mercoledì 27 febbraio 2013

La Sua Chiesa



SPietro-D2
"Ho sempre saputo che in quella barca c’è il Signore e ho sempre saputo che la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua. E il Signore non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto. Questa è stata ed è una certezza, che nulla può offuscare. Ed è per questo che oggi il mio cuore è colmo di ringraziamento a Dio perché non ha fatto mai mancare a tutta la Chiesa e anche a me la sua consolazione, la sua luce, il suo amore. (Benedetto XVI, Udienza del 27 febbraio 2013)
A commento riporto questo testo del card. Giacomo Biffi.
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«Edificherò la mia Chiesa» (Mt 16,18), dice Gesù nel celebre episodio di Cesarea di Filippo. La Chiesa è di Cristo, non è di nessun altro; e niente può strapparla dalle sue mani. Niente: né le potenze mondane, né le indegnità di uomini, né la nequizia di epoche storiche.
«La mia Chiesa»: non c’è in tutto il Libro di Dio parola più semplice ed eloquente di questa; parola che più di questa dischiuda davanti a noi il prodigio della «ecclesialità». La Chiesa è sua: è nata dalla sua sapienza, dal suo cuore, dalla sua immolazione.
Dell’esistenza della Chiesa e della sua permanenza entro la vicenda umana, il responsabile è lui.
Appunto per questo, tra le casupole effimere delle costruzioni umane (sociali, politici, culturali che siano) la «casa di Dio» (cf I Tm 3.15) è l’edificio più saldo e più prezioso per l’uomo che sia mai stato eretto. Ed è un po’ comico che si faccia carico proprio a questa istituzione di tutti i guai della storia, solo perché tutti gli altri fenomeni storici (sociali, politici, culturali che siano) nel frattempo si sono esauriti e dissolti.
Che cos’è la Chiesa nella sua realtà più autentica e sostanziale?
E’ l’umanità in quanto è raggiunta e trasformata dall’azione redentrice di Cristo, e in quanto è connessa e assimilata al Signore crocifisso e risorto, in virtù dell’effusione dello Spirito che egli continuamente ci invia dalla destra del Padre.
Si capisce allora perché san Paolo arrivi a spiegare praticamente tutta la realtà cristiana con l’immagine del «Corpo» di Cristo, di cui egli è il «Capo» e noi siamo le «membra». «Capo» e «corpo» costituiscono una sola realtà indivisibile.
Essendo essenzialmente opera dello Spirito, la Chiesa sfugge alla conoscibilità di chi dallo Spirito non è stato ancora illuminato. «L’ uomo lasciato alle sole sue forze – è la lezione di Paolo, che noi troppo spesso dimentichiamo – non comprende le cose dello Spirito: esse sono follia per lui e non è capace di intenderle, perché di esse si può giudicare solo per mezzo dello Spirito» (cf 1 Cor 2,14).
Sembrerebbe dunque di capire che secondo san Paolo non metta troppo conto di ascoltare il parere sulla Chiesa di chi magari ritiene che Dio non esista o che Gesù Cristo non è Risorto o che lo Spirito Santo sia una pura metafora.

Sotto il cielo di Roma



Nuovo tweet di Benedetto XVI: Vorrei che ognuno sentisse la gioia di essere cristiano, di essere amato da Dio che ha dato suo Figlio per noi. (27 febbraio 2013)

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 (Cristian Martini Grimaldi) Non poteva essere una giornata migliore oggi. Il cielo così limpido sembra il perfetto invito a tutti coloro che si trovano a Roma — pellegrini, turisti e residenti — per radunarsi in piazza San Pietro per l’ultima udienza generale di Papa Benedetto XVI. Mia è una studentessa filippina. Porta con sé un cartello sul quale, in tagalog, ha scritto il suo grazie al Papa per questi otto anni di pontificato. «Abbiamo avuto — dice — la fortuna di essere a Roma in questi giorni. Mi ricorderò sempre del suo insegnamento sul perdono: devi farti avanti per primo se vuoi che qualcosa di bello ti succeda. Stamattina ha detto una cosa bellissima: si riceve la vita proprio quando la si dona. Un altro insegnamento che ho appreso da questo Papa è che quando dico di sì a un altra persona, è un sì che dico anche a me stessa. E questo ti fa sentire migliore. Un pensiero semplice ma di efficacia eccezionale».
Dorothy è vietnamita. «Ero — racconta — alla Giornata della gioventù a Madrid nel 2011. Ricordo che quel giorno si scatenò una vera e propria tempesta. Mi dicevo: ecco, sarà un disastro. C’era anche gente che protestava per la mancanza di occupazione, per la crisi economica. Insomma, il clima era un po’ effervescente. Ero molto lontana dal luogo in cui il Pontefice doveva parlare, ma quando ho sentito quella voce mi sono rimaste impresse le sue parole: ha detto che pensava molto a noi e che avevamo vissuto un’avventura insieme. Infatti ho proprio la sensazione di aver vissuto un’avventura con lui. Per essere una buona cattolica ho dovuto superare difficoltà. Che anche a Benedetto XVI non sono mancate, come ha ricordato oggi quando ha detto di aver vissuto momenti in cui le acque erano agitate e il vento contrario; ma nonostante ciò è riuscito a superarle nel migliore dei modi».
«Mi dicevi di quella tempesta: come è andata a finire poi?» le domando. «All’inizio — risponde — c’era un vento molto forte, c’era pioggia, c’erano cose che volavano ovunque. Poi tutto a un tratto la gente ha iniziato a pregare, tutti noi abbiamo cominciato a pregare. C’è stato un grande silenzio. E come per incantesimo anche il tempo ha cominciato a cambiare. Immagina l’effetto. Credo ci fossero un milione di persone quel giorno».
Olivia viene da Hong Kong. «Quello che mi resta di questo Papa — confida — è la sua capacità di guidare la Chiesa in situazioni molto impegnative, da diversi punti di vista. Per esempio ha detto molto chiaramente che la fede ha sia una dimensione personale sia una dimensione ecclesiale. Significa che per approfondire la propria fede un cristiano deve cercare di entrare in una relazione personale con Dio. È solo così che può arrivare agli altri. Questo per me è un invito a migliorare i rapporti personali. In uno dei suoi libri su Gesù di Nazaret il Pontefice ha scritto che la fede non è credere in leggi specifiche, in dottrine particolari da seguire come degli imperativi categorici, ma è un rapporto personale con la figura di Gesù. Non perché la dottrina in sé non sia importante, ma perché, una volta scoperto Gesù in noi, riusciamo anche a comprendere meglio le ragioni della dottrina. La gente non va persuasa con ragionamenti morali; piuttosto convincendola che se ti apri alla fede, allora anche la morale seguirà. E sarà l’unica via possibile. Faccio un esempio pratico. Io amo mia madre e per questa ragione riesco a ubbidirle anche quando le nostre opinioni divergono. Perché so che che dice certe cose per il mio bene. Questo non è in contrasto con la mia felicità personale; anzi, è la strada giusta alla felicità. Che, tuttavia, non è sempre un binario chiaro e lineare, come spesso si immagina, ma può essere spesso un cammino tortuoso e nascosto».
Stephany sembra molto emozionata. Si nasconde quasi dietro l’amica, «Non saprei esprimere un pensiero su questo Papa con la stessa profondità di Olivia» dice. E aggiunge: «So di aver visto per l’ultima volta il successore di Pietro nelle sembianze di Benedetto XVI. E quando ha detto: vorrei che ognuno sentisse la gioia di essere cristiano, mi sono emozionata molto. Perché è davvero quello che sento!».
Alina viene dalla provincia di Parigi. Ha 67 anni ed è qui con la figlia di 30 anni. Sono venute appositamente per questo abbraccio finale con Benedetto XVI. «Questo Papa è incredibilmente intelligente. E umile. Due doti che non è facile veder convivere in una stessa persona», sorride. «Direi che in lui — prosegue — c’è qualcosa di profetico. Leggevo già i suoi pensieri quando ancora non era Papa. Ma sicuramente la sua prima enciclica è stata quella che ricordo con maggior emozione. La relazione con Dio, prima di tutto. È questo che mi resta di lui. La cosa principale non è tanto la morale ma la vicinanza personale a Dio. Un messaggio semplice, in fondo, ma dentro c’è tutto. Nonostante in Francia la situazione morale generale non non sia delle migliori, ho una grande speranza nelle giovani generazioni. Son ragazzi molto forti. La Francia è un Paese dalla forte connotazione ideologica; e di solito sono proprio i cattolici che passano per essere persone con una visione del mondo poco flessibile. Ma è l’esatto contrario: solo chi non ha mai approfondito il pensiero cattolico, e quello di Benedetto XVI in particolare, può credere a questi luoghi comuni, alimentati spesso dai media che troppa superficialità. Però credo che questa nuova generazione sia molto forte: non ha complessi, è molto aperta, le manca forse un po’ di cultura. Mia figlia è giornalista di un importante giornale francese di sinistra, ma è cattolica, ed è molto apprezzata anche per questo. Perché il pensiero cattolico è l’unico vero pensiero controcorrente. Per questo è ancora più prezioso. Oggi esiste un pensiero unico: da una parte c’è il secolarismo, con tutti i suoi corollari di liberalismo esasperato; e poi c’è il pensiero cattolico, roccaforte di tutta una sapienza che per quanto minoritaria ha radici fortissime. E i giovani lo capiscono e lo apprezzano. Ho anche la sensazione che oggi dirsi cattolico per un giovane sia anche motivo di originalità. Per esempio, sono stati proprio i giovani a capire meglio il gesto di questo Papa».
Mariam è un operaio rumeno di 40 anni. Vive a Roma dal 1998. «Ammiro Ratzinger — dice — perché non ha avuto timore di affrontare questioni delicate: per esempio, quella dell’unità dei cristiani. Io sono ortodosso ma dopo la sua elezione al pontificato mi sono avvicinato molto al cattolicesimo. Sono arrivato a Roma e sono stato accolto come un fratello. Sono certo che tutta questa solidarietà sia dovuta al forte tessuto umano e sociale ispirato a una fede ancora molto sentita qui. Vedo moltissime opere di carità e di volontariato cattolico qui in Italia. Qui a Roma mi sento parte di una grande famiglia. E questo lo devo alla forte connotazione religiosa e in particolare a questo Pontefice, che ha saputo nutrirla e ravvivarla nei cuori e nelle menti anche di quelli che come me non sono cattolici. Credo che il messaggio di congedo di Benedetto XVI sia un invito e un auspicio alla riunificazione di tutti i cristiani». L'Osservatore Romano, 28 febbraio 2013.

Lettera a mia figlia

LETTERA A MIA FIGLIA


“Perché il mondo ha tanta paura della sofferenza? Perché ha così bisogno di chiudere una ferita?”
si domanda l’autore. “Forse perché sconvolge la vita, le nostre visioni, i nostri progetti. La
sofferenza chiede amore, tanto amore, e non è facile amare così.”
La vita di Antonio Socci e della sua famiglia viene travolta nel 2009 dal dramma improvviso della
primogenita Caterina, entrata in coma dopo un inspiegabile arresto cardiaco. Tutto sembra perduto,
resta solo il grido di una preghiera che coinvolge un mare di persone. E Caterina si risveglia
dal coma. Ma la gioia per questo miracolo viene messa alla prova dall’enormità dei problemi che la
ragazza si trova ad affrontare.
Tuttavia la forza e la fede con cui Caterina percorre un cammino così duro sono travolgenti per il padre, che scopre anche la bellezza di un mondo sconosciuto, eroico e affascinante, fatto soprattutto di giovani, che sono per l’autore la “meglio gioventù”.
È l’incontro con volti di persone normali che l’amore di Gesù Cristo rende capaci perfino di sacrificare silenziosamente la propria esistenza. Storie che testimoniano un coraggio e una letizia
più forti del dolore e della morte. Ne scaturisce una lunga lettera in cui l’autore,
cristiano controcorrente da sempre, scrive alla figlia non solo per accompagnarne la rinascita,
ma anche per raccontare a tutti il miracolo che una giovinezza piena di fede può compiere. “Abbiamo
bisogno di uomini e donne indomiti” scrive Socci “che ci mostrano che non si deve aver paura del cammino della vita, delle sue fatiche e delle sue prove. Perché è questo brevissimo cammino che ci fa guadagnare la felicità per sempre.”
Riporto di seguito dal blog dell'autore.

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Oggi è uscito il mio libro “Lettera a mia figlia (sull’amore e la vita al tempo del dolore)”, (Rizzoli). Quello che segue è il capitoletto finale del libro

LETTERA A MIA FIGLIA

«Mentre ancora parlava, dalla casa del capo
della sinagoga vennero a dirgli: “Tua figlia
è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?”.
Ma Gesù, udito quanto dicevano,
disse al capo della sinagoga: “Non temere,
continua solo ad aver fede!”. […] Presa la
mano della bambina, le disse: “Talità
kum”, che significa: “Fanciulla, io ti dico,
alzati!”. Subito la fanciulla si alzò.»
Mc 5,35-43

Carissima Caterina,
c’è sempre un immenso struggimento in ciò che un padre vorrebbe dire a una figlia e ancora di più nel nostro caso perché quello che ci è accaduto e che viviamo ha ingigantito tutti i sentimenti e ora non riescono più a stare dentro le parole.
E nemmeno dentro ai silenzi.
È difficile per tutti, in questi casi, aprire il proprio cuore perché quei sentimenti straripano fuori alla rinfusa e cozzano fra loro. E lo è per me specialmente, perché conosco la tua assoluta refrattarietà a questo tipo di confessioni e dichiarazioni. Che certo tu, per sottrarti alla commozione, bolleresti – con un incurante sorriso – come «enfatiche».
Tu che ridendo mi «ordini» sempre di volerti bene stando zitto. Hai ragione. Ma voglio abbracciarti egualmente con la gioia di queste parole, perché quel giorno atroce pensai…

“Non servon più le stelle: spegnetele anche tutte;
imballate la luna, smontate pure il sole;
svuotatemi l’oceano e sradicate il bosco;
perché ormai nulla può giovare” (1).

Mentre oggi che sei tornata, oggi che ci sei stata restituita, su ogni alba trovo scritto il tuo nome, per me ogni sole a mezzogiorno brilla con i tuoi occhi, ogni brezza mi ricorda il tuo pianto, ogni notte fa riecheggiare il tuo canto e il tuo sorriso illumina e cura tutte le mie ferite.
No, la Felicità non si è scordata di noi. È sulla strada, sta tornando, ci ha già fatto arrivare i suoi messaggeri e io su ali d’aquila andrò a cercarla affinché non si attardi.
Perché affretti il suo passo chiederò ai venti di aiutarne il cammino, alle stelle di segnarle la via, incaricherò la luna di non farla assopire, alla primavera domanderò di vestirla a festa.
Colui che ha promesso, Colui a cui sei cara, manterrà la Sua parola, perché essa non può fallire, è stabile più della terra, certa più della luce del sole. Perché è già realtà.
Supplicherò tutte le schiere degli angeli perché la loro Regina ci renda pronti e degni. Perché affretti i giorni della consolazione. Mentre noi – che apprendemmo un po’ di umiltà dal dolore – impariamo ora la saggezza dal tuo silenzio, Caterina, la fede dal tuo coraggio, la speranza dalla tua allegria, la carità dalla tua pazienza.
Tua mamma un giorno ti ha detto: «Cate, sei un mito, per me. Sei il mio mito!». E tu sai di esserlo per tutti noi. Sei il nostro orgoglio e la nostra forza. Non finirò mai di ringraziare il Cielo per averci dato una figlia come te. E per averti ridonata a noi quando sembrava che ci fossi stata tolta.
Io ho riempito il mondo del tuo nome, l’ho scritto in cielo e in terra, sui libri e nei cuori, lo scriverò su ogni fiore che spunterà la prossima primavera e lo farò sussurrare al mare.
E sono certo che…

“Il più bello dei mari e quello che non navigammo.
[…] I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto” (2).

il tuo babbo


(1) Wystan Hugh Auden, Blues in memoria, in La verità, vi prego,
sull’amore, Adelphi 1994.

(2) Nazim Hikmet, Il più bello dei mari, in Poesie d’amore, Mondadori 2002

Un muro di fuoco a sostegno di Pietro




Roma, 

In sintonia con la Chiesa tutta, nonché con il recente appello del card. Tarcisio Bertone rivolto ai monasteri contemplativi di accompagnare Benedetto XVI attraverso l'orazione, il Rinnovamento nello Spirito indice una speciale iniziativa di preghiera a partire da giovedì 28 febbraio: “Un Muro di Fuoco a sostegno della Chiesa”. Riprendendo la celebre immagine – “un Muro di Fuoco” - di Santa Caterina da Siena, il RnS propone un tempo di preghiera straordinario per sostenere la Chiesa, per vivere la comunione con lo Spirito Santo e riempire con lodi e suppliche il “vuoto” che dalle ore 20.00 di giovedì 28 febbraio la Chiesa universale sarà chiamata a vivere. L'intenzione comune è quella di pregare “con” Benedetto XVI e “per” la Chiesa in questo tempo di transizione che porterà all'elezione del nuovo Pontefice.



Tutto il RnS in Italia rimarrà in preghiera lungo un tempo di 4 settimane: dalle ore 20.00 di giovedì 28 febbraio alle ore 24.00 di giovedì santo 28 marzo. Ogni settimana saranno coinvolte contemporaneamente circa 52 Diocesi d'Italia, ripartite tra Nord, Centro e Sud, e circa 50 differenti comunità al giorno.
Il “Muro di Fuoco” avrà il suo inizio proprio in Vaticano, giovedì 28 febbraio alle ore 20.00, presso la chiesa di Sant'Anna. Un modo per esprimere un'ulteriore gesto di vicinanza al Pontefice, che ha concesso al RnS un'Udienza Speciale in Piazza San Pietro, lo scorso 26 maggio, in occasione del 40^ del Movimento.
Il presidente Martinez invita a partecipare a queste iniziative: «Questo è il tempo in cui i ragionamenti devono lasciare il posto alla preghiera. Quanto più questa è intensa, continua, comunitaria e concorde, tanto più risulterà gradita al Cielo. Sarà un dono grande, in questa grande “catena di intercessione” per la Chiesa e per il nuovo Pontefice, unirsi spiritualmente a Benedetto XVI che, per primo, si offre a Dio nella preghiera. La Chiesa è il luogo dove sempre fiorisce e rifiorisce lo Spirito. Noi vogliamo darne testimonianza, coinvolgendo quanti più fedeli in ogni angolo d'Italia in questo gesto d'amore e di fiducia nella Provvidenza divina. È tempo di pregare e di fare comunione spirituale».

Il RnS è un Movimento ecclesiale che in Italia conta più di 200 mila aderenti, raggruppati in oltre 1.900 gruppi e comunità. Ulteriori informazioni su www.rns-italia.it

Benedetto XVI: "Il Papa non è mai solo"


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 Quella di oggi, 27 febbraio 2013, è stata per Benedetto XVI l'ultima udienza generale del pontificato. Di fronte alla grande folla (oltre 150mila persone) che ha gremito Piazza San Pietro, il Papa ha avuto accenti di struggente commozione. Ma nello stesso tempo ha voluto lasciare un insegnamento fondamentale e urgente: la Chiesa non è nostra, è del Signore, e in momenti drammatici non dobbiamo affidarci a piccole e misere strategie umane ma alla fiducia in Dio e a quella speciale gioia che, anche nei tempi più difficili, illumina la vita della persona di fede.

Un primo momento del discorso è stato quello del ringraziamento, certo di non mera circostanza. «Sento nel mio cuore - ha detto Benedetto XVI - di dover soprattutto ringraziare Dio, che guida e fa crescere la Chiesa, che semina la sua Parola e così alimenta la fede nel suo Popolo». Ma il grazie si è poi esteso ai collaboratori, a partire da quelli più vicini. «Un Papa non è solo nella guida della barca di Pietro, anche se è sua la prima responsabilità; e io non mi sono mai sentito solo nel portare la gioia e il peso del ministero petrino». In primo luogo il Pontefice ha voluto «iniziare dal mio Segretario di Stato che mi ha accompagnato con fedeltà in questi anni». Per chi ha sentito il discorso dal vivo, il tono fermo e forte con cui il Papa ha scandito la parola «fedeltà» è davvero sembrato un modo per tagliare corto a tante polemiche. E così pure, in un discorso che pure ha fatto un cenno a problemi e difficoltà, le parole «sicuro e affidabile» per definire il «sostegno» ricevuto dai dicasteri e dagli uffici romani - o almeno dalla gran parte di essi - sono state sottolineate dalla voce ferma di Benedetto XVI con particolare vigore.

Dio va ringraziato sempre, in qualunque circostanza. Ma il Papa ha voluto sottolineare come non tutto vada male nella Chiesa, come dalle Chiese locali e dai continenti siano spesso arrivate in questi anni anche notizie buone. «Rendo grazie a Dio - ha detto - per le "notizie" che in questi anni del ministero petrino ho potuto ricevere circa la fede nel Signore Gesù Cristo, e della carità che circola nel Corpo della Chiesa e lo fa vivere nell’amore». L'indicazione è chiara: no a chi deriva dai giornali laicisti la falsa immagine catastrofica di una Chiesa ovunque in declino e in crisi, ma - al contrario - «grande fiducia» e «gioia», perché oggi come ieri e come sempre «il Vangelo purifica e rinnova, porta frutto, dovunque la comunità dei credenti lo ascolta e accoglie la grazia di Dio nella verità e vive nella carità». E questi luoghi, grazie a Dio, esistono ancora.

Il secondo grande insegnamento che Papa Benedetto ci lascia è che la fiducia va sempre posta in Dio e non nei calcoli umani. Quando fu eletto, ha confidato, «le parole che sono risuonate nel mio cuore sono state: Signore, che cosa mi chiedi? E’ un peso grande quello che mi poni sulle spalle, ma se Tu me lo chiedi, sulla tua parola getterò le reti, sicuro che Tu mi guiderai. E il Signore mi ha veramente guidato, mi è stato vicino, ho potuto percepire quotidianamente la sua presenza». Certo, ci sono stati «momenti di gioia e di luce, ma anche momenti non facili; mi sono sentito come san Pietro con gli Apostoli nella barca sul lago di Galilea: il Signore ci ha donato tanti giorni di sole e di brezza leggera, giorni in cui la pesca è stata abbondante; vi sono stati anche momenti in cui le acque erano agitate ed il vento contrario, come in tutta la storia della Chiesa e il Signore sembrava dormire».

E tuttavia Benedetto XVI dichiara di non avere mai perso la fiducia in Dio, la consapevolezza «che in quella barca c’è il Signore». Sì, «la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua e non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto. Questa è stata ed è una certezza, che nulla può offuscare». Dunque l'ultimo messaggio del Papa prima di lasciare il pontificato consiste nell'«invitare tutti a rinnovare la ferma fiducia nel Signore, ad affidarci come bambini nelle braccia di Dio, certi che quelle braccia ci sostengono sempre e sono ciò che ci permette di camminare ogni giorno anche nella fatica».

Il terzo insegnamento è che Dio certamente guida la Chiesa ma chiede una nostra risposta, la fede. «Dio ci ama, ma attende che anche noi lo amiamo!». «Siamo nell’Anno della fede, che ho voluto per rafforzare proprio la nostra fede in Dio in un contesto che sembra metterlo sempre più in secondo piano». Si possono dire molte cose sull'Anno della fede, ma il Papa ha riassunto tutto nell'Atto di fede, che ha invitato a riprendere a recitare tutte le mattine: «Ti adoro, mio Dio, e ti amo con tutto il cuore. Ti ringrazio d’avermi creato, fatto cristiano…».

Infine, un elemento di fiducia - e di convinzione che la Chiesa in tanti luoghi e ambienti è ancora ben viva e vitale - il Papa lo ricava proprio dalla corale risposta alla sua decisione, dalle tante testimonianze «commoventi di attenzione, di amicizia e di preghiera. Sì, «il Papa non è mai solo, ora lo sperimento ancora una volta in un modo così grande che tocca il cuore. Il Papa appartiene a tutti e tantissime persone si sentono molto vicine a lui». Molti, ancora in questi ultimi giorni, gli scrivono non «come si scrive ad esempio ad un principe o ad un grande che non si conosce. Mi scrivono come fratelli e sorelle o come figli e figlie, con il senso di un legame familiare molto affettuoso». E proprio qui «si può toccare con mano che cosa sia la Chiesa – non un’organizzazione, non un’associazione per fini religiosi o umanitari, ma un corpo vivo, una comunione di fratelli e sorelle nel Corpo di Gesù Cristo, che ci unisce tutti. Sperimentare la Chiesa in questo modo e poter quasi poter toccare con le mani la forza della sua verità e del suo amore, è motivo di gioia, in un tempo in cui tanti parlano del suo declino».

Così, nella fiducia in Dio e nella gioia - una parola chiave del suo pontificato - Benedetto XVI sentendo le sue «forze venire meno» ha «fatto questo passo nella piena consapevolezza della sua gravità e anche novità, ma con una profonda serenità d’animo. Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi».

E ora Papa Ratzinger non pensa di «ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro». Il momento è difficile, ma Benedetto XVI - citando l'esempio di San Benedetto (480-547), di cui porta il nome - ha concluso invitando i fedeli ancora una volta alla gioia e alla fiducia in Dio. «Nel nostro cuore, nel cuore di ciascuno di voi, ci sia sempre la gioiosa certezza che il Signore ci è accanto, non ci abbandona, ci è vicino e ci avvolge con il suo amore». (M. Introvigne)
 Di seguito le parole del Papa.
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Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato!
Distinte Autorità!
Cari fratelli e sorelle!
Vi ringrazio di essere venuti così numerosi a questa ultima Udienza generale del mio pontificato. (...)
Come l’apostolo Paolo nel testo biblico che abbiamo ascoltato, anch’io sento nel mio cuore di dover soprattutto ringraziare Dio, che guida e fa crescere la Chiesa, che semina la sua Parola e così alimenta la fede nel suo Popolo. In questo momento il mio animo si allarga per abbracciare tutta la Chiesa sparsa nel mondo; e rendo grazie a Dio per le «notizie» che in questi anni del ministero petrino ho potuto ricevere circa la fede nel Signore Gesù Cristo, e della carità che circola realmente nel Corpo della Chiesa e lo fa vivere nell’amore, e della speranza che ci apre e ci orienta verso la vita in pienezza, verso la patria del Cielo.

Sento di portare tutti nella preghiera, in un presente che è quello di Dio, dove raccolgo ogni incontro, ogni viaggio, ogni visita pastorale. Tutto e tutti raccolgo nella preghiera per affidarli al Signore: perché abbiamo piena conoscenza della sua volontà, con ogni sapienza e intelligenza spirituale, e perché possiamo comportarci in maniera degna di Lui, del suo amore, portando frutto in ogni opera buona (cfr Col 1,9-10).
In questo momento, c’è in me una grande fiducia, perché so, sappiamo tutti noi, che la Parola di verità del Vangelo è la forza della Chiesa, è la sua vita. Il Vangelo purifica e rinnova, porta frutto, dovunque la comunità dei credenti lo ascolta e accoglie la grazia di Dio nella verità e vive nella carità. Questa è la mia fiducia, questa è la mia gioia.
Quando, il 19 aprile di quasi otto anni fa, ho accettato di assumere il ministero petrino, ho avuto ferma questa certezza che mi ha sempre accompagnato. (...) In quel momento, come ho già espresso più volte, le parole che sono risuonate nel mio cuore sono state: Signore, perché mi chiede questo? e che cosa mi chiedi? E’ un peso grande quello che mi poni sulle spalle, ma se Tu me lo chiedi, sulla tua parola getterò le reti, sicuro che Tu mi guiderai. E otto anni dopo possoo dire: il Signore mi ha veramente guidato, mi è stato vicino, ho potuto percepire quotidianamente la sua presenza. E’ stato un tratto di cammino della Chiesa che ha avuto momenti di gioia e di luce, ma anche momenti non facili; mi sono sentito come san Pietro con gli Apostoli nella barca sul lago di Galilea: il Signore ci ha donato tanti giorni di sole e di brezza leggera, giorni in cui la pesca è stata abbondante; vi sono stati anche momenti in cui le acque erano agitate ed il vento contrario, come in tutta la storia della Chiesa e il Signore sembrava dormire. Ma ho sempre saputo che in quella barca c’è il Signore e ho sempre saputo che la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua e il Signore non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto. Questa è stata ed è una certezza, che nulla può offuscare. Ed è per questo che oggi il mio cuore è colmo di ringraziamento a Dio perché non ha fatto mai mancare a tutta la Chiesa e anche a me la sua consolazione, la sua luce, il suo amore.
Siamo nell’Anno della fede, che ho voluto per rafforzare proprio la nostra fede in Dio in un contesto che sembra metterlo sempre più in secondo piano. Vorrei invitare tutti a rinnovare la ferma fiducia nel Signore, ad affidarci come bambini nelle braccia di Dio, certi che quelle braccia ci sostengono sempre e sono ciò che ci permette di camminare ogni giorno anche nella fatica. Vorrei che ognuno si sentisse amato da quel Dio che ha donato il suo Figlio per noi e che ci ha mostrato il suo amore senza confini. Vorrei che ognuno sentisse la gioia di essere cristiano. In una bella preghiera da recitarsi quotidianamente al mattino si dice: «Ti adoro, mio Dio, e ti amo con tutto il cuore. Ti ringrazio d’avermi creato, fatto cristiano…». Sì, siamo contenti per il dono della fede; è il bene più prezioso, che nessuno ci può togliere! Ringraziamo il Signore di questo ogni giorno, con la preghiera e con una vita cristiana coerente. Dio ci ama, ma attende che anche noi lo amiamo!
Ma non è solamente Dio che voglio ringraziare in questo momento. Un Papa non è solo nella guida della barca di Pietro, anche se è sua la prima responsabilità; e io non mi sono mai sentito solo nel portare la gioia e il peso del ministero petrino; il Signore mi ha messo accanto tante persone che, con generosità e amore a Dio e alla Chiesa, mi hanno aiutato e mi sono state vicine. Anzitutto voi, cari Fratelli Cardinali: la vostra saggezza, i vostri consigli, la vostra amicizia sono stati per me preziosi; i miei Collaboratori, ad iniziare dal mio Segretario di Stato che mi ha accompagnato con fedeltà in questi anni; la Segreteria di Stato e l’intera Curia Romana, come pure tutti coloro che, nei vari settori, prestano il loro servizio alla Santa Sede: sono tanti volti che non emergono, rimangono nell’ombra, ma proprio nel silenzio, nella dedizione quotidiana, con spirito di fede e umiltà sono stati per me un sostegno sicuro e affidabile. Un pensiero speciale alla Chiesa di Roma, la mia Diocesi! Non posso dimenticare i Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato, le persone consacrate e l’intero Popolo di Dio: nelle visite pastorali, negli incontri, nelle udienze, nei viaggi, ho sempre percepito grande attenzione e profondo affetto; ma anch’io ho voluto bene a tutti e a ciascuno, senza distinzioni, con quella carità pastorale che è il cuore di ogni Pastore, soprattutto del Vescovo di Roma, del Successore dell’Apostolo Pietro. Ogni giorno ho portato ciascuno di voi nella mia preghiera, con il cuore di padre.
Vorrei che il mio saluto e il mio ringraziamento giungesse poi a tutti: il cuore di un Papa si allarga al mondo intero. E vorrei esprimere la mia gratitudine al Corpo diplomatico presso la Santa Sede, che rende presente la grande famiglia delle Nazioni. Qui penso anche a tutti coloro che lavorano per una buona comunicazione e che ringrazio per il loro importante servizio.
A questo punto vorrei ringraziare di vero cuore anche tutte le numerose persone in tutto il mondo che nelle ultime settimane mi hanno inviato segni commoventi di attenzione, di amicizia e di preghiera. Sì, il Papa non è mai solo, ora lo sperimento ancora una volta in un modo così grande che tocca il cuore. Il Papa appartiene a tutti e tantissime persone si sentono molto vicine a lui. E’ vero che ricevo lettere dai grandi del mondo – dai Capi di Stato, dai Capi religiosi, dai rappresentanti del mondo della cultura eccetera. Ma ricevo anche moltissime lettere da persone semplici che mi scrivono semplicemente dal loro cuore e mi fanno sentire il loro affetto, che nasce dall’essere insieme con Cristo Gesù, nella Chiesa. Queste persone non mi scrivono come si scrive ad esempio ad un principe o ad un grande che non si conosce. Mi scrivono come fratelli e sorelle o come figli e figlie, con il senso di un legame familiare molto affettuoso. Qui si può toccare con mano che cosa sia Chiesa – non un’organizzazione, non un’associazione per fini religiosi o umanitari, ma un corpo vivo, una comunione di fratelli e sorelle nel Corpo di Gesù Cristo, che ci unisce tutti. Sperimentare la Chiesa in questo modo e poter quasi poter toccare con le mani la forza della sua verità e del suo amore, è motivo di gioia, in un tempo in cui tanti parlano del suo declino. (...)
In questi ultimi mesi, ho sentito che le mie forze erano diminuite, e ho chiesto a Dio con insistenza, nella preghiera, di illuminarmi con la sua luce per farmi prendere la decisione più giusta non per il mio bene, ma per il bene della Chiesa. Ho fatto questo passo nella piena consapevolezza della sua gravità e anche novità, ma con una profonda serenità d’animo. Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi.
Qui permettetemi di tornare ancora una volta al 19 aprile 2005. La gravità della decisione è stata proprio anche nel fatto che da quel momento in poi ero impegnato sempre e per sempre dal Signore. Sempre – chi assume il ministero petrino non ha più alcuna privacy. Appartiene sempre e totalmente a tutti, a tutta la Chiesa. Alla sua vita viene, per così dire, totalmente tolta la dimensione privata. Ho potuto sperimentare, e lo sperimento precisamente ora, che uno riceve la vita proprio quando la dona. Prima ho detto che molte persone che amano il Signore amano anche il Successore di san Pietro e sono affezionate a lui; che il Papa ha veramente fratelli e sorelle, figli e figlie in tutto il mondo, e che si sente al sicuro nell’abbraccio della vostra comunione; perché non appartiene più a se stesso, appartiene a tutti e tutti appartengono a lui.
Il “sempre” è anche un “per sempre” - non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro. San Benedetto, il cui nome porto da Papa, mi sarà di grande esempio in questo. Egli ci ha mostrato la via per una vita, che, attiva o passiva, appartiene totalmente all’opera di Dio.
Ringrazio tutti e ciascuno anche per il rispetto e la comprensione con cui avete accolto questa decisione così importante. Io continuerò ad accompagnare il cammino della Chiesa con la preghiera e la riflessione, con quella dedizione al Signore e alla sua Sposa che ho cercato di vivere fino ad ora ogni giorno e che vorrei vivere sempre. Vi chiedo di ricordarmi davanti a Dio, e soprattutto di pregare per i Cardinali, chiamati ad un compito così rilevante, e per il nuovo Successore dell’Apostolo Pietro: il Signore lo accompagni con la luce e la forza del suo Spirito.
Invochiamo la materna intercessione della Vergine Maria Madre di Dio e della Chiesa perché accompagni ciascuno di noi e l’intera comunità ecclesiale; a Lei ci affidiamo, con profonda fiducia.
Cari amici! Dio guida la sua Chiesa, la sorregge sempre anche e soprattutto nei momenti difficili. Non perdiamo mai questa visione di fede, che è l’unica vera visione del cammino della Chiesa e del mondo. Nel nostro cuore, nel cuore di ciascuno di voi, ci sia sempre la gioiosa certezza che il Signore ci è accanto, non ci abbandona, ci è vicino e ci avvolge con il suo amore. Grazie!

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. Cari amici, vi ringrazio per la vostra partecipazione così numerosa a questo incontro, come pure per il vostro affetto e per la gioia della vostra fede. Sono sentimenti che ricambio cordialmente, assicurando la mia preghiera per voi qui presenti, per i vostri familiari e per le persone a voi care.
Il mio pensiero si rivolge, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Il Signore riempia del suo amore il cuore di ciascuno di voi, cari giovani, perché siate pronti a seguirlo con entusiasmo; sostenga voi, cari malati, perché accettiate con serenità il peso della sofferenza; e guidi voi, cari sposi novelli, perché facciate crescere la vostra famiglia nella santità.

martedì 26 febbraio 2013

Torna a casa il santo della Apple

San Giuseppe da Copertino


Sabato scorso sono ritornate a Copertino, per il 350° anniversario dalla morte, le reliquie di San Giuseppe, il santo dei voli. Grande afflusso di fedeli, alla presenza di numerose autorità, per accogliere i resti sacri, che da oggi verranno esposti al pubblico. I resti sacri sono stati trasportati a Copertino da Osimo, città dove il santo visse nell'ultimo periodo della sua vita, e  resteranno nel Salento fino al 3 aprile.
Forse in pochi conoscono “San Giuseppe da Copertino”, al secolo Giuseppe Maria Desa (Lecce 1603 – Osimo 1663), ma quasi tutti conoscono la città americana sede centrale della Apple, Cupertino, che prende il nome in ricordo del santo. Infatti il fiume locale Arroyo San José de Cupertino (oggi Stevens Creek) deve il proprio nome all'esploratore spagnolo Juan Bautista de Anza, in onore di San Giuseppe da Copertino. La dicitura "Cupertino" entrò in uso quando un avvocato e storico di San Francisco, John T. Doyle, diede lo stesso nome alla propria cantina sulla McClellan Road. A partire dal XX secolo, Cupertino sostituì il precedente nome della regione ("West Side").
Giuseppe fu attratto dall’ideale francescano, ma fu più volte respinto per la sua semplicità ed ignoranza. A sette anni iniziò la scuola, che fu costretto ad abbandonare per una grave malattia. A 15 anni avvenne la guarigione, attribuita alla Madonna della Grazia di Galatone (Lecce). Riuscì infine a farsi accettare nel convento della Grottella. Durante la malattia aveva pensato di farsi sacerdote francescano: gli mancava però la dovuta istruzione. Sentendosi protetto da un'assistenza divina, si mise con impegno sui libri e superò gli esami con successo: il 18 marzo 1628 fu ordinato sacerdote.
Poco dopo la sua ordinazione sacerdotale cominciarono le prime estasi e levitazioni, che gli valsero il titolo di frate volante. La fama di santità attirò i fedeli e destò i sospetti del tribunale napoletano dell’inquisizione per abuso di credulità popolare, quindi subì due processi. I fenomeni mistici si ripeterono di fronte ai giudici e Giuseppe fu assolto da ogni accusa. Iniziò però per lui un lungo e tormentato esilio che si concluse con la morte nel convento di Osimo, in provincia di Ancona, il 18 settembre 1663, a 60 anni. Durante tutta vita seppe sempre accettare la sofferenza con estrema semplicità. Fu beatificato il 24 febbraio 1753 da papa Benedetto XIV e proclamato santo il 16 luglio 1767 da papa Clemente XIII. La sua vita fu contrassegnata da straordinarie estasi e frequenti miracoli, che lo resero una delle figure più interessanti della mistica cristiana.
Per l’esuberanza dei celesti carismi, dovette spesso cambiare convento, onde evitare fanatismi popolari, ma rifulsero sempre in lui l’umiltà e l’incondizionata obbedienza. Nella devozione cattolica “San Giuseppe da Copertino” è il patrono degli aviatori[1] e degli studenti. Infatti, pur essendo un “somaro” duro di comprendonio e senza prontezza nell'esposizione, venne consacrato sacerdote dopo il difficile superamento degli esami, considerato prodigioso per le difficoltà da lui incontrate nonostante l'impegno profuso nello studio.
Dalla lettera scritta il 22 febbraio 2003 da Papa Giovanni Paolo II in occasione del IV centenario della nascita di “San Giuseppe da Copertino” possiamo estrarre la seguente frase: “San Giuseppe da Copertino si distinse per la semplicità e l’obbedienza. Distaccato da tutto, visse continuamente in cammino, spostandosi da un convento all’altro come i Superiori stabilivano, abbandonandosi in ogni circostanza nelle mani di Dio. Autentico francescano, secondo lo spirito del Poverello d’Assisi, nutrì un profondo attaccamento al Successore di Pietro ed ebbe un senso vivo della Chiesa, che amò in modo incondizionato. Della Chiesa, percepita nella sua intima realtà di Corpo mistico, si sentiva membro vivo e attivo. Aderì totalmente alla volontà dei Papi del suo tempo, lasciandosi docilmente accompagnare nei luoghi dove l’obbedienza lo conduceva, accettando anche le umiliazioni e i dubbi che la originalità dei suoi carismi non mancò di suscitare. Non poteva certo negare la straordinarietà dei doni di cui era fatto oggetto ma, ben lungi da qualsiasi atteggiamento di orgoglio o di vanto, andava alimentando sentimenti di umiltà e di verità, attribuendo tutto il merito del bene che fioriva tra le sue mani alla gratuita azione di Dio”.
Alcuni eventi riguardanti la vita del Santo sono rappresentati in vari dipinti, come quello famoso del pittore Ludovico Mazzanti del 1754, inoltre la sua vita fu descritta in alcuni film come "Cronache di un convento", del 1962 intepretato da Maximilian Schell, e "C'era una volta" del 1967 con Omar Sharif e Sofia Loren. Oggi invece sembra che degli eventi misteriosi e prodigiosi, come quelli che accaddero al Santo di Copertino, si preferisce non parlare, su quello che la scienza non spiega cade spesso pre-giudizialmente talvolta la diffidenza e quasi sempre l’indifferenza. L’attuale “società dell’oblio” sembra poter far a meno d’interrogarsi su quello che videro e credettero “i creduloni” del passato.
Tale comportamento apparentemente sembra arrecare danno principalmente alla religione, ma Dio ha sempre lasciato libere le persone di credere e i miracoli non sono mai stati fatti per obbligare a credere. Paradossalmente, invece, la mancanza di attenzione sul mistero che ci circonda sta facendo perdere fascino alla scienza. Uno che di scienza se ne intendeva come Albert Einstein ha affermato: “La cosa più meravigliosa di cui possiamo avere esperienza è il mistero. E’ la fondamentale emozione che sta alla base della vera arte e della vera scienza. Colui che non ne tiene conto non può più meravigliarsi e provare stupore. E’ come fosse morto, una candela soffocata” . (F. Spina)

[1] La patrona dell'Aeronautica Militare è la Madonna di Loreto, nome con il quale viene venerata la statua nel santuario della Santa Casa della città di Loreto in provincia di Ancona. La devozione deriva dal decreto di papa Benedetto XV del 24 marzo 1920, con il quale la Madonna di Loreto venne proclamata "Patrona degli Aeronauti”.

La nostra vita è risposta a Dio


  1. crucis2

    Ieri, martedì 26 febbraio, in Duomo, seconda Via Crucis guidata dal cardinale Angelo Scola nell’ambito del cammino catechetico quaresimale dal titolo “Stabat Mater dolorosa”. Questo secondo appuntamento ha avuto per tema “Il Figlio che sostiene la Madre” e ha riguardato le Stazioni dalla IV all’VIII.

    Arcidiocesi di Milano


Via Crucis con l’Arcivescovo
Stabat Mater dolorosa

«Il Figlio che sostiene la madre!» (Stazioni IV-VIII)

Lam 1,11b-12.13c; Lc 23,26; Sal(27[26],7-9; Sal 69, 2-4; Lu 23,27-29
Testi di Paul Claudel, papa Paolo VI, Charles Péguy, don Primo Mazzolari, san Bonaventura
    1. Duomo di Milano, 26 febbraio 2013

Martedì della seconda Settimana di Quaresima


Catechesi di S.E.R. Card. Angelo Scola, Arcivescovo di Milano




«è il Cristo che sostiene la Madre. Ella gli grava sulle spalle ed Egli se la carica tendendo le braccia, appena abbozzate, all’indietro come per avvolgerla tutta e portarla con sé» (Dalla presentazione artistica iniziale). La Vergine Maria Lo aveva portato nei nove mesi della gravidanza e poi sostenuto nei primi passi, Lo aveva pazientemente accompagnato, presenza discreta, autorevole e nello stesso tempo obbediente, lungo gli anni della sua giovinezza fino questa Sua ora.
Anche noi – magari costretti come il Cireneo, o invece protesi nello slancio dell’amore, come la Veronica; o scossi da un pianto straziato come le donne di Gerusalemme – cerchiamo di sostenerLo nella Sua passione. Ma in realtà è Lui che sostiene e porta noi, in questa immensa gravidanza dell’uomo nuovo «perché si riveli in noi la potenza della sua resurrezione» (Orazione iniziale).
Immedesimiamoci quindi, ora, con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutto noi stessi nell’amata figura di Gesù lungo la via dolorosa.

IV Stazione - Gesù incontra la Madre

«Voi tutte che passate per la via, considerate e osservate se c’è un dolore simile al mio dolore» (Lam 1,12). La tradizione della Chiesa mette in bocca alla Vergine queste parole con cui Gerusalemme manifesta il proprio strazio: «Osserva, Signore, e considera come sono disprezzata!» (Lam 1, 11b). Altro che benedetta tra le donne come l’aveva salutata Elisabetta, assecondando quel misterioso esultare del bimbo nel suo seno..!
Quel Figlio a cui le folle, affamate di pane e di verità, accorrevano piene di speranza, quel Figlio fino a pochi giorni prima osannato e acclamato come re, avanza verso il Calvario come agnello immolato, sfigurato sotto i colpi della violenza brutale, quasi irriconoscibile, eppure non c’è fibra del Suo essere che non voglia andare fino in fondo in quel dono totale di Sé. E questo Suo deciso, incrollabile sostiene il della Madre. Il fiat di trentatre anni prima avanza verso il suo compimento finale. «Non c’è nulla nel suo cuore che si rifiuti o s’arrenda. Neppure una fibra nel suo cuore trafitto che non accetti o consenta» (Claudel).
Che ne è del nostro sì? Non dimentichiamo che la nostra vita è risposta a Dio!

V Stazione - Gesù è aiutato da Simone di Cirene

«Fermarono un certo Simone… che tornava dai campi e gli misero addosso la croce» (Lc 23,26).
Anche a noi spesso la croce arriva addosso così, inaspettata. Ci coglie di sorpresa, mentre torniamo dai campi dell’ “umana avventura”. Piomba come un rapace sul nostro quieto quotidiano, fatto di affetti e di lavoro, e lo sconvolge. Pensiamo alla malattia, alla morte, alla perdita del lavoro, alle ferite dell’amore… All’improvviso ci cambia la vita. Niente è più come prima.
Anche noi ci troviamo di fronte all’aut-aut drammatico del Cireneo: o rimanere «ignari e ribelli» (Paolo VI), puntando i piedi nel disperato tentativo di opporci, o abbandonarci a questo misterioso modo con cui il Signore ci si avvicina per amarci: «Tu l’hai amato certamente, o Signore, cedendogli il peso della tua croce» (Paolo VI), e balbettare le parole dell’apostolo Paolo: «do compimento a ciò, che dei patimenti del Cristo, manca nella mia carne» (Col 1,24).
Così, misteriosamente ma realmente, Simone di Cirene divenne testimone, aprendo la strada a tutti coloro che, dall’inizio della Chiesa fino a noi, accettano di portare la croce di Cristo.
«Cominciò in quel momento la diffusione della tua passione. Tu allargasti il nostro cuore a soffrire e ad amare negli altri che con Te e per Te sarebbero stati crocifissi» (Paolo VI). Ecco la sorgente inesauribile della carità della Chiesa manifestata capillarmente in migliaia di opere presenti nel nostro territorio.

VI Stazione - Gesù incontra Veronica

«Il mio cuore ripete il tuo invito: “Cercate il mio volto!” Il tuo volto; Signore, io cerco» (Sal 27).
Questo invito è scolpito nel cuore di ogni uomo. Fin dalla nascita l’io cerca il volto del tu. Il bimbo, anche piccolissimo, cerca il volto della madre per imparare quanto è bene che egli sia. L’amato, tra le centinaia di volti anonimi delle nostre metropoli, cerca il volto dell’amata, lo sposo della sposa, il figlio della madre… Fino all’ultimo respiro, ogni io si riconosce e ritrova nella relazione con il tu. Perché è così nell’inesauribile mistero d’amore della Trinità, e noi siamo fatti a Sua immagine.
Per questo ogni volto ed ogni relazione – secondo il posto che il Padre, nel suo Disegno imperscrutabile ma buono, gli ha assegnato – diventa segno del Suo volto e via a Lui. Con tutta la fisicità, ma anche la fragilità e la piccolezza del segno. «Un fazzoletto per soffiarsi il naso», dice con familiarità dissacratoria Péguy, «un vero fazzoletto», che però diventa preziosissimo, «un fazzoletto imperituro”» segnato dal per sempre, perché «asciugò la sua vera faccia».
«Cercate il mio volto». «Nel volto di Gesù splende l’amore del Padre», abbiamo pregato nelle Invocazioni. L’infinito – in cui solo si quieta il nostro cuore inquieto – si è fatto finito per farsi incontrare e amare da noi.
Ma, per poterLo vedere, occorre un cuore limpido, senza schermature, come quello dei bambini: «Beati i puri di cuore perché vedranno Dio» (Mt 5,8).
Come la Veronica, ciascuno di noi, asciugando «la polvere di tutti, la polvere sulla sua faccia; incollata dal sudore» (Péguy), partecipa alla Sua passione per tutti i fratelli uomini. Pensiamo alla cura amorevole con cui Madre Teresa asciugava il volto dei moribondi… O a quella, per me indimenticabile, dei padri e delle madri che ho visto accudire i loro figli, ammalati terminali o in stato vegetativo.

VII Stazione - Gesù cade la seconda volta

«Nelle cadute di Gesù», durante il suo doloroso e obbediente procedere verso il Calvario, «ci siamo tutti noi» (Mazzolari) piegati sotto il peso della nostra debolezza fino a venir meno, perché – come scrive genialmente don Mazzolari – «il caduto non è un disertore, ma uno che “viene meno per via”: e Gesù l’attende, chino a sua volta sotto la croce, perché nessuno si senta solo nell’ora più buia».
Al nostro grido ormai sfinito – «Salvami, o Dio: l’acqua mi giunge alla gola. Sono caduto… e la corrente mi travolge» (Sal 69) – Gesù risponde raggiungendoci “per terra” da dove stavamo perdendo la speranza di rialzarci e ci as-sicura: “Non temere, il mio amore non verrà meno e ti salverà”. Quale speranza contro ogni speranza.
Le cadute di Gesù durante la Via Crucis anticipano, in un certo senso, la Sua discesa agli inferi, quando – come vediamo nelle potenti raffigurazioni dell’Anàstasi – dopo aver compiuto fino in fondo il Suo sacrificio, Egli afferrò con la sua mano vigorosa le mani deboli e imploranti di tutti i giusti ‘caduti’ dell’Antico Testamento e della storia umana per trascinarli con Sé nella sua resurrezione.

VIII Stazione - Gesù incontra le donne di Gerusalemme

«Non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli» (Lc 23,28).
Di fronte al dolore, soprattutto al dolore innocente causato dalla malvagità umana, la chiesa nostra Madre ci educa a non fermarci alle pur umanissime lacrime di compassione, ma ci conduce fino alla radice personale di questa responsabilità, che è sempre corresponsabilità col male. Siamo chiamati a confessarlo con cuore contrito: «Tra gli atti del penitente, la contrizione occupa il primo posto. Essa è “il dolore dell’animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire” (Concilio di Trento)» (Catechismo Chiesa Cattolica, 1451).
E la contrizione attraversa tutta la mossa del sentimento («facevano lamenti su di lui» Lc 23,27) per attingere al giudizio e alla decisione della libertà. Lo sguardo di Gesù che corregge le donne di Gerusalemme è lo sguardo di un amore tanto severo quanto misericordioso, lo sguardo che, incrociando quello di Pietro dopo il tradimento lo mosse a «piangere amaramente» (cf Mt 26,75) sopraffatto dal prodigio del suo amore infinito di cui San Bonaventura scrive: «Anima mia ammira, ringrazia, ama, loda e adora!Gesù fu schernito, perché tu sia onorata; fu flagellato perché tu abbia conforto; fu crocifisso per darti la libertà; venne immolato come agnello per nutrirti di grazia; venne ucciso per ridarti la vita». Non sottraiamoci al dono della misericordia dispensato nella confessione sacramentale!

Dal profondo a Te grido, Signore.
Dal profondo della mia debolezza mortale,
del mio peccato ostinato.
Dal profondo e buio gorgo della mia dimenticanza.
Signore, Ti incontriamo ogni giorno
sulla Via Crucis che Tu compi fino alla fine
con noi e per noi.
Aiutaci ad acconsentire al Tuo sacrificio,
imitando l’amore della Tua santissima Madre
e quello della Veronica,
o almeno la forzata accettazione del Cireneo.
Aiutaci e perdonaci. Amen.

* * *

Lo scorso 19 febbraio si era tenuta la prima Via Crucis.
Il rito ha riguardato le prime 3 stazioni ed ha avuto per tema: "Ecco l'uomo!".
Di seguito il testo.

  1. Arcidiocesi di Milano


Via Crucis con l’Arcivescovo
Stabat Mater dolorosa

«Ecco l’uomo!» (Stazioni I - III)

Gv 19,4-6; Is 53,4-6; Ger 20,10-11
Testi di Mario Luzi, Romano Guardini e il Beato Giovanni Paolo II

    1. Duomo di Milano, 19 febbraio 2013

Martedì della prima settimana di Quaresima


Catechesi di S.E.R. Card. Angelo Scola, Arcivescovo di Milano




La Madre è lì (Stabat Mater). Come fin dal primo istante dell’annuncio dell’angelo così al culmine della Sua Passione, Maria è lì ad accoglierLo e a portarLo nell’umanissimo gesto della Pietà. «La madre – diceva la Presentazione artistica iniziale – si riappropria del Figlio, lo vorrebbe riporre nel medesimo grembo che lo ha generato, perché caldo e vitale, e non freddo e mortale come la pietra che, irridente, lo aspetta».
Fissiamo ora lo sguardo su questa sconvolgente e attualissima Pietà – pietà è la parola con la quale la Chiesa ci ha insegnato a chiamare questo estremo gesto di Maria –. Michelangelo vi lavorò, in una esasperata tensione – continuando a tornare su parti ormai concluse, per distruggerne alcune e sbozzarne delle nuove – fino a pochi giorni prima di morire, nel 1564. Voleva immedesimarsi con questo gesto sublime d’amore, voleva farsi da esso contagiare.
«Ecco l’uomo!»: dolore e amore sembra dire la Madre in questo abbraccio-offerta di Cristo a noi, resi figli dal sacrificio del Figlio. In una sorta di ultima Presentazione che compie la prima Presentazione al Tempio e ne svela tutto il mistero di amore e di dolore.
«Ecco l’uomo!». In questo corpo che appare senza peso, come svuotato di ogni divino potere cogliamo l’impotenza di tutti gli uomini percossi e umiliati dalla violenza del male, fisico e morale. Un corpo sfinito dalla sofferenza, eppure da essa anche trasfigurato. Già vittorioso.
«Ecce homo». Contemplare quest’Uomo nel nostro cammino quaresimale diventa allora la strada che il Padre offre a ciascuno di noi per re-imparare, di persona e in comunione con i fratelli, chi è l’uomo.
Chi sono io? Chi è il cristiano? Chi è la comunità cristiana? Troppo spesso pensiamo di saperlo già. E così distogliamo lo sguardo distratti dall’Innocente Crocifisso, che ci «ha amato sino alla fine» (Invocazioni, I Stazione), da Colui che si è lasciato trattare da «peccato» per liberarci dal marchio del peccato, la morte, e restituirci allo splendore purissimo della Vita divina.
Lo crediamo veramente? Eppure questa è la nostra fede.
Ma seguiamo il primo tratto della via della Croce, passo dopo passo. Immedesimiamoci, lo ripeto, con essa qui ed ora.

I Stazione - Gesù è condannato a morte

Pilato, colui che doveva decidere non decide. Perché? Perché sull’affermazione della verità fa prevalere il calcolo: un’assoluzione dell’Innocente condannato dal Sinedrio avrebbe potuto scatenare disordini, assolutamente da evitare nei giorni di Pasqua, in cui una gran folla si riversava a Gerusalemme.
Così ad una pace del tutto precaria (ma sarebbe più giusto dire al “quieto vivere”) il procuratore romano sacrifica la giustizia. Ma nessuna pace può essere stabilita contro la verità.
Pilato si chiama fuori e consegna Gesù all’esaltazione rabbiosa della folla: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io in lui non trovo colpa» (Gv 19,6). Il Figlio di Dio è abbandonato a una banda di uomini che «si eccitano tra di loro, si ubriacano di vendetta» (Luzi). Quanto Pilato in noi, ahimé! Quanto chiamarci fuori con atteggiamenti pilateschi anche nelle nostre comunità cristiane, nella nostra convivenza civile.
Sempre, fin dalle origini, il peccato innesca un meccanismo perverso che de-responsabilizza e de-solidarizza. La rottura della relazione con Dio trascina quella della relazione con sé stessi (Giuda, dice l’evangelista Matteo – cfr. Mt 27,5ss –, dopo aver cercato di restituire i trenta denari, andò ad impiccarsi) e la relazione con gli altri (i membri del Sinedrio si trincerano dietro la Legge e non vogliono sentire ragioni).
«Ecco l’uomo!» Recuperiamo uno sguardo vero sull’uomo contemplando l’Uomo della croce. Ridiamo spazio alla giustizia nei nostri rapporti personali, familiari e sociali. La dignità dell’altro lo esige irrevocabilmente. La vita buona non si può edificare senza giustizia. Per questo l’alto impegno con la giustizia è esigito dalla carità, e dalla carità riceve luce piena.
Questo è il contributo dei cristiani alla vita buona: praticare la giustizia nella carità. Come ha fatto l’Uomo della croce nutrendo la giustizia con la gratuità e amandoci di persona. Pagando di persona.

II Stazione - Gesù è caricato della croce

Mentre gli altri attori della scena, autogiustificandosi, si chiamano fuori e abbandonano Gesù all’irresponsabilità della folla «egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; … è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità» (Is 53, 4a e 5a).
Gesù invece, il Servo innocente, che non ha nessuna responsabilità del male, acconsente ad essere «castigato, percosso da Dio e umiliato» (Is 53, 4b). Accetta che ricada «su di lui l’iniquità di noi tutti» (Is 53, 6b). Ma il Figlio di Dio si è fatto uomo proprio in vista di questo farsi carico dei peccati di tutti gli uomini. Egli non è costretto ad addossarsi i peccati degli uomini, ma li prende liberamente su di Sé.
Colui che «va incontro alla croce e l’afferra deciso» (Guardini) è l’Innocente per eccellenza. Un altro non avrebbe potuto portarla con efficacia di sostituzione vicaria. Infatti quale uomo, per quanto si voglia straordinario, potrebbe avere in se stesso spazio sufficiente per far posto alle colpe del mondo intero? Una simile scelta – ha osservato acutamente von Balthasar – può essere compiuta soltanto da Colui che sta di fronte all’eterno Padre in una distanza divina, cioè il Figlio, il quale anche come uomo è Dio.
Sulla via della Croce Gesù si rivela come l’uomo compiuto. Si fa carico di tutti fino al più abietto tra gli uomini. L’uomo dei dolori, esperto nel patire, il Salvatore, si fa responsabile del mondo intero.
Lasciamoci coinvolgere. Prendiamoci cura gli uni degli altri. L’abisso d’amore di Gesù è inarrivabile e noi siamo così piccoli e fragili. Eppure la strada è più semplice di quanto possiamo pensare: educarsi a questa responsabilità nei confronti del mondo intero attraverso gesti concreti e regolari di gratuità (carità) a partire da chi ci è più prossimo.

III Stazione - Gesù cade la prima volta

«Il Signore è totalmente libero, senza alcuna paura. Nella croce vede il compito affidatogli dal Padre, la nostra salvezza. Questo egli vuole con tutta la forza del suo cuore» (Guardini).
Il Crocifisso accetta tutte le sfacciate ed insulse provocazioni: «”Se sei Dio, scendi giù”». Egli «vuole essere oltraggiato. Vuole vacillare. Vuole cadere sotto la Croce. Vuole. È fedele fino alla fine, fino nei minimi particolari a questa affermazione: “Non si faccia quello che io voglio, ma quello che vuoi Tu” (cfr Mc 14, 36)» (Beato Giovanni Paolo II).
Perché Cristo può agire così? Da dove Gli viene questa determinazione che a noi appare assurda, inconcepibile? Dalla potenza della Sua relazione con il Padre. Lo abbiamo sentito dal profeta Geremia: «Il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori vacilleranno e non potranno prevalere» (Ger 20,11). È il potente legame d’amore con il Padre, nello Spirito Santo, che sostiene la volontà del Signore, il Suo fino alla fine.
«Non come voglio io, ma come vuoi tu». Questa – ce lo dice l’esperienza – è la logica dell’amore. Se riconosciamo il nostro legame con il Padre, in Cristo Gesù, anche noi sapremo andare fino alla fine.
«Questa è la vittoria che vince il mondo: la nostra fede» (1Gv 5,4).

Maria,
pietà elargita al genere umano,
hai accolto Gesù cadavere tra le braccia.
Maria,
abbraccia con la tua pietà anche noi peccatori.
Vergine Santa,
insegnaci l’obbedienza della fede,
infondici la fiducia dell’amore,
donaci speranza indomita. Amen.