiamo accedere alla nostra realtà di figli di Dio.
Quindi qando diciamo “Io credo in Dio Padre onnipotente”, noi esprimiamo la nostra fede nella potenza d’amore di Dio che nel suo Figlio morto e risorto sconfigge l’odio, il male, il peccato e ci apre alla vita eterna, quella dei figli che desiderano essere per sempre nella “Casa del Padre”. (...)
Cari fratelli e sorelle, chiediamo al Signore di sostenere la nostra fede(...) e di darci la forza di annunciare Cristo crocifisso e risorto e di testimoniarlo nell’amore a Dio e al prossimo. E Dio ci conceda di accogliere il dono della nostra filiazione, per vivere in pienezza le realtà del Credo, nell’abbandono fiducioso all’amore del Padre e alla sua misericordiosa onnipotenza che salva. Grazie.

Pagare il canone a Gay Uno?




E’ domenica pomeriggio. E la domenica è giorno dedicato alla famiglia. Cosa ti inventa la Rai? Sul primo canale – quello appunto per le famiglie – durante la trasmissione Domenica In del 27 gennaio scorso la conduttrice Lorella Cuccarini ci introduce in un alternativo focolare domestico. Quello omosessuale.

La sezione della trasmissione in cui la Cuccarini fa da padrona di casa si chiama “Così è la vita”. E allora andiamo a vedere come è questa vita secondo gli autori di Domenica in. Sfilano in rassegna sui divanetti dello studio le seguenti storie: Francesca Vecchioni, figlia del più noto Roberto Vecchioni, è lesbica e insieme alla propria compagna hanno avuto due gemelline tramite Fivet fatta in Olanda.
Una signora, di nome Anna, è stata sposata due volte, ha avuto sei figli, ma a un certo punto si è innamorata di una donna, la quale ha poi deciso di cambiare sesso e da Cristina ora si chiama Roberto, ed è andata a vivere con lei.
Inciso: la signora Anna tiene a precisare con un certo disappunto che lei non è gay ma etero. In ultimo la storia di un giovane omosessuale il quale appare un po’ reazionario e retrivo nel suo convincimento che i gay possono sì vivere insieme, ma per l’adozione è troppo presto ora in Italia. Però se gli altri suoi gai compagni lo volessero fare, liberi di comportarsi come vogliono.
Segue dibattito con Paolo Crepet, psicologo nato televisivamente a Porta a Porta, Piero Sansonetti, ex direttore di Liberazione, la giornalista Suor Myriam Castelli, la psicologa Paola Biondi, che gestisce l’unico sito italiano di LGBTIQQ. A beneficio di coloro che sono ancora fermi alla bipartizione da pleistocene maschio-femmina (“gender-binary” la chiamano i gay) illustriamo l’acronimo: Lesbian Gay Bisexual Transgender Intersexual Queer and Questioning (sugli oscuri significati di queste espressioni magari ci torneremo un’altra volta).
La trans-missione (non è un refuso) è stata paradigmatica in tutti i sensi perchè non mancava nessun ingrediente dello stereotipo dominante in tema di omosessualità. In primis sono stati snocciolati,  tutti ma proprio tutti gli argomenti che di solito i gay usano per sostenere le loro tesi: siamo persone come tutte le altre, che male c’è ad amare una persona dello stesso sesso, l’importante non è essere etero o omosessuali, ma essere buoni genitori, una volta venivano visti in malo modo i matrimoni tra bianchi e neri ora tocca agli omosessuali, fondamentale è l’affetto che ricevono i bambini non le scelte sessuali dei genitori, il problema è cambiare la mentalità comune non far cambiare gli stili di vita degli omosessuali, e via con discorsi di questo “gender”. Il catalogo del luogocomunismo era completo. 
In secondo luogo le relazioni omosessuali nella trasmissione sembravano tutte uscite dalla macchina dello zucchero filato, quelle eterosessuali venivano invece dipinte come fragili, ipocrite, violente: “le coppie eterosessuali hanno fatto carne di porco ovunque” Crepet docet; il padre di famiglia fino a ieri era “padrone non solo dei figli, ma anche della donna”, rincara Sansonetti. Ciò risponde al clichè che in ogni campagna ideologica devi trovare un nemico: va da sé che l’eterosessuale è pieno di pregiudizi ed è retrogrado, invece l’omosessuale è il nuovo che avanza, amico di tutti e rispettoso di ogni idea, quindi intoccabile.
Se poi l’eterosessuale è puro cattolico come lasciarsi sfuggire l’occasione di invitarlo in trasmissione per massacrarlo? Ed ecco quindi in mezzo all’arena di Domenica In spuntare suor Myriam, graffiante come Cappuccetto Rosso con il lupo cattivo.
Badate bene: encomiabile il martirio mediatico di Suor Myriam, ma nulla avrebbe potuto dato che a favore del pensiero gaio in quella puntata si sono espressi ben 9 persone. Oltre alla par condicio elettorale occorrerebbe studiarne una anche televisiva.
Dunque “Così è la vita” secondo Domenica in (chissà cosa direbbe oggi il compassato Corrado, primo conduttore nel ’76 del programma, a cui si deve il titolo dello stesso?) e gli spettatori – circa 3,2 milioni, il 16% dello share – si arrendano all’evidenza. Certo è una resa che costa, ben 113,50 euro. Ma i servizi forniti dalla televisione di Stato hanno il loro prezzo, non solo culturale, bensì anche pecuniario.

Poco importa che in pieno pomeriggio Gay Uno (anche questo non è un refuso) abbia fatto uno spottone senza reale contraddittorio a favore della sodomia. La Rai è una mensa pubblica dove che tu ti sieda a mangiare oppure no – l’importante ci dice la pubblicità di questi giorni è il possesso del televisore – il conto lo paghi e non puoi di certo scegliere che piatto mangiare. Peggio: lo paghi anche se il cibo non ti è piaciuto e ha intossicato te e la tua famiglia.
Si risponderà: basta cambiare canale o spegnere la televisione. Errato: noi tutti abbiamo diritto che dai rubinetti di casa nostra esca acqua potabile, non avvelenata, e non dovremmo essere costretti a controllare ogni goccia d’acqua, né messi nella condizione di comprare acqua in bottiglia. Fuor di metafora: nulla di ciò che esce dal tubo catodico dovrebbe svilire la dignità dell’uomo e il valore della famiglia.
Si obietterà: ma è proprio del servizio pubblico dare voce a tutti. Ma siamo così certi che ogni opinione, ogni fenomeno, ogni condizione di vita, ogni scelta meriti di essere sotto i riflettori e dunque promossa? Non tutte le opinioni sono degne di rispetto sebbene tutte le persone siano da rispettare nella loro dignità. Perché razzismo, pedofilia, degrado ambientale, guerre sono giustamente da censurare e non così invece – per ipotesi, per mera ipotesi – l’omosessualità? Chi lo decide? Il vento dello share che spira sempre nella stessa direzione? (T. Scandroglio)
Fonte: La nuova bq

La prima parabola di Gesù

Di seguito il Vangelo di oggi, 30 gennaio, mercoledi della III settimana del T.O., con un commento.


Ma, dirai, a che pro seminare tra le spine, fra i sassi o lungo la strada ?
Se si trattasse di un seme e una terra materiali, non avrebbe nessun senso;
ma poiché si tratta delle anime e della Parola, la cosa è degna di elogi.
A ragione si rimprovererebbe a un coltivatore di agire così;
il sasso non può diventare terra, la strada non può non essere una strada,
né le spine non essere delle spine.
Ma nella sfera spirituale, non è lo stesso:
il sasso può diventare una terra fertile,
la strada non essere più calpestata dai passanti e diventare un campo fecondo,
le spine essere sradicate e permettere al seme di dare frutto liberamente.
Se questo non fosse possibile, il seminatore non avrebbe sparso il seme come ha fatto.

San Giovanni CrisostomoDiscorsi 44 sul vangelo di Matteo, 3-4




Dal Vangelo secondo Marco 4,1-20.
Di nuovo si mise a insegnare lungo il mare. E si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli salì su una barca e là restò seduto, stando in mare, mentre la folla era a terra lungo la riva. Insegnava loro molte cose in parabole e diceva loro nel suo insegnamento: «Ascoltate. Ecco, uscì il seminatore a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e vennero gli uccelli e la divorarono. Un'altra cadde fra i sassi, dove non c'era molta terra, e subito spuntò perché non c'era un terreno profondo; ma quando si levò il sole, restò bruciata e, non avendo radice, si seccò. Un'altra cadde tra le spine; le spine crebbero, la soffocarono e non diede frutto. E un'altra cadde sulla terra buona, diede frutto che venne su e crebbe, e rese ora il trenta, ora il sessanta e ora il cento per uno». E diceva: «Chi ha orecchi per intendere intenda!». Quando poi fu solo, i suoi insieme ai Dodici lo interrogavano sulle parabole. Ed egli disse loro: «A voi è stato confidato il mistero del regno di Dio; a quelli di fuori invece tutto viene esposto in parabole, perché: guardino, ma non vedano, ascoltino, ma non intendano, perché non si convertano e venga loro perdonato». Continuò dicendo loro: «Se non comprendete questa parabola, come potrete capire tutte le altre parabole? Il seminatore semina la parola. Quelli lungo la strada sono coloro nei quali viene seminata la parola; ma quando l'ascoltano, subito viene satana, e porta via la parola seminata in loro. Similmente quelli che ricevono il seme sulle pietre sono coloro che, quando ascoltano la parola, subito l'accolgono con gioia, ma non hanno radice in se stessi, sono incostanti e quindi, al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della parola, subito si abbattono. Altri sono quelli che ricevono il seme tra le spine: sono coloro che hanno ascoltato la parola, ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e l'inganno della ricchezza e tutte le altre bramosie, soffocano la parola e questa rimane senza frutto. Quelli poi che ricevono il seme su un terreno buono, sono coloro che ascoltano la parola, l'accolgono e portano frutto nella misura chi del trenta, chi del sessanta, chi del cento per uno».  

Il commento

Una barca sul mare, e sulla terra “una folla enorme” di volti e cuori in attesa. Di che cosa hanno bisogno? Di una parabola, che li strappi ad uno ad uno dall’anonimato che stinge l’unicità di ciascuno nel grigio del sentimentalismo e dei desideri dettati dagli umori della carne. Tra le “molte cose” che Gesù insegnava, il Vangelo ne registra una, trasmessa attraverso una parabola con la quale illumina la Chiesa, il suo stare nel mondo come “terra bella” e feconda di frutti che sanno di vita eterna. Comprendere questa parabola è capire tutte le altre, perché in essa è celata la chiave con la quale aprire lo scrigno della Scrittura. Essa racconta di un Seminatore che, per salvare tutta la terra, anche quella dove vi sono solo spine e sassi e dove passa la strada, è “uscito a seminare” il suo seme più prezioso, come il Padre che, per salvare tutti i suoi figli ribelli e dispersi, ha sacrificato il suo Figlio prediletto. Il mondo che ha ingannato e rapito ogni uomo, infatti, è terra dura, ostile e inospitale. In essa la Parola incarnata vi è “caduta” sotto il peso della Croce, sulla strada del Calvario, tra spine e pietre. E' stata rifiutata, derisa, uccisa proprio da coloro ai quali era stata inviata. E il seme è morto, sepolto nella terra del maligno, ma dalla solitudine del sepolcro è scaturito il frutto della risurrezione, donato come una primizia a un pugno di uomini scelti per essere la “terra bella e buona”, come le Terra Promessa sposa della Parola che dà la Vita. Terra di Galilea, fatta di pescatori e peccatori, testardi e duri di cuore, incapaci di comprendere, come tutti gli altri, e per questo segno di un mistero che stupisce, dell'elezione irrevocabile come già fu quella che cadde sul Popolo di Israele. Gli apostoli, le primizie scelte per mostrare "il frutto" del puro amore ad ogni uomo, il destino eterno che tutti ci attende, "
nella misura chi del trenta, chi del sessanta, chi del cento per uno". Ciascuno, infatti, ha una storia, una famiglia, un lavoro, luoghi e persone che Dio ha pensato di salvare attraverso di noi. Il frutto non dipende dagli sforzi e dalle capacità, ma dalla Grazia che ci è data in funzione della missione alla quale siamo chiamati. Niente campionati e classifiche, un unico obbiettivo per tutti, la salvezza di ogni uomo. 

Per opera della Grazia, in quel pugno di uomini la terra s'è fatta dolce e accogliente, come il seno benedetto di Maria. Dodici uomini fecondati dalla Parola che ritorna al Cielo dopo aver compiuto la missione per la quale era stata seminata: grazie ad essa, infatti, il sasso può diventare una terra fertile, la strada non essere più calpestata dai passanti e diventare un campo fecondo, le spine essere sradicate e permettere al seme di dare frutto liberamente” (San Giovanni Crisostomo). Parola viva, la vita di Cristo nella vita di quegli uomini diventati Chiesa, Assemblea Santa nello Spirito Santo. La Chiesa Amica e Sposa di Cristo, depositaria dei suoi segreti più intimi, primizia del Regno che solca il mare della morte. Per questo la barca di Gesù che, “seduto”, annuncia il Vangelo e insegna la Verità come l'unico Maestro, è separata dalla terraferma, vittoriosa sul mare della morte. Così è la Chiesa, le nostre comunità sparse nel mondo senza appartenergli; così vivono gli Apostoli, e ciascuno di noi, separati dalla terra per mostrare la vittoria sul mare di morte che incombe su tutti. Su quella barca siamo chiamati a vivere il combattimento di ogni giorno, perché le scorie della vecchia terra sterile sono in agguato con le stesse tentazioni che hanno assalito il Popolo di Israele davanti al Mar Rosso e Gesù nel deserto e sulla Croce; tentazioni che ci scuotono per indurci a riprendere criteri e pensieri mondani, “affanni e preoccupazioni”, “ricchezze e bramosie”, “paure ed angosce di persecuzioni” e fallimenti. La via della Chiesa, infatti, non può che passare sul mare, seguendo le orme spesso invisibili del Signore che ci precede nell'esodo eterno. Come Mosè, la Chiesa è chiamata a trascinare il mondo nella Pasqua della salvezza, nel passaggio dalla schiavitù alla libertà, dall'Egitto, la terra ostile al seme della Parola, alla Gerusalemme celeste, la terra buona e promessa. Anche oggi il Signore ci chiama con sé nella Chiesa, per offrire un'arca d'amore e salvezza ad ogni uomo.

martedì 29 gennaio 2013

Trattato di Ecclesiologia



(Francesco Coccopalmerio) A un amico giornalista, che mi chiedeva di dargli una definizione, possibilmente rapida ed efficace, del Codice di diritto canonico, mi è venuta, quasi spontanea, questa risposta: «Il Codice: un testo di ecclesiologia, specchio del Vaticano II». Il mio interlocutore mi ha guardato un po’ stranito, ma anche interessato, o compiaciuto, e mi ha chiesto spiegazioni.Il Codex iuris canonici è un testo di ecclesiologia per il semplice motivo che, in tutte le sue parti, parla della Chiesa e solo della Chiesa. Basta, per convincersi, leggere i titoli dei vari libri: «II. Il popolo di Dio»; «III. Il ministero di insegnare della Chiesa»; «IV. Il ministero di santificare della Chiesa»; «V. I beni temporali della Chiesa»; «VI. Le sanzioni nella Chiesa»; «VII. I processi» (evidentemente nella Chiesa). Il primo libro, «Le norme generali», è una parte tecnica, che serve per capire le altre.
Resta, dunque, verificata la prima parte della definizione: il Codice di diritto canonico è un testo di ecclesiologia. E — nessun dubbio — è il testo di ecclesiologia che gode di maggiore autorevolezza.
Risulta ovvio che il Codice è un testo di ecclesiologia, diciamo a statuto speciale. E, in effetti, relativamente alla struttura, si esprime in canoni, cioè in formule concise e, relativamente al contenuto, tratta questioni ecclesiologiche secondo una propria ottica, concentrando la sua attenzione sui molteplici soggetti nella Chiesa e descrivendo le loro attribuzioni, cioè i doveri, i diritti e le abilitazioni, in una parola le realtà giuridiche. Per fare gli esempi più disparati, si va dal diritto dei fedeli di fondare loro associazioni (can. 215), alla definizione di diocesi (can. 369), ai doveri del parroco (can. 528-530).
A questo punto, appare comprensibile che qualcuno chieda: Come può un Codice essere un testo di ecclesiologia, quindi un testo teologico? Un testo teologico, infatti, contiene asserzioni di fede o, comunque, di dottrina. Un Codice non è, forse, solo un insieme di canoni, cioè un insieme di leggi?
La risposta non è agevole ed esige certamente, da parte mia, uno speciale impegno di chiarezza, ma richiede anche, da parte forse di alcuni lettori, una maggiore disponibilità intellettuale nel senso di abbandono di pregiudizi che potrebbero ostacolare la comprensione.
Dobbiamo premettere un dato che condiziona tutto il discorso. Nella Chiesa esistono realtà giuridiche, doveri, diritti, abilitazioni, che sono state istituite, e che quindi esistono, per volontà di Cristo stesso, fondatore della Chiesa. Possiamo chiamarle “ontologiche”.
Esistono, poi, realtà giuridiche costituite ed esistenti non per volontà di Cristo fondatore bensì per volontà del legislatore ecclesiale. Possiamo chiamarle “positive”.
Qualcuno, giustamente, si aspetta degli esempi. Ne diamo due. Il primo, chiaro e importante, di realtà giuridica ontologica è il dovere e il diritto di tutti i fedeli cristiani di offrire ai loro Pastori consigli per il bene della Chiesa. È evidente che tale attribuzione viene ai fedeli dal sacramento del battesimo e quindi esiste per volontà di Cristo. Un esempio, invece, peraltro noto, di realtà giuridica positiva è la struttura del Consiglio pastorale parrocchiale con i doveri e i diritti che competono a coloro che ne fanno parte. È evidente che tutto ciò risale non alla volontà di Cristo, ma solo a quella del legislatore ecclesiale.
La prima realtà giuridica, quella ontologica, è contenuta nel can. 212, § 3 e la seconda, quella positiva, è statuita nel can. 536. Questi due testi sono due esempi di canoni con contenuto differente: il primo ha contenuto ontologico, il secondo ha contenuto positivo. Anche gli altri canoni sono opportunamente distinguibili, pur senza rigidità, in canoni ontologici o positivi e pertanto sono catalogabili in una duplice tipologia. Questo dato fondamentale ci introduce nel seguito della riflessione.
Si tratta di considerare l’autore del Codice e la natura dell’attività da lui svolta. Quando, infatti, l’autore del Codice formula i singoli canoni compie un’operazione complessa che ha una duplice tipologia. Quando formula i canoni positivi, compie un atto di volontà, con cui costituisce, cioè fa esistere, le realtà giuridiche contenute nei canoni. Possiamo dire che la formulazione dei canoni con contenuto positivo è propriamente un atto di legislazione. Quando formula i canoni ontologici, compie un atto non di volontà, non di costituzione, bensì di conoscenza di una realtà giuridica già esistente e insieme di dichiarazione della realtà stessa. Possiamo dire che la formulazione dei canoni con contenuto ontologico è propriamente un atto di magistero.
Quanto detto sopra relativamente al contenuto dei canoni e alla duplice tipologia che ne deriva, possiamo dire ora relativamente alla natura dei canoni: i canoni con contenuto positivo sono canoni legislativi e i canoni con contenuto ontologico sono canoni magisteriali.
Se, ora, riuniamo e rileggiamo tutti i canoni magisteriali, possiamo rispondere, in modo — credo — soddisfacente, alla domanda sopra formulata: come può un Codice essere un testo teologico, contenere asserzioni di fede o, comunque, di dottrina? Sì, il Codice contiene asserzioni di fede e di dottrina precisamente nell’insieme dei canoni magisteriali.
Come tale, il Codice appare specchio del concilio in quanto riprende fedelmente la dottrina del Vaticano II. Basta rileggere i cann. 204ss sui christifideles o i cann. 330ss sui rapporti tra episcopato e primato per rendersi facilmente conto di quanto abbiamo affermato. Una prova semplicissima e addirittura letterale: si provi a confrontare il can. 212, § 2 con Lumen gentium, 37, 1. Quindi il Codice rispecchia l’ecclesiologia del Vaticano II o ne è un compendio. Ma possiamo dire qualcosa di più. E cioè che l’immagine del concilio rispecchiata con fedeltà nei canoni viene dal Codice ulteriormente abbellita. In che senso? Per il semplice motivo che il Codice alla realtà giuridica ontologica, rispecchiata dal Vaticano II, aggiunge una realtà giuridica positiva, costituita dal legislatore ecclesiale. In altre parole e ritornando agli esempi sopra utilizzati: il dovere-diritto dei fedeli di offrire consigli ai Pastori (realtà giuridica ontologica di cui al can. 212, § 3) viene corredato dalla statuizione del Consiglio pastorale parrocchiale (realtà giuridica positiva del can. 536) e con ciò resa più efficace nella sua attuazione concreta e resa quindi immagine più viva.
In altre parole, l’attribuzione dei fedeli di consigliare i Pastori sarebbe meno completa senza l’ulteriore statuizione del Consiglio pastorale parrocchiale, mentre con questa struttura viene ulteriormente avvalorata. In questo senso parliamo di immagine ulteriormente abbellita.
Questo è, in breve, il Codex iuris canonici. E ci permettiamo di aggiungere che questo testo di ecclesiologia specchio del Vaticano II, opera di complessa struttura nonché di delicato mantenimento, è in qualche modo affidato alle cure particolari del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, che ne deve promuovere, insieme con la conoscenza e la fedele osservanza, anche — qualora necessario — l’opportuno aggiornamento suggerendo al Papa, che è il Supremo Legislatore, eventuali integrazioni o modifiche.
Ci auguriamo che la celebrazione del trentesimo anniversario della promulgazione del Codex iuris canonici sia un’efficace occasione per la riscoperta intelligente e cordiale di questa opera fondamentale e del suo — usiamo l’espressione di Giovanni Paolo II nella costituzione apostolica di promulgazione Sacrae disciplinae leges — «carattere di complementarità in relazione all’insegnamento del concilio Vaticano II». L'Osservatore Romano, 30 gennaio 2013.