martedì 30 aprile 2013

Papa Francesco: tutti devono pregare per la Chiesa.

Nuovo tweet del Papa:  
Abbiamo fiducia nell’azione di Dio! Con Lui possiamo fare cose grandi; ci farà sentire la gioia di essere suoi discepoli. (30 aprile 2013)


La pace, quella vera, non si compra. È un dono di Dio. Un dono che egli fa alla sua Chiesa. Per ottenerla i cristiani devono continuare ad affidare la Chiesa a Dio, chiedendogli di prendersene cura e di difenderla dalle insidie del maligno, che all’uomo offre una pace diversa, una pace mondana, non la vera pace. È questo il senso della riflessione proposta da Papa Francesco nella mattina di martedì 30 aprile, durante la messa celebrata nella cappella della Domus Sanctae Marthae, alla quale ha partecipato, tra gli altri, un gruppo di collaboratori dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, accompagnati dal cardinale Domenico Calcagno, il quale ha concelebrato.Perno della riflessione del Papa è stata la parola «affidamento», che compare due volte nella prima lettura, tratta dagli Atti degli apostoli (14, 19-28): la prima volta quando, a Perge, gli apostoli affidano gli anziani al Signore; la seconda quando tornano ad Antiochia, «là dove erano stati affidati alla grazia del Signore». Dunque apostoli e anziani affidati al Signore: «questo — ha detto il Papa — significa l’affidamento della Chiesa al Signore. Si può custodire la Chiesa, si può curare la Chiesa, no? Dobbiamo farlo col nostro lavoro. Ma il più importante è quello che fa il Signore: è l’unico che può guardare in faccia il maligno e vincerlo. “Viene il principe del mondo, contro di me non può nulla”: se vogliamo che il principe di questo mondo non prenda la Chiesa nelle sue mani, dobbiamo affidarla all’unico che può vincere il principe di questo mondo».
Ma «noi — è stata la domanda del Pontefice — preghiamo per la Chiesa? Per tutta la Chiesa? Per i nostri fratelli, che non conosciamo, ovunque nel mondo?». È la Chiesa del Signore, sparsa ovunque nel mondo; e quando «nella nostra preghiera diciamo al Signore: “Signore, guarda la tua Chiesa”», intendiamo questa Chiesa, la Chiesa del Signore, la Chiesa che riunisce «i nostri fratelli». Questa è la preghiera che «dobbiamo fare con il cuore — ha ripetuto il Papa — e sempre di più. Per noi è facile pregare per chiedere una grazia al Signore, quando abbiamo bisogno di qualcosa; e non è difficile pregare per ringraziare il Signore: grazie per... Ma pregare la Chiesa, per quelli che non conosciamo, ma che sono nostri fratelli e sorelle, perché hanno ricevuto lo stesso battesimo, e dire al Signore “sono i tuoi, sono i nostri... custodiscili”», è un’altra cosa: significa «affidare la Chiesa al Signore»; è «una preghiera che fa crescere la Chiesa» ma è anche «un atto di fede. Noi non possiamo nulla, noi siamo tutti poveri servitori della Chiesa: ma è lui che può portarla avanti e custodirla e farla crescere, farla santa, difenderla, difenderla dal “principe di questo mondo”», cioè da colui il quale «vuole che la Chiesa diventi più e più mondana.
Questo è il pericolo più grande», perché «quando la Chiesa diventa mondana, quando ha dentro di sé lo spirito del mondo», quando ottiene la pace che non è quella del Signore — quella che Gesù ci ha assicurato dicendo «vi lascio la pace, vi do la mia pace» — allora diventa una Chiesa «debole, una Chiesa che sarà vinta e incapace di portare proprio il Vangelo, il messaggio della Croce, lo scandalo della Croce. Non può portarlo avanti se è mondana! Perciò è tanto importante e tanto forte questa preghiera: affidare la Chiesa al Signore».
Non è abituale per noi — ha notato il Santo Padre — affidare la Chiesa al Signore». Di qui l’invito a imparare ad affidare gli anziani, gli ammalati, i bambini, i ragazzi al Signore, ripetendo «“custodisci Signore la tua Chiesa”: è tua! Con quest’ atteggiamento lui ci darà, in mezzo alle tribolazioni, quella pace che soltanto lui può dare. Quella pace che il mondo non può dare, che non si compra; quella pace che è un vero dono della presenza di Gesù in mezzo alla sua Chiesa», anche nelle tribolazioni: quelle grandi, come «la persecuzione», e «anche le piccole tribolazioni, le piccole tribolazioni della malattia o dei problemi di famiglia». Tutto questo, ha detto il Pontefice in conclusione, dobbiamo affidarlo al Signore pregando: «Custodisci la tua Chiesa nella tribolazione, perché non perda la fede, perché non perda la speranza». E «oggi — ha aggiunto — vorrei dire: fare questa preghiera di affidamento per la Chiesa farà bene a noi e farà bene alla Chiesa; darà grande pace a noi e grande pace alla Chiesa; non ci toglierà delle tribolazioni, ma ci farà forti nelle tribolazioni. Così chiediamo questa grazia di avere l’abitudine di affidare la Chiesa al Signore». L'Osservatore Romano, 1° maggio 2013.

*

Il commento che segue è di Andrea Tornielli
 La Chiesa va «difesa e custodita» dal «principe di questo mondo» e dal suo progetto, che è quello di farla diventare «più e più mondana». Lo ha detto Papa Francesco nell’omelia di questa mattina nella cappella della Casa Santa Marta in Vaticano, in presenza di alcuni dipendenti dell’Apsa, l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica.
Quello della «mondanità» della Chiesa è un tema ricorrente nella predicazione di Bergoglio. La Chiesa, ha spiegato, «diventa mondana quando ha dentro di sé lo spirito del mondo, quando ha quella pace che non è quella del Signore, quella pace di quando Gesù dice “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”, non come la dà il mondo».
Se la Chiesa «ha quella pace mondana, – ha aggiunto Francesco – è una Chiesa debole, una Chiesa che sarà vinta e incapace di portare proprio il Vangelo, il messaggio della Croce, lo scandalo della Croce… Non può portarlo avanti se è mondana». I cristiani, ha detto ancora il Papa, devono «custodire la Chiesa», prendersene cura. «Dobbiamo farlo con il nostro lavoro, ma, ancor di più è importante quello che fa il Signore», perché «è l’Unico che può guardare in faccia il maligno e vincerlo».
Bergoglio, citando il Vangelo, ha ricordato che spesso «viene il principe del mondo» ma che contro il Cristo il demonio «non può nulla». «Se vogliamo che il principe di questo mondo non prenda la Chiesa nelle sue mani, – ha concluso Francesco – dobbiamo affidarla all’Unico che può vincere il principe di questo mondo». Da qui «la domanda: noi preghiamo per la Chiesa, ma per tutta la Chiesa? Per i nostri fratelli che non conosciamo, dappertutto nel mondo? È la Chiesa del Signore e noi nella nostra preghiera diciamo al Signore: Signore, guarda la tua Chiesa… È tua. La tua Chiesa sono i nostri fratelli. Questa è una preghiera che noi dobbiamo fare dal cuore, sempre di più».

VI GMG: Incontro del Cammino Neocatecumenale (Varsavia, 16 agosto 1991)

.

Nelle domeniche di Pasqua il Cammino Neocatecumenale è impegnato in una
grande missione evangelizzatrice che occupa qualcosa come 10.000 piazze in
tutto il mondo. Il video di sopra è stato girato durante la GMG di  Czestochowa,
in Polonia, il 16 agosto del 1991. Come è vero che lo Spirito non conosce alcuna
debolezza!!!! Preparandoci a vivere l'esperienza della prossima Giornata Mondiale
della Gioventù a Rio de Janeiro.


Ricordi del cardinale Jorge Mario Bergoglio...




...sul suo primo lavoro e su quello che imparò lavorando da quando aveva 13 anni. "Il lavoro consolida l'unità familiare e la pace sociale"


(Luis Badilla) Papa Francesco, Jorge Mario Bergolgio Sivori,  cominciò a lavorare quando aveva 13 anni: era il 1949. Lui stesso ricorda il suo sconcerto quando si sentì dire dal padre: "Senti, ora che stai per cominciare il Liceo sarebbe buono trovare un lavoro per il periodo delle vacanze. Io proverò a trovarti qualcosa", aggiunse senza toni drammatici né perentori papà Mario che sapeva essere dolce e convincente quando era necessario così come sapeva essere fermo e determinato se le circostanze lo richiedevano.
Jorge Mario ricordando quest'episodio commenta: "Lo stipendio di papà, che lavorava come ragioniere, era sufficiente per i bisogni della famiglia. Non avevamo la macchina e non andavamo in villeggiatura, ma non pativamo grosse necessità". Al momento dovuto - come voleva suo padre - Jorge Mario si trovò a lavorare come addetto alle pulizie di una fabbrica della cui contabilità si occupava il padre. Dopo due anni di scope, secchi e detersivi, gli furono assegnate delle mansioni amministrative per un anno, ma al quarto anno tutto cambiò drasticamente. Poiché ormai i suoi studi in Chimica dell'alimentazione e della nutrizione presso una prestigiosa scuola industriale erano già molto avanzati, trovò un nuovo impiego: questa volta in un Laboratorio di analisi chimica dove entrava alle 7 del mattino e da dove usciva alle ore 13, giusto in tempo per un rapido boccone e raggiungere la scuola serale.
Su queste esperienze, mezzo secolo dopo il cardinale Jorge Mario Bergoglio commenta: "Sono molto grato a mio padre per la sua decisione di mandarmi a lavorare. Il lavoro è stato una delle cose che più bene mi ha fatto nella vita, in particolare in quel Laboratorio ho imparato le cose buone e anche quelle brutte di ogni fatica umana. In quel posto ebbi una capo straordinario, Esther Ballestrino de Careaga(1), una paraguaiana simpatizzante del comunismo, alla quale anni dopo, durante l'ultima dittatura(2), furono sequestrati la figlia e il genero. Poi, lei stessa, insieme con le suore Alice Domon(3) e Léonie Duquet(4), fu sequestrata e assassinata". Jorge Mario conclude questo commosso ricordo dicendo: "Esther mi insegnò la serietà del lavoro. In realtà a quella donna io devo molto".
Il cardinale Bergoglio interpellato sul dramma della disoccupazione e sui disoccupati, ma soprattutto sulla sua esperienza pastorale in quest'ambito risponde: "E' gente che non si sente persona. Anche se ricevono aiuto dalla famiglia o dagli amici,  desiderano lavorare a tutti i costi, desiderano guadagnarsi il pane col sudore della fronte e ciò perché, alla fin fine, il lavoro dà dignità. Tale dignità non ti la danno la tua origine, la formazione familiare e neanche l'educazione. La dignità deriva solo dal lavoro. Mangiamo ciò che siamo in grado di guadagnare, manteniamo le nostre famiglie con ciò che guadagniamo. Non è importante se è molto o poco. Certo, se è di più, meglio ancora. Possiamo avere delle ricchezze, ma se non lavoriamo e non abbiamo un lavoro,  la dignità crolla". Per l'arcivescovo emerito di Buenos Aires "il lavoro comporta sacrifici" e quindi aiuta a vedere le cose in un modo diverso, "ci allontana dalle teorizzazioni sterili". "Il lavoro, aggiunge nelle sue riflessioni, ci apre una porta sul realismo della vita oltre ad essere un chiaro comando di Dio: Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela... cioè, lavorate!"
Soffermando il suo sguardo sulla disoccupazione, in concreto sulle persone disoccupate, dramma umano e sociale al quale è stato sempre molto sensibile nel suo impegno pastorale, il cardinale Bergoglio osserva: "Nel caso della persona senza lavoro accade che nelle sue ore di solitudine si sente misero perché non si guadagna i mezzi per vivere. E' dunque molto importante che i governi dei differenti Paesi, attraverso i ministeri competenti, fomentino la cultura del lavoro e non quella dell'assistenzialismo. Certo, nei momenti di emergenza, come abbiamo vissuto noi nel 2001, si capisce che è necessario far ricorso all'assistenza, ma poi la soluzione vera sta nella creazione di posti di lavoro perché - e non mi stancherò mai di dirlo - il  lavoro dona a ciascuno dignità".
Ricordando l'importanza dell'Enciclica di Leone XIII "Rerum Novarum", e l'ambiente sociale e culturale in cui fu pubblicata il 15 maggio 1891, il cardinale Bergoglio conclude queste sue riflessioni così: "La Chiesa ha sempre indicato come chiave della questione sociale il lavoro. Il lavoratore deve essere il centro ma oggi, in molti situazioni, non è così! Spesso il lavoratore viene licenziato se non rende ciò che è stato programmato. Viene considerato una cosa e non una persona. Dall'altra parte, va ricordato che la Chiesa negli ultimi decenni spesso ha denunciato la disumanizzazione del lavoro. Non va mai dimenticato  che il centro del lavoro non è ne il profitto né il capitale, bensì l'essere umano. Non all'uomo al servizio del lavoro, sì invece al lavoro al servizio della persona umana".
Jorge Mario Bergolgio, come si sottolinea in queste citazioni contenute nel libro "El Jesuita", di Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti, nel suo magistero episcopale ha dato sempre grande importanza al lavoro e lui stesso è stato sempre un vero lavoratore della pastorale e non solo. Ai seminaristi gesuiti che guidava anni fa, come Provinciale della Compagnia di Gesù, insisteva spesso sul l'importanza determinante del lavoro come mezzo di autosostentamento. Perciò nei terreni della casa di formazione sacerdotale a lui affidata faceva allevare maiali e lui stesso, insieme con i giovani seminaristi, si occupava di dare da mangiare agli animali e di controllare la loro crescita e la loro salute.
Nelle sue omelie in occasione dell'importante festa argentina di San Cayetano, 7 agosto, ci sono ampie e approfondite riflessioni sull'argomento. In numerose di queste allocuzioni si trova un'idea molto ricorrente: "Il lavoro consolida l'unità familiare e la pace sociale". (5) Infine, domenica scorsa, dopo il Regina Coeli, ricordando le vittime della terribile tragedia in Bangladesh, dove il crollo di un palazzo ha causato la morte centinaia di lavoratori, Papa Francesco ha lanciato un forte appello "affinché sia sempre tutelata la dignità e la sicurezza del lavoratore".
Note.
(1) Esther Ballestrino de Careaga, detta "Teresa", 20 gennaio 1918 - 17 o 18 dicembre 1977. Era una delle fondatrice delle "Madre de Plaza de Mayo" che cercava prigionieri politici scomparsi.
(2) Guerra sporca (1976 - 1983).
(3) Religiosa francese. Charquemont, 1937 – Santa Terecita, 17 o 18 dicembre 1977.
(4) Religiosa francese. Longemaison, 9 aprile 1916 – dicembre 1977.
(5) Articoli di stampa:

Vi lascio la pace, vi do la Mia pace.

Martedì della V settimana del Tempo di Pasqua



"Non ho paura della morte. La mia fede mi da' questa bella sicurezza!"

Dalla Lettera di un giovane soldato tedesco ai suoi genitori scritta nella sacca di Stalingrado dove poi mori'


Dal Vangelo secondo Giovanni 14,27-31.

Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la da' il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: Vado e tornero' a voi; se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre, perche' il Padre e' più grande di me. Ve l'ho detto adesso, prima che avvenga, perche' quando avverra', voi crediate. Non parlero' più a lungo con voi, perche' viene il principe del mondo; egli non ha nessun potere su di me, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato. Alzatevi, andiamo via di qui». 


Il Commento

La Pace e' il dono messianico per eccellenza. Al termine del sacramento della confessione il presbitero ci congeda dicendoci: "Il Signore ti ha perdonato, vai in pace". Le stesse parole di Gesu' sono proclamate nella liturgia eucaristica prima di accostarsi alla comunione implorando il Signore ormai presente nelle specie del pane e del vino, di "non guardare ai nostri peccati ma alla fede della tua Chiesa"; al termine della Celebrazione poi, il Presbitero congeda l'Assemblea invitando ciascuno ad andare in pace. Un Vescovo saluta liturgicamente il popolo annunciando la Pace. Dalla liturgia e dai sacramenti comprendiamo come la pace sia il sigillo di un'esperienza che trascende il mondo e i suoi limiti. Essa e' il tesoro prezioso che il Messia Gesu' di Nazaret, vincendo la morte e il peccato, ha scovato nel Cielo, nel Regno di suo Padre, dove e' ed entrato con la nostra stessa carne. E' come un souvenir di quel Regno, molto di piu', e' il grappolo d'uva che gli esploratori inviati da Mose' hanno riportato dalla Terra Promessa. La Pace e' cio' che ogni cuore desidera, il riposo dello Spirito, la certezza in mezzo alla bufera, il respiro di vita tra i rantoli della morte che incombe. 
La Pace del Signore e' il frutto del suo mistero pasquale, e' il suo sguardo di misericordia che incontra i nostri occhi impauriti e turbati sotto il peso dei peccati. Shalom! Pace a voi! Il saluto di Cristo risorto dalla morte rivolto ai discepoli impauriti nel Cenacolo: "E’ molto importante quello che riferisce il Vangelo, e cioe' che Gesu', nelle due apparizioni agli Apostoli riuniti nel cenacolo, ripete' piu' volte il saluto «Pace a voi!». Il saluto tradizionale, con cui ci si augura lo shalom, la pace, diventa qui una cosa nuova: diventa il dono di quella pace che solo Gesu' puo' dare, perche' e' il frutto della sua vittoria radicale sul male. La «pace» che Gesu' offre ai suoi amici e' il frutto dell’amore di Dio che lo ha portato a morire sulla croce, a versare tutto il suo sangue, come Agnello mite e umile, «pieno di grazia e di verita'» (Gv 1,14)" (Benedetto XVI, Angelus del 15 aprile 2012). La Pace scaturisce dal perdono, libera dal peso della colpa, rinnova lo spirito e apre sconfinati spazi alla speranza. La pace e' lo stile di vita di chi ha conosciuto il Signore, di chi lo ha incontrato vivo e vittorioso sulla morte. La pace che non si perde neanche in mezzo alla guerra, alla sofferenza, ai fallimenti. Il mondo cerca compromessi e baratti per ottenere la pace. Il mondo sancisce la pace sui corpi dei vinti. La Pace del Signore invece riscatta chi ha perduto, Lui che ha vinto fa la pace e la dona sciogliendo le catene degli sconfitti ridotti in schiavitu'. La Pace cui aneliamo anche oggi, anche ora, e' il trofeo conquistato sulla Croce, il frutto maturo dell'obbedienza di Cristo. Il nostro cuore indurito e ingannato dall'orgoglio del demonio trova nell'umilta' di Cristo l'amicizia e la gioia perdute.

Se oggi non abbiamo pace occorre chiederci perche' le situazioni o le persone hanno il potere di sottrarcela. Se non siamo in pace e' perche' siamo usciti dal Regno, dalla comunione con Dio: stiamo cercando la nostra volonta' e non quella del Padre, perche' solo in essa vi e' la vera pace. Ma oggi ci viene annunciato qualcosa di impensabile. Il fiume di male che ha lambito le nostre esistenze devastandole si scatena ancora su Cristo; la furia del demonio, il principe di questo mondo che non ha nessun potere su Gesu', si abbatte su di Lui per infrangersi e dissolversi nel suo Corpo offerto per puro amore. Il Signore ci avverte "prima", ci rivela sin da ora quale sia il cammino che i "suoi" sono chiamati a percorrere: portare su di se' il peccato che si abbatte su Cristo vivo nei cristiani, perche' gia' ora essi sono "andati al Padre" con Lui, assisi alla destra di Dio insieme con il loro Capo. I piedi degli apostoli si posano su questa terra, nel loro corpo si compie cio' che manca alla passione di Gesu', il compimento del suo amore crocifisso nelle generazioni che si susseguono. Ma nessuna persecuzione, nessun male, neanche il demonio ha potere sulla lkoro anima, perche' essa e' custodita, gia' durante la vita terrena, nel cuore di Dio, al sicuro con il loro Signore. Verra' oggi il principe di questo mondo a scuotere la nostra vita, viene ogni giorno a perseguitare la Chiesa, ed e' perche' il mondo, iniziando da ciascuno di noi, veda, sappia e sperimenti il suo amore immenso al Padre che lo spinge a  compiere il sacrificio piu' grande. In Lui, attraverso i sacramenti, la Parola e la comunione della Chiesa, possiamo partecipare del suo trionfo e ricevere in eredita' la Pace che supera ogni intelligenza, il sigillo del Cielo che ci guida sino all'eternita', accompagnandoci gia' oggi dal Padreil piu' grande di ogni peccato, sofferenza e male che si abbatte sulla carne: e' Dio, e' Lui che ci ama e trasfigura anche la nostra povera carne, deponendola, con le sue ore e la sua storia, nella misericordia senza limiti, dove solo possiamo gustare la Pace di chi puo' riposare nella sua volonta'.

lunedì 29 aprile 2013

Esperienza e conoscenza per amare lo Spirito





"Nell'Anno della fede gridiamo: ‘Credo nello Spirito Santo che è Signore e dà la vita'". È stato questo il tema della relazione tenuta da p. Raniero Cantalamessa,  predicatore della Casa pontificia. Un'esegesi attenta e scrupolosa dell'"articolo" del Credo Niceno Costantinopolitano, un profondo insegnamento attraverso il quale «passare dalla "realtà" alla "formula" cioè un modo per dare contenuto a quello che professiamo come cristiani nel Credo, per dare una forma alla nostra esperienza dello Spirito Santo in modo che la fede carismatica sia un'espressione forte, vibrante, gioiosa della fede dogmatica della Chiesa cattolica».
«Se mi seguirete con attenzione - ha detto il Predicatore sorridendo e rivolgendosi ai presenti ˗, potrete andare via con un "diploma in teologia"!». Dopo aver accennato alla storia della nascita dell'articolo di fede sullo Spirito Santo, padre Raniero lo ha commentato mettendone in evidenza le tre affermazioni fondamentali. Ha poi approfondito il mistero della Trinità sottolineando che «se Dio è amore, allora deve essere per forza Trinità perché l'amore non può
esistere se non tra due persone (chi ama e chi è amato) e l'amore che le unisce». Nella Trinità lo Spirito Santo è colui che crea l'unità tra il Padre e il Figlio. Numerosissimi sono i doni e le grazie che sgorgano da questa Unione trinitaria, come ad esempio la Pentecoste. Infine, il Predicatore ha rivolto un saluto a Papa Francesco, ricordando la sua umiltà, e un ringraziamento a Benedetto XVI per il prezioso operato svolto nel corso del suo Pontificato e ha invitato i fedeli a innalzare un "muro di preghiera" per la Chiesa.
«Non basta solo l'esperienza, è necessaria anche la conoscenza dello Spirito», ha aggiunto Martinez ringraziando p. Cantalamessa per il suo intervento appassionato e ricco di parresia. Esperienza e conoscenza insieme ci permettono di amare ancora di più lo Spirito Santo. Poi, il Presidente RnS ha ricordato la costante presenza del Predicatore alle Convocazioni nazionali, fin dal primo Incontro svoltosi nel 1978, concludendo con un gesto che p. Matteo La Grua soleva ripetere quando ascoltava insegnamenti particolarmente ispirati: il "bacio santo", che si dà sulla fronte perché lì è il "pensiero di Cristo". «Ora - ha continuato Martinez -, anche noi abbiamo il pensiero di Cristo».
Daniela Di Domenico

KIKO: A SUA IMMAGINE - 28 APRILE 2013

Europa verso dove?



Verso dove? - «Europa verso dove?» è il titolo dell’incontro che si svolge nel pomeriggio di lunedì 29 aprile a Roma, all’Ambasciata di Spagna presso la Santa Sede, nell’ambito degli incontri «Conversazioni al Palazzo di Spagna». Intervengono il cardinale Giovanni Battista Re, prefetto emerito della Congregazione per i Vescovi (del quale anticipiamo la relazione), José Manuel García-Margallo, ministro spagnolo degli Affari esteri, e Romano Prodi, inviato speciale delle Nazioni Unite per il Sahel.

 (Cardinale Giovanni Battista Re) L’idea di unire nell’interesse di tutti le varie nazioni e i vari popoli del territorio europeo non è del tutto solo recente. Già l’impero romano l’aveva. È un sogno che anche Napoleone aveva cullato. Il disastro della seconda guerra mondiale ha fatto comprendere la necessità di non combattersi e di avviare non solo rapporti di amicizia ma anche di collaborazione, nell’interesse di tutti. Così negli anni Cinquanta fu creata la Ceca, per una collaborazione riguardante il carbone e l’acciaio. Si è pensato poi a una comunità di Stati e si è arrivati all’Unione europea, con un Parlamento comune e un Consiglio d’Europa. Si sono fatti molti passi: si è creato un mercato comune e si è dato vita all’euro, ma siamo ancora lontani da una vera unione.
L’Europa, nei secoli passati, molto ha dato agli altri continenti: ha esportato arte, cultura, scienze, civiltà. Le grandi scoperte scientifiche dei secoli passati hanno avuto luogo in Europa e si sono diffuse nel mondo nelle loro varie applicazioni e conseguenti benefici.
Anche in campo religioso, ha molti meriti. Il cristianesimo non è nato in Europa, la Palestina sta appena al di là dell’Europa, ma l’apostolo Pietro e l’apostolo Paolo sono venuti a Roma, che era la capitale del più grande impero. Il cristianesimo è arrivato in Europa da Gerusalemme e, per quanto concerne l’Europa dell’est, è giunto da Costantinopoli. È stata poi però l’Europa a diffondere il cristianesimo nelle parti più lontane del mondo.
Un continente che ha un’esperienza più grande degli altri, ma in realtà oggi, sul piano mondiale, non conta molto. Certo, è normale che anche gli altri continenti siano andati crescendo e che il loro sviluppo abbia conosciuto molti progressi. Assistiamo inoltre all’emergere e all’affermarsi sulla scena mondiale di grandi e antiche civiltà, come la civiltà cinese, quella indiana e quella islamica, meno antica ma che ha avuto grande espansione. La crescita degli altri continenti e la crescita di queste civiltà tendono a ridimensionare inevitabilmente il primato di cui ha goduto l’Europa. Ma l’Europa deve continuare a contare, e questo anche per il bene del mondo, essendo il continente che ha alle spalle più esperienza e una civiltà basata su valori che hanno radici profonde: radici che portano a Roma e ad Atene e che vanno fino al Monte Sinai, sul monte cioè in cui Dio diede all’umanità i dieci comandamenti che contengono le norme fondamentali per una vita umana e onesta. Dieci brevi norme dalle quali dipende il futuro dell’umanità. L’Europa deve riconquistare una più alta coscienza del suo ruolo, delle sue possibilità e delle sue responsabilità. Per il bene del mondo, c’è bisogno di più Europa.
Verso quale direzione stiamo camminando? Bisogna riconoscere che in Europa si è fatta molta strada verso l’unione, ma è anche vero che siamo ancora lontani da una vera unione. L’entusiasmo di qualche anno fa a favore dell’unione europea è diminuito. L’Europa come idea e come progetto è un po’ in crisi. Gli Stati che compongono l’Unione europea — ora sono 27, ma a luglio diventeranno 28 con l’ingresso della Croazia — sono preoccupati di non perdere i loro poteri. Qualcuno ha pensato che è meglio chiudersi nel proprio orticello. Dobbiamo invece convincerci che l’integrazione europea non ha alternative. Nell’odierna società globalizzata le difficoltà economiche potranno essere superate soltanto se ci si impegnerà insieme. Se l’Europa non fa un passo in più sulla via dell’integrazione politica finirà per uscire dalla storia. Non abbiamo più scelta. L’Unione europea sarà in grado di realizzare le coraggiose politiche che sono necessarie a una efficace ripresa soltanto se avrà un proprio Governo capace di controllare la finanza e di guidare la crescita. Solo allora l’Unione europea potrà realmente funzionare e realizzare servizi importanti per la valorizzazione dei singoli Stati e garantire il loro sviluppo nel rispetto delle tradizioni, della cultura e degli usi di ognuno degli Stati. Dobbiamo riconoscere l’esistenza di un bene comune europeo e impegnarci per realizzarlo.
Anche in un periodo di difficoltà come il presente, dobbiamo credere nella positività di un’Europa unita. In vista di questo, bisogna alimentare e fare crescere una cultura politica di respiro europeo. L’Europa non è un’idea superata. L’integrazione e l’unificazione deve venire dall’interno dei popoli. Non può essere imposta. Deve essere frutto di persuasione. La nuova casa comune europea nascerà soltanto se faremo crescere una nuova mentalità a respiro europeo e una cultura che porti a una solidarietà europea.
Papa Giovanni Paolo II aveva una espressione molto bella: «Una famiglia delle nazioni». L’Europa deve essere la famiglia delle nazioni europee, non può essere ridotta soltanto alla dimensione economica. I pilastri sono sempre stati i suoi valori. Così deve essere anche per futuro. Inoltre bisogna tener presente che senza il cristianesimo non sarebbe quello che è. L’Europa è formata da popoli che hanno lingue diverse, differenti tradizioni culturali e usi; l’elemento comune, che li ha uniti è stata la fede cristiana. Oggi si notano forze che tendono a emarginare i valori umani e cristiani che hanno caratterizzato il suo passato. Si è cercato di eliminare e sostituire tali valori e il risultato è che l’Europa è in decadenza. Non mancano quanti si rendono conto che i valori cristiani sono importanti non soltanto per il passato, ma anche per il presente e per il futuro.
Dobbiamo lavorare per contribuire a rafforzare l’Europa come realtà anche culturale e spirituale. Dobbiamo lavorare perché il cielo europeo non sia chiuso nei confini del terrestre e del mortale, perché significherebbe chiuderlo nel non senso. Il cielo deve restare aperto alla trascendenza: questa è la via per realizzare pienamente la persona umana e rendere la società, più giusta, più umana e più pacifica. L’Europa ha bisogno di un’anima.
Occorre che riconosca e conservi il suo patrimonio più caro, costituito da quei valori umani e cristiani che l’hanno portata ad avere un’influenza sulla storia della civiltà del mondo. Dio deve continuare ad avere posto in Europa. Un’Europa senza Dio non ha futuro. Dobbiamo aiutare Dio a restare vivo nei cuori ma anche nella società. I credenti in Cristo (cattolici, ortodossi, luterani o calvinisti) hanno un valido contributo da dare.
L’Europa deve restare un faro nella civilizzazione mondiale. Se vuole avere un grande futuro non deve permettere che il suo modello di civiltà si sfaldi. Sta vivendo un capitolo nuovo della sua storia; sarà anche bello e grande soltanto se sarà illuminato dai valori che appartengono alla sua anima. L'Osservatore Romano, 30 aprile 2013.